Una sommossa non fa primavera

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L’occidente è andato a disturbare equilibri radicati in culture giunte a noi per opera di millenni, nell’illusione che sommosse tribali che si sono manifestate contro tirannie secolari fossero sintomo di una rinascita democratica, il risveglio da un torpore: primavere arabe. Un popolo, qualsiasi popolo, è caratterizzato da un percorso storico consolidandosi in ogni tempo in una determinata mentalità e la “figura” attuale con cui la mentalità di un popolo si manifesta è l’esito di un percorso che data millenni. La mentalità acquisita è per un popolo, per qualsiasi popolo, il senso stesso dell’esistenza, l’unica possibile realtà, una realtà vissuta come unica in odore dell’unico modo di esistere acquisito all’origine con il latte materno. Appartenere ha il significato di respirare all’interno di un gruppo le stesse emozioni, lo stesso modo di sentire. È all’interno di questa visione, di questo sentire, che l’”altro” viene sempre visto e giudicato. È il così detto “sentimento popolare”.

In ogni fase storica di tale percorso per ogni popolo si assesta storicamente una determinata “figura”. Essa non è che il fotogramma singolo di una lunghissima pellicola. La fotografia del contingente senza la comprensione della lunga sequela di cause che l’hanno determinato costringe all’azione sempre in affanno, a situazioni di continua emergenza che di necessità comportano anche scelte tragiche per risolvere il conflitto. Per ogni popolo i film sono diversi e la trama ha raggiunto momenti diversi della narrazione.

Le manifestazioni dello spirito della storia hanno raggiunto in ogni popolo momenti evolutivi differenti per qualità e quantità. Per modo e misura ogni popolo si colloca sulla scala dell’essere in una posizione differente. Alcuni popoli sono migliori di altri. Che cosa questo comporti è altra questione, ma per prima cosa comporta l’ammissione di questa realtà. Non mi sfugge ovviamente la pericolosità di questa ammissione. Credere che una mentalità sia migliore di un’altra, di contro a ogni relativismo, è una verità che è nei fatti e che pienamente condivido e pienamente supporto. Quello che invece è insensato è pensare che un regime, un certo tipo di regime, per quanto migliore in senso assoluto (democrazia vs tirannide), possa essere calato in un contesto sociale indipendentemente dalle condizioni culturali di un popolo, credere ad esempio che la democrazia sia migliore a prescindere dalle condizioni culturali in cui versa un popolo, un popolo che ancora non è pronto ad accogliere la libertà che una democrazia individualmente concede. La severità delle leggi è e deve essere direttamente proporzionale alla cultura popolare. In corruptissima Repubblica multa leges (Cicerone).

Tra potere e massa, tra un “lato” e l’altro del divenire storico, esiste per ogni tempo uno e un solo regime atto a mantenere l’equilibrio per conservare la pace. Ovvero, anche se può sembrare un paradosso: “è pericoloso liberare gli schiavi”. Libertà e coscienza devono andare a braccetto. Dal capo-stregone alla tirannide, al dispotismo, alla dittatura, passano millenni in cui lo spirito ha camminato dalla preistoria alla storia antica, alla modernità (50.000 anni) e per progredire dalla dittatura alla monarchia assoluta, alla monarchia costituzionale c’è voluto altro tempo e altro sangue. Il passaggio dalle dittature, alla monarchia, alla democrazia è ancora in atto e dittature esistono ancora ovunque e non a caso nel terzo mondo. La democrazia stessa, come in più occasioni da me affermato, è direttamente proporzionale al grado di civiltà raggiunto dalla nazione, rimane quindi un processo in atto mai interamente compiuto. Un popolo è tanto più democratico quanto più è civile. Dal capo-stregone alla democrazia il progresso in civiltà nega nella sua incontrovertibile verità qualsivoglia posizione relativista. Banalità che incredibilmente ancora stentano a essere comprese.

La storia non fa salti. I regimi dittatoriali in cui ancora si dibattono i popoli islamici e non solo, sono ancora i regimi più opportuni a contenere i conflitti in seno al popolo per mantenere la pace: una monarchia assoluta come in Marocco è ancora il regime più consono per queste popolazioni. Non ci può essere democrazia laddove non esiste nazione ma solo un agglomerato di tribù che per sopravvivere e non sopraffarsi si riconoscono di necessità nel capo come l’unico capace di mantenere la pace: il dittatore. Se si toglie il capo tutto finisce come di fatto è finito nel caos con grave sofferenza per tutti. Se non ci si arrende all’idea che non tutti i popoli sono uguali e se non si abbraccia l’idea che tutti popoli sono fratelli non ci saranno soluzioni se non nella violenza.

I “fratelli mussulmani” credono in Allah come unico Dio: il loro. E la loro fratellanza esclude i resto del mondo. Questa convinzione li fa potenziali alleati dell’Isis.  I conflitti che si sono aperti rispecchiano una mentalità che ancora non ha acquisito una libera coscienza soprattutto in merito ai diritti civili, diritti che sono e rimangono i più meritevoli indicatori di civiltà. Una diversa considerazione della donna in Medio Oriente muterebbe tutte le relazioni, nessuna esclusa: dai rapporti interpersonali, ai rapporti economici interni ed esterni, ai rapporti con la religione. Un cambiamento di mentalità che diminuisca la conflittualità interna in relazione ai diritti civili porterebbe a un cambiamento di relazione politica ed economica anche con l’occidente. Osta tutto questo la tradizione e un becero relativismo che nell’assunto di una mancanza di oggettività della verità, per un principio infondato di uguaglianza, nel rispetto spesso ipocrita dell’altrui tradizione legge la realtà nella reciprocità dei diritti delle parti.

Il diritto all’infibulazione? Il diritto di schiavizzare le donne? Il diritto di padre padrone? Il diritto alla superstizione e all’ignoranza? Il diritto di credere proprio un Dio che è di tutti? … un elenco infinito. Il diritto di concepire, intendere,sentire,giudicare le cose, segna la progressione dello spirito di una Nazione. Che un popolo tenga in schiavitù un altro popolo è una indicibile barbarie, che un popolo sfrutti un altro popolo, sono per certo cose indegne ma bisogna fare attenzione a non ritenere gli schiavi migliori degli schiavisti e degli sfruttatori. Che gli sfruttati e gli schiavi siano migliori dei padroni non sta scritto da nessuna parte. Se messi al loro posto potrebbero fare di peggio. Eppure da questa sistema di equazioni schiavi/sfruttati = buoni e dittatori /capitalisti = cattivi non si è ancora schiodato nessuno. Che la dittatura e il capitalismo siano nemici da combattere non ci piove, ma l’unico modo effettivo per combatterli e far arretrare i paletti del potere è far crescere la cultura.

