Chi può conoscere di più una cosa di chi l’ha provata sulla propria pelle? Questo adagio legato alla personale esperienza è una delle più madornali bestialità. Gira indisturbata nella testa di tutti. E diventa spettacolo.
Parimenti si ritiene che chi subisce, in quanto sofferente, abbia voce in capitolo “per dire la sua”, per suggerire rimedi alla sua situazione supponendo nel più terribile degli equivoci che chi ha ragione sia in grado anche di ragionare. Pensate a questo: forse che un malato di cancro conosce la materia più di un oncologo? Dovrà essere lui a suggerire rimedi? Esorcismi per il malocchio, spiriti, decotti, tisane, terapie new age? Ancora. Se vediamo aggredire qualcuno per strada potremmo senz’altro affermare che l’aggressore è una persona malvagia e decidere o meno di intervenire, ma con altrettanta certezza non possiamo dire nulla, assolutamente nulla, sulla bontà o cattiveria di chi viene aggredito. L’oppresso potrebbe essere anche peggiore dell’oppressore, dell’oppresso non ne sappiamo nulla. Eppure corriamo in soccorso dell’oppresso non solo per salvarlo dall’aggressione, ma per ascoltarne l’opinione con un indebito sillogismo: se l’oppressore è cattivo allora l’oppresso è buono e viceversa. Siamo impestati da luoghi comuni.
Per informarmi sullo stato delle cose sono moralmente e civilmente obbligato ad interessarmi anche ai programmi televisivi, dai “migliori” ai più scadenti, perché sono tutti documenti del costume dell’epoca. Sono portato di conseguenza a seguire, sempre meno in verità, talk show che meglio di altri programmi fanno il punto sulla situazione. Sono tutti di natura populista e tutti cercano l’audience. Denunciando il disagio, il disastro o la tragedia cercano di far notizia e ovviamente per far notizia bisogna parlare di quello che alla gente interessa e dare visibilità alla gente stessa, rendere la gente protagonista, farla comparire in televisione e farla parlare. Si chiede di conseguenza alla gente non solo di denunciare il disagio, ma di esprimere la propria opinione, accreditando ad ogni opinione proferita non solo valore di realtà, ma di verità. Ogni sproloquio proferito viene così elevato ad opinione, mai contraddetto, per lo più riverito, il pubblico a casa si riconosce nell’opinione espressa e il gioco è belle che fatto. Assenso del presentatore, applauso del pubblico. Disgustoso.
Quando la gente parla io mi rendo consapevole solo del degrado culturale in cui versa l’intero paese. Degrado, questo sì che è responsabilità della politica, sia di chi ci ha governato, sia di chi è stato all’opposizione perché né uno né l’atro si sono ancora accorti dell’arretratezza culturale in cui versa il paese. Questa rincorsa al ribasso della cultura popolare espressa dai politici e dai giornalisti alla ricerca del consenso è quanto di più culturalmente pernicioso per il paese. La gente con i politici odia la politica, l’unica santa istituzione che può trarli d’impaccio, confonde il trono con il re, l’istituzione con il suo malgoverno. Come potrebbero diversamente? Sono appunto la gente. Quella che si trova unita in piazza e nemica nel condominio, che a bocca aperta ascolta l’imbonitore. La polis è uscita non solo dal cuore delle gente, ma anche dalle istituzioni. C’è stato un tale degrado culturale che ha precipitato il paese in un analfabetismo sociale, politico e filosofico.
Tor Sapienza. “In un quartiere malfamato della periferia …” si legge in più di un romanzo. Alla lettura nessuno obbietta, va da sé che un quartiere periferico sia anche malfamato, superflua ogni spiegazione. Ma se si tratta di intervistare la gente di quel quartiere subito si dimentica e si corre subito e senz’altro a sostenere qualsiasi sciocchezza venga proferita dalla gente di quel quartiere, purché sia la gente a parlare. A straripare non sono solo i fiumi ma l’ignoranza. Poi arriva il professore: il degrado e la malavita nelle periferie sono fattori endemici cui la politica dovrebbe porre rimedio. In che modo? Dando ragione alla gente … passerelle di politici nel quartiere e passerella la trasmissione stessa.
