Giuliano Pisapia è Sindaco di Milano.

(Milano, 30 maggio 2011).

Oggi il vento  ha restituito alla città un orizzonte pulito.  La  vittoria di Giuliano Pisapia ci  fa sperare in una fase nuova  di risorgimento.  Rivolgiamo a lui le parole di  Emily Dickinson, perchè sia all’altezza delle aspettative dei milanesi :

“Non conosciamo mai la nostra altezza

finche’ non ci chiamano ad alzarci

e se siamo fedeli alla missione

tocca il cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo

sarebbe di ogni giorno

se noi stessi la schiena non curvassimo

per paura di essere dei re”.




L’albero della vita

Abbiamo cominciato a capire come è apparsa la vita sulla Terra, ma come è  apparso l’amore? Come meraviglia di fronte al mondo e come rispetto per la vita.  Nell’esitazione  del dinosauro predatore che con la sua zampa non schiaccia la testa del dinosauro morente, ma quasi la accarezza, per poi allontanarsi dopo un ultimo sguardo.  Già in quel gesto (non ci richiama alla mente il monolite di Stanley Kubrick in  “2001: Odissea nello spazio”?) riconosciamo la potenza espressiva dei films di Terence Malick, non solo un registra geniale, non solo un colto filosofo ma un ricercatore dello spirito, appartato e reticente nei confronti del mondo dello spettacolo. Per lui parlano gli sguardi di Sean Penn, di Brad Pitt e di Jessica Chastain. E’ vero, non siamo soli nell’universo.  Dappertutto sono gli dei.




Il pensiero debole

L’esperienza non conta nulla.  In genere si ritiene che “ciò che conta” sia l’esperienza; la pratica, si dice, conta più della grammatica.  Sull’esperienza, l’esperienza personale, si formano le nostre opinioni, ma non solo.

Più profondamente dell’opinione si strutturano convinzioni che investono la sfera personale emotiva. Detto in uno, le nostre convinzioni siamo noi, noi per quello che siamo. Ecco perché cambiare opinione è se non impossibile, molto difficile. Significherebbe destrutturare, ovvero rinunciare a non solo a tutto quello che finora abbiamo creduto, ma accettare lo “spaesamento”, un vuoto esistenziale e con esso l’impossibilità di esercitare quello che riteniamo un nostro diritto “il diritto di esprimere la nostra opinione”, di essere noi.

L’accettazione della nullità del valore della nostra esperienza crea una disistima, una caduta dell’autovalutazione non solo del discorso nel dialogo, ma della persona. Per questo le opinioni sono sempre sostenute con un accanimento che va molto al di là della cosa discussa.

Il legame affettivo che lega la persona all’opinione porta il dialogo a una disputa in cui è pretesa una vittoria e la sopraffazione di uno sull’altro. Il discorso viene a mancare di oggettività e l’oggettività viene pretesa nell’opinione.

In una discussione l’esperienza personale può essere solo utilizzata per esemplificare, per far intendere una teoria già altrimenti  espressa,  una tesi diversamente formulata in base a principi logici oggettivi. Orbene l’esperienza personale non ha nessun valore né per costruire teorie né per difendere tesi e non può mai essere portata in un discorso né per affermare tesi né per confutarle.

Questi principi non sono a loro volta opinioni ma seguono oggettivamente leggi logiche e logico statistiche. La mancata acquisizione da parte dello spirito di questi principi vanifica ogni dialogo ogni discussione.

Ogni sistema necessita dell’analisi delle variabili intervenienti, variabili alle quali va dato un peso per stabilirne la pertinenza e l’incidenza. Id quod plerumque accidit, quello che per lo più accade: la statistica. (nota)

I più infatti si basano per misurare la realtà sulla propria esperienza in base all’accaduto, a quello che a loro è accaduto, formulando quella che viene giustamente definita da Platone l’opinione ignorante, strumento di sfruttamento principale di certa politica.

In una popolazione di dati molto estesa, ogni opinione qualsiasi essa sia sarà suffragata da innumerevoli esempi, moltissimi sono gli esempi che nella propria vita possono essere trovati a conforto della propria opinione, opinioni che si consolidano esempio su esempio e divengono nel tempo convinzioni ovvero posture dello spirito.

Ovviamente per ogni ipotesi siffatta si possono parimenti trovare un numero uguale di  esempi contrari, nascono le discussioni ignoranti. Per gli uni gli altri vivono sempre nelle favole.

Si è così costretti ad assistere a pseudo dibattiti cui democraticamente viene attributo a questo dire ignorante la dignità di opinione, chi assiste possedendo identica mentalità non avverte minimamente l’inganno e pensa solo a schierarsi.

Non è possibile intervenire. Intervenire a favore di una tesi piuttosto che di un’altra significherebbe abbassarsi al livello della discussione e perdere la conoscenza.

Queste opinioni ignoranti appartengono naturalmente per definizione alla maggior parte della popolazione, di qualsiasi popolazione si tratti. Le opinioni ignoranti maturano da quello che tutti definiscono esperienza, un nulla di conoscenza costruito attorno al proprio spirito.

Bisogna comprendere che derivare convinzioni dall’esperienza è di fatto cosa naturale, è il primo approccio all’essere e rimane l’unico se non ne maturano altri: la pratica conta più della grammatica e tutti hanno diritto di parola, anche gli asini in classe; così è stato e così sempre sarà in quel periodo che precede la maturità dell’uomo nella filogenesi come nell’ontogenesi, si tratta come detto di una postura primordiale dello spirito nella conoscenza.

Da sempre i nostri antenati così hanno inteso e ancora intendono la realtà. Viviamo insieme a loro, e sono la maggioranza. L’opinione ignorante domina nella convinzione che la statistica sia quella scienza per cui se in una popolazione uno ha due uno non ne ha, in media ognuno ha un pollo; seguono grasse risate e sguardi di intesa.

La disciplina che studia le caratteristiche delle popolazioni secondo la loro variabilità contrariamente a ciò che si pensa é una scienza esatta e la prima regola da imparare é che anche se esiste una variabilità molto elevata tra gli individui di una popolazione la media difficilmente varia e varia per parametri differenti da quelli che riguardano gli individui singolarmente considerati, e differenti dalla variabilità locale, dai parametri riscontrabili di zona in zona, il sud, il nord, il centro.

Ciò che vale per una popolazione può non valere per l’individuo, né per una parte di essa. Attribuire ad un individuo ciò che appartiene a una popolazione, come attribuire ad una popolazione ciò che caratterizza un individuo determina quella che si può a ragione definire un errore logico, una ragionamento ignorante fondato sulla falsa logica dell’ analogia, del sillogismo, e della correlazione, strumenti peraltro preziosissimi per l’intendimento della realtà agli albori della civiltà.  Si tratta infatti della generalizzazione.

Chiarisco da subito che generalizzazione può essere considerata solo il fenomeno appena descritto, di contro avere un’opinione su di un individuo come su un popolo non solo non significa generalizzare ma  è giusto e legittimo.

Tuttavia così come ignorante deve essere considerata la generalizzazione testé definita, ignorante deve essere considerata ogni opinione fondata sull’esperienza; è ignorante generalizzare quello che per esperienza si è appreso, anche perché per lo più non ce se ne avvede, anche questo fenomeno estensivo del sé più che della propria opinione rientra nella generalizzazione; per esperienza un abitante del nostro paese, che non abbia conosciuto altro che il proprio villaggio, sarà portato ad affermare che l’altezza degli uomini e delle donne é quella da lui riscontrata, sia o non sia quella statisticamente riscontrata, e affidandosi alla vista difenderà la propria opinione anche a discapito della scienza, una materia che peraltro non conosce e verso cui pertanto diffida.

Fonderà sulla personale esperienza una verità che estenderà tanto più quanto più limitata é la conoscenza per un’ansia naturale di dare nome ad ogni cosa in modo da poterla controllare in un universo tanto più ristretto quanto minore é la conoscenza.

La generalizzazione fondata sulla personale esperienza é proporzionale all’ignoranza. Più uno è ignorante e più generalizza, prima dà un nome alle cose e prima si chiude nell’opinione.

Quanto più l’esperienza è limitata quanto più l’opinione è ignorante e di una popolazione, un universo di dati, non si può avere conoscenza se non studiandola, e studiandola a fondo. Lo studio di una popolazione è la statistica, una scienza di cui tutti ignorano l’esistenza, politici compresi che ritengono solo di servirsene anziché di servirla.

Anche i dati sono utili ma per chi ha compreso ciò che è veramente necessario è una mentalità, la mentalità statistica.

Per l’individuo l’emozione legata all’esperienza é la chiave di lettura del mondo, il suo fine è l’utilizzo e la lettura sarà tanto più limitata quanto é più limitato lo spirito nell’analisi dell’esperienza vissuta nella conoscenza della parte e nel disconoscimento del tutto. Uno, due, tre… e il mondo è già detto e per come da me detto.

Il mondo al suo apparire affiora alla coscienza con relazioni elementari che non vanno al di là della correlazione e dell’attesa del ripetersi di un avvenimento esperito, un evento che si è legato accidentalmente alla memoria; un sillogismo, un’affinità solo linguistica di concetti o a volte di sole parole, chiude immediatamente il discorso con la conseguente generalizzazione del proprio accaduto a tutti quegli avvenimenti che presentino caratteristiche appena analoghe.

Alle volte non si è neppure in grado di riconoscere.

In che cosa consista l’analogia é soggettivo sia della specie, che dell’individuo, nonché dipendente dalla situazione in cui l’evento é venuto  in essere e a ripetersi; ma questo porterebbe lontano, rilevo solo che la correlazione oltre ad essere il primo e più importante fondamento di ogni logica é tuttavia anche fonte di molti inganni e sta alla base di errori posturali dello spirito quali astrologia, magia e superstizione.

Quello che qui si vuole rimarcare é che come per altri esistenziali, la generalizzazione che nasce dall’esperienza individuale é stato naturale dell’essere, la prima propensione dell’io, è una postura dello spirito nel suo primo tentativo di comprensione del mondo. Spesso rimane l’unico.

Questo é lo stato naturale delle cose per l’essere esistenziale uomo ai primordi della cultura come della vita. Il superamento dell’esperienza come metodo sulla strada della conoscenza risiede ovviamente in vie diverse di accesso alla cultura che all’esperienza diretta non si rifanno, ma che cercano di approfondire la conoscenza attraverso lo studio di realtà più vaste del vissuto personale, o fidandosi delle ricerche e delle verità altrui o sperimentandosi direttamente in realtà diverse dalla propria.

