Il dilemma del prigioniero della competitività

images-3Sembrano tutti d’accordo che il modo per uscire dalla crisi sia puntare sulla  competitività, sul merito e sulla flessibilità. Tre parole diventate il mantra dell’ideologia economica, della destra quanto della sinistra.  Tre concetti usati senza più riguardo alla misura, che necessitano dunque di ristabilire una ottimale moderazione: est modus in rebus. In un sistema produttivo di un dato territorio l’aumento della competitività dovrebbe garantire di rimanere nel mercato reggendo alla concorrenza, il che significa che l’Europa nella sua generalità arriverebbe a produrre in quantità e qualità in modo competitivo con altre potenze mondiali le quali a loro volta se vogliono rimanere competitive sul mercato saranno spinte a produrre di più e meglio. Con la competitività quindi il mondo intero trarrà vantaggi. È la vecchia storia dello sviluppo capitalista: se aumenta la ricchezza staremo meglio tutti. Di contro il controllo politico dei mercati frena lo sviluppo, l’imposizione di regole nuoce al Mercato. Meno Stato e meno burocrazia segreto del successo.

Banalità indicibili che ancora oggi regnano sovrane nella mente dei Renzi che per questo di sinistra non sono. Ci sono almeno tre “se” al dictat competitivo: la competitività è un bene se non distrugge il pianeta, la competitività è un bene se non aumenta la disuguaglianza, la competitività è un bene se non schiavizza il popolo. Il fine infatti dovrebbe essere il benessere di tutti. Realisticamente, anche se questo non si rende immediatamente possibile, dovrebbe comunque esprimere la direzione verso la quale il progresso dovrebbe volgersi.

La velocità non è un parametro trascurabile, ma deve essere collocata non nel contingente ma storicamente; detto diversamente essere sì veloce in ogni situazione contingente quanto si può purché nella direzione del rispetto dell’ambiente e dell’uguaglianza ovvero dei diritti del pianeta e delle persone.

Un turbocapitalimo in obbedienza  al solo mercato genera un competizione malsana che provoca disuguaglianze sempre crescenti e distruzione progressiva delle risorse a solo beneficio di pochi, sempre meno, che godono di parti crescenti di ricchezza. In definitiva saremo tutti destinati a lavorare sempre di più in condizioni di crescente ricattabilità, vedremo cioè per ragioni di realismo economico peggiorare progressivamente le nostre condizioni di vita in dipendenza di impersonali leggi di mercato.

La logica capitalista espressa in positivo nella banalità della convinzione secondo cui  “più ricchezza e staremo meglio tutti” ha avuto successo in occidente, contro regimi burocratici che attraverso regole imposte dalla politica hanno fatto patire la miseria alla propria popolazione. Questo ha convinto i capitalisti della bontà della loro ideologia. Il problema delle disuguaglianze per il capitalismo è un falso problema. La disuguaglianza è per il capitalismo una necessità naturale inevitabile e necessaria e in un certo senso utile, incentiva la competitività. Fino a che punto? Non è questione morale: lo decide il Mercato. In fondo l’ideologia o non-ideologia capitalista segue le leggi naturali della selezione dando più spazio ai più meritevoli. Il merito unitamente alla flessibilità infatti è uno dei simboli più pubblicizzati.

Bisognerebbe riflette che in un mondo in cui ancora tutto dipende da dove si nasce e da chi si nasce, tanto più quanto più è arretrata la cultura in cui si nasce, parlare di merito è un tantino ipocrita e che flessibilità senza garanzie significa perdita dei diritti. Nella crescita della disuguaglianza e progressiva distruzione delle risorse dunque il nostro avvenire.  

Ovviamente si impone un freno a tutto ciò. Orbene in una democrazia si esprime il volere della maggioranza e diminuendo progressivamente il numero di coloro che godono della ricchezza, al potere a conti fatti dovrebbe salire solo chi fa gli interessi del popolo. Il popolo diversamente elegge il sogno e non la realtà, l’aspirazione è in fatti sempre la stessa “essere come loro” per avere quello che hanno loro. Il modello utopico in seno al popolo rimane il mito capitalista del consumismo.  Non  esiste alcun mito che si contrapponga. Da qui la necessità di un nuovo mito. La caduta del comunismo che non ha saputo tradurre in pratica i propri ideali ha dato via libera al capitalismo traducendolo in turbo-capitalismo. Ora il pensiero debole e un basso sentire sono di fatto i suoi migliori alleati. Per chi ha inteso il problema in ultima analisi non è il potere economico, ma solo la  cultura del popoloDi cultura, questa cultura, nessuno parla. Nessun governo si rivolge al popolo per una sua emancipazione. Eppure solo la cultura potrà salvarci. Solo la cultura ci salverà.