Una meschina ipocrita, opportunistica e colpevole piaggeria si eclissa dietro a uno sciagurato amore per il popolo. Sorge la domanda delle domande: di chi la colpa? Di chi la responsabilità? E tutti i pecoroni dietro al pifferaio di turno a cercare una risposta con una certezza nel cuore : “abbiamo ragione noi e siamo incazzati”. Tutti a puntare dita e forconi ora contro questo o quello, ora contro i politici, ora contro gli immigrati, ora contro i rom. Gli uni e gli altri che bella babele di imbecilli. L’ignoranza, quella di tutti, grazie ai talk show si fa opinione e attraverso il degrado raccoglie il consenso. Più basso è il livello del pensiero e quello della pancia, più si avvicina al “gusto” popolare e più consenso si raccoglie. Alla fine i politici per ottenere il consenso prescrivono “decotti e tisane” come rimedi contro il cancro e i malati votano gli stregoni. Salvo poi lamentarsene. Solo la cultura ci salverà.
In fondo ma solo in fondo, le cose sono semplici. La scienza progredendo elimina le credenze delle epoche passate. Questo asserito è apodittico ovvero ovvio e incontrovertibile, ça va sans dire. Tra le credenze passate vanno senz’altro annoverate quelle contenute a proposito del mondo fenomenico nei “Sacri Testi” che nell’enunciazione mostrano nel merito unicamente la limitatezza delle conoscenze e delle credenze dell’epoca. Che male c’è? Che male ci sarebbe ad ammetterlo? Poi le cose si complicano, si fanno confuse. È prerogativa dell’ignoranza complicare le cose.
Con dire apodittico ovvero ovvio e incontrovertibile, questa volta un dictat, la Chiesa deve considerare come assolute tutte le verità contenute nei Sacri Testi in quanto “rivelate”, rivelate da Dio, così la Chiesa si è impegnata a sostenere pseudoverità che ritualmente vengono dalla Scienza di volta in volta sconfessate. Da qui il conflitto Chiesa-Scienza e il conseguente atteggiamento oscurantista della prima, ovvero un credo dottrinale e una politica ecclesiastica contraria da sempre anche se con forza e modalità diverse ad ogni progresso scientifico. Malgrado la Chiesa si mostri, come ovvio che sia, di volta in volta perdente di fronte alla Scienza tuttavia pare non capire la lezione e mantiene costantemente anche ai giorni nostri i “freni tirati”. Il suo alibi è “i fedeli non sono pronti” e “bisogna aspettare che anche l’ultima pecorella sia rientrata nell’ovile”.
Concordo in parte con questa posizione: ogni verità deve essere calata nel contingente in modo tale che gli uomini in catene in fondo alla caverna abituino i loro occhi alla luce (come insegna Platone nel Mito della caverna). Diversamente ti si rivolteranno contro, ti uccideranno . L’unica realtà per chi è in catene sono solo le ombre, solo ciò che appare. Il mondo dell’apparenza, la società dello spettacolo, è l’unica realtà a cui il popolo è aperto. Pur trattandosi di un’interpretazione e non della realtà, il percepito è l’unica realtà per chi non “vede”.
Ed è con questa pseudo realtà che chi ha occhi per vedere deve nel secolo confrontarsi. Il contingente dunque non permette al popolo la conoscenza diretta della Verità: la caduta delle pseudoverità contenute nei Sacri Testi possono diminuire la fede, e con essa il consenso e il potere della Chiesa. La distinzione tra un sapere fenomenico e un sapere religioso in termini di fede non è ancora interamente avvenuta presso la Chiesa, ancora si cerca di salvare le credenze legate all’epoca.
Certo non è più sostenibile affermare che la terra è piatta o che è al centro dell’universo, ma la rivoluzione copernicana non è stata ancora del tutto digerita e la teoria evoluzionista che spazza il creazionismo suona ancora blasfema nelle orecchie della maggior parte dei credenti. I teologi più illuminati ben sanno che Dio non è un uomo, e ora il Papa stesso ammette l’evoluzione. Recupera la creazione come un atto più complesso in mente dei. Ma queste verità non trovano terreno fertile presso i fedeli e questo perché si ritiene i fedeli non ancora pronti ad accettare tale distinzione. Il credo deve confortarli anche nelle cose materiali dell’esistenza e operare miracoli. La superstizione che si lega alla religione è tutt’altro che sconfitta. Con quanta prudenza la politica ecclesiastica offra ai fedeli le novità della scienza può essere motivo di critica, ma credo si debba accettare sul tema un civile confronto. Credo sia opportuno dare a Cesare quel che è di Cesare e lasciare alla Chiesa quel che è della Chiesa. Dovrebbe far parte di quell’atteggiamento dello spirito che viene definito come “pluralismo” e nella tolleranza ammettere strade diverse per conseguire la verità. Di contro tuttavia al relativismo per il quale diversamente la verità non esiste.