Entrambe le vie sono necessitate e complementari. Sicuramente non é necessario aver vissuto per aver inteso ma é necessario ampliare lo spirito per diversamente intendere e relegare a un sé emotivamente per altre vie noto.

Queste altre vie necessitano di metodi diversi dalla correlazione e dal sillogismo e fondano la logica, ma esprimono anche l’essere nell’apertura per il senso legato ad una diversa emozione del mondo. Conoscenza razionale e conoscenza emotiva sono entrambe connesse all’intelligenza, alla postura dello spirito e quindi nel fondamento all’emozione cognitiva dell’essere, all’apertura.

Quando lo spirito chiude nulla più può essere scoperto, qualsiasi sia l’altezza a cui chiude.

Tutto ciò per dire che senza queste armi ogni discorso é inutile e che solo proporzionalmente al possesso delle stesse può essere significativamente compreso quanto da me detto e soprattutto ancora da farsi.

La comprensione di un’emergenza esistenziale in quanto sistema olistico di non facile definizione pretende una capacità di flessibilità, di immaginazione e di rimando delle aspettative, non indifferente, bisogna saper intuire e saper differire tenendo come valida in assoluto per ora solo la via intrapresa, indipendentemente da quelle che saranno le conclusioni e se ci saranno conclusioni.

L’esperienza dello spirito é nella conoscenza indipendente dai legami di spazio e tempo a cui la quotidianità o il contingente ci costringe.

Si potrebbe obbiettare che la mia indagine non si avvale di una conoscenza diretta dei fenomeni servendosi di metodi consentiti dalla scienza, ma di formulazioni di ipotesi a priori, di teorie indimostrabili se non parzialmente attraverso i fossili comportamentali esistenti.

Verissimo, potrebbero anche essere il frutto di uno spinello dopo un’ indigestione. C’é ovviamente un tuttavia. L’idea che la realtà oltre che comprensibile sia logica non é certo mia, io ho solo sposato questa tesi, aggiungendo che la comprensione é legata all’emotività, all’empatia; il mondo si disvela all’essere esistenziale per le capacità di  ogni essere di  penetrarlo attraverso la rappresentazione, la riproduzione in sé del mondo per l’emozione che dalla rappresentazione riceve, ovvero come detto non già più solo coi sensi, non solo nella comprensione, ma nell’emozione che ne é il fondamento.

Emozione che il ricevente ritiene per elaborarla dentro di sé, per essere in una nuova emozione come risposta al mondo.

All’empatia, a questa sorgente di ogni capacità di analisi, io ho fatto riferimento per leggere e formulare ipotesi sulla realtà esterna, per quanto lontana nello spazio come nel tempo. Ho pindaricamente rappresentato me, proiettandomi in quel mondo remoto del nostro essere per configurare quale esso sia stato, dandomi quelle limitazioni da me suggerite che covano in ciascuno sotto la cenere.

Il percorso fin qui compiuto é certamente criticabile nelle ipotesi fatte come nelle spiegazioni date e sicuramente degno di approfondimenti, mi attendo anche smentite, e nonostante tutto più che plausibile.

Che le cose siano avvenute proprio a questo modo, direbbe Platone, io non lo posso affermare tuttavia qualcosa di simile … Il perché di questo viaggio dell’immaginazione nel tempo trova molte spiegazioni una delle quali é il superamento dell’ ”orrido naturale”.

Di comune accordo con Leopardi, la natura é matrigna; tutto ciò che ci spaventa , indigna o terrorizza oggi, passato in giudicato come legge di natura, turba la nostra esistenza.

Vi sono convinzioni radicate all’essere nella sua prima infanzia ancor prima dell’insorgenza dell’io, così nella filogenesi come nell’ontogenesi, che si radicano nello spirito ancor oggi, nella quotidianità, manifestando un sentire primitivo, quando non primordiale, che convive nel quotidiano con l’informatica e i viaggi spaziali.

Pulsioni ancestrali legate all’essere fin da epoche remote convivono con sentimenti di giustizia, rispetto, tolleranza, bellezza e quant’altro dell’eccellenza cui l’uomo ha saputo giungere. La dispersione dell’essere nell’uomo é massima e destinata ad aumentare; di fatto non esiste nessuna specie paragonabile per difformità di esistenza.

I topi sono tutti uguali, non gli uomini. Nessuno é meno uguale degli uomini. Questo suggerisce una totale diaspora dell’essere nell’esistenziale uomo per quanto riguarda il modo di esserci, ovvero nell’emozione che lo fonda, se un intervento contro natura non portasse le diverse esistenzialità ad unirsi.

Questo intervento contro natura può essere solo addebitabile alla cultura. Anche per questo la cultura é essere separato. É la cultura che artificialmente, ad arte, tiene uniti gli uomini.

Il superamento dell’orrore può avvenire solo grazie a quell’altra coscienza di sé così come nella mia indagine si va delineando.




Politica e Cultura

Che ne è di tutta l’ingiustizia che non ha trovato storicamente soddisfazione?  Di tutto ciò che è andato irrimediabilmente perduto?  Dei diritti da sempre calpestati?  Di tutta la sofferenza che è rimasta inappagata?  Di generazioni senza nome?  Può essere “paradiso” la risposta?  Qui in terra è “rabbia” “scontento” “depressione”.

Il mancato conseguimento di giuste aspettative, soprattutto se già negli atti,  in diritti già acquisiti, che per la gente e per noi tutti hanno il significato di una tranquillità per il futuro, gettano tutti a regredire nella difesa del privato. Questo deve essere chiaro in merito all’accaduto di questi ultimi anni: non vi è più nulla di certo, non gli studi, non il lavoro e neppure la pensione.  Hanno precarizzato l’esistenza in toto sia per il presente che per il futuro,  per noi come per i nostri figli generando ansia e timori.

E quando il presente e soprattutto il futuro sono minacciati la gente si ritira in se stessa regredisce e non partecipa: questo è un momento di grande chiusura, con gravissime responsabilità sia delle forze politiche che sindacali e anche di quelle forze che a tale precarizzazione avrebbero in ogni modo dovuto opporsi senza ascoltare  passivamente “pretese esigenze economiche” del paese correndo appresso alle quali siamo da ultimo, detto ormai da tutti i non appartenenti a logge, “sull’orlo del fallimento”.

Il problema non è economico,  ma filosofico. Il morale di un popolo è legato alla morale: è dalla  morale che nasce poi l’economia.

E se laidamente, pur essendo credenti,  non dobbiamo tenere conto del paradiso a soluzione  dell’inappagato, si deve considerare l’umore della gente non per trarne profitto alle elezioni, ma con la  cura che si deve al bene più prezioso per progredire. La gente è sfiduciata, affranta, logorata da anni di promesse non mantenute, impaurita dalla precarietà del prossimo futuro, in attesa di un cambiamento di governo a frenare la caduta, il baratro.

Con questo, anche se giustificata e giustificabile, nelle crisi la gente  non migliora, ansia e paura fanno regredire, regredire ovunque sia in famiglia, che sul lavoro, che nella vita sociale e politica, con aumento degli egoismi personali e perdita dello slancio.

Di questo dunque io “accuso” le forze sociali che attente a obiettivi  economici  si sono disinteressate della cultura, considerata  problema non concreto o irrisolvibile e comunque  a latere, lasciando in libertà “mentalità” ad operare a tutti i livelli ovunque senza incontrare  ostacoli. Gli intellettuali rimangono  solo voci isolate cui si porta rispetto ma a cui non si da forza, a volte neppure per solidarietà.

Sotto un  apparente maschera di tolleranza si lasciano proliferare senza mai intervenire “liberamente” opinioni di ogni sorta. È il relativismo, malattia sociale che affligge l’individuo come le istituzioni, relativismo che sarà in “parole” quello che è stato da più di mezzo secolo nella “prassi”, non si sa che santo pregare e ciascuno per concessione di tutti prega il suo anche se si tratta di un padrino, siamo democratici.

Si aspetta, si aspetta il cambiamento, se cambiamento ci sarà e non ci si accorge che lo sconforto agisce a tutti i livelli anche ai più alti anche nelle teste d’uovo che forse verranno.

La questione morale è irrisolta, è stata messa in cassaforte e si è perso la combinazione.

Il problema dimenticato, mai più riproposto, la morale è problema filosofico, ma, avendo assegnato alla filosofia un posto in cantina, anche la morale è stata costretta a seguire la stessa sorte. Eppure è la coscienza di un popolo che crea il suo benessere, e la coscienza e legata alle convinzioni  e alle aspettative che un popolo ha.

Come si può pensare che un popolo senza convinzioni e deluso nelle aspettative possa prosperare? “io non credo prenderò la pensione” uomini e donne di 40anni, “io lo so cosa vuol dire diventare grandi: vivere nell’ansia del lavoro” gente di 30 (n.b. non 20) anni. Arrangiarsi , e ognuno per sé.

Se si crede al destino si può immaginare che alcuni accadimenti alla stregua di fenomeni naturali si consumino, debbano volgere al termine prima di avviarsi ad un nuovo ciclo. Queste analisi deterministe dell’accaduto tolgono all’umanità il libero arbitrio, la possibilità di intervento, la volontà.

Noi sosteniamo contrariamente la possibilità non solo di resistere ma anche quella di ribellarci ad un sistema che affossando e avendo la cultura come nemico rischia di trascinare tutti ai livelli più bassi del’esistenza quelli legati alla sopravvivenza, all’animalità del “sesso e possesso”.

Per far questo è necessario nobilitare l’anima e dare allo Spirito la sua giusta collocazione quale referente dell’essere Uomo. Il sentimento ancor più della passione caratterizza la specie Homo ed è al sentimento, alla natura sentimentale dell’uomo che ci si deve imperativamente  rivolgere.

L’educazione dello spirito per l’uomo è tutto e l’educazione dello spirito si chiama  cultura.




Il laboratorio

Ci  presentiamo come ricercatori dello spirito e in questo locale che si affaccia sul web vorremmo raccogliere e divulgare analisi, pensieri, riflessioni, opinioni e osservazioni di tutti coloro che  si riconoscono nell’incipit posto all’ingresso della nostra home.

Fra poco finirà la primavera e inizierà l’estate e noi apriamo  questo sito con lo scopo  di suscitare  nella “gente per bene“, avvilita dal  declino che incombe, la volontà di emergere  e la convinzione dell’opportunità di disfarsi del degrado che li governa.