 




Promesse da marinaio.

UnknownNarra Dante nella Commedia che quando morì Guido da Montefeltro, signore d’Urbino e sanguinario combattente, fu preso da un angelo per essere portato in Paradiso, ma sulla via celeste proprio l’angelo si sentì toccare sulla spalla, era il diavolo: “Questa è roba mia” disse e condusse Guido con sé all’Inferno sussurrandogli a un orecchio  “forse tu non pensavi ch’io loico fossi”. Destino volle che prima della sua morte, pentito e fatto  frate, il buon frate fu chiamato da papa Bonifacio ottavo che gli chiese il segreto per il potere: “Promettere lungo e mantenere corto” fu la risposta. Per questo ora se ne sta tra i consiglieri fraudolenti.

Renzi è un uomo del “fare” e per questo piace al popolo, ma bisognerebbe ricordare, perché sia ritenuto ben in mente dal momento che nulla serve aver inteso senza avere ritenuto,  che dire “fatti e non parole” sono  parole e non fatti.  Una formula magica per addormentare la ragione laddove la forza in gioco ha un potere forte sulle menti deboli. “Promettere lungo e mantenere corto” sembra essere prerogativa del simpatico giovanotto, come pare si sia espressa la tedesca Merkel. E le sue promesse già perdono la coda.

Ciò che più mi rattrista è che la memoria degli uomini è ancor più corta delle promesse fatte da Renzi. Non starò a ricordarle, del resto la più parte del sui fans non le ha neppure ascoltate. Son passati pochi mesi (forse due o tre?) e se qualche giullare non ce le ricordasse (Grillo, Travaglio, Crozza e altri) quelle promesse sarebbero già nel dimenticatoio in fondo agli abissi. Perché l’abbia votato poi e cosa abbia detto per essere votato ora già il renziano non lo ricorda più. Le promesse di Renzi, promesse in base alle quali fu eletto sono ora smentite dai fatti e il trono stesso è stato di fatto trafugato, con mosse di palazzo e grazie alla spudorata menzogna: “non andrò mai al potere se non eletto”.  “Momento storico”, “la svolta buona” sono gli slogan che tanto piacciono per la pubblicità, per il consumo dei cervelli all’ammasso. Tutti in attesa del miracolo. Che 80 euro netti  pioveranno come una manna nelle tasche di 10 milioni di lavoratori è quasi sicuro, come più che certo è che l’aumento delle tariffe e nuove tasse (intanto paga l’Imu e … Tasi) si rimangeranno nell’immediato o ancor prima quanto prodigalmente donato.

Cosa dovrei attendermi da siffatto personaggio? In tutta verità al di là e al di sopra di becere fazioni pro e contro il “meno di niente” non mi aspetto nulla, nulla  da un tele-imbonitore,  venditore,  illusionista. Dai tempi di Alberto Sordi mi sono stufato dei simpatici “mascalzoni”, ma ancor più delle folli folle che plaudono riconoscendo dentro di sé identica stoffa: “Senti ammé, fatti i cazzi tuoi … qua sono tutti malviventi”. Renzi dice di metterci la faccia, ma quel che è sicuro è che se cade, anche se chi troppo in fretta sale cade sovente precipitevolissimevolmente, cade in piedi e al di sopra delle nostre teste e coi piedi caldi di certo assicurati.

Scrive Slavoji Zizec:  “Se il mio ideale è salvare vite umane come operatore allora vedrò nella gente le cose di cui mi devo pre-occupare,  se diversamente sono un ricco capitalista e attraverso un quartiere degradato nella mia limousine, non vedo la povertà e la miseria di chi vi abita. Quello che vedo sono persone che vivono dei sussidi pubblici e sono troppo pigre per lavorare”. La sinistra attuale dove si colloca?  Solo la cultura ci salverà.

 




La democrazia burocratica

images-2Che la condizione femminile in Italia sia un’emergenza è un fatto, ma che essa venga ridotta ad una rivendicazione femminile è un fatto ancor più grave.  In un paese dove le donne hanno potuto votare per la prima volta nel 1947 la parità di genere viene trattata come una parità di bilancio: ci si obbliga ad equiparare i diritti tra uomini e donne con l’aritmetica della partita doppia del dare e avere. E adesso tocca alle quote rosa: alternanza uomo-donna, alternanza dei capilista, 40% capilista alle donne.