A giustificazione dell’operato della Chiesa aggiungo un altro parametro: la Chiesa deve operare nel contingente pensando alla propria esistenza non nei secoli ma nei millenni. Deve quindi calarsi nella realtà con grandissima prudenza, certa di non perdere consensi, seguendo passo, passo la crescita culturale dei fedeli. Si tratta di una messa a punto: due passi avanti e uno indietro. La Chiesa risulta essere così fedele alla mentalità di volta in volta espressa dai fedeli, termometro dell’ignorantia populi. Il dover mediare nel contingente tra verità e cultura presso i fedeli implica necessariamente oscurare secondo misura la verità. Problema non solo della Chiesa ma di qualunque potere comunque costituito. Ogni regime infatti si misura sulla cultura popolare, equilibrio tra la forma di potere costituita e la coscienza popolare conseguita.
Su un piano più estensivo, al di fuori di problematiche ecclesiastiche benché come sopra esposto ritenga prudente l’atteggiamento della Chiesa a calare verità scientifiche nel contingente, mi trovo tuttavia ad asserire che è immorale porre confini alla conoscenza, condannando senz’altro come oscurantista ogni atteggiamento volto a limitare qualsiasi ricerca o sperimentazione scientifica. Ciò che trovo sconveniente quindi da parte della Chiesa è sconfinare nel secolo, ostacolando all’interno della politica sociale ogni possibile progresso con una morale che appartiene alla sola Chiesa, morale spesso non condivisibile da chi alla Chiesa non appartiene e vorrebbe cercare la verità in ambiti più vasti. La Chiesa, come qualsiasi altra chiesa, non ha il Verbo anche se questa affermazione per ogni dottrina religiosa che ritenga per sé essere “la vera religione” suona ovviamente come eresia.
Il pluralismo per qualsiasi religione è inammissibile. L’atteggiamento ecclesiastico di fronte alle scoperte scientifiche è giustamente chiamato oscurantista quando e perché tende ad ostacolare la ricerca della verità. Si pone ora imperativo il problema di quale verità si stia trattando. Che cos’è la verità? In genere la confusione è tale perché non solo si scambia “questo per quello” ma anche perché si con-fonde, ovvero si fondono insieme significati diversi. Da che vita è vita, affermazione qui tutt’altro che retorica, esistono infatti diverse verità. Esiste una verità fenomenica che riguarda la Scienza e una verità fenomenologica legata allo Spirito che riguarda verità filosofiche, morali e teologiche. Direbbe Platone una cosa sono le cose, un’altra è lo spirito.
Un becero monismo che non considera la distinzione tra corpo e anima (comunque si voglia intendere lo spirito) affrancato da tempo da un altrettanto rozzo materialismo di varia provenienza, non ammettendo questa distinzione per motivi ideologici contingenti, con-fonde verità materiali con verità spirituali cosicché l’asserito a proposito delle verità contenute nei Sacri testi diviene uno, sia per i credenti che per i non credenti. Questa mancata distinzione tra materia e spirito sta quindi alla base di ogni possibile confusione. Questa ignoranza mantiene il presente in odio alla filosofia non solo tra il popolo ma anche tra intellettuali che al materialismo e al monismo si rifanno.
La tragedia è che la più sconvolgente avventura evolutiva di tutto l’universo da quando l’universo è esistito: la comparsa della vita che ha separato la materia facendola altro da sé, non è ancora appieno stata compresa e che contingenti e pur necessarie teorizzazioni ideologiche (parlo della Chiesa come del materialismo e molto altro) oscurano di volta in volta questo avvenimento negando lo Spirito nella sua fysis ed evoluzione come cosa in sé e per sé distinta dalla materia. La mancata distinzione nei testi sacri tra verità fenomeniche e verità spirituali poiché uno e solo uno era l’intendimento della verità nella testa di tutti ai tempi, confonde ancora oggi il pensiero religioso. D’altro canto il ritornello nietzschiano del “Dio è morto” ha ucciso col materialismo un male inteso spirito sicché verità morali e filosofiche hanno perso di forza e di significato. Alla fine abbiamo una Chiesa che recupera allo spirito questioni puramente fenomeniche e un pensiero laico che vorrebbe recuperare alla materia ciò che appartiene allo spirito.
