Propaganda vs verità

Ci si stupisce in questa campagna elettorale della bassezza delle cose dette e dei metodi usati. Si dice che ne uccide la penna più che le armi. Si dice ma non si comprende, ecco la dimostrazione:

l’intelligence della gran parte della propaganda elettorale obbedisce fedelmente ai principi formulati da Joseph Paul Goebbels, Ministro della Propaganda nel Terzo Reich dal 1933 al 1945, uno dei più importanti e geniali (genio del male) gerarchi nazisti.
  I suoi  Principi (circa venti) sono quanto di peggio possa offrire la comunicazione, in quanto non differenziano, non progettano, non ascoltano, ma semplicemente “assalgono”. I principi che vi riporto sono una trasposizione italiana ridotta del più ampio manifesto di propaganda prodotto da Goebbels, ma che ben ne esprimono il senso: comunicazione unilaterale, martellante e con i paraocchi.
 Leggendoli si pensi alla dittatura mediatica, sono tutt’ora usati da molti, purtroppo non solo in politica, ma anche nella comunicazione dei mass media e nella  pubblicità.

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
 E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.
2. Principio del metodo del contagio.
 Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
3. Principio della trasposizione.
 Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.
4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
 Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.
5. Principio della volgarizzazione.
 Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
6. Principio di orchestrazione. 
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.
7. Principio del continuo rinnovamento.
 Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.
8. Principio della verosimiglianza. 
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.
9. Principio del silenziamento. 
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.
10. Principio della trasfusione.
 Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.
11. Principio dell’unanimità.
 Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Questi principi valsero a conquistare l’opinione pubblica (il nazismo entrò nel Reichstag il 30 gennaio 1933 con il voto popolare espresso mediante elezioni democratiche) e costarono al mondo oltre 68 milioni di morti. Ecco, ora si comprenderà a pieno perché ne uccide più la penna che la spada. Quello che per voi era solo un insieme di parole ha acquisito significato: 68 milioni di vite strappate all’esistenza.

E adesso andate a votare. Solo la cultura ