La crescita delle città
Nell’immagine satellitare che illustra il progetto Desertec,
Cultura, democrazia e informazione. Presente e futuro.
L’enorme successo di Wikipedia in questi dieci anni dalla sua messa in rete, 60 milioni di consultazioni al giorno, suggerisce a molti un ulteriore esempio della democraticità di internet: una cultura che nasce dal basso. E’ da condividere tale entusiasmo ?
In effetti, Wikipedia e tutte le iniziative che portano il sapere nella universalità della rete sono da considerarsi operazioni culturali rivoluzionarie, paragonabili a quella avvenuta cinque secoli fa con la traduzione della Bibbia dal latino in tedesco e la sua stampa, che da allora ne permise la diffusione al di fuori del controllo della Chiesa. Tuttavia, non si tratta di una “cultura fatta dal basso”, piuttosto della diffusione orizzontale della cultura esistente, non importa qui se alta o bassa, per opera di volontari che agiscono al di fuori dei circuiti della cultura accademica. Essa costituisce una buona pratica di democrazia, di ciò che significa essere “per il popolo”.
Non è tutto. Mentre Wikipedia cresce e si diffonde, altri progetti innovativi, forse ancor più rivoluzionari e destinati a sconvolgere ogni rapporto esistente con la cultura e dagli sviluppi imprevedibili, sono stati lanciati: pochi anni fa il progetto Google books, consistente nel digitalizzare tutte le biblioteche del mondo, al fine di rendere disponibile a tutti la consultazione on-line di tutti i libri esistenti e più recentemente il progetto avviato da un gruppo di Harvard con il quale si sta cercando di creare una “Biblioteca Digitale Pubblica degli Stati Uniti”, contando solo su finanziamenti provenienti da una coalizione di fondazioni private, che si propone di rendere accessibile gratuitamente il patrimonio culturale americano non solo a tutti gli americani ma al mondo intero.
Già avviati attraverso accordi con alcune tra le principali Biblioteche USA universitarie e nazionali, tali progetti rivelano una valenza di portata pari solo al Progetto Genoma Umano, da alcuni anni concluso. (nota)
Simili progetti possono anche’essi apparire ambiziosi e di difficile completamento, ma sotto ogni svolta rivoluzionaria del pensiero e della scienza dobbiamo riconoscere la realtà e il valore di quei lavori poco visibili con i quali si mette ordine nel sapere e i risultati che ne derivano costituiscono letteralmente il fondamento, al punto che col tempo non ci meravigliamo più del loro uso. Si pensi alla formazione di Vocabolari e Dizionari, dei criteri di classificazione in una scienza, alla realizzazione, appunto, del Progetto Genoma Umano, sorta di dizionario dei geni dell’uomo.
Wikipedia e questo due progetti di digitalizzazione delle biblioteche progetto possono essere considerati come la realizzazione del sogno illuminista dell’Enciclopedia Universale, siamo di fronte alla realizzazione virtuale della Biblioteca di Alessandria.
Oggi il problema è: come la Università e la Scuola potranno adeguarsi a tali rivoluzioni? Si tratta questo di uno dei problemi cruciali della società contemporanea. Accade già oggi che dalla ricerca assegnata ai bambini della scuola elementare fino alle tesi di laurea presentate nelle Università, Wikipedia e Google rappresentino ormai una fonte irrinunciabile per il reperimento delle informazioni che servono per le loro elaborazioni. Un data base, Wikipedia, costituito oggi da oltre 10 milioni di voci o articoli tradotti in 250 lingue fanno ben storcere il naso al mondo accademico che ha instillato il dubbio sull’attendibilità delle informazioni in esso contenute. Più realisticamente, e modestamente, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado non si fanno certo alcun scrupolo nell’usare l’enciclopedia on-line per la propria formazione e aggiornamento, anche per l’esigenza di mantenere un rapporto di parità e un contatto con i nuovi discenti spesso più smaliziati di loro.
Certo è che, a fronte degli sviluppi potenziali di queste tecnologie, le riforme scolastiche, in particolare le sedicenti tali del nostro paese, appaiono anacronistiche e ridicole. Piuttosto che insistere con programmi strutturati per materie che pretendono di approfondire, sia pure a diversi livelli, tutti i temi del sapere umano, occorrerebbe reimpostare diversamente e radicalmente l’insegnamento fondandolo sul metodo di studio e quindi all’uso degli strumenti moderni dell’ICT che mettano gli allievi nelle condizioni di “navigare” con proprietà e sicurezza tra le varie discipline, acquisendo la capacità di costruire, al momento del bisogno e in autonomia, il sapere al livello adeguato al compito richiesto.
Tutto questo, naturalmente, senza rinunciare ad una formazione più completa ed esauriente della persona che solo la relazione umana e la cultura umanistica possono garantire.
Facciamo un esperimento teorico. Ipotizziamo che tutti i libri, gli articoli, le ricerche, le opere che costituiscono il sapere umano fossero digitalizzati e distribuiti in una enorme rete di ipertesti, su cui poter eseguire liberamente le più diverse elaborazioni. Immaginiamo quindi di avere l’interesse di apprendere un determinato argomento. Estraiamo allora tutte le fonti disponibili, per esempio i diversi autori che si sono applicati a quel argomento e cominciamo a creare hyperlink inseguendo le nostre ipotesi o intuizioni. Ebbene, solo accostando tra loro diverse tesi ed opinioni espresse nel tempo e da differenti soggetti su un medesimo argomento, solo utilizzando quel metodo che ben conoscono i critici e gli estensori di tesi di laurea compilative, quante nuove ed interessanti verità potremmo svelare, verità che gli stessi singoli autori non avrebbero potuto immaginare?
Il fenomeno va considerato come una ricombinazione di idee , in analogia a quanto avviene per la costituzione di un nuovo genoma in un nuovo essere a partire dai geni parentali: le nuove idee come nuove vite. Rimane il dilemma posto da queste tecnologie, ovvero stabilire se le regole della democrazia possano essere applicate alla scienza.
Si sostiene che Wikipedia sia democratica in quanto conoscenza che si costruisce dal basso. Una produzione della verità cui si può arrivare attraverso l’accumulazione degli apporti e delle correzioni collettive. Questa convinzione procura non poche preoccupazioni al nucleo fondatore dell’enciclopedia nella misura in cui applica la regola, in verità non democratica, secondo cui la maggioranza ha ragione. Ci troviamo ancora una volta all’interno di un pensiero ideologico che concepisce il popolo depositario di una naturale saggezza, che origina il peccato nella conoscenza concepita come la pretesa dell’uomo di essere come Dio, che pretende di condizionare la conoscenza ad una predeterminata visione etica, che indulge sul pensiero della “pancia” dopo averlo separato dalla “testa”.
Tale impostazione pretende di compensare la scarsa conoscenza e assimilazione della logica del pensiero scientifico. Se l’informazione viene manipolata e occultata da chi la produce, la detiene e la distribuisce essa diventa una merce, ovvero uno strumento di controllo sugli uomini che vengono in tal modo gerarchizzati distribuendo loro gradi diversi di accessibilità all’informazione, sempre però avendo i due limiti della dalla censura e del segreto. In questa posizione trova riscontro il cinismo del potere, secondo cui il popolo, quando afferma di volere la verità, alla quale per altro le costituzioni democratiche garantiscono il diritto, in realtà vorrebbe soltanto delle spiegazioni.
Occorre tener ben presente che gli elementi fondamentali della democrazia sono costitutivi della scienza, dal momento che questa si fonda sulla dialettica di verificabilità e falsificazione delle proprie formulazioni, potenzialmente aperta a tutti. Applicare le regole della democrazia alla scienza? Il vero problema che dovremmo porci è dunque il contrario, ovvero se è possibile applicare le regole della scienza alla democrazia. La visione di internet come un’agorà rappresenta, pur nella sua entusiastica semplificazione, una valida piattaforma per impostare la ricerca di un risposta corretta al problema.