Il termine Spirito viene di conseguenza da tutti mal-trattato, da un lato Spirito inteso come Spirito Santo e dall’altro una filosofia che non ne comprende non solo la necessità ma neppure l’esistenza. Se non ne vien neppur accettata la forma, il significante, che dire della sostanza? Dare alla scienza quello che è della scienza e allo spirito quello che è dello spirito è più che mai necessario. Solo la cultura ci salverà.
Dal riconoscimento della diversità non consegue logicamente l’eliminazione del diverso. Dal dizionario si evince il termine razzismo nella sua definizione più semplice, si riferisce ad un’idea, spesso preconcetta e comunque scientificamente errata, come dimostrato dalla genetica delle popolazioni e molti altri approccimetodologici, che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare, ipotetico, raggruppamento razzialmente definito possa essere definito superiore o inferiore a un altro.
Per comprendere meglio il punto: nell’olocausto dei nazisti si riconosce questa convinzione, non solo nella natura propria del pensiero ma nelle conseguenze del tutto non implicite di tale credenza. L’eliminazione del diverso non è conseguenza logica del riconoscimento della diversità. D’altra parte il popolo ebraico si considera una “razza” non in base a convinzioni genetiche, ma per elezione in base ai sacri testi. Con ciò tuttavia non sono confessionali né pensano neppure lontanamente di dover eliminare altri popoli. Bisogna riconoscere quindi che il razzismo in entrambi i casi nella sostanza consiste nel riconoscimento del diverso o meglio nel riconoscimento di sé come diverso e in particolare “migliore”, cosa per cui al sé vengono attribuiti privilegi non concessi all’altro. Che fare del diverso è altra questione.
Occorre a questo punto una precisazione linguistica. Il termine “razza” in bocca al popolo ebraico può apparire qui politicamente non corretto, ma bisogna comprendere che il termine ha significato ben diversamente prima e dopo dell’avvento del nazismo. Friedrich Nietzsche in Al di là del bene e del male per quattro pagine discredita in modo totale gli antisemiti dell’epoca affermando che gli ebrei, loro si, possono pregiarsi di essere una razza mentre la popolo tedesco non era ancora riuscito. Il popolo ebraico si è riconosciuto per millenni non solo nella religione ma anche nell’etnia. Il pensiero di poter “non essere una razza” è una più che giustificata reazione successiva in seguito all’avvento del nazismo e dell’olocausto. Ancora. Ragazzo negro è un romanzo di formazione dello scrittore statunitense Richard Wright. Libro da adottare nelle scuole. Ebbene Richard Wrigth è uno scrittore di colore che nel suo romanzo indica la gente di colore col termine “negri”. Come si può ben comprendere i termini cambiano nella sostanza, nel giudizio di valore, il significato quando un’ideologia storica li riempie di contenuti emotivi. A ragione quindi un teologo ebraico non schiavo dei tempi può rivendicare per il proprio popolo il termine come da sempre inteso, per secoli, scavalcando la barbarie dell’epoca.
La storia del sé e dell’altro da sé è vecchia come il mondo e trova origine a partire dalla cultura animale quando il maschio di un gruppo caccia o uccide il maschio di un altro gruppo. Il privilegio, per chi intende, è insito in una categoria fondamentale dell’essere: l’appartenenza. Come le foglie di una cipolla con l’io posizionato al centro, l’individuo recita “mio” di tutto ciò cui appartiene difendendo vieppiù gli strati quanto più sono interni. Diverso diviene così tutto ciò che si oppone all’io e verso cui l’io si sente in diritto di difendere. Negli strati più esterni tuttavia trova alleanze e maggior forza alle proprie convinzioni che di rimando rafforzano l’io. “I miei figli …”. Razzismo, nazionalismo, regionalismo, campanilismo, sono tutte espressioni di diverso grado in difesa dell’appartenenza. Tra uno strato e l’altro tuttavia esistono soluzioni di continuità non solo rispetto al “pensato” ma soprattutto all’ ”agito”.