 




Presentazione

Siamo in molti a ritenere che si vive nella “società dello spettacolo”. E’ questa un’affermazione pronunciata anche dagli esperti che si avvicendano nei  talkshow televisivi, ma ricordiamo che  lo spettacolo non è soltanto un insieme di immagini,  esso è piuttosto un rapporto sociale fra persone mediato dalle immagini.

Vivere nella società dello spettacolo non significa solo vedere le immagini  intorno a noi, per esempio le immagini invasive e pervasive della pubblicità e della televisione, significa piuttosto che tutto ciò che un tempo era vissuto direttamente si è trasformato in una rappresentazione.  Non siamo più solo parlati dalla lingua, siamo anche vissuti dalle immagini.

Due esempi televisivi.  Il successo della formula televisiva del reality show , dove la frustrazione  accunmulata nella vita quotidiana si converte nel piacere voyeuristico provocato dall’osservazione di  falsi vissuti altrui: quei personaggi sono forse meno veri di coloro che li guardano?

Le cronache radiotelevisive degli avvenimenti sportivi dove due  o più speakers simulano e anticipano con un dialogo concitato l’intervento e il commento del pubblico,  privandolo in tal modo anche della possibilità della propria partecipazione e riducendolo alla totale passività dell’ascolto, all’imitazione dei linguaggi e all’assimilazione dei giudizi.  Avete notato come il linguaggio delle persone ripeta nei luoghi della quotidianità quei modi di dire e, simmetricamente, come il linguaggio comune, con le sue volgarità, si adotti sempre più spesso in televisione?   Non è forse  questo il “comune sentire”?

In questa prospettiva la coscienza individuale,  immersa  in relazioni di scambio in tempo reale, virtuali ed illimitate,   si  annichilisce nella sua passività, fino ad arrestarsi in uno stato di paralisi, che ricorda la tecnica mimetica di difesa adottata da molti animali. Per sopravvivere essa regredisce allo stadio infantile dei desideri, più semplici da capire della realtà circostante, mantenendo la sola capacità di volere e rinunciando a quella d’intendere.

La coscienza individuale non vede ciò che è troppo lontano   e non osserva ciò che è troppo grande. Formata in decenni di marketing e pubblicità invasiva,  essa si affida  alla  percezione immediata  di relazioni molecolari, di frammenti d’immagini di vita illuminati dalle  informazioni  messe di volta in volta a disposizione dai mezzi di comunicazione.  Si ricompone in tal modo una  pseudo realtà come  effetto stroboscopio,  una successione discreta di immagini senza necessariamente delle relazioni apparenti.

Sempre più privata del vissuto, la vita scorre come una serie d’immagini davanti allo sguardo digitale. Illusione del vissuto  come illusione del movimento provocato dalla successione di fotogrammi

Si tratta di una semplificazione della visione del mondo  che  è ad un tempo razionale ed emotiva.  Razionale perché  la coscienza si ritira  in uno spazio chiuso e limitato e quindi più controllabile,  emotivo perché tende a ritrovare e  ristabilire la sicurezza perduta.  D’altra parte, nel mondo globalizzato, che rimane pur sempre costituito da società parcellizzate, la generalizzazione è diventata l’unica modalità possibile di conoscenza per la collettività.

La coscienza collettiva tende ad essere la somma delle coscienze individuali, sicchè il comportamento di un popolo assomiglia sempre più al comportamento individuale e, viceversa, il comportamento dell’individuo rispecchia la cultura del suo popolo.   Cos’è dunque oggi il populismo?




Stranieri in patria.

“Dalla patria, dietro il rosso dei fulmini, ecco, si avvicinano le nubi, ma mio padre e mia madre sono morti da tempo, nessuno là più mi conosce.  Quando, ah presto, viene il tempo quieto, in cui riposo anch’io, e su di me risuona la bella solitudine del bosco, e nessuno qui più mi conosce.”  (J.K.B. Eichendorff, 1788 – 1857)




Indicatori di civiltà

In un mondo dominato dalla quantità e descritto prevalentemente  dai numeri, vogliamo anche noi utlizzare degli “indicatori”, con l’intento però  di mettere in evidenza la cultura e la mentalità di un popolo, ovvero il suo livello di civiltà.

Sappiamo bene che gli indicatori non sono la cosa e che gli stolti volgono lo sguardo al dito e non vedono la Luna. Tuttavia, siamo convinti che l’universale è  riconoscibile anche nel particolare, come nell’ ologramma, in cui ogni sua parte contiene l’intera informazione.

Così vi proponiamo con questa rubrica – che continuirà grazie anche al vostro contributo –  di raccogliere le immagini, le parole, i gesti, gli oggetti e le situazioni che, quando ci poniamo aperti di fronte al mondo,  riusciamo a cogliere e che   esprimono  la densità culturale di un popolo.

Li abbiamo chiamati indicatori di civiltà.

 




Testi

Essere per il popolo. La Cancelliera Tedesca, Angela Merkel, ha firmato con i vertici dell’industria e dei sindacati la “Carta dell’orario di lavoro orientato sulla famiglia” (Charta der familienfreundlichen Arbeitszeiten), accompagnandolo con questa esortazione: “Imprenditori, siate creativi su questo tema, altrimenti costringerete noi leader politici a essere creativi per tutti”. (Berlino, febbraio 2011)

Il bon ton dello spirito (di Walter Bocelli).  Persone noiose, pedanti e prolisse ripetono sempre le stesse cose.  Ma anche se siamo in grado di prevedere con certezza dove il discorso di un interlocutore va a parare è necessario non interrompere il discorso fino a che l’interlocutore non lo abbia concluso, sia esso una persona o un libro, qualsiasi sia la sua autorità.

In definitiva quindi qualsiasi interferenza prima che il discorso sia concluso costituisce errore. Anche se il discorso è prolisso o ci pare fuori tema deve essere comunque permesso all’interlocutore di concludere salvo a rilevare alla fine e solo alla fine l’errore ed educatamente anche la prolissità.

Non bisogna aver fretta di capire o di dimostrare di aver capito, né agli altri né a noi. La sospensione della comprensione come del giudizio è fondamentale. Tenere sospeso significa non dare voce al proprio io affidandosi completamente all’interlocutore finché il discorso non si è concluso senza tema di dimenticare o di essere sconfitti.

Spesso è la paura di dimenticare, di non riuscire a riallacciare il filo, che fa perdere il filo stesso del discorso distraendo dalla parola dell’interlocutore, provocando interruzioni che prima che nell’interlocutore sono dentro di noi e che danneggiano sia noi sia l’interlocutore.

Del resto non possiamo essere sicuri di aver inteso finché il discorso dell’interlocutore non è completamente giunto ad una fine. Si deve sempre lasciare concludere il discorso e allora e solo allora possiamo se c’è da obiettare, obiettare.

Ogni interruzione fuori o dentro rende difficoltosa la comprensione e crea disagio sia interno che esterno. Saper ascoltare è tutt’altro che facile e poche, pochissime persone lo sanno fare.  Saper ascoltare non è una virtù innata, saper ascoltare è una virtù da apprendere, occorre addestramento.

La capacità d’ascolto è minima nei bambini la cui attenzione può essere catturata solo per pochi istanti e per cose che li riguardano e li interessano direttamente. Crescendo l’individuo deve imparare che il  mondo non è a sua disposizione, e che per poter apprendere, per poter crescere, deve prestare attenzione al mondo esterno anche quando il mondo esterno non giunge a lui e a lui non si interessa.

Banalità, ma queste banalità sono alla base dell’educazione dello spirito, della nostra cultura e di qualsiasi cultura in ogni tempo. Dalla capacità di ascolto si può capire il grado di maturazione raggiunto da un individuo e il di civiltà di un popolo.  È un indice di civiltà tanto di una persona quanto di un popolo.  Mi piacerebbe vedere qualche  video e ascoltare discussioni in convegni e dibattiti in diverse nazioni.

 

Cultura e pianificazione urbana. Il Museo “104” di Parigi in rue  Aubervilliers è stato inaugurato nel 2008 come centro culturale polivalente nel quartiere popolare e periferico di Aubervilliers, ritenuto il più violento della città. Uno spazio  reso bellissimo dalla ristrutturazione, costata al Comune 100 milioni di euro, di un palazzo che dal 1905 era la sede municipale delle onoranze funebri di tutta la città. Il progetto era un laboratorio  della creazione, dedicato ai giovani (le manifestazioni a pagamento prevedono la tariffa ridotta del 50% fino ai 26 anni e oltre i 65), con residenze di artisti e iniziative per la diffusione dell’arte contemporanea, per il quale il Comune di Parigi prevedeva una sovvenzione di 8 milioni di euro all’anno.  Nel febbraio 2010 il progetto era entrato in crisi per i tagli che il Comune aveva allora annunciato, motivandoli  col presunto scarso insediamento nel panorama culturale parigino.  All’epoca della realizzazione del progetto vi furono forti contestazioni sia da parte di alcuni intellettuali che da parte del popolo residente nella banlieue, che chiedeva conto dei soldi spesi “invece di essere investiti in nuovi alloggi”.  Ma il Sindaco di Parigi Bertrand Delanoe si dichiarò convinto che la nuova fabbrica dell’arte potesse essere un soffio benefico per la vita culturale della capitale: “L’Arte fa miracoli”.

 

Laicità. Il 26 aprile  2009  Berlino  disse no al Referendum ‘Pro Reli’, che proponeva di introdurre nelle classi tra i 12 e i 16 anni corsi di religione obbligatori che, se fossero stati introdotti, avrebbero avuto lo stesso statuto (ed effetto) dei corsi di etica secolare introdotti nel 2006. Nella maggior parte dei 16 Stati (Bundeslaender) della Germania è infatti prevista la scelta facoltativa tra le materie “religione” (cristiana, ebraica,musulmana o  qualsiasi altra) insegnata da docenti provenienti dalle diverse comunità religiose (o atee) e “etica secolare”.  L’articolo del link  illustra bene la situazione, che molti commentatori di allora avevano ricondotto alla Kulturkampf della fine del 19° secolo, ma ciò che qui si vuole mettere in evidenza è piuttosto la differenza di scala che può esistere tra livelli diversi di cultura all’interno della stessa civiltà.   L’Associazione di base Pro Reli (“per la religione”), proponente il referendum, era costituita da cattolici, protestanti, ebrei e musulmani (sostenuti dalla CDU e dalla Cancelleria), mentre l’associazione Pro Ethik (“per l’etica”) soprattutto dal Sindaco di Berlino, il socialdemocratico Klaus Wowereit (SPD).