BIBLIOTECA
David Abulafia “Federico II” Enaudi, 1988
Theodor Adorno “Minima moralia. Meditazioni della vita offesa” Einaudi, Torino 1994
Kenneth J. Arrow “I limiti dell’organizzazione” Il Saggiatore, 1986
Girolamo Arnaldi “L’Italia e i suoi invasori” Edizioni Laterza, 2002
Anonimo Ateniese “La democrazia come violenza” Sellerio 1991
Luigi Campiglio “Prima le donne e i bambini. Chi rappresenta i minorenni?” il Mulino, 2005
Roberto Calasso “Le nozze di Cadmo e Armonia” Adelphi, 1988
Giorgio Colli “La nascita della filosofia” Adelphi, 1983
Robert A. Dahl “La democrazia economica”, il Mulino 1989
Guy Debord “La società dello spettacolo”, Massari Editore, 2002
Ronald Dworkin “La democrazia possibile. Principi per un nuovo dibattito politico” Feltrinelli, 2006
Piero Gobetti “La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia” Enaudi, 1995
Hans Jonas “Il principio responsabilità” Einaudi, 1990
Fabio Mini “Soldati” Enaudi, 2008
Grytzko Mascioni “Lo specchio greco. Alle fonti del pensare europeo” Mondadori, 1990
Platone “Simposio” Adelphi, 1993
Kuki Shuzo “La struttura dell’iki” Adelphi, 1992
Paul Ginsborg “Salviamo l’Italia” Einaudi, 2010
Franklin Delano Roosevelt “Ripartiamo” add editore, 2011
Martha C. Nussbaum “Non per profitto. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica” il Mulino, 2011
Kevin Kelly “Quello che vuole ta tecnologia” codice Edizioni, 2011
John Maynard Keynes “Possibilità economiche per i nostri nipoti” Adelphi, 2009
(… continua …)
La storia
Ad alcuni commentatori smaliziati di questi ultimi anni è apparso paradossale vedere gli eredi del Partito Comunista Italiano battersi apertamente in difesa dell’unità della Nazione e dei valori della Costituzione, contro la minaccia mostrata dalla destra al potere di indebolire le forme istituzionali democratiche.
Solo vent’anni fa sarebbe stato improbabile assistere alle esibizioni del canto dell’inno di Mameli da parte di rappresentanti del PCI, i quali non avevano mai nascosto una certa diffidenza verso la “democrazia formale”, preferendole le analisi storiche, economiche e sociali svolte in una cornice di contrapposizione ideologica tra blocchi.
La difesa in corso della nostra Costituzione (giusta ed opportuna perché è strategicamente inutile voler cambiare qualcosa che va in rovina, quando si dovrebbe dapprima salvare ciò che si vuole cambiare) ci offre l’opportunità di svelare una verità della nostra storia, il fatto che il ruolo assunto dalla sinistra in Italia, sia essa socialista che comunista, è stato di fatto supplire all’assenza di una classe borghese, derivata da una rivoluzione liberare e socialmente consolidata.
Questa verità nella storia italiana è stata soffocata durante il fascismo e in seguito occultata dalla contrapposizione tra le due grandi ideologie fino a diventare un tabu sia per la sinistra che per la destra.
Non occorre essere di sinistra per riconoscere l’apporto determinante dato dalla “via italiana al comunismo” all’edificazione dello Stato liberale e democratico, a partire dal riscatto della Resistenza da una guerra perduta tragicamente tra rovine materiali e morali, per approdare alla partecipazione attiva nella fondazione della Costituzione della Repubblica Italiana.
E’ questo il motivo per il quale la destra italiana contemporanea recrimina con livore ed ostinazione sulla presunta prevalenza e dominanza della cultura di sinistra, per esempio nell’editoria e nella scuola. In questa invidia c’è l’ammissione della propria origine popolare del fascismo, culturalmente inconsistente.
La Religione
La divisione tra laici e cattolici come oggi viene rappresentata, nel timore di dividere un elettorato prevalentemente cattolico, è una finzione ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica.

Nel nostro paese è difficile affrontare una tematica che comprenda la componente religiosa senza ricadere nel facile errore di promuovere crociate o di assumere posizioni integraliste o fondamentaliste. Siamo alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile. Come si manifesta il tabu ? Attraverso la constatazione che nelle analisi e dibattiti culturali o politici si tende a confondere il “cattolicesimo” con il “cristianesimo”.
E’ quasi un lapsus verbale: nell’esposizione degli argomenti si passa indifferentemente dall’uso del termine cattolico a quello di cristiano, come se fossero equivalenti. Politici, teologi, sacerdoti, intellettuali, nel sostenere i propri principi e valori sembrano non avvertano la necessità di distinguere tra i due termini, che rimandano a concezioni così diverse. Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta
quella Riforma Protestante che ha costituito, comunque la s’intenda, una svolta selettiva culturale che ha indotto una vera e propria mutazione nell’evoluzione del mondo occidentale.
Si rimuovono cinque secoli di storia durante i quali buona parte della cultura europea ha assimilato, sia pure con varie modalità e contraddizioni, i principi e i valori della Riforma Protestante, mentre in Italia si è affermata una cultura della Controriforma, chiusa ed involutiva.
Prima in Europa poi nell’America del Nord, l’etica protestante ha contribuito a liberare le forze propulsive di una intraprendente borghesia, costruendo l’unità delle istituzioni tanto negli Stati federali come negli Stati centrali, mentre in Italia, già frammentata dalla frequentazione secolare di invasori, ancora oggi si fatica a riconoscerne l’unità. Se ieri i Piemontesi si sono imbattuti nella “questione meridionale” e nel conflitto con lo Stato Vaticano,
oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e l’ingerenza della Chiesa Cattolica nelle vicende politiche e istituzionali.
Prendiamo dunque atto che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità, occidentale, è altrettanto vero che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso e conflittuale, vissuto ed agito non in un rapporto mediato da un ente terzo, ma attraverso la famiglia. Da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con il proprio Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità) concependo una società come somma di famiglie tendenzialmente autonome che vivono lo Stato come un’entità estranea ed ostile.
Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci ad altri paesi europei o agli Stati Uniti, riconoscendoci tutti cristiani, ma mossi dalla motivazione assai poco nobile di trovare conforto quando possiamo riscontrare che “così fan tutti”, senza rendersi conto che a parità dei valori di riferimento il popolo italiano mostra comportamenti ben diversi, per esempio, da quello francese, piuttosto che tedesco, anglosassone , scandinavo o americano. Un esempio per tutti è il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica, la cui differenza è così profonda da non sfuggire nemmeno all’attenzione del distratto turista.
Si tratta della cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo. Senza nulla togliere ai principi e valori generali del cristianesimo, che costituiscono tra altri il fondamento della cultura a cui apparteniamo, dobbiamo prendere atto che la Chiesa di Roma ha costituito in Italia un fattore di resistenza al progresso, contribuendo a rendere il nostro Paese ancor oggi, dopo quello cui abbiamo assistito in occasione delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, un Paese incompiuto.
La formula Peppone versus Don Camillo è stata una geniale invenzione cinematografica che ha rappresentato attraverso le maschere la profonda divisione di un popolo, la sofferta convivenza delle due ideologie totalitarie sullo stesso territorio e dentro gli stessi individui.
Cosa significa dunque essere laico? Una fotografia di un corteo a Parigi durante uno sciopero degli insegnanti di circa due anni fa, quando la nostra scuola fu investita dalla c.d. “riforma Gelmini”, mostrava un cartello su cui era scritto: “la scienza per tutti”.
La politica
Il regime politico presente nel nostro paese ci appare come una farsa rispetto alla tragedia del ventennio fascista. La storia sembra a volte ripetersi, ma attenzione: cambia la scala dei fenomeni.

Durante il regime fascista, che è bene ricordare si è affermato grazie alla desistenza di una monarchia inetta e si è consolidato quindi con la volontà popolare, il popolo veniva compattato e dominato dal potere nella prospettiva di diventare attraverso la dittatura di uno Stato guida una potenza egemone in espansione da cui sarebbero derivate sicurezza e prosperità. Una tale concezione accomunava le ideologie novecentesche che si reggevano sul controllo delle masse mediante regimi totalitari, regimi che si giustificavano come necessari proprio in relazione alla grandezza dei fini.
Oggi il popolo si sente minacciato dalle nuove dimensioni del territorio: la globalizzazione dei mercati, i cambiamenti del clima, i flussi immigratori. Esso si ritira, frammentandosi, in una dimensione più domestica, nel tentativo apolitico di affrontare la realtà in una prospettiva tecnica atemporale, mediante una gestione amministrativa del potere, dominata dalla economia e dell’efficienza, dal “fare”: una democrazia commissariata.
Se quel ventennio è stato tragico nei modi e negli esiti, l’attuale periodo può risultare in realtà ancora più tragico per il radicarsi progressivo negli uomini contemporanei dell’angoscia per la precarietà o assenza del futuro, il luogo a cui tendere e dove ritrovarsi. I comportamenti e gli atteggiamenti dei regimi passati ci possono apparire oggi, soprattutto alle giovani generazioni, come caricature del potere.
Rimane alla fine il “popolo” come variabile indipendente della politica contemporanea. Una concezione del potere demagogica ed economicistica che seguendo il principio di “dare al popolo ciò che il popolo vuole” rivela l’incapacità della politica contemporanea di riappropriarsi della missione originaria d’indirizzo e di gestione equa degli interessi dei cittadini, per il raggiungimento del bene comune. La politica come “visione dell’interesse lontano” (R.von Jhering) 
E il lessico usato ci aiuta a comprendere l’impoverimento del pensiero avvenuto in questi ultimi anni, allorchè il paese è stato concepito e trattato come un’azienda, come un sistema, mai come uno Stato.
Se ciò è vero allora bisogna accettare l’idea che il populismo della destra contemporanea non è così diverso del populismo della sinistra. Se il primo ha bisogno di un popolo passivo, consumatore e infantile, come sostegno e giustificazione del proprio mandato, il secondo pervaso di cattolicesimo indulge sulle sue miserie con la pretesa di condurlo al potere. Entrambe le concezioni sembrano voler farci dimenticare che il popolo e l’opinione pubblica quando sono contro il potere gli nuoce e quando gli sono favorevoli non contano niente.
Il Diritto
Il diritto di voto ai minorenni. Prima le donne poi i bambini.
La crisi economica in corso e le improvvide politiche adottate fino ad oggi in Italia per rimediarvi hanno fatto drammaticamente emergere la disoccupazione giovanile, ormai arrivata ad un terzo della popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni. La flessibilità del lavoro è divenuto l’incubo per i giovani, tendenzialmente privati del loro futuro. Abbiamo forse una generazione per la prima volta senza futuro? Il paradosso sta nel fatto che ad essere senza futuro sarebbe proprio la generazione che oggi, tra noi, lo rappresenta.
Un tema cruciale oggi in Italia è la riforma del welfare state, ma come nelle altre democrazie contemporanee, sebbene fondate sul suffragio universale, anche in Italia i minorenni non hanno rappresentanza politica. Siamo forse di fronte ad una carenza di democrazia?
Se il voto rappresenta il diritto di partecipazione a un dividendo sociale, di cui la spesa pubblica esprime la dimensione monetaria, allora la partecipazione dei minorenni in assenza del voto è lasciata alla sola buona volontà delle strategie dei partiti politici. D’altra parte ben conosciamo i limiti dell’orizzonte politico appiattito sulla fine della legislatura e accade così che i bisogni e le aspettative dei giovani vengano sacrificati nei programmi, dal momento che il danno così procurato non appare nell’immmediato.
L’estensione del diritto di voto ai minorenni è un tema riconducibile al filosofo Antonio Rosmini (1848) ed è stato già affrontato in altre democrazie come in Francia, già con una proposta legislativa risalente al 1910, in Germania in anni più recenti ed in Austria, dove dal 2007 si vota a 16 anni di età.
L’argomento riguarda più di 9 milioni di cittadini di età compresa tra o e 17 anni, ovvero il 19% dell’intera popolazione di cittadini residenti in Italia e in particolare, considerando l’ Austria come esempio di prima fase di applicazione, interessa sempre in Italia circa 1,1 milioni di giovani di età tra i 16 e 17 anni (il voto per i cittadini da 0 a 15 anni è delegabile ai genitori).
E’ interessante notare come la partecipazione alla vita attiva del paese di questa quota parte di cittadini possa costituire la base per un riequilibrio delle politiche di welfare state nel nostro paese, dove la quota di popolazione anziana (65 anni e oltre) rappresenta oggi il 26% circa dell’intera popolazione, ed è destinata a crescere.
L’idea centrale è che la competizione politica per il consenso elettorale obblighi i partiti politici a tenere conto dei bisogni dei giovani nei loro programmi elettorali e quindi nell’azione di governo. Il principo di “un uomo un voto” della tradizione democratica, sia esso maschio o femmina, adulto o minore verrebbe in tal modo realizzato.
In Italia la rappresentanza del voto dei minori non è compatibile con l’attuale normativa costituzionale e pertanto, in una prospettiva di difesa e consolidamento dei suoi principi e valori, una modifica della nostra Costituzione (cfr. art. 3) che attribuisse il diritto di voto dal momento della nascita, con ciò abolendo l’ultima discriminazione in base all’età, risulterebbe coerente con lo spirito costituente e potrebbe conciliare la crisi emergente del breve periodo con l’interesse lontano del paese.
(Per l’approfondimento del tema si rimanda alla lettura de “Prima le donne e i bambini. Chi rappresenta i minorenni” di Luigi Campiglio – Prof. Ordinario di politica economica presso L’Università Cattolica di Milano – Il Mulino, 2005)
L’Etica
Recentemente ha fatto notizia il risultato di una ricerca sociale secondo la quale l’infelicità che sembra essersi diffusa tra i cittadini delle ricche società occidentali sia da mettere in correlazione con la disparità della distribuzione della ricchezza. In altre parole, si sarebbe dimostrato scientificamente (sic!) che non si può essere felici se si è circondati dalla povertà.
L’eguaglianza comporta che la società dia a tutti gli individui la pari opportunità per esprimere e valorizzare i propri talenti. In questo quadro riconoscere Il merito significa gratificare l’individuo nella sua specifica personalità e quindi renderlo appagato. Ma le pari opportunità comportano l’assicurazione di un livello di benessere comune (welfare state), perché esiste una povertà assoluta in relazione ai bisogni e ai diritti, che è intollerabile, ed un’altra povertà relativa, che è accettabile nella misura in cui è giustificabile e modulabile.
Il problema non è accettare o rifiutare la disuguaglianza nella ricchezza, purchè questa sia lecitamente derivata dalle proprie capacità, ma di garantire che la sua distribuzione sia fondata esclusivamente sul diritto e sul merito, per evitare da una parte uno stato di miseria che comprometta la vita stessa delle persone, dall’altra che l’eccedenza di ricchezza concentrata in pochi individui, intollerabile e pericolosa in quanto concentrazione di potere che tende a confliggere coi principi democratici, possa non essere redistribuita alle nuove generazioni.
Quali sono oggi i fattori che impediscono e frenano lo sviluppo sociale ed economico nel nostro paese? Indichiamo qui due emergenze, che dovrebbero occupare i primi posti della agenda politica di un governo riformatore: l’evasione fiscale e la criminalità organizzata.
L’evasione fiscale procura alla collettività un duplice danno economico e morale, in quanto da una parte sottrae risorse allo Stato e dall’altra alimenta la disuguaglianza tra i suoi membri. Il sottrarsi in una democrazia dal dovere primario verso la comunità di “pagare le tasse” pone l’individuo al di fuori del diritto stesso di cittadinanza, in quanto tende a sovvertire l’ordine sociale costituito. L’evasore commette un crimine di gravità paragonabile a quella di un attentato allo Stato e alle Istituzioni. Da questa considerazione deriva che la lotta all’evasione fiscale deve essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata. Una tale determinazione comporta una duplice linea d’azione: realizzare riforme fiscali e politiche economiche che rendano il fenomeno dell’evasioine / elusione meno facile da attuare e meno conveniente da sostenere, e simultaneamente mobilitare la forza repressiva con la massima energia e rigore, non solo finalizzandola alla seppur conveniente politica del recupero crediti, ma alla missione più radicale della rieducazione del cittadino.
La criminalità organizzata, per la sua radicalizzazione nel territorio e la sua invadenza nelle mentalità, va concepita come il problema più grave, in assoluto, sia considerandolo sotto il profilo etico, in relazione alla diffusione e pervasività dei comportamenti illegali ed illeciti tra la popolazione di vaste aree e in particolare quella giovanile, sia sotto quello economico in relazione all’inosservanza delle basilari regole della concorrenza in un libero mercato. Nella misura in cui essa agisce contro lo Stato e le sue Istituzioni democratiche per sostituirsi ad esso nel controllo del territorio e della popolazione con modelli di convivenza arcaici, va combattuta come un nemico che mina all’interno della collettività le regole della convivenza civile, generando in essa uno stato di schiavitù e paura. La guerra alla criminalità organizzata va dunque dichiarata alla lettera e condotta con fermezza alla pari della lotta contro il terrorismo, con la consapevolezza che contro di essa abbiamo il dovere di difendere la democrazia, non di praticarla.
I tabu nazionali
L’apertura dell’uomo di fronte al mondo si misura attraverso la sua ricerca della verità. Una verità che esiste, ma che si colloca nel futuro. Nel presente, che ci contiene, risiede la verità del passato, ma come comprenderla? Per noi la condizione preliminare sta nelle armi della critica: combattere i luoghi comuni, incrinare le certezze, riscoprire i significati e infrangere i tabu del pensiero che limitano le nostre visioni.
Con la rubrica I tabu nazionali ci proponiamo di smaltire il cumulo di menzogne e di parziali verità che compromettono l’evoluzione del nostro paese (si tratta di cliché che si radicano nell’immaginario in modo spesso irreversibile, tanto da configurarsi come veri e propri tabu). Rivendichiamo la libertà di combattere tutte le ideologie, laddove si annidano, ovvero di combattere l’ ideologia, quel pensiero che sebbene fondato su una verità parziale si irrigidisce nella forma assoluta, travisando od occultando il suo nucleo originario.