I leghisti mi sono antipatici, sono rozzi e ignoranti e questo è un fatto, hanno un “io sento” più corto delle loro braccia, di dove possono arrivare, ma sentirli definire “razzisti” è sempre stata per me una bestemmia. Sono indubbiamente campanilisti e la loro visuale non è mai andata oltre a un regionalismo. Ora e solo ora: ”prima gli Italiani”. Che esita una differenza razziale degli uomini o meno non ha mai navigato nelle loro teste. Razzismo? Giustamente se ne stupiscono, non capiscono neppure di che si stia parlando. “Io so soltanto che …” Un tiro di schioppo da casa loro e nebbia, altro si rifiutano di conoscere. Della calunnia, perché di calunnia si tratta, giustamente se ne indignano e proprio grazie a questa falsa accusa essi crescono. Riconoscono nel sociale categorie diverse solo perché queste categorie vanno contro gli interessi propri e della propria gente, quella gente sana che lavora, che pensa alla pagnotta per sé e per i propri figli, che di politica e di cultura non ne ha mai voluto sapere. Gente che vede solo il proprio naso e che sul proprio naso ha tutte le ragioni e i diritti di schiacciarsi i punti neri. Altro non interessa loro.
Dunque, se volete che i leghisti divengano razzisti non dovete fare altro che dar loro dei razzisti: le cose esistono quando assumono un nome. Dal nazionalismo al razzismo ce ne vuole, ma è solo l’ulteriore passo e in tempi di crisi … In altre parole questa regressione a destra dovuta e voluta dalla mancanza di Cultura è provocato da sinistre analfabete che accusano l’orbo di essere cieco. Il terreno è fertile, care sinistre, e voi lo state concimando.
Alla fin fine, per quel che mi riguarda, quando anche la convinzione secondo cui “la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare, ipotetico, raggruppamento razzialmente definito possa essere definito superiore o inferiore a un altro” fosse biologicamente fondata, il mio pensiero è che queste distanze comunque considerate meritino, con tutta l’umanità possibile di contro alla natura, di essere superate nella prospettiva di una utopica assoluta convivialità. Parlo di quell’ Amor che regge il mondo e tutto lo governa.
Sono razzista? Solo la cultura ci salverà.
Si può affermare senza paura di sbagliare che in Italia gli studenti sono, dopo gli operai e i politici, gli esseri più universalmente disprezzati.La scuola italiana per evitare la fuga dei cervelli taglia loro preventivamente le gambe.È accaduto in un liceo classico di Barletta, questa volta disfida assai poco cavalleresca, che gli insegnanti non abbiano riconosciuto alla conclusione del quarto anno e per la prima volta la media dell’otto ad un eccellente studente di 17 anni dotato per la Fisica che voleva anticipare gli esami di maturità e potere così accedere ad uno stage al Cern, che già lo aveva accettato per il suo talento.
“Ci sfidava, il nostro compito non è promuovere i talenti ma educarli”. Questa è la visione pedagogica di quegli insegnanti e naturalmente l’educazione si fa con la punizione. Costoro lo hanno fermato con un sette in condotta e un sette in Fisica a causa dei suoi comportamenti da loro ritenuti scorretti, abbassandogli in tal modo la media necessaria per accedere con un anno di anticipo agli esami di maturità.
Il risultato di tale esclusione è stato che il cervello Daniele Doronzo si è ritirato da quella scuola, è stato ospitato comunque dal Cern di Ginevra la scorsa estate ed è quindi fuggito negli USA a San Francisco dove oggi si sta preparando per sostenere il prossimo anno gli esami di maturità, come privatista in un’altra scuola vicina a quella che lo ha “educato”, e dove vorrebbe quindi restare per proseguire i propri studi.
Non mi consola la certezza che quegli insegnanti non potrebbero fuggire all’estero, sono al contrario indignato per come una simile miserabile mentalità possa essere tollerata dalle istituzioni e creare gravi danni alle persone, quindi al Paese. Meriterebbero l’immediata interdizione dall’insegnamento per giusta causa, altro che difesa del posto di lavoro. Qui non si tratta di diritti o di articolo 18, ma di civiltà. Si tratta del passaggio dalla famiglia, alla società civile e quindi allo Stato. Dall’appartenenza alla competenza: un cammino interrotto nel nostro Paese.
La legge evolutiva: “Il tempo rende certo quello che è altamente improbabile”; la legge dei grandi numeri: “Datemi un tempo sufficientemente lungo e il rosso uscirà di seguito cento volte”. Così l’evoluzione: quello che è eccezionale può diventare regola grazie alla selezione, non ha che da attendere. Attenzione però solo poche eccezioni sopravvivono per il resto “strage” e “olocausto” sono solo degli eufemismi. La dea Kalì rottama l’essente.
Scrive il paleontologo David M. Raup: “Le specie di animali e piante sulla Terra sono circa quaranta milioni. Nelle epoche passate ne sono esistite fra i cinque e i cinquanta miliardi. Perciò solo una su mille vive ancora. L’insuccesso è del 99,9 per cento: un record di sopravvivenza davvero misero. La regola, dunque, è che le specie si estinguono.”
Con buona pace degli ambientalisti con cui pur concordo nella salvazione, bisogna tuttavia rendersi conto che la regola è l’estinzione e che il tentativo di salvataggio è contronatura. La natura preserva il bello eliminando il brutto. Colgo l’occasione della citazione di uno scienziato evoluzionista per ricordare che tutto quello che l’uomo fa, in quanto civilizzato, è in disobbedienza assoluta alle leggi naturali. Il suo operato deriva da una recentissima emergenza che appartiene in chiave sociale alla sola specie uomo, una novità imprevista che ha nome compassione, sentimento per il quale viene salvato tutto ciò che per natura verrebbe eliminato.
Alla gente perbene sfugge totalmente questo concetto sicché “agire secondo natura” rimane per molti di loro un valore senz’altro positivo: bisogna agire secondo natura, di contro agli eccessi della civiltà della tecnica.
Ebbene, la natura agisce per l’eliminazione di tutto ciò che non si conforma all’ambiente, l’eliminazione dei più deboli, degli inutili, degli incapaci. L’ ausmerzen messa in atto con la forza da Hitler era una pratica disumana che tuttavia agiva secondo la logica della selezione naturale. Molto diversamente la civiltà umana è caratterizzata da un agire morale che nell’interesse della convivialità salva tutti coloro che per natura sarebbero eliminati.
Le estinzioni di massa sono un argomento popolare e la paura di far la fine dei dinosauri finisce spesso sulle copertine dei settimanali. Molta, troppa gente si dedica puntualmente all’escatologia. La fine del mondo e più in particolare dell’umanità, più che paventata sembrerebbe essere piuttosto morbosamente agognata.
La Bibbia segna l’inizio della specie Homo nel giro di qualche decina di generazioni, si pensa al futuro in termini di millenni: da sempre la percezione del tempo è proporzionale all’ignoranza. Se l’ignoranza è giustificabile ai tempi dei nostri antenati date le loro scarse conoscenze scientifiche, il suo perdurare nell’ignoranza di quanto la scienza ha scoperto, con i richiami ai sacri testi o a immaginari new age, sconforta lo spirito e frena ora qualsiasi entusiasmo.
Per comprendere più razionalmente ovvero realmente come le cose sono andate è bene come sempre rivolgersi alla scienza e in particolare all’evoluzione. I dinosauri sono vissuti sulla terra per più di un centinaio di milioni di anni. È opportuno ora sapere che la nostra specie Homo sapiens sapiens è apparsa solo 200-250 mila anni fa e che la vita media di una specie si aggira su 4 milioni di anni. Non è detto che per la specie sapiens sapiens sia lo stesso, ma è più che probabile che esisterà per l’uomo l’anno 1.327.645, l’anno unmilionetrecentoventisettemilaseicentoquarantacinque, nel quale l’umanità sarà ancora giovane e in buona salute. Difficile immaginare che sarà di noi tra un secolo, figuriamoci tra un milione e più di anni, ma bisogna realizzare che una tale eventualità oggi più che probabile è pressoché certa nel tempo e in una tale prospettiva il senso di un “mille e non più mille” con cui tutti guardano al tempo misura solo l’abissale ignoranza in cui ha versato e versa tutt’ora l’umanità e il danno sociale derivato da una filosofia miope che recita: ognuno è libero di pensare come vuole. Il fatto è che non esiste opinione nell’ignoranza: il pensiero può assurgere a opinione solo dopo e in proporzione alla conoscenza.