Immagini

Rapporto con la natura

(Baviera,  Germania)

 

 

Acqua come bene pubblico

(San Francisco, USA)

 

Trasporto pubblico e privato

(Berlino, Germania)

 

Difesa della scuola pubblica

(Parigi, 2010)

 

 

Parcheggio per due

(USA, Freeport, 2011)

 


(….. continua)

 

 





Con la cultura non si mangia

Spesso accade in “democrazia” che chi raggiunge la notorietà, comunque raggiunta, venga interrogato su questioni che esulano completamente la sua competenza e l’opinione data assurga comunque a verità non per il contenuto ma per il pulpito, per l’autorità che l’ha proferita.

Il personaggio assurto alle cronache viene intervistato e gli viene richiesto di esprimere opinioni che in nulla ineriscono la sua professione.  Questo fa parte di un cattivo giornalismo che incontra una mentalità popolare che riconosce la verità solo nel pulpito per l’autorità che vi si insedia. Ingenuità popolare di cui per realismo qualsiasi potere si nutre.  Da quello politico a quello dei media.

Eppure fuori dal seminato tali opinioni altro non hanno che valore di opinione, di chiacchiera, il valore che si può dare alla parola di tutti, all’uomo della strada intervistato per caso e per opportunità. Ciò che domina la scena, che venga da personaggi noti o dall’uomo della strada, è l’opinione con valore di chiacchiera. Seguono sondaggi.

Il problema nasce quando a stare sul pulpito è l’uomo della strada ovvero colui che raccoglie con la chiacchiera e grazie alla chiacchiera i maggiori consensi. Per la gente essere maggioranza significa “avere ragione” a meno di trovarsi in minoranza e allora solo allora, disorientata, sentirsi costretta a riferirsi diversamente al valore dato termine e cercare nuovi significati da dare alla democrazia.

Comunque sia, dando ascolto e voce alla sola chiacchiera tutto il sociale della chiacchiera si nutre e con al chiacchiera si alimenta il potere.

Per il realismo, una filosofia dell’essere tutta da discutere,  la chiacchiera è il mezzo per raggiungere l’utente, the consumer, e la chiacchiera assurge al diritto di  chiamarsi ed essere chiamata libertà di parola, libertà di espressione. Si potrebbe ritenere a questo punto che la chiacchiera debba essere proibita, che non debba avere possibilità di espressione. Assolutamente no! La chiacchiera, il parere dell’uomo di strada, non deve e non può essere proibita, è bene che essa si manifesti e si manifesti in molti ambiti, essa è preziosissimo campo di indagine e di massimo interesse per comprendere il grado di avanzamento dello spirito di una nazione indipendentemente da giudizi di valore. Questa è la virtù dell’ascolto in democrazia.

Rimane che  una cosa è tenerne conto, una cosa criticare, una cosa incoraggiare, un’altra ancora servirsene per fare audience o peggio servirsene per dare la scalata al potere. Il voto dato a tutti, suffragio universale, permette di salire al potere chi meglio si fa interprete della cultura popolare, della mentalità del popolo e il livello culturale dal popolo raggiunto mette al potere chi meglio sa cogliere il suo spirito per alto o basso che sia.

Realisticamente, senza entrare in merito con giudizi di valore, in genere il livello raggiunto è un basso sentire, una grande immaturità, tutti abbiamo visto film in bianco e nero e bonariamente riso dell’ignoranza del popolo in passato ma anche se oggi, ringraziando il cielo, l’ignoranza non è più la stessa non possiamo di certo affermare di essere giunti a maturazione.

La povertà di spirito è sicuramente scusabile ma per certo non è condivisibile,  né tantomeno da assumere da parte di governanti al potere come volontà popolare da esprimere nel governo di una nazione. Tutto ovviamente dipende dalla maturità del popolo, se un popolo è maturo il suo sentire è elevato e in democrazia esprimerà buoni governanti.

Dare alla gente quello che la gente vuole e l’azione più abbietta e ipocrita  che un’istituzione  può esprimere, è pura demagogia. Non si danno i gelati ai bambini per farsi amare. Indipendentemente da ogni volontà popolare è a questa maturità che ogni buon governo deve tendere, questa la cultura.  Il dovere di ogni governo è far maturare lo spirito, elevare la cultura.

Purtroppo l’ignoranza spesso sale al potere e tocca a noi cittadini sentire frasi dette da ministro a ministro del tipo: con la cultura non si mangia. Terribile! non ci fanno, ci sono!

Questa l’alta filosofia siede oggi in Italia sugli scranni del potere. Si arriva a sedersi su poltrone da ministro facendo i gelatai. I bambini sono contenti e li votano e sono la maggioranza. E c’è chi pensa di mettersi in concorrenza.

Ma  l’onestà intellettuale pretende una verità che assolutamente sconfessi l’ipocrisia, il pregiudizio, l’ignoranza e la menzogna, ingredienti di cui spesso chi è al potere si serve per ingannare il popolo.

Se si ritiene di usare gli stessi strumenti sarà possibile anche vincere ma si perderà il sale e l’inganno per il popolo potrebbe essere anche maggiore.

Ma al di là di giudizi di valore che generano malessere e insofferenza in tutti noi, si deve realizzare che il sentire, il modo di sentire del popolo, è parte costitutiva dell’essere; la sua mentalità è argomento principe dell’evoluzione culturale, politica e sociale. La Mentalità costituisce lo Spirito e lo Spirito la Cultura. Ad ogni mentalità deve competere la possibilità di evolversi, ogni mentalità  deve possedere il seme per l’Apertura. A questa apertura dello Spirito deve rivolgersi ogni governo, questa l’evoluzione, il reale progresso di un popolo. A questa devono essere rivolte tutte le analisi e i progetti avvenire.

Dello Spirito non si parla né a destra, né a sinistra, né in centro. Dello Spirito la politica non si cura e si deve assistere alla miseria intellettuale in una frase che vanifica lo spirito: con la cultura non si mangia.




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Democrazia e maggioranza.

Questa presentazione potrebbe avere per titolo: il parafulmine!.

” A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene.  Poichè però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano. (…)”

(La citazione è attribuita ad un anonimo ateniese del V° secolo a. C., verosimilmente un esponente della  aristocrazia punito con l’esilio,   che si vendicò scrivendo un opuscolo contro il sistema democratico  allora vigente in Atene. La democrazia come violenza – Anonimo ateniese del V° secolo a. C. – Ed. Sellerio, Palermo, 1991)

Siamo consapevoli che con questo incipit offriamo ai  cultori del “politicamente corretto”  la facile occasione di rivolgerci  l’accusa, per altro oggi molto diffusa,  di essere  antitaliani  e  antidemocratici, o, peggio ancora, intellettuali eccentrici ed elitari incapaci di comprendere  la complessità del mondo contemporaneo.

Tuttavia, noi riteniamo che mentre  l’aristocrazia nobiliare non debba  meritare alcuna nostalgia, la riscoperta della realtà e del valore dell’ eccellenza (aristos, secondo Platone) sia al contrario oggi un’operazione  virtuosa e quanto mai necessaria, se desideriamo davvero risollevare la prospettiva di una democrazia che appare oggi seriamente compromessa da problemi etici, ancor prima che dai problemi economici.

Ma chi sono oggi i migliori?  Alcuni osservatori qualificati quali economisti, politici, imprenditori e manager, riflettendo sul degrado politico, istituzionale  e morale diffuso nel nostro paese  hanno da tempo esternato preoccupazione e manifestato perplessità su come sia stato possibile attraverso le modalità democratiche selezionare una classe dirigente, in particolare quella politica, così scadente. Tali  critiche si  sono  accompagnate poi ad  espliciti richiami all’esigenza di  introdurre la meritocrazia e di premiare l’eccellenza.

Tempo fa un noto manager auspicava per il nostro paese un “governo dei migliori”,  mentre un politico,  nel presentare il programma fondativo del suo partito, usava l’espressione,  per noi preferibile,  “la democrazia dei migliori”.

Noi consideriamo la  democrazia come la forma di governo dei popoli  più avanzata, ma occorre fare attenzione  e distinguere il modo di gestire il potere  dal modo di selezionare i governanti.

Se da una parte la separazione dei poteri, il riconoscimento delle regole e delle istituzioni terze, la ricerca della condivisione attraverso la trasparenza dell’azione e il dialogo tra minoranza e maggioranza, costituiscono i capisaldi del modo democratico di governare un popolo, è pur vero dall’altra che la criticità che le democrazie contemporanee mostrano ormai con evidenza risiede nella “violenza” della maggioranza, conseguente al processo di selezione dei governanti.

In altre parole, se la democrazia è rappresentativa, le questioni sono: chi può meglio rappresentare gli interessi del popolo?  In quale modo si può garantire la formazione di una classe dirigente competente e responsabile, che sia all’altezza della complessità del governo della cosa pubblica?

Noi riteniamo che non si debba  confondere la forma di governo con la qualità delle persone. Non è qui in discussione, infatti, la necessità di un governo dei migliori, che tutti auspichiamo, ma le modalità di selezione dei governanti.

A parte le sue origini greche, la  democrazia così come si è evoluta dall’illuminismo ad oggi prevedeva che all’allargamento del potere al popolo corrispondesse un’adeguata evoluzione culturale dello stesso (in questa prospettiva va a nostro parere colto il  senso del progetto dell’Encyclopédie).

La democrazia porta con sé la cultura o non è democrazia.

Tale intima e profonda ragione che lega la cultura alla democrazia non può accettare per esempio riduzioni di risorse alla scuola, alla formazione e alla ricerca scientifica.    La scuola deve rimanere prevalentemente pubblica e la formazione deve poter essere continua nella vita della persona. Quanto poi alla ricerca scientifica, essa non deve essere limitata dalla paura indotta dalle sue scoperte, ma  guidata dall’interesse generale e sostenibile.

Nel governo e nella costituzione della classe dirigente politica va  riconosciuto il rispecchiamento della cultura di un popolo. Tra le due entità politica e cultura la relazione è biunivoca, nel senso che le scelte della politica concorrono a determinare il livello culturale del popolo e quest’ultimo stabilisce con la propria partecipazione il livello e la qualità della politica.  Del resto un criterio di valutazione della qualità del management di una azienda è costituito  dall’individuazione delle capacità dei collaboratori che il capo si è scelto per costituire la propria squadra, secondo il vecchio adagio  “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

La  politica culturale non va  intesa dunque come una linea d’azione di un programma politico, ma  come l’essenza stessa della  politeia.