Far cadere una dittatura non significa liberare gli schiavi se non quando gli schiavi hanno preso coscienza del loro essere schiavi e del significato della schiavitù, una comprensione che esige un percorso e una maturazione dello spirito, della coscienza popolare, per non divenire di nuovo schiavi in regimi totalitari, come in passato o in una democrazia come nel presente. Ci sono molti modi di essere schiavi. La coscienza popolare è una costante che si pone come l’altro lato dell’essere dello spirito in ogni regime ed è l’unico vero indicatore di progresso. La battaglia per la cultura non è ancora politicamente cominciata. Un percorso spirituale per essere portato al popolo ha bisogno di tempo e cultura politica. La democrazia ha insegnato che per educare i figli non occorrono le botte, parimenti per educare un popolo non occorrono le guerre. La cultura è la variabile indipendente. La democrazia è direttamente proporzionale al grado di cultura raggiunto da una nazione indipendentemente dal regime che la governa. Il regime è la variabile dipendente. Ogni regime dipende dall’avanzamento in spirito della nazione. Il cuore è un organo indipendente, il cervello può solo accelerare o frenare. Attenzione però, può accelerare fino a farlo scoppiare o frenarlo fino a farlo fermare. In questo senso e solo in questo senso il cuore dipende dal cervello. Far dipendere la cultura dall’economia significa ignorare e frenare il senso della storia quell’unico senso per cui la storia ha un senso. Il “pensiero unico” è solo chiacchiera. Occorre un’inversione di tendenza, mettere la testa al suo posto per far camminare i piedi.

Ogni grandezza si distribuisce su una curva dalla forma a campana (curva di Gauss) e all’interno della curva con un più e un meno. Ogni popolo rispetto a qualsiasi parametro, fra cui la distinzione del bene dal male, conserva in seno valori che vanno per ogni popolo da zero a infinito, ma che si assestano per ogni popolo su una media differente. La curva progredisce storicamente nel suo complesso per avanzamento dello spirito. La vita pratica individuale occupa un solo punto di tale curva ed è talmente limitata che ciascuno ardisce di ritenere vero solo l’intorno più o meno ristretto della propria esperienza e coglie per di più solo quelle verità che supportano le proprie tesi, con forti o fortissime resistenze al cambiamento. Influenze esterne modificano e cambiano l’opinione individuale solo in funzione della personale convinzione e convenienza. E questa è la ragione per cui tutti possono essere manipolati. I media e i politici, le religioni, nella più totale ignoranza filosofica, comunicano in genere solo la parte della verità che proprio in quanto parte mai corrisponde alla verità. Ovviamente vede la verità solo chi vede l’intero, ma per far questo è necessaria conoscenza e progressione dello spirito ovvero filosofia. L’esistenza dello Spirito è ignota nelle accademie persino ai filosofi. Di Spirito, la più concreta delle realtà, non parla nessuno. Lo Spirito è divenuto un’entità metafisica. Il percorso di emancipazione dello Spirito sia individuale che quello collettivo è lento e graduale: per un uomo non basta una vita per un popolo occorrono secoli o millenni. Il “mai” e il “sempre” non esistono, esiste solo il progresso: il modo, la misura e la direzione.

Sarebbe davvero strano che tutti i popoli e tutti gli uomini avessero raggiunto lo stesso grado di civiltà. Il rispetto della diversità non pretende l’uguaglianza. Nell’uguaglianza empatia, compassione, misericordia perdono di significato poiché esse sono le virtù per il suo raggiungimento. L’importante e mettersi tutti per via partendo da strade diverse nella stessa direzione. Questa direzione di avanzamento dello spirito è data dalla sola cultura ovvero dal cambiamento di mentalità, dalla rinuncia a ritenere la propria visione del mondo come l’unica possibile e nel riconoscere che ci sono visoni più progredite rispetto alla nostra. Nessuna equipollente e tutte sulla strada per un destino comune. Per sapere quale occorre la cultura, la cultura per migliorare il rapporto tra io e non io nella relazione con il prossimo e col mondo che ci ospita.

Le forze che oggi si oppongono alla cultura sono il capitalismo e il terrorismo, due mali assoluti che contrastano con la violenza della merce e della ubris ogni possibile emancipazione dello spirito. Una terza forza alimenta questi fuochi: l’ignoranza. Per contrastare l’ignoranza il potere è e deve essere tanto più autoritario quanto essa è maggiore, ovvero quanto più è arretrata la mentalità. Ma il suo fine dovrebbe essere l’autodistruzione per opera dello Spirito, uno spirito messo a disposizione per servire le masse affinché divengano Popolo.

L’autoritarismo quindi di per sé non è né un bene né un male. Sarà un bene ogni qual volta la coscienza popolare è talmente bassa che senza un capo sarebbe il caos, un male quando la coscienza popolare supera quella del potere e il regime, qual esso sia, si pone da freno. Ne consegue che l’unico modo per sconfiggere poteri autoritari è dare cultura al popolo, aiutare lo Spirito progredire. La nazione si fonda sulla cultura. Il primo dovere di ogni governo è far progredire la civiltà della Nazione. Questo dovrebbe essere scritto al primo posto in ogni Costituzione.

Per cultura i più o quasi tutti, intendono o arte o tecnologia, per cultura si deve diversamente intendere avanzamento dello Spirito. Termine in disuso per avvento del materialismo, del relativismo cui servi accademici hanno consegnano la filosofia passando il testimone alla cibernetica. Sofisti, scettici, cinici, nichilisti, materialisti, relativisti, atei sono tutti predicatori che per “realismo” si sono votati alla sfiducia esistenziale e con ciò hanno vanificato ogni possibilità di progresso dello Spirito nella relazione tra il sé e il mondo facendo camminare l’uomo sui piedi anziché con la testa. Inciampano ad ogni passo, ma la testa ormai non gli dice più nulla. Dio è morto e la verità non esiste. Amen.

Ora le vacche hanno lasciato la stalla e nel contingente è violenza. Tutti a pensare al “ora”, sempre in emergenza, senza riflettere che quella che viene definita emergenza è la consuetudine. Privi di qualsiasi idealità nessuno che pensi a pensare, nessuno che sappia come pensare al dopo. Senza alcuna progettualità, una progettualità che solo la filosofia può dare legano di necessità “il dopo” a soli interessi nazionali, interessi egemonici di potere e denaro.

In tempo di pace prepara la guerra o se vuoi la pace prepara la guerra (Machiavelli). E sia. Ma sia chiaro che questo è solo un momento di un corso storico che non ha raggiunto la sua maturità e che cerca la soluzione nella violenza proprio perché la soluzione non è in grado di trovare, perché la soluzione sta solo in quella filosofia che non a caso i più hanno in odio. La Verità è irraggiungibile, passa più distanza tra l’assoluto e l’infinito che tra l’infinito e un punto, ma come sempre quello che conta è il modo e la misura; il modo e la direzione. Modo, misura e direzione sono assoluti in quanto testimonianza dell’esistenza dell’Assoluto.

Sulla necessità di prepararsi la guerra anche in tempo di pace non si discute e possiamo e dobbiamo trovare il modo migliore per farlo senza però dimenticare che sia in tempo di pace che in tempo di guerra dobbiamo ambire alla pace. Che la storia insegni che grossi cambiamenti nello spirito si sono sempre avute col sangue non accredita in modo assoluto che ci sia necessità del sangue per ottenere cambiamenti. Sarebbe come mettere il carro davanti ai buoi, scambiare gli effetti con le cause. Le guerre si rendono necessarie solo nel senso degli effetti per una mancata armonia. La ubris si scatena di necessità quando il potenziale dell’odio e del rancore divengono tali da non poter essere più contenuti e le ragioni economiche o di potere trovano nel nemico il capro espiatorio. Quando le guerre si rendono inevitabili e lo saranno ancora a lungo, il guerriero dovrà addestrare oltre al corpo anche la mente e ispirarsi alle Muse. La nobiltà dell’anima, la pietà per il nemico è un ideale che si addice anche a chi combatte. Potresti mai odiare il leone cui stai sparando perché ti sta assalendo? Nondimeno gli sparerai. 

Siamo tutti colpevoli o tutti innocenti? Quando evolutivamente si è potuto parlare di male e di bene? La redenzione dalla vendetta di nietzschiana memoria è uno dei sentimenti più nobili cui lo spirito possa anelare. Ciò su cui bisogna riflettere è che esistenziali antichi quali l’”appartenenza” si affievoliscono molto lentamente nel tempo, ma non cessano mai interamente di agire. L’allontanamento da questo sentimento è indice di maturazione dello spirito per una nuova e più universale appartenenza nel merito della giustizia.

Ogni volta che si offende l’appartenenza ognuno si sente coinvolto; seppure in misura diversa o diversissima, a torto o a ragione, si sente coinvolto. Far progredire lo spirito in un ambito più grande di generosità che ricomprenda parti progressivamente più ampie del prossimo dentro di noi è operazione dolorosa: siamo diffidenti, più pronti a offenderci e a difendersi che a progredire. Questa resistenza al cambiamento è l’ostacolo maggiore alla cultura. Nel mito della caverna lo schiavo liberato dalle catene viene trascinato all’esteno.

In questo sentimento l’islam è più arretrato e per lo stesso motivo più unito: i terroristi sono anche per molti o moltissimi islamici gente inqualificabile, ma nessun mussulmano può dimenticare in misure diverse o diversissime che sono “fratelli”. Nessun mussulmano inoltre riesce a concepire gli occidentali come fratelli e reciprocamente pochissimi anche i cristiani. Per non parlare degli ebrei. Un sentimento di appartenenza unisce tutto l’islam. Gli occidentali meno sentono questo desiderio e per questo sono più civili, e per questo più vulnerabili. La conflittualità interna è minore in occidente grazie a un maggior grado di civiltà, in occidente le tribù sono pressoché scomparse. Sono sublimate nella Nazione mentre localmente soffrono ancora della “sindrome di appartenenza” a diversi livelli: regionalismi, campanilismi, a testimonianza che l’uomo è sempre lo stesso e che sono solo le strutture esterne a determinarlo in processi evolutivi dello spirito che di volta in volta le modificano allontanando l’uomo dalla bestia. Non a caso il gioco del calcio manifesta e da sfogo a questi aspetti primordiali di appartenenza. Spirito tribale espresso in passato anche nel mondo occidentale con la guerra e ora emarginato nel gioco che a tratti invade il sociale manifestando la sua antica natura. Per cui “omnibus temporibus, in pace aut bello, para pacem” (in ogni tempo, in pace o in guerra prepara la pace) dovrebbe essere la via maestra da percorrere nella convinzione dell’esistenza della verità come via percorribile dallo spirito.




Je suis soldat

images“Guerra totale all’Isis” è il nuovo grido di battaglia consolatorio dopo l’11 settembre di Parigi. Quale che sia il livello d’intervento che si deciderà prossimamente di attuare in Medio Oriente, quello che ormai appare a tutti è l’asimmetria di questa guerra. Non si tratta di un esercito regolare che si contrappone ad un altro esercito regolare come avvenuto in Iraq o a dei guerriglieri come avvenuto in Vietnam. Nè si tratta di un comune campo di battaglia: dai vasti territori desertici del Medio Oriente e Nord Africa alle popolate città metropolitane europee. Il fatto è che si è realizzata da tempo una radicale trasformazione nella concezione stessa delle armi in uso nella nuova guerra in atto. Sebbene i terroristi usino ancora le armi convenzionali, la loro vera è più temibile arma è l’uomo stesso: lo jihadista col giubbotto esplosivo che si fa esplodere in mezzo ad una folla o che spara con un fucile mitragliatore contro un gruppo di persone in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento della vita quotidiana di una città europea nella rivendicata consapevolezza di morire. L’intelligence lo sa da sempre ed ora tutti lo scrivono sui quotidiani che queste azioni sono scarsamente prevedibili e quando si manifestano sono assai poco contenibili nei danni che vogliono provocare. Questa asimmetria nella concezione delle armi corrisponde poi ad una concezione della vita altrettanto diversa tra le parti: noi tutti,  non importa se laici o religiosi,  sosteniamo la “sacralità” della vita di ogni persona e per questo ci dichiariamo anche contrari alla pena di morte e siamo tolleranti. I così detti integralisti islamici non esitano invece con le esecuzioni capitali esemplari, magistralmente diffuse con le tecniche mediatiche, e del martirio ne fanno un valore supremo.

L’asimmetria è anche descrivibile in termini di efficienza: da una parte si usano soldati super addestrati che utilizzano armi sofisticate, complesse e costosissime, sebbene dal potenziale distruttivo devastante, mirando a obiettivi identificati e precisi, dall’altra abbiamo terroristi poco addestrati militarmente ma totalmente indottrinati “religiosamente”che usano se stessi e con poco esplosivo e qualche arma basilare di facile reperibilità seminano morte indiscriminata.  A questa forma di combattimento non è opponibile come alternativa il raid aereo, sebbene questo rimanga necessario a livello strategico, né ha senso correlare tra loro bombardamenti e attentati per identificare, per esempio, i bombardamenti aerei francesi in Iraq come la causa della strage di Parigi. L’autonominato Califfo del sedicente Stato Islamico (sembra che Daesh sia il termine da preferire perché più politicamente corretto) non ha bisogno dei bombardamenti aerei per giustificare le azioni terroristiche in Europa perché questa fa parte della sua strategia di base.

Se per incanto gli jihadisti combattenti in MO e Nord Africa (le cui stime vanno da 20.000 a 200.000 unità a secondo della fonte d’informazione) sparissero oggi tutti improvvisamente, compreso il loro capo Abu Bakr al-Baghdadi, parte degli stimati 15.500 foreign fighters o “lupi solitari” o “jihadisti bianchi” che vagano tra MO e Europa rimarrebbero un pericolo per molti anni ancora. Vuoi per vendetta, per disperazione o per coerenza paranoica molti di loro infatti uscirebbero allo scoperto seminando morte con tanti attentati quanti sono loro numericamente, mentre altri rimarrebbero dormienti tra noi covando frustrazione e rancore in attesa di una prossima occasione. Questa considerazione ci porta alla domanda cruciale : che fare? Le analisi e i commenti prevalenti, da qualunque punto di vista ideologico, convergono sostanzialmente su due soluzioni: intensificare l’intelligence e intensificare l’intervento armato in MO, droni e bombardamenti, con la variante di armare i gruppi “alleati” o “alleabili” locali o intervenire direttamente sul terreno, come in Iraq e in Afghanistan. A tutti appare chiaro il significato di “bombardamenti”, intervento che desta in alcuni la disapprovazione per i probabili  effetti collaterali, o il significato del “intervento sul territorio”, che fa paura per le vittime tra i soldati che inevitabilmente genererebbe (vedi scelta Usa in questi ultimi anni dell’uso intensificato dei droni). Meno chiaro invece appare il significato dell’intelligence, perché entriamo nel campo dello spionaggio, del controspionaggio e dei servizi segreti, locuzione quest’ultima diventata sinonimo di poteri occulti e causa di tutti i mali del mondo.

Quando apprendiamo dai media il numero di terroristi esistenti che ogni agenzia rivela, magari accompagnato da nomi e cognomi, quando dopo ogni attentato veniamo a sapere che alcuni di quei terroristi uccisi o catturati erano conosciuti dalle polizie dei vari Stati, abbiamo la sensazione che i “servizi segreti”, a parte la mancanza di un loro reale coordinamento europeo,  abbiano una conoscenza del fenomeno più ampia di quella utilizzata per intervenire in termini di prevenzione o anche di repressione. Non sono in grado di entrare nei particolari per mancanza di informazione e di conoscenze tecniche sul problema, tuttavia quanto è dato di conoscere è sufficiente per comprendere, se lo vogliamo, che questa è e sarà in buona parte una “guerra coperta”, fatta con sistemi e metodi non convenzionali che l'”opinione pubblica”, quella stessa che inorridita dalle atrocità compiute dai terroristi reclama sempre maggiore intransigenza, non sarebbe disposta ad accettare  se li conoscesse, in nome del diritto. In altre parole, rinunciando ad essere “politicamente corretto”, intendo affermare che questi individui, “foreign fighters” o “lupi solitari” o “jihadisti bianchi”, costituiranno una minaccia per tutta la loro esistenza e quindi andrebbero neutralizzati. Per quello che so, il modello di riferimento dovrebbe essere quello del Mossad, servizio segreto israelianoi cui metodi e risultati (cattura di Eichmann, operazione “Collera di Dio”, operazione Entebbe, ecc) appaiono oggi quelli più efficaci per sconfiggere il nuovo nemico.

Tuttavia, per combattere con efficacia la nuova guerra non basta adottare i metodi dei   servizi segreti israeliani, perché io penso che comunque non basti l’intervento militare e poliziesco, occorre che tutto un popolo eserciti una vigilanza attiva con una coesione sociale forte, la coesione che fa di una popolazione un popolo. E ancora può valere qui il modello israeliano, questa volta in chiave civile. Dalla costituzione dello Stato di Israele (qui non interessano le questioni politiche e religiose) il suo popolo ha dovuto adattarsi in un territorio ostile pur volendo edificare e mantenere un sistema politico democratico. Nel 1990, a cavallo fra le due intifada che scoppiarono in quel paese, feci un viaggio in Israele e tra meraviglie storiche e naturali non mancai di notare alcuni aspetti della vita quotidiana che mi sorpresero molto e che a mio parere denotano la coesione sociale esistente tra quei cittadini. Notai per esempio che i tassisti di Gerusalemme montavano nelle loro auto un apparecchio ricetrasmettitore che li collegava in rete tra loro e con una centrale operativa. Il dispositivo, per altro diffuso anche tra altri privati cittadini, sfruttava la loro costante presenza sul territorio per esercitare una vigilanza attiva che potesse essere d’aiuto alle forze di polizia (e dell’esercito) al fine di prevenire attentati. Ciò che più mi aveva sorpreso era tuttavia constatare che ciò avveniva in un modo assolutamente normale, senza mostrare alcuna ansia o paura dovuta ad uno stato di emergenza che potesse interferire con lo svolgimento della vita quotidiana. Io non penso che nel nostro paese si possa nelle condizioni presenti proporre simili comportamenti (con buona pace di coloro che hanno voluto importare nelle istituzioni il whistleblowing da popoli con ben altra cultura), ma credo che quelli siano i comportamenti che dobbiamo apprendere al più presto. In questa prospettiva credo anche che sia stato un grave errore eliminare il servizio militare di leva e/o il servizio civile perché si è tolto ai giovani di tutto il paese, maschi e femmine naturalmente,  l’unica possibilità di aggregarsi temporaneamente per educarsi alla cooperazione per un fine comune. Sono convinto che un servizio di leva ben organizzato su solide basi democratiche e fini umanitari (per favore non si confonda il mio appello con l’ignoranza leghista o con la nostalgia fascista), fatto in tutti i Paesi europei, che consentisse anche scambi tra come un Erasmus civile, fornirebbe ai giovani l’occasione di educare la propria naturale propensione all’avventura e arginerebbe per esempio il successo della propaganda aruolativa degli jihadisti, fenomeno  che oggi tanto ci allarma.

Ammettiamolo: gli jihadisti stanno ora vincendo, non tanto sul campo di battaglia (prima o poi anche loro saranno definitivamente sconfitti) quanto per gli effetti dirompenti sulla tenuta democratica dei popoli nei nostri paesi occidentali, quelli europei in particolare. Intorpiditi dal benessere e dal consumismo abbiamo generato in Europa due generazioni di giovani dalla coscienza modificata  (chi scrive è nato nel 1948 ed è padre di tre giovani figli) che non hanno mantenuto la memoria del sacrificio delle generazioni precedenti nel conquistare ed affermare i principi della democrazia. Coloro che oggi insistono e giustamente nel ricordare i principi di libertà, uguaglianza e fraternità su cui si è fondata da oltre due secoli la civiltà occidentale a cui apparteniamo dimenticano tuttavia di ricordare che la Rivoluzione Francese è stato un bagno di sangue (colgo l’occasione per ricordare en passant  che Napoleone è stato il primo a voler esportare in Europa la “democrazia”), che tutte le successive Rivoluzioni, Risorgimenti, Guerre d’Indipendenza, Resistenze e Lotte Operaie sono stati tutti bagni di sangue. Risvegliamo dunque almeno con onestà intellettuale le nostre coscienze assopite e riconosciamoci nei nostri principi universali al di sopra delle religioni e delle ideologie. È  la nuova guerra, bellezza, e siamo chiamati a difendere la democrazia, non a praticarla. Siamo tutti soldati.




Mafiacapitale.gov

imagesLa Pubblica Amministrazione, ma l’argomento vale per qualsiasi amministrazione, non è solo costituita dagli adempimenti cui è preposta bensì dal personale che ne fa parte. Il suo buon funzionamento dipende oltre che dall’organizzazione tecnica dalla mentalità acquisita da tutti i suoi operatori, dai dirigenti fino all’ultimo usciere. Questa mentalità all’apparenza impalpabile costituisce il vero “capitale umano” e oltre ad avere un ruolo fondamentale per il conseguimento dei risultati essa connota uno Stato e il suo popolo.

La prima cosa da comprendere è che esiste per ogni popolo di ogni Paese una mentalità comune che connota il suo grado di civiltà e che nel Paese Italia questa mentalità è caratterizzata dalla furbizia che si esprime col comportamento del “farsi i cazzi propri”. I fatti dimostrano che l’ingiusto ha più successo del giusto. Il disonesto ha soldi, meriti e fama, e ai ricchi le consolazioni non mancano. Il “giusto” diviene il potere del più forte quando agisce nel tuo interesse e l’onestà diviene per l’ingiusto solo una forma di stupidità. Che il giusto consisterà nel trattar male gli amici, poiché ne hanno di disonesti e bene i nemici, poiché ne hanno di onesti, non è cosa che riguardi quasi nessuno.

Bisogna porre attenzione tuttavia che non si tratta di un bianco e di un nero, ci sono paesi più civili come ci sono paesi più incivili, secondo gli stessi parametri, ovvero la furbizia arriva a definirsi come un metro di civiltà. Lo è anche all’interno di ogni singola amministrazione differenziando in base a questo parametro un’amministrazione dall’altra in primo luogo regionalmente e a seguire le diverse categorie amministrative.

Per comprendere. Roma ha una sua particolare mentalità, mentalità per la quale il “paraculo” è modello da imitare. I film di Alberto Sordi erano solo per pochi o pochissimi, film di denuncia della meschinità dell’uomo comune, ma per i più la “simpatia” era il maggior attrattore e oltre alla identificazione spingeva all’imitazione molto maggiormente di quanto non promuovesse la critica: il simpatico mascalzone. Essere “paraculi” è sempre stato motivo di orgoglio così come essere romani. Le due cose si sono sovrapposte. Quando sento “non te preoccupà” mi si accappona la pelle. Prendere in mano un’amministrazione con questa mentalità è un rischio enorme.

Bisogna comprendere che quello che sembra vivere nel caos ed essere del tutto casuale all’interno di qualsiasi amministrazione è in verità un sistema ordinatissimo che segue norme comportamentali precise, un sistema che vive nell’illegalità e assegna a ciascuno un suo posto, secondo una mentalità comune enormemente diffusa. Diffusa a tal punto da penetrare anche gli strati più bassi della popolazione. Chi dice “non solo a Roma” o non ha capito nulla o è un fiancheggiatore, infatti come dice il buon Platone non è la cosa in sé ma la misura (catametron),  non res sed modus in rebus. Il modo e la misura caratterizzano ogni realtà rendendo questa diversa dalle altre. Ho lavorato all’Agenzia delle Entrate nello stesso palazzo della Direzione Regionale, della Ragioneria di Stato e del Catasto, in ognuno di questi ambiti si respirava un atmosfera diversa con diverse mentalità cui sottostavano diverse regole, dove i soldi, l’affare, regolavano diversamente anche i rapporti umani.

Generalizzare quindi la furbizia urbi et orbi con un “sempre e ovunque”, “così fan tutti”, per vanificare il discorso o prendere provvedimenti in modo generalizzato e solo punitivo non solo è un errore, ma una dichiarazione di furba malafede o insipiente onestà. Quando si afferma che gli Italiani sono un popolo di furbi prendendo la furbizia come parametro si dichiara implicitamente che l’espressione ammette un fenomeno generalizzato ma che riguarda gli Italiani come altri popoli ma che rispetto agli altri popoli vige “un più e un meno” e che: è rispetto a questo più e meno senza generalizzare che bisogna fare i conti. Significa inoltre che esiste anche un “meno” ovvero che la popolazione in merito alla furbizia ha raggiunto una “ragion critica” maggiore di altri.

Questo è reso possibile perché tra la popolazioni (tutte) esiste una forza, che io chiamo cultura, per la quale la furbizia arretra. Si tratta dunque di far arretrare la furbizia rispetto alla cultura, questo l’obiettivo. Questo movimento è l’essenza dialettica del divenire storico non solo in Italia ma ovunque, dal generale al particolare dalla coscienza sociale fin all’individuo e al suo interno. Nel generale come nel particolare ovvero nel caso in questione, in ogni persona, in ogni singola amministrazione e nel sociale nella sua globalità. Si tratta in definitiva più di premiare gli onesti che colpire i disonesti: far fiorire quei germogli che esistono ovunque ascoltandoli e proteggendoli dalle intemperie. State pur certi che le persone oneste non occuperanno, con le dovute eccezioni (cui bisogna pur porre massima attenzione) posti di rilievo. Costoro non sono persone chiedono incentivi in denaro né  ambiscono a far carriera ma gente che vorrebbe essere solo ascoltata. Si tratta di aprirgli la porta. Chiedono solo riconoscenza. I vantaggi che offre la politica non interessano l’onesto. Diversamente fare vittime sacrificali mirando al risultato in quanto efficienza, efficacia, economicità in obbedienza al pensiero unico, stressando e sfruttando il personale avrà come risultato di demoralizzare quella parte sana che ha resistito una vita alla corruzione e al malcostume conducendo all’interno di ogni singola amministrazione una battaglia personale nella quale da sempre sono stati lasciati soli. Costoro si differenziano non per l’adesione politica ma unicamente per l’onestà intellettuale. Anche tra costoro troverai sempre uno più puro di te. Per contro il messaggio che chiunque è sacrificabile, fare vittime sacrificali seguendo le orme dell’orrido Brunetta, sparando nel gruppo, mettendo tutti alla trireme, indurrà ciascuno alla disaffezione e a rifugiarsi nel costume imperante: una chiaro invito per tutti a farsi furbi e numero e massa. Un avanzamento della furbizia contro la cultura.

Se si vuole cambiare bisogna cambiare la Cultura nel senso di migliorare la mentalità ovunque. Il resto, tutto il resto, risulterà sempre alla lunga inutile o peggio controproducente. La politica deve mirare alla Giustizia e per la Giustizia nessuno è sacrificabile. Il Bene Comune non lascia nessuno indietro. Il fine è il Bene Comune non la vittoria del movimento, che a questo fine è solo strumentale. Solo la cultura ci salverà.




L’estate del nostro scontento

https://youtu.be/yGObGyV_9Q8

https://youtu.be/yGObGyV_9Q8

Quando iniziò il consumismo si diceva con ingenuità che la pubblicità fosse l’anima del commercio. Oggi nel capitalismo globalizzato e totalitario, potremmo aggiornare quello slogan
affermando che la pubblicità rivela l’inconscio del capitalismo. E come avviene per l’inconscio che a volte rivela una verità attraverso i lapsus, così la pubblicità nella frenesia del marketing ci mostra il cinismo che sottende al sistema economico dal quale essa proviene.

Il video di una pubblicità di maglieria, diffusa in questi giorni anche con fotografie su riviste e quotidiani, è ambientato in un paesaggio nordico limpido e leggermente ventoso. Vi si vedono pezzi di ghiaccio staccarsi da un ghiacciaio, sotto un cielo azzurro abitato da nuvole bianche come il ghiaccio, che scivolano sull’acqua corrente come di un ruscello, sullo sfondo montagne rocciose. In primo piano alcuni eleganti capi in lana appoggiati su nudi sassi. Sappiamo che la pubblicità deve vendere, ma non ci accorgiamo che essa lo fa con un paradosso dal momento che vende ciò di cui non parla e parla di ciò che non vende. E in questo caso di cosa parla per vendere maglioni?

Il video evoca il clima primaverile del disgelo che annuncia dopo il freddo e il buio dell’inverno il ritorno della luce e del tepore dell’estate. Tuttavia, l’immagine del distacco di quei pezzi di ghiaccio suscita nella nostra coscienza l’effetto della dissolvenza incrociata con l’immagine dello scioglimento dei ghiacciai causato dal riscaldamento globale, i cui effetti catastrofici sono perturbanti e devono dunque essere allontanati inducendo il rassicurante effetto dell’eterno ritorno alla ciclicità delle stagioni. Una forma di comunicazione che si fonda sul principio del terrore: pensarci sempre, non parlarne mai. Si utilizza una paura, inconscia, per generare un bisogno ed offrire in compensazione una merce simbolica, evocando e allo stesso tempo allontanando dalla nostra coscienza la tragedia del cambiamento climatico che incombe sul pianeta. Il messaggio subliminale diventa: con il riscaldamento terreste andremo incontro ad una eterna primavera in cui non occorrerà più coprirsi con giacconi imbottiti ma potrà bastare un semplice maglione, purché di qualità.

La rimozione del pericolo incombente non si manifesta solo con la negazione del fenomeno stesso del riscaldamento del pianeta a causa dell’inquinamento atmosferico prodotto dall’uomo (non è vero perché non mi piace, dicono gli inglesi), ma anche con la scarsa attenzione dei media verso i fenomeni che il cambiamneto climatico sta producendo in tutto il mondo. Siamo concentrati sul fenomeno della migrazione e sulle sue cause politiche o belliche o economiche che lo determinano, ma ancora consideriamo gli uragani e tifoni sempre più intensi e distruttivi come un fenomeno naturale, mentre non ci accorgiamo che già si manifestano da anni trasferimenti di abitanti dalle isole del pacifico o dai villaggi dell’Alaska (l’Artico si sta riscaldando con una velocità due volte superiore resto del mondo). Da tempo ormai si parla di “rifugiati per del cambiamento climatico” e già si trattano richieste di “asilo climatico” come recentemente avvenuto in Nuova Zelanda ponendo nuovi problemi di diritto internazionale.

Come per i generali desiderati da Napoleone, anche per una campagna pubblicitaria conta molto essere fortunata, e questa lo è stata davvero fortunata, quanto meno in Italia dove una insolita “estate di san Martino” con temperature che arrivano ai 25 gradi sta regalando giornate splendide e calde che rendono tanto felice la gente facendola sentire nuovamente in vacanza e offrendo loro l’occasione per insperati week end, perché si sa: la vita è altrove.




Mafia popolare

UnknownIl sistema della collusione all’interno delle amministrazioni pubbliche funziona così: ognuno secondo la sua omertà, a ognuno secondo i suoi favori. Quando un’amministrazione è marcia perché esiste al suo interno un sistema consolidato di malaffare (tangenti, raccomandazioni, scambi di favori e altro) è necessario che al suo interno dal primo all’ultimo tutti siano coinvolti. Ciascuno viene favorito a seconda del grado in merce o pelosi favori. Tutti possono impunemente violare le regole e anche la legge, devono farlo di routine, purché stiamo al gioco: omertà. Chi non lo fa è classificato come “rompicoglioni”: è persona pericolosa. Così l’usciere può timbrare in mutande e la ciurma timbrare per tutti e poi andarsene magari a spasso. I babbei si dicono scandalizzati. Ebbene non solo nessuno li controlla, ma tutti si guardano bene dal controllare. Vige il “fatti i cazzi tuoi”, undicesimo comandamento. Dopo che uno è stato assunto si accorge in breve tempo di tutta la baracca, cosa peraltro che potrebbe fare con facilità qualsiasi istituzione deputata al controllo, e al mal capitato non resta che adeguarsi o denunciare: si facciano i nomi. Una domanda si pone: “ma che non lo sanno?”. Ovvio lo sanno, tutti lo sanno, e quelli che non lo sanno sono doppiamente colpevoli. E allora? “non sarò io certo a cambiare il sistema” ovvero mi adeguo. Tanto vale entrare a far parte del gioco e approfittarne. Chi più chi meno. Chi resiste e chi mette gli sci. Altro che whistleblowing.

Bisogna considerare d’altro canto la sorte di chi al gioco non partecipa e denuncia. Che fine rischi di fare chi denuncia tutti lo sappiamo. E oltretutto ci vogliono le prove. Cosa per cui subirete un vero e proprio interrogatorio se non un processo da parte delle autorità in un atmosfera da tribunale, in un clima di sospetto in cui a voi parrà di essere non il denunciante ma l’imputato. Non sarete per caso un calunniatore? un pentito? un infame che denuncia per una vendetta personale? e più in questo senso che in altri si volgeranno le indagini. Per non parlare delle ingiurie e minacce cui sarete sottoposti dai colleghi e dai loro parenti. Potete anche correre il rischio di essere messi alla berlina dai media e gettai nelle caritatevoli braccia dell’opinione pubblica: “del resto noi che ne sappiamo?”. Non sanno niente, ma non mancano mai comunque di schierarsi. La calunnia è un venticello e la macchina del fango scaverà in tutta la vostra vita e in quella dei familiari e se non troverà nulla vi taccerà di voglia di protagonismo. Vi nascerà dentro una rabbia che vi condurrà alla nevrosi, alla disperazione.

Chi sano di mente può con fragili vele attraversare da solo una tempesta? I migliori, i filosofi, possono solo resistere così come a suo tempo indicato da Borrelli, e per il resto aspettare tempi migliori, ma la massa chinerà la testa e si guarderà bene dal denunciare chicchessia aprofittando di quello che passa il convento. Ben 83 testimoni di giustizia hanno denunciato recentemente di aver avuto la vita sconvolta e di essere stati abbandonati dallo Stato (in verità dal Governo, da questo e dai precedenti). Anni fa lessi su un quotidiano di un imprenditore che stava saltando da una finestra per suicidarsi e fu fermato all’ultimo momento dai carabinieri. Che cosa aveva fatto? Aveva aperto un’impresa al sud e si era rifiutato come richiesto dalla criminalità locale di pagare il pizzo. Da allora ha perso la fabbrica e non ha più rivisto la sua famiglia. Notizie passate in cavalleria più veloci di una meteora. Nessun giornalista che abbia rilevato la gravità di questi fatti per la democrazia nel nostro paese. Eppure non prestare assistenza o peggio attaccare chi denuncia, abbandonarlo così come hanno denunciato all’opinione pubblica i testimoni di giustizia è un comportamento criminoso e criminogeno. Un chiaro messaggio mafioso rivolto a tutti, alla cittadinanza al suo completo, un invito all’omertà e a farsi i cazzi propri. Un perniciosissimo messaggio culturale che abbassa la cultura dell’intero paese.

Quindi se a San Remo sono stati colti in flagrante i “servi”, non basta chiederne il licenziamento, bisogna doverosamente chiedersi chi li ha compromessi e ammaestrati e puntare l’indagine direttamente su chi ha permesso la malvivenza, indagare là dove il marcio ha ben altre dimensioni. Nel sistema del malaffare, nel malaffare come sistema, certi privilegi non solo non sono casuali, ma sono creati ad arte affinché tutti siano coinvolti e complici nel medesimo malaffare. Non è forse così per tutta l’Italia, il bel paese dei furbi? “Si io, ma loro …” si difendeva don Abbondio, vaso di terracotta tra vasi di ferro. Oggi Cantone denuncia che chi è onesto nella pubblica amministrazione non fa carriera. Degnissima persona, ma deve aver soggiornato fino ad oggi nel paese dei balocchi. Vorrei suggerire alla Magistratura di uscire dalle aule dei tribunali e usare la polizia giudiziaria o quanto messo a disposizione per penetrare realtà di cui quello che viene data loro notizia non è altro che la punta di un iceberg tale che tagliata la punta una nuova punta spinta dal basso torna ad affiorare, di indagare con molto più giudizio di quanto si sia fatto in passato. Non si fa il proprio dovere aspettando, ma agendo.

Abbiamo bisogno di molti, moltissimi Serpico (film da meditare e che da noi dovrebbe assumere una valenza formativa). Tanto per comprendere, Serpico dopo aver denunciato il malcostume tra i colleghi poliziotti è dovuto andare a vivere in Svizzera e questo nei civilissimi USA. Bisogna quindi affermare che oltre alla fedeltà pretendiamo l’onestà degli agenti delle forze dell’ordine al servizio dei cittadini, vogliamo scrupolosi servitori dello Stato nel suo ideale di giustizia, in odio alla violenza e alla vendetta. Bolzanetto, il G8, Cucchi, Aldrovandi suonano come altrettanti moniti che spingono nella direzione dell’intimazione dell’intera popolazione a starsene buona. Dietro la democrazia il manganello o peggio è sempre pronto. Fatti gravissimi indegni di qualsiasi democrazia sottaciuti sempre dai governi per non inimicarsi il braccio violento della legge per il quale però ha sempre solo lodi. Chiedo la libertà di potersi esprimere senza timori di lesa maestà nei confronti di istituzioni che depistano, insabbiano, minacciano, abbandonano, deviando pericolosamente dai loro compiti istituzionali e dalle loro responsabilità, soprattutto quando inquisiscono in un’atmosfera di sospetto e diffidenza chi denuncia. Solo la cultura ci salverà.






L’esodo senza profeta

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Alla fin fine, l’uomo ha due modi per affrontare la realtà: per necessità o per volontà. Il primo lo spinge ad agire di fronte all’emergenza posta da un fenomeno non più evitabile con l’emotività che tale stato comporta. Con il secondo egli prevede l’insorgere dei fenomeni, con la ragione ne individua le cause e si predispone ad affrontarli.

Ora, accade che nelle democrazie fondate sul consenso la coscienza delle maggioranze si formi prevalentemente sulla percezione, in particolare su ciò che viene fatto loro vedere come ben sanno i massmedia, mentre sarebbe auspicabile che si fondasse sulla conoscenza dei fatti e sull’uso della ragione per comprenderli. La rappresentazione mediatica dell’esodo migratorio via terra  lungo le strade dal Medio oriente e dall’Africa ha superato quel valore di soglia percettivo al quale eravamo abituati dalle attraversate via mare, per diventare grazie alla comunicazione di massa un “fenomeno epocale”: dalla percezione di pacchetti di emigranti affollati su gommoni a quella di colonne di profughi che tentano di superare fili spinati e muri.

Mentre le politiche degli Stati europei esitano per mancanza di visione e per opportunismo, la coscienza dei loro popoli si è rapidamente polarizzata tra “accoglienza” e “respingimento”, una dialettica in forma ideologica del conflitto vissuto inconsapevolmente tra la redenzione dal senso di colpa per la supremazia occidentale e la paura di nuove invasioni barbariche. Nello schieramento ideologico riconosciamo facilmente un “popolo di sinistra” che favorisce l’accoglienza e un “popolo di destra” che favorisce il respingimento,  entrambi i due “popoli”sono mossi dallo stato d’animo di fronte all’emergenza e da questa spaventati invocano scelte politiche ad migrazionem, considerando la migrazione come una variabile indipendente dalla quale far derivare le scelte politiche, dimenticando o spesso ignorando le cause.

Tra i tentativi di ragionare sul “fenomeno epocale” per risalire alle sue cause geopolitiche e quindi individuare ipotesi di soluzione su cui fondare l’azione politica, segnalo quello di Ernesto Galli della Loggia apparso il 31 agosto sul  Corriere della Sera. L’autore  individua quattro equilibri prossimi alla rottura (migratorio, demografico, climatico e lavorativo) che possono sopraffare le democrazie per concludere le sue argomentazioni con una nichilistica previsione da “tramonto dell’occidente”: “le nostre democrazie (…) si avvieranno a occhi bendati, come oggi stanno facendo, verso le tenebre del futuro”.

Occorre tuttavia ancora un chiarimento sulle cause. Le variabili identificabili come causali e quindi rispetto alle quali il fenomeno migratorio deve essere considerato come variabile dipendente sono la demografia, il clima e la geopolitica. Il disposto combinato di questi tre fattori, nell’assetto economico esistente, rischia di fare del fenomeno migratorio la tempesta perfetta del XXI° secolo. Sulla demografia si sa abbastanza: la migrazione in corso che tanto sgomenta l’opinione pubblica europea rappresenta soltanto la colata lavica di quell’eruzione da tempo esplosa costituita dall’evoluzione demografica planetaria. Considerando, per esempio, solo due continenti, possiamo osservare che oggi l’Europa UE-28 con i suoi 505 milioni di abitanti è avviata al declino demografico (la non sostituibilità demografica) con un tasso di fertilità medio al 1,6 figli per donna (in Italia è 1,4), mentre il Continente africano conta già oggi oltre 1,1 miliardi di abitanti e le proiezioni lo assestano a 1,6 nel 2030 e al doppio entro il 2050. Quanto al fattore climatico, i rapporti annuali dello IPCC sono sempre più precisi ed allarmanti per quanto riguarda gli effetti catastrofici delle variazioni climatiche in atto: la temperatura media non dovrà aumentare più di 2 gradi entro questo secolo, pena il superamento del punto di non ritorno per un equilibrio sostenibile. Da ultimo la geopolitica. Le strategie messe in atto dalle attuali principali potenze quali gli USA, la Cina e la Russia dopo la caduta del Muro di Berlino sono tornate ad essere conflittuali in quanto aventi interessi economici e politici convergenti: il controllo a livello planetario delle risorse energetiche, minerarie, idriche e agricole.

Ora, tutte queste cause possiedono una comune caratteristica, quella di essere prevalentemente di origine antropica e come tali può valere per esse la similitudine con la crescita di una popolazione batterica che trova il suo limite nelle dimensioni del supporto fisico dove avviene la coltura. Infatti, così come per i batteri anche per la specie umana esiste il limite costituto dalla finitezza del pianeta sul quale vive e si riproduce. Si esprime ciò con il concetto di sostenibilità, ma in realtà, sebbene noi non conosciamo quali siano le quantità accettabili per ognuna di esse, tuttavia avvertiamo la vicinanza del limite: una popolazione mondiale a fine secolo di quasi 12 miliardi di individui è sostenibile dal pianeta Terra? Una tale popolazione potrà abitare nelle città, circolare su auto, possedere elettrodomestici, utilizzare acqua e cibo nella stessa proporzione dei consumi attuali? Appare evidente che il problema, come la sua soluzione, non possa essere così impostato, perché la questione non risiede tanto nelle cause quanto piuttosto, per andare più alla radice delle cose, nel modo con cui quelle cause vengono gestite. E dal momento che le cause dei mali dell’uomo sono da ricercarsi nell’uomo, come già sosteneva Karl Marx, per il quale“essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso”, dovremmo spostare l’attenzione non tanto e non solo su ciò che l’uomo produce, ma sul modo con cui lo fa, quindi su quella forma economia, il modo di produzione capitalistico, che nasce in Europa a partire dal XI secolo consolidandosi nell’intero Mondo dopo il crollo del Muro di Berlino e del comunismo.

Dopo la religione l’ economia si presenta oggi come la madre di tutte le ideologie, come principio e pensiero unico che domina su tutti i valori umani: l’universalismo del mercato come l’alfa e l’omega. Ma c’è una misura nelle cose e dunque anche nel capitalismo il cui limite è determinato dalle sue esternalità, dalla natura stessa. Sulle prime pagine dei testi di economia si legge che le “risorse sono scarse e i fini sono alternativi” e, dunque, è solo la volontà dell’uomo che può cambiare lo stato di cose presenti: ormai solo una rivoluzione potrà salvarci.