Se per un altro verso si pensa alla fine del mondo in base a considerazioni di carattere economico, politico e sociole per le quali siamo destinati all’autodistruzione è tutt’altra cosa, su cui si può e si deve anche riflettere e discutere, ma qui voglio solo contestare la superstizione che si rivolge al fato e al cielo, quella dell’anno mille che immancabilmente torna ogni fine millennio e che perdura nella coscienza di tutti anche dopo che la fine del mondo non c’è stata, poiché la coscienza dovuta all’ignoranza permane e non subisce sconfitte neppure nella smentita dei fatti. L’ignoranza non ammette confutazioni.
Così il tempo oggettivo sembra non dover mai raggiungere la temporalità, la coscienza soggettiva del tempo che segna il passo nel “qui ed ora” e che guarda cieca alla storia come alla vita dalla pagina sottile del presente.
Quanto riusciamo a quantificare in animo della memoria del tempo dimensiona il nostro spirito e la nostra percezione della realtà.
Solo una valutazione più possibile estensiva può giudicare il contingente e dare direzione all’azione. Fatta salva la buona fede un po’ meno di ignoranza non guasterebbe. Solo la cultura ci salverà.
Due ragazzini diventano amici per la pelle, dividendosi merendine, giochi, compiti e lo stesso banco a scuola. James è bianco, Tom è nero. Una sera James ascolta di nascosto i genitori che parlando con amici mostrano disprezzo per i “negri”. Il giorno dopo, a scuola, James cambia banco; all’intervallo si unisce ad altri gruppi, fino a quando viene affrontato da Tom che gli chiede una spiegazione del nuovo comportamento. “Non mi avevi mai detto di essere un negro” è la risposta. Che cos’è la verità per James? Domanda cruciale.
La suggestione portata dall’autorità o da una persona amata è in grado di influire in modo radicale su un io sento immaturo. L’io sento è ovviamente passibile di modifiche. Modifiche che possono venire dall’interno come dall’esterno.
Quando ancora è molle creta pronta a soddisfare ogni desiderio dell’adulto, il bambino risponde non secondo verità, ma secondo richiesta. Non solo adegua le sue scelte, ma conforma e quindi forma la sua personalità.
Rimane quindi chiaro che l’ “odore della vita” che assumi nell’infanzia rimarrà il sentimento di fondo che colora tutta l’esistenza. L’infanzia è per questo il fondamento e la matrice del gusto. L’accettazione dell’adulto come figura di riferimento è in questo periodo il legame stesso che permette l’esserci nel suo ci: l’entratura nel mondo. La verità si lega dunque in questo periodo a quei sentimenti attraverso i quali si ottiene l’approvazione delle persone amate o delle persone temute. I sentimenti si strutturano passivamente adeguandosi all’ambiente nella passività del sentito. L’atmosfera familiare si consolida in un lessico emotivo che si manifesta e fissa nella memoria come un “odore” che è sapore dell’esistenza. E questo “odore” si protrarrà per tutta la vita, se non diversamente educato.
Un successivo importante passo è costituito dall’adolescenza. Periodo in cui l’io trova la coscienza dell’esserci e cerca nell’autonomia la propria indipendenza. La coscienza critica si manifesterà in modo indeterminato in quanto ancora privo di strumenti critici attraverso la negazione, e in particolare attraverso la negazione dell’autorità, soprattutto in famiglia, cercando fuori dalla stessa un nuovo ambiente in cui affermarsi: gli amici. Periodo in cui l’esplorazione cerca valori diversi da quelli famigliari volgendo l’interesse verso un nuovo tipo di accettazione, quella del gruppo, gruppo in cui riversa i suoi maggiori interessi per un confronto alla pari. Il benessere in famiglia contrasta l’esplorazione, mentre il malessere la facilita. Per figli di genitori separati l’allontanamento è inevitabile.
Quello che ritengo opportuno rilevare è che per i più la cosidetta “maturità”, l’odore della vita non subisce ulteriore evoluzione oltre quella raggiunta nell’adolescenza e tutti legati al periodo aureo dell’esistenza, l’infanzia e l’adolescenza, tendono a giudicare la realtà a proprio uso e gusto, qualsiasi posizione sociale abbiano raggiunto.
In definitiva, la maturità dello spirito giudica e determina il presente e spiriti immaturi possono gravemente danneggiare il sociale in ogni sua manifestazione, tanto più quanto più importante il ruolo rivestito. Solo la cultura ci salverà.