Se la democrazia italiana appare incompiuta e con forti segnali di crisi, quali sfiducia nelle istituzioni, astensionismo elettorale, corruzione e familismo, ciò non è dovuto solo ad un difetto di rappresentanza e non è sanabile forzandone il pareggio. I numerosi scandali nel settore politico, amministrativo pubblico e nel privato hanno mostrato come lì siano aumentati i soggetti femminili coinvolti, in una stretta correlazione col seppure basso incremento della loro ascesa ai posti di potere. Il video su Facebook che ci mostra un miserabile giornalista che tampina un Ministro della Repubblica donna insultandola ripetutamente con la tipica volgarità del ‘maschio latino’ dovrebbe essere mostrato come una pena da scontare tenendo loro aperti gli occhi con le pinze come avviene nella famosa scena del film Arancia meccanica. Non si tratta di condannare un giornalismo degradato a spazzatura o di difendere una donna vittima di una violenza, il punto è  comprendere come  il problema sia essenzialmente culturale piuttosto che economico, politico o sociale.

La classe politica italiana deve prendere atto della cultura dalla quale proviene  e nella quale ci siamo tendenzialmente tutti, maschi e femmine, formati. Inconsapevole della cultura che li contiene,  questa classe si mostra nella sua generalità come una burocrazia. Politici che gestiscono il potere, la democrazia, come fossero funzionari di un apparato, l’istituzione. Politici come burocrati della democrazia. I rimedi che essi hanno escogitato per affrontare, per esempio, il problema della rappresentanza femminile nella nuova legge elettorale sono bizantinismi con cui si vorrebbe affermare un egualitarismo, ideologia dell’uguaglianza, che invece di fondarsi sulla responsabilità e sul merito riposa  sull’ipocrisia,  nella misura in cui esauriscono il proprio compito conferendo alle regole,  le salvatrici della patria, quella morale che non hanno dentro di sé.

 

 

 

 




Occupy Facebook

images-1Vox internet, vox Dei?  Il più famoso servizio di rete sociale ci descrive la qualità della partecipazione nei social network quasi con la stessa proporzione  con cui si descrive la distribuzione della ricchezza: il 99% degli utenti aderiscono con ‘mi piace’  alle opinioni espresse dal restante 1%.  Si conferma l’adagio popolare bresciano  i asen menan la cua, toti i coioni disèn la sua (gli asini muovono la coda e tutti i coglioni dicono la loro, ndr.). Un tempo a Londra, quando i Beatles non erano ancora famosi, Hyde Park Corner era considerato un luogo simbolo della democrazia anglosassone. Oggi su scala planetaria abbiamo i social network considerati dai demiurghi contemporanei l’agorà della democrazia digitale.  In quell’angolo del famoso parco londinese qualsiasi passante poteva salire su uno sgabello improvvisato e con la sua voce e la sua faccia, a busto intero, poteva arringare una piccola folla esprimendo la propria opinione, la più folle, la più critica, la più sacrilega. Nella ‘rete delle reti’ l’avatar solitario si aggira in incognito per siti e blog lasciando  opinioni su tutto e seminando ‘mi piace’ su tutte le opinioni. È la globalizzazione del pensiero debole: 2,5 miliardi di utenti di internet (35% della popolazione mondiale) di cui oltre 1,8 miliardi utenti attivi sui social network, al di là della distribuzione geografca, sociale, economica, politica e religiosa. Internet non è la versione moderna e digitale dell’agorà democratica ateniese, al più essa può essere considerata, complice la vastità della piazza e dietro la maschera dell’anonimato, un’opportunità che fornisce al popolo-populista l’illusione di potersi esprimere liberamente e individualmente di ‘dire la sua’.

Quando poi si scopre che tutta l’informazione che scorre su internet, sui telefoni, con le carte di credito è tecnicamente controllabile e viene di fatto controllata si denuncia l’attentato ai diritto  dei cittadini. Da una parte la ricerca della sicurezza invocata come giustificazione per l’invadenza dello Stato (per altro non sempre consapevole delle azioni dei propri Servizi),  dall’altra la difesa della privacy presa spesso a pretesto per coprire l’ipocrisia dei comportamenti privati. In mezzo l’esortazione generale per la trasparenza nella politica.

Il popolo invoca il rispetto delle regole per ogni cosa, ma quando i controlli costretti ad uscire proprio perché spinti dalla chiamata popolare mietono le prime vittime si alza l’indignazione generale per il cinismo nell’applicazione delle regole tanto invocata. Gli abusi nelle intercettazioni, nella registrazione di dati personali e sensibili, nel loro uso illegale, ed illecito, sono dilagati al punto che ormai si é diffusa l’idea, anche tra coloro che avevano fin qui difeso la libertà incondizionata della rete, che si è resa  necessaria una sua regolamentazione, a partire dal divieto dell’anonimato. In tal modo,  l’immaturità di una moltitudine capace di esprimersi solo dietro una maschera, come permesso a Carnevale, umori e sentimenti repressi mai educati, si giustifica e si riafferma il ritorno alla censura e alla segretezza. Il problema è ancora una volta culturale: non può esistere trasparenza senza responsabilità.