D’altra parte, se il livello culturale di un popolo non progredisce con una velocità almeno pari a quella con la quale si generano i problemi nella società, accade che la scelta della classe dirigente  si appiattisca inesorabilmente  al livello più basso acquisito.  Ai livelli più alti di equilibrio raggiunti,  la cultura  ha bisogno di una maggiore energia per mantenersi. Sappiamo che sarebbe sufficiente un arresto nella trasmissione culturale  per due o tre generazioni e l’umanità ritornerebbe all’età della pietra.

Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non  le personalità  migliori, che pure  esistono ed operano nel paese  confinate nel proprio privato, ma  rappresentanti del popolo che “sono come il popolo”. Si potrebbe definire il fenomeno come  un “imperativo statistico”, con riferimento  in questo caso  al prevalere della  “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti rappresentano la moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non  per il popolo, non soltanto  con il popolo, ma proprio come il popolo.  A loro  questa  identificazione  totale appare come la realizzazione  compiuta della democrazia.

Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano.   Potenza e fascino del numero!   Il fondamento  razionale della democrazia è appunto la statistica.

A esemplificazione di quanto asserito vorremmo riportare quanto detto da un rappresentante politico dell’attuale governo, durante uno dei tanti talk show televisivi,  ha molto bene espresso questa deformazione di pensiero, e della morale.

Talune candidature femminili alle elezioni politiche sono state giudicate inconsistenti in quanto giovani donne  provenienti dal mondo dello “spettacolo”, stimate più per la loro presenza che  per i  curricula.  Il nostro esponente politico faceva osservare che, al contrario di quanto veniva  osservato criticamente, tali candidature  costituivano proprio un esempio di buon governo democratico, perché una vera democrazia in quanto rappresentativa  deve poter consentire  ad ogni  componente presente nella società  il diritto di avere una sua rappresentanza politica.

Potenza del lapsus, davvero noi siamo parlati dalla lingua!  La raccogliticcia cultura politica di quel  piccolo yes-man (l’Uomo Nonsai, come ci suggerisce Bergonzoni riferendosi alla particolare coltura giapponese delle piccole piante ) addestrato con corsi full immersion dalla scuola di formazione politica del suo partito sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confondeva il processo di selezione di una classe dirigente politica con  il metodo  della formazione dei “campioni rappresentativi dell’universo”, utilizzati  nei test statistici e nei sondaggi d’opinione.

 




Cultura, democrazia e informazione. Passato e presente.

Se si riconosce alla cultura un valore aggiunto rispetto alla evoluzione biologica dell’uomo, dobbiamo anche prendere atto della sua apertura e della sua  natura essenzialmente democratica.

Il sapere, i valori, gli ideali, le credenze, le idee non sono beni di cui appropriarsi sui quali  si possa  esercitare un diritto di proprietà, ma sono dei codici che l’individuo deve assimilare  attraverso la formazione per  essere nel mondo.  Le idee sono dunque una  componente del nostro essere appartenente all’umanità.  L’uomo  è responsabile perchè  è libero e non esiste un copyright della cultura,  perchè essa è  patrimonio dell’Umanità.

Ho sempre provato un’intima e profonda soddisfazione, una felicità,  nel riscontrare in  autori magari vissuti secoli fa gli stessi miei pensieri, un’affinità nella visione del mondo, la medesima risonanza delle emozioni come quella che si sperimenta con l’ascolto della musica. E’ stato così che  mi sono sentito di appartenere all’umanità e alla storia. Non abbiamo bisogno di cercare intelligenze aliene: non siamo soli sul nostro pianeta.

Ma oggi c’è internet,  che affascina  intellettuali e  politici al punto di farla considerare come una nuova agorà, dove il popolo della rete può esprimere la più alta forma di democrazia partecipata. In effetti il vero valore dell’informazione, al di là del suo contenuto di  senso, sta nella sua libertà di circolazione, non necessariamente nella quantità o nella velocità di diffusione. Vedo nelle   tecnologie   ICT uno strumento di straordinaria capacità evolutiva per l’uomo, una vera protesi della intelligenza.

Tuttavia, l’intenso e veloce sviluppo di queste tecnologie  pone all’individuo il serio problema  di una capacità di adattamento  non ancora  pienamente acquisito. Posti di fronte ad un computer ci rendiamo conto che per utilizzarlo al meglio  necessita che il nostro  cervello si adatti al suo software al sua hardware.   Il computer per poter  esprimere  il suo massimo potenziale   ci richiede di ragionare come lui, che è digitale sia nell’hardware che nel software, mentre noi siamo digitali nel  nostro ambiente interno del sistema nervoso, l’elaborazione, ma siamo analogici nel  rapporto verso l’ambiente esterno, la percezione.

L’emergenza della cultura digitale ha creato una svolta radicale nella storia dell’umanità, le cui conseguenze ancora ci sfuggono in parte, ma quando fossero integrate  alle scoperte della biologia potrebbero portare la specie umana ad un nuovo livello evolutivo, forse non solo culturale. Fantascienza? Forse, ma,  ricordando per esempio che  quattro quinti della materia che compone l’Universo è oscura, di natura ancora sconosciuta  e che è  trascorso appena  un secolo dalla scoperta di una forma di energia di straordinaria potenza non percepibile dai nostri sensi, io ritengo che  convenga ragionare con la massima apertura e in  ogni  caso non ho dubbi che si commettono meno errori liberando l’immaginazione di quanto se ne commettono limitando  il progresso delle  scienze.

Ci si chiede se è auspicabile  l’uso diffuso e generalizzato di internet ai fini della  diffusione e della crescita della democrazia.  In verità, il  problema  posto da internet  non è tanto il suo uso libero o controllato, quanto l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione, per il quale posso in un tempo minimo acquisire e diffondere  una massa d’informazioni che non sono in grado poi di elaborare tempestivamente. Dov’è qui il processo di riflessione, il “lavoro psichico” come lo intende la psicanalisi? Davvero  si tratta di diffusione di idee e di pensieri o piuttosto di scambio compulsivo di  opinioni?  Si elabora e si decide una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?

Una cosa infatti è l’impiego del sistema numerico binario  per il funzionamento della macchina, altra cosa è ridurre il soggetto ad uno stato  afasico di  risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta  allo stato di un interruttore  che può accendersi o spegnersi.  Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a  risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione  dell’apprendimento;  perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi? Folgorati sulla via  della tecnologia corriamo il rischio  di  assimilare acriticamente la logica  del marketing, che vuole il  cittadino della società della percezione, magari informato, ma pur sempre passivo e addomesticato.

Navighiamo in una realtà  virtuale in cui la relazione  viene affidata  sempre più alla percezione visiva e immediata di neomessaggi (sms, mms, e-mail, blog, youtube…), dal momento che  l’efficienza dei siti si basa sul controllo della densità spaziale dell’informazione, ovvero l’obiettivo di riempire quanto più possibile di messaggi lo spazio dello schermo.  Se è il mezzo a determinare la comunicazione, allora il linguaggio visivo della comunicazione via web è quello più veloce, in tempo reale, costituito di parole-immagine che non devono essere lette, ma viste, percepite. Così si  passa dalla lettura della parola, sintesi di una elaborazione di significato,  all’immediatezza del gesto digitale, apparentemente più concreto ed efficace che può confondersi con l’azione.

in questi ultimi  anni vi sono poi state occasioni di comunicazione politica via internet che hanno dato risultati sorprendenti. Penso alle adunanze dei pacifisti, del “popolo viola”, come alle adesioni ad appelli divulgati a  salvaguardia  della Costituzione o per contrastare leggi ritenute ingiuste (per non parlare della rilevanza che tali comunicazioni hanno avuto nello sviluppo dei recenti movimenti popolari di  rivolta in Nord Africa).

Tutti questi eventi sono fenomeni positivi  fin quando vi prevale la forte motivazione derivante dal contenuto dei messaggi, ma  quando queste azioni diventassero sistematiche ed abituali, il rischio che si correrebbe  è che la partecipazione stessa perda di significato e che il gesto della digitazione su una tastiera diventi  un rituale  di una nuova liturgia massmediale.  Un po’ come avviene con quel gioco per cui ogni parola ripetuta più volte perde il significato per diventare un suono strano.

Alla perdita di senso si aggiunge inoltre la tendenziale perdita di responsabilità in relazione alla facilità di una pratica che si riduce ad un comportamento, ad un gesto, e in relazione alla  sicurezza procurata dall’anonimato. Si  osservi infatti come nella comunicazione sul web.2  prevalga l’uso di pseudonimi  con i quali si cela la propria identità.  La maschera del carnevale, oggi avatar, ci libera nell’espressione.

 




Energia e informazione

Vogliamo  P.A.C.E.

(Politica-Amore-Cultura-Energia)

Centrali nucleari in Italia, disastro nucleare in Giappone, moti di liberazione in Nord Africa, immigrazione africana verso l’Europa, divisioni politiche  in Europa ….. se tutto è connesso, cosa può  collegare tra loro queste emergenze? Esiste una soluzione comune ai problemi comuni?

La tragedia in corso in Giappone ha risvegliato in occidente le coscienze insinuando nuovamente il dubbio sulle centrali nucleari, ma lo ha fatto  instillando la paura ed era già accaduto nel 1986.  Che dire della memoria e delle fluttuazioni delle coscienze?  Un incidente, il referendum, il rifiuto del nucleare, la riproposta del nucleare, nuovo incidente, la pausa di riflessione.  Non si deve decidere sotto il ricatto della paura. Giusto, ma perchè si ripropongono, in particolare nel nostro Paese, le centrali nucleari? Solo per interessi economici? Gli interessi da soli non bastano a spiegare i comportamenti  umani. Dobbiamo domandarci e rispondere al perchè di quegli stessi interessi e spiegare  perchè si sia disposti ad accettarli.

Cos’è accaduto in Giappone? E’ accaduto che un terremoto poi uno tsunami,   hanno devastato coste e città, ma chi poteva prevedere quell’intensità? Siamo di fronte all’ineluttabilità della natura … e la compostezza di fronte alla tragedia di quel popolo, da sempre convivente con quella natura ostile,  è per noi esemplare. Ma lo tsunami ha  nella sua furia compromesso 6 reattori  della centrale nucleare di Fukushima, dove si  da ormai l’emergenza è al massimo grado. Ora la catastrofe è nucleare, quindi umana. E’ anch’essa ineluttabile? Imprevedibile? Dobbiamo convivere anche con l’ostilità tecnologica del rischio nucleare? Qui la compostezza viene meno, anche in Giappone.

Nei bambini i mostri generano la paura,di notte, ma negli adulti, i bambini diventati grandi,  è lo stato di paura che genera i mostri, anche di giorno. Così, dopo aver dimenticato le testate nucleari delle bombe e dei missili, percepiamo il reattore nucleare come un nuovo mostro che se, quando, ferito genera morte e distruzione di massa. Dopo Hiroshima e Nagasaki e  gli esperimenti nel Pacifico non sono scoppiate altre bombe atomiche o all’idrogeno, mentre gli incidenti nucleari alle centrali, almeno quelli fino ad oggi rivelati, sono noti. Cosa pensare, dunque? Cosa dire? E soprattutto che fare?

Gli argomenti che vengono in genere offerti alla pubblica opinione per giustificare la necessità di ricorrere alla produzione di energia elettrica mediante centrali nucleari sono principalmente due: la necessità di fare fronte alla domanda crescente di energia e la necessità di rendersi indipendenti dalle forniture energetiche. Dunque, da una parte  la motivazione economica in relazione allo sviluppo, come si è caratterizzato in questi ultimi due secoli, dall’altra la motivazione politica in relazione alle strategie internazionali per il controllo delle fonti energetiche.  Mancano tuttavia le motivazioni scientifiche in relazione alle tecnologie usate,  all’impatto ambientale e ai rischi sulla salute. Gli argomenti proposti dagli strenui difensori del nucleare sono spesso  infondati e irrazionali. Esse appaiono come pure petizioni di principio nella forma dell’ “imperativo tecnologico” secondo il quale se una cosa c’è dobbiamo usarla. Il primo argomento pro nucleare è sintetizzabile nella formula: “Che senso ha continuare a snobbare il nucleare? Alla fine lo importiamo dalla Francia, tanto vale portarcelo in casa”. Lo sentiamo ripetere come un mantra ogni volta che si tocca la questione dell’atomo. Si sostiene  che dal momento che siamo circondati da centrali nucleari francesi, svizzere e croate, dalle quali per altro attingiamo energia per i nostri consumi ( la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari però ad appena l’ 1,5 per cento del totale) tanto vale renderci indipendenti con nostre centrali nucleari sul nostro territorio. Evidentemente in questo caso non vale la logica delle esternalizzazione  e nemmeno della delocalizzazione, ma al contrario si sostiene la convenienza anche economica di costruire centrali nucleari  sul territorio italiano.  E per quanto riguarda i rischi? Torna il fatalismo sotto la forma dello “imperativo tecnologico”: tanto ci sono già, una più una meno…

Secondo argomento pro nucleare. Dobbiamo assicurarci il soddisfacimento del crescente bisogno di energia.  Ma le cose non stanno proprio così. Consultando i dati pubblicati sulla produzione di energia elettrica in Italiasi scopre infatti che l’Italia dal punto di vista energetico è tecnicamente autosufficiente. Le nostre centrali (termoelettriche, idroelettriche, solari, eoliche, geotermiche) sono in grado di sviluppare una potenza totale di 101,45 GW, contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW (picco dell’estate 2007). Perché allora importiamo energia dall’estero? Semplicemente perché conviene economicamente. Soprattutto di notte, quando l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari, che strutturalmente non riescono a modulare la potenza prodotta, costa molto meno, perché l’offerta (che più o meno rimane costante) supera la domanda (che di notte scende). Quindi in Italia le centrali meno efficienti vengono spente di notte proprio perché diventa più conveniente comprare elettricità dall’estero.

Per comprendere l’ossessione energetica che ispira le menti dei sinceri nuclearisti, intendo quelli in buona fede, non  corrotti dalla frenesia degli appalti (vedi G8,  L’Aquila, il Ponte sullo stretto…),  penso  occorra fare una preliminare riflessione di ordine storico e demografico in relazione ad un fenomeno che caratterizza da millenni l’evoluzione delle società umane: la città.

Secondo uno studio dell’Ined (Institut National Etudes démographiques) pubblicato  nel 2007 su “Population et sciences” e che si basa su dati dell’ONU, la maggior parte della popolazione mondiale è urbanizzata. La soglia sarebbe stata superata il 23 maggio  2007: più del 50% della popolazione mondiale  da allora vive in città. L’urbanizzazione è in ulteriore, continua crescita e si prevede che nel 2030 saranno sei persone su dieci a vivere in città. In Africa e in Asia, i continenti più popolati al mondo, i cittadini dovrebbero rappresentare la maggioranza degli abitanti nel 2030: allora le città più popolate al mondo si troveranno in questi continenti.

La crescita delle città costituisce uno dei fenomeni più importanti nella storia dell’umanità,  con la specificazione però che nei paesi  meno sviluppati  la popolazione urbana cresce a un ritmo tre volte superiore rispetto ai paesi sviluppati.  C’è però una grande differenza tra quanto accade nei paesi ricchi e in quelli poveri. Nei paesi ricchi l’urbanizzazione è frutto dello sviluppo e le città offrono posti di lavoro e un modo di vita per molti più interessante. Dove la società è più ricca ed evoluta si sta  tuttavia delineando una tendenza contraria: attività industriali, aree commerciali e zone residenziali si spostano dalla città verso altri luoghi. È ildecentramento urbano. Numerose fabbriche sono sorte in zone agricole, perché le reti telematiche e i trasporti veloci tendono ad annullare le distanze. In aree extraurbane, talvolta in aperta campagna, sono sorti grandi centri commerciali e insediamenti residenziali. Nei paesi poveri, invece, le grandi masse che si accalcano nelle sterminate periferie delle città, inseguono  la speranza, spesso solo illusoria, di migliorare la propria esistenza.

L’alterazione del rapporto città – campagna ha creato numerosi e ben noti problemi alla composizione e alla dinamica delle società (integrazione tra etnie, criminalità, microclima, igiene e sanità pubblica, inquinamento,  viabilità e trasporti, ecc), tutti riconducibili ai concetti di centro e di densità. La città ha al suo interno uno o più  centri e si costituisce essa stessa come un centro rispetto ad un territorio più allargato. Nella città centro ogni fenomeno si concentra e quindi si manifesta con elevata densità, indipendentemente dalla sua intensità. Tra  i  problemi di maggiore rilevanza emerge quello del consumo energetico, che non è più soltanto da mettere in relazione alla concentrazione della produzione industriale, ma in relazione alla concentrazione dei servizi.  Esiste cioè una correlazione tra densità di popolazione  e densità di consumo d’energia.

L’idea della centrale elettrica, soprattutto quelle di media e di grande potenza, nasce dunque da questa necessità e la sua dislocazione dipende in  parte dalla natura della sorgente d’energia (bacini idrici, giacimenti, raffinerie,)  in altra dalle considerazioni tecniche ed economiche. Così viene normalmente accettato che, una volta scelta la fonte energetica (carbone, petrolio, gas o uranio) conviene costruire centrali di media o alta potenza in ragione dell’evidenti  economie di scala e, d’altra parte, più  la produzione è prossima all’utilizzazione, minori saranno le perdite nel trasporto di energia (le perdite, tra l’altro, condizionano la dimensione ottimale della centrale).

Dobbiamo dunque chiederci, prima ancora di scegliere le fonti energetiche, se lo sviluppo  fondato sull’idea della centralità della produzione energetica sia ancora sostenibile per il futuro. E’ ancora una volta un problema di cultura, che deve guidare la politica nella visione dell’interesse lontano. Dobbiamo immaginare lo sviluppo energetico fondato su nuove visioni legate maggiormente ai concetti di decentramento e di rete, dove ogni nodo produttivo può  coincidere con l’utilizzatore finale, analogamente a quanto già è avvenuto con la rivoluzione informatica di questi ultimi decenni.

Nella rete energetica può avvenire quello che sta in analogia accadendo nella rete dell’informazione, dove ogni singolo utente–nodo connesso alla rete è ad un tempo consumatore e produttore, più autonomo e quindi libero dai condizionamenti derivati dalla concentrazione di potere e più responsabile nei consumi.

Nell’immagine satellitare che illustra il progetto Desertec, l’Internet dell’energia, al di là delle scelte delle fonti rinnovabili  e delle nuove tecnologie oggi esistenti, nella rete che collega tra loro i vari tipi di centrali di produzione di energia, dislocate là dove è direttamente reperibile con maggiore facilità la fonte energetica, si vede non solo la soluzione energetica per l’Europa e del Nord Africa, ma anche la soluzione economica e politica per gli Stati del Nord Africa, oggi in aperta e drammatica ricerca di democrazia e sviluppo.  Desertec non presenta ostacoli tecnici alla sua realizzazione, dal momento che utilizza tecnologie già esistenti e mature (per esempio gli impianti solari di Carlo Rubbia), per altro destinate a migliorarsi nell’arco temporale richiesto per la realizzazione,  essa  richiede l’intelligenza e la volontà di scegliere di adottare un nuovo modello  di sviluppo fondato sulla cooperazione.




Cultura, democrazia e informazione. Presente e futuro.

L’enorme successo di Wikipedia in questi  dieci anni dalla sua messa in rete, 60 milioni di consultazioni al giorno,   suggerisce a molti un ulteriore esempio della democraticità  di internet: una cultura che nasce dal basso.  E’ da condividere  tale entusiasmo ?

In effetti, Wikipedia  e tutte le iniziative che portano  il sapere nella universalità della rete sono da considerarsi operazioni culturali rivoluzionarie, paragonabili a quella avvenuta cinque secoli fa con la traduzione della Bibbia dal latino in tedesco e la sua stampa, che da allora ne  permise la diffusione al di  fuori del controllo della Chiesa.  Tuttavia, non si tratta di una “cultura  fatta dal basso”, piuttosto della diffusione orizzontale della cultura esistente, non importa qui se alta o bassa, per opera di volontari  che agiscono al di fuori dei circuiti della cultura accademica.  Essa   costituisce  una buona pratica di democrazia,  di ciò che  significa essere  “per il popolo”.

Non è tutto.  Mentre Wikipedia cresce e si diffonde,  altri progetti innovativi,  forse ancor più rivoluzionari e destinati a sconvolgere ogni rapporto esistente con la cultura e dagli sviluppi imprevedibili, sono stati  lanciati: pochi anni fa il progetto Google books, consistente nel digitalizzare  tutte le biblioteche del mondo, al fine di rendere disponibile  a tutti la consultazione on-line di tutti i libri esistenti e più recentemente il progetto  avviato da  un gruppo di Harvard con il quale si sta cercando di creare una “Biblioteca Digitale Pubblica degli Stati Uniti”, contando solo su finanziamenti provenienti da una coalizione di fondazioni private, che si propone  di rendere accessibile gratuitamente il patrimonio culturale americano non solo a tutti gli americani ma al mondo intero.

Già avviati attraverso accordi con alcune tra le principali Biblioteche  USA universitarie e nazionali, tali progetti rivelano una valenza di portata pari solo al Progetto Genoma Umano,  da alcuni anni concluso. (nota)

Simili progetti possono anche’essi  apparire  ambiziosi e di difficile completamento, ma sotto ogni svolta rivoluzionaria del pensiero e della scienza dobbiamo  riconoscere la  realtà e il valore di  quei lavori poco visibili  con i quali si mette ordine nel  sapere e i risultati che ne derivano costituiscono letteralmente il  fondamento, al punto che col tempo non ci meravigliamo più del loro uso.  Si pensi  alla   formazione di  Vocabolari e Dizionari, dei criteri di classificazione in una  scienza, alla realizzazione, appunto, del  Progetto Genoma Umano,  sorta di dizionario dei geni dell’uomo.

Wikipedia e  questo due progetti di digitalizzazione delle biblioteche progetto  possono essere considerati come la realizzazione del sogno illuminista dell’Enciclopedia Universale, siamo di fronte alla realizzazione virtuale della Biblioteca di Alessandria.

Oggi il problema è: come la Università e la Scuola  potranno adeguarsi a tali rivoluzioni? Si tratta  questo di uno dei problemi cruciali della società contemporanea. Accade già oggi che dalla ricerca assegnata ai bambini della scuola elementare fino  alle tesi di laurea presentate  nelle Università, Wikipedia e Google rappresentino ormai una fonte irrinunciabile per il reperimento delle informazioni che servono per le loro elaborazioni.  Un data base, Wikipedia, costituito oggi da oltre 10 milioni di voci o articoli tradotti in 250 lingue  fanno ben storcere il naso al mondo accademico che ha instillato il dubbio sull’attendibilità delle informazioni in esso contenute.  Più realisticamente, e modestamente, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado non si fanno certo alcun scrupolo nell’usare l’enciclopedia on-line per la propria formazione e aggiornamento,  anche per l’esigenza di mantenere  un rapporto di parità e un contatto con i nuovi discenti spesso più smaliziati di loro.

Certo è che, a fronte degli sviluppi potenziali di queste tecnologie, le riforme scolastiche, in particolare le sedicenti tali del nostro paese, appaiono anacronistiche e ridicole. Piuttosto che insistere con programmi strutturati per materie che pretendono di approfondire, sia pure a diversi livelli, tutti i temi del sapere umano, occorrerebbe reimpostare diversamente e radicalmente l’insegnamento fondandolo sul metodo di studio e quindi all’uso degli strumenti moderni dell’ICT che  mettano gli allievi nelle condizioni di “navigare” con proprietà e sicurezza tra le varie discipline,  acquisendo la capacità di costruire,  al momento del bisogno e in autonomia,  il sapere al livello adeguato al compito richiesto.

Tutto questo, naturalmente, senza rinunciare ad una formazione più completa ed esauriente della persona che solo la relazione umana e la cultura umanistica possono garantire.

Facciamo un esperimento teorico.    Ipotizziamo che tutti i libri, gli articoli, le ricerche, le opere che  costituiscono  il sapere umano fossero digitalizzati e distribuiti in una  enorme rete di ipertesti, su cui poter eseguire liberamente le più diverse elaborazioni.  Immaginiamo quindi di avere l’interesse di  apprendere un determinato argomento. Estraiamo allora  tutte le fonti disponibili, per esempio i diversi autori che si sono  applicati a quel argomento e  cominciamo a creare  hyperlink inseguendo le nostre ipotesi o intuizioni. Ebbene, solo accostando tra loro diverse tesi ed opinioni espresse nel tempo e da differenti soggetti su un medesimo argomento, solo utilizzando quel metodo che  ben conoscono i critici e gli  estensori di tesi di laurea compilative, quante nuove ed interessanti verità potremmo svelare, verità che gli stessi singoli autori non avrebbero potuto  immaginare?

Il fenomeno  va considerato come una  ricombinazione di idee , in analogia a quanto avviene per la costituzione di un nuovo genoma in un nuovo essere a partire dai geni parentali: le nuove idee come nuove vite. Rimane il dilemma  posto da queste tecnologie,  ovvero stabilire se le regole della democrazia possano essere applicate alla scienza.

Si sostiene che Wikipedia sia democratica  in quanto conoscenza che si costruisce dal basso.  Una produzione della verità cui si può arrivare attraverso l’accumulazione degli apporti e delle correzioni collettive. Questa convinzione procura non poche preoccupazioni  al nucleo fondatore dell’enciclopedia nella misura in cui  applica  la regola, in verità non democratica, secondo cui la maggioranza ha ragione.  Ci troviamo ancora una volta all’interno di un pensiero ideologico che concepisce il popolo depositario di una naturale saggezza, che origina il peccato nella conoscenza concepita come la pretesa dell’uomo di essere come Dio, che pretende di condizionare la conoscenza ad una predeterminata visione etica, che indulge sul pensiero della “pancia” dopo averlo separato dalla “testa”.

Tale impostazione pretende di compensare la scarsa conoscenza e assimilazione della logica del pensiero scientifico.  Se l’informazione viene manipolata e occultata da chi la produce, la detiene e la  distribuisce essa diventa una merce, ovvero uno strumento di controllo sugli uomini che vengono in tal modo gerarchizzati  distribuendo loro  gradi diversi di accessibilità all’informazione, sempre però avendo i due limiti della dalla censura e del segreto.  In questa  posizione trova riscontro il cinismo del potere, secondo  cui  il popolo, quando afferma di volere la verità, alla quale per altro le costituzioni democratiche  garantiscono il diritto, in realtà vorrebbe soltanto delle spiegazioni.

Occorre tener ben presente che  gli elementi fondamentali della democrazia sono costitutivi della scienza,  dal momento che questa si fonda sulla dialettica di verificabilità e falsificazione delle proprie formulazioni, potenzialmente aperta a tutti.  Applicare le regole della democrazia alla scienza? Il vero problema che dovremmo porci è  dunque il contrario, ovvero  se è possibile applicare le regole della scienza alla democrazia.  La  visione di  internet come un’agorà  rappresenta, pur nella sua entusiastica semplificazione,   una  valida  piattaforma  per impostare  la ricerca di un risposta corretta al problema.




BIBLIOTECA

 

 

David Abulafia  “Federico II” Enaudi, 1988

Theodor Adorno  “Minima moralia. Meditazioni della vita offesa” Einaudi, Torino 1994

Kenneth J. Arrow  “I limiti dell’organizzazione” Il Saggiatore, 1986

Girolamo Arnaldi  “L’Italia e i suoi invasori” Edizioni Laterza, 2002

Anonimo Ateniese  “La democrazia come violenza” Sellerio 1991

Luigi Campiglio  “Prima le donne  e i bambini. Chi rappresenta i minorenni?” il Mulino, 2005

Roberto Calasso  “Le nozze di Cadmo e Armonia” Adelphi, 1988

Giorgio Colli  “La nascita della filosofia” Adelphi, 1983

Robert A. Dahl  “La democrazia economica”, il Mulino 1989

Guy Debord  “La società dello spettacolo”,  Massari Editore, 2002

Ronald Dworkin   “La democrazia possibile. Principi per un nuovo dibattito politico” Feltrinelli, 2006

Piero Gobetti “La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia” Enaudi, 1995

Hans Jonas  “Il principio responsabilità” Einaudi, 1990

Fabio Mini  “Soldati” Enaudi, 2008

Grytzko Mascioni  “Lo specchio greco. Alle fonti del pensare europeo” Mondadori, 1990

Platone  “Simposio” Adelphi, 1993

Kuki Shuzo  “La struttura dell’iki” Adelphi, 1992

Paul Ginsborg  “Salviamo l’Italia” Einaudi, 2010

 

 

f-d-rooseveltFranklin Delano Roosevelt  “Ripartiamo”  add editore, 2011

Martha C. Nussbaum  “Non per profitto. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”  il Mulino, 2011

 

 

 

kevin-kellyKevin Kelly  “Quello che vuole ta tecnologia”  codice Edizioni, 2011

 

John Maynard Keynes  “Possibilità economiche per i nostri nipoti”  Adelphi, 2009

(… continua …)

 

 

 




La storia

Ad alcuni  commentatori smaliziati di questi ultimi anni è apparso  paradossale vedere gli eredi del Partito Comunista Italiano battersi apertamente in difesa dell’unità della Nazione e dei valori della Costituzione, contro la minaccia mostrata dalla destra al potere   di indebolire  le forme istituzionali democratiche.

Solo vent’anni fa sarebbe stato improbabile assistere alle esibizioni del canto dell’inno di Mameli da parte di rappresentanti del PCI,  i quali   non   avevano mai nascosto una  certa diffidenza  verso la “democrazia formale”, preferendole le analisi storiche, economiche e sociali svolte in una cornice di contrapposizione ideologica tra blocchi.

La difesa in corso della nostra Costituzione (giusta ed opportuna perché è strategicamente inutile  voler cambiare qualcosa che va in rovina, quando si dovrebbe dapprima salvare ciò che si vuole cambiare)  ci offre l’opportunità di svelare una verità della nostra  storia, il fatto  che il ruolo assunto dalla sinistra in Italia, sia essa socialista che comunista,  è  stato  di fatto supplire  all’assenza di una classe borghese, derivata da una rivoluzione liberare e socialmente consolidata.

Questa verità nella storia italiana è stata soffocata durante il fascismo e in seguito occultata  dalla contrapposizione tra le due grandi ideologie fino a diventare un tabu sia per la sinistra che per la destra.

Non occorre essere di sinistra per riconoscere l’apporto determinante dato dalla “via italiana al comunismo” all’edificazione dello Stato liberale e democratico, a partire dal riscatto della Resistenza  da una guerra perduta tragicamente tra rovine materiali e morali, per approdare alla partecipazione attiva nella fondazione della Costituzione della Repubblica Italiana.

E’ questo il  motivo per il quale la destra italiana contemporanea recrimina con livore ed ostinazione sulla presunta prevalenza e dominanza della cultura  di sinistra, per esempio nell’editoria e nella scuola.  In questa invidia c’è l’ammissione della propria origine popolare del fascismo, culturalmente inconsistente.




La Religione

La divisione tra laici e cattolici come oggi viene rappresentata, nel timore di dividere un elettorato prevalentemente cattolico, è una finzione ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica.

Nel nostro paese  è difficile affrontare  una tematica che comprenda la componente religiosa senza ricadere nel facile errore di  promuovere crociate o di assumere posizioni integraliste o fondamentaliste.  Siamo alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile. Come si manifesta il tabu ? Attraverso la  constatazione che  nelle analisi e dibattiti  culturali o politici si tende a confondere  il “cattolicesimo” con il “cristianesimo”.

E’ quasi un lapsus verbale: nell’esposizione degli argomenti si passa indifferentemente dall’uso del termine cattolico a quello di cristiano, come se fossero equivalenti. Politici, teologi, sacerdoti, intellettuali, nel sostenere i propri principi e valori sembrano non avvertano  la necessità di distinguere tra i due termini, che rimandano a concezioni così  diverse. Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta quella Riforma Protestante che ha costituito, comunque la  s’intenda,  una  svolta  selettiva culturale che ha indotto una vera e propria mutazione  nell’evoluzione  del mondo occidentale.

Si rimuovono cinque secoli di storia durante i quali  buona parte della cultura europea ha assimilato, sia pure con varie modalità e contraddizioni, i principi e i valori della Riforma Protestante, mentre in Italia si è affermata una cultura  della Controriforma, chiusa ed involutiva.

Prima in Europa  poi nell’America del Nord, l’etica protestante  ha contribuito a liberare le forze propulsive di una intraprendente borghesia, costruendo l’unità  delle istituzioni tanto  negli Stati federali come negli Stati centrali, mentre  in Italia, già frammentata dalla frequentazione secolare di invasori, ancora oggi si fatica a riconoscerne l’unità.  Se ieri i Piemontesi  si sono imbattuti nella “questione meridionale” e nel conflitto con lo Stato Vaticano, oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e  l’ingerenza della Chiesa Cattolica nelle vicende politiche e istituzionali.

Prendiamo  dunque atto che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità, occidentale, è altrettanto vero che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso e conflittuale, vissuto ed agito non in un rapporto mediato da un ente terzo, ma attraverso la famiglia.  Da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con il proprio Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità)  concependo una società come somma di famiglie tendenzialmente autonome che vivono lo Stato come un’entità estranea ed ostile.

Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci  ad altri paesi europei o agli Stati Uniti, riconoscendoci tutti cristiani,  ma mossi dalla motivazione assai poco nobile di trovare conforto quando possiamo riscontrare che “così fan tutti”, senza rendersi conto che a parità dei valori di riferimento il popolo italiano  mostra comportamenti ben diversi, per esempio, da quello francese, piuttosto che  tedesco,  anglosassone ,  scandinavo o  americano. Un esempio per tutti è  il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica, la cui differenza è così  profonda  da non sfuggire nemmeno all’attenzione del distratto turista.

Si tratta della  cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo. Senza nulla togliere ai principi e valori generali del cristianesimo, che costituiscono tra altri il fondamento della cultura a cui apparteniamo, dobbiamo prendere atto che la Chiesa di Roma ha costituito in Italia un fattore di resistenza al progresso, contribuendo a rendere il nostro Paese ancor oggi, dopo quello cui abbiamo assistito in occasione delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, un Paese incompiuto.

La formula Peppone versus Don Camillo è stata una geniale  invenzione cinematografica che  ha rappresentato attraverso le maschere la profonda divisione di un popolo, la  sofferta convivenza delle due ideologie totalitarie sullo stesso territorio e dentro gli stessi individui.

Cosa significa dunque essere laico?  Una fotografia di un corteo a Parigi durante uno sciopero degli insegnanti di circa due anni  fa, quando la nostra scuola fu investita dalla c.d. “riforma Gelmini”, mostrava  un cartello  su cui era scritto:  “la scienza per tutti”.




La politica

Il regime politico  presente nel nostro paese  ci appare come una farsa rispetto alla tragedia del ventennio fascista. La storia sembra a volte ripetersi, ma attenzione: cambia la scala dei fenomeni.

Durante il  regime fascista, che è bene ricordare si è affermato grazie alla desistenza di una monarchia inetta  e si è consolidato  quindi con la volontà popolare, il popolo veniva compattato e dominato dal potere nella prospettiva di diventare attraverso la dittatura di uno Stato guida una potenza egemone in espansione da cui sarebbero derivate  sicurezza e prosperità. Una tale concezione  accomunava le ideologie   novecentesche che si  reggevano sul controllo delle masse  mediante regimi totalitari, regimi che si giustificavano come necessari proprio in relazione alla grandezza dei fini.

Oggi il popolo  si sente minacciato dalle  nuove dimensioni del territorio:   la globalizzazione dei mercati, i  cambiamenti del clima,  i flussi immigratori. Esso  si  ritira, frammentandosi, in una dimensione più domestica, nel tentativo apolitico di affrontare la realtà in una  prospettiva tecnica atemporale,  mediante una gestione  amministrativa del potere, dominata dalla economia e dell’efficienza, dal “fare”: una democrazia commissariata.

Se  quel ventennio è stato  tragico nei modi e negli esiti, l’attuale periodo può risultare in realtà ancora più tragico  per il radicarsi progressivo  negli  uomini contemporanei dell’angoscia per  la precarietà o assenza del futuro, il luogo a cui tendere e dove ritrovarsi.  I comportamenti e gli atteggiamenti dei regimi passati ci possono apparire oggi, soprattutto alle giovani generazioni, come caricature del potere.

Rimane  alla fine il “popolo” come variabile indipendente  della politica contemporanea. Una concezione del potere demagogica ed economicistica che seguendo il principio di “dare al popolo ciò che il popolo vuole” rivela  l’incapacità della politica  contemporanea di riappropriarsi della  missione  originaria d’indirizzo e di gestione equa degli interessi dei cittadini, per il raggiungimento del bene  comune. La politica come “visione dell’interesse lontano” (R.von Jhering)

E il  lessico usato ci aiuta a comprendere l’impoverimento del pensiero avvenuto in questi ultimi anni,  allorchè il  paese è stato concepito e trattato come un’azienda, come un sistema,  mai come uno Stato.

Se ciò è vero allora bisogna accettare l’idea che il populismo  della destra contemporanea non è così diverso del populismo della sinistra.  Se il primo ha bisogno di un popolo passivo, consumatore e  infantile,  come sostegno e giustificazione del proprio mandato, il secondo pervaso di cattolicesimo indulge sulle sue miserie con la  pretesa di  condurlo al potere. Entrambe le  concezioni sembrano  voler farci dimenticare che il popolo e l’opinione pubblica quando sono contro il potere gli nuoce e quando gli sono favorevoli  non contano niente.




Il Diritto

Il diritto di voto ai minorenni.  Prima le donne poi i bambini.

La  crisi economica in corso e le improvvide politiche adottate fino ad oggi in Italia  per rimediarvi hanno fatto drammaticamente emergere la disoccupazione giovanile, ormai arrivata  ad un terzo della popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni.  La flessibilità del lavoro è divenuto l’incubo per i giovani,  tendenzialmente privati del loro futuro.  Abbiamo forse una generazione per la prima volta senza futuro?  Il paradosso sta nel fatto che ad essere senza futuro sarebbe proprio la generazione che oggi, tra noi, lo rappresenta.

Un tema cruciale oggi in Italia è la riforma del welfare state, ma come  nelle altre democrazie contemporanee, sebbene fondate sul suffragio universale, anche in Italia i minorenni non hanno rappresentanza politica.  Siamo forse di fronte ad una carenza di democrazia?

Se il voto rappresenta il diritto di partecipazione a un dividendo sociale, di cui la spesa pubblica esprime la dimensione monetaria, allora la partecipazione dei minorenni in assenza del voto è lasciata alla sola buona volontà delle strategie dei partiti politici. D’altra parte ben conosciamo  i limiti dell’orizzonte politico  appiattito sulla fine della legislatura e accade così che i bisogni e le aspettative dei giovani vengano sacrificati nei programmi, dal momento che il danno così procurato non appare nell’immmediato.

L’estensione del diritto di voto ai minorenni è un tema riconducibile al filosofo Antonio Rosmini (1848) ed è stato già affrontato in altre democrazie come in Francia, già con una proposta legislativa risalente al 1910, in  Germania in anni più recenti ed in Austria, dove dal 2007 si vota a 16 anni di età.

L’argomento riguarda più di 9 milioni di  cittadini di età compresa tra o e 17 anni, ovvero il 19% dell’intera popolazione di cittadini residenti in Italia e in particolare, considerando l’ Austria come esempio di prima fase di applicazione, interessa sempre in Italia circa 1,1 milioni di giovani di età tra i 16 e 17 anni (il voto per i cittadini da 0 a 15 anni  è delegabile ai genitori).

E’ interessante notare come  la partecipazione alla vita attiva del paese di questa  quota parte di cittadini possa costituire la base per un riequilibrio delle politiche di welfare state nel nostro paese, dove  la quota di popolazione anziana (65 anni e oltre) rappresenta oggi il 26% circa dell’intera popolazione, ed è destinata a crescere.

L’idea centrale è che la competizione politica  per il consenso elettorale obblighi i partiti politici a tenere conto dei bisogni dei giovani nei loro programmi elettorali e quindi nell’azione di governo. Il principo di “un uomo un voto” della tradizione democratica, sia esso maschio o femmina, adulto o minore verrebbe  in tal modo realizzato.

In Italia la rappresentanza del voto dei minori non è compatibile con l’attuale normativa costituzionale e pertanto,  in una prospettiva di difesa e consolidamento dei suoi principi e valori, una modifica della nostra Costituzione (cfr. art. 3) che attribuisse il diritto di voto dal momento della nascita, con ciò abolendo l’ultima discriminazione in base all’età, risulterebbe coerente con lo spirito costituente e  potrebbe conciliare la crisi emergente del breve periodo con l’interesse lontano del paese.

(Per l’approfondimento del tema si rimanda alla lettura de “Prima le donne e i bambini. Chi rappresenta i minorenni” di Luigi Campiglio – Prof. Ordinario di politica economica presso L’Università Cattolica di Milano –  Il Mulino, 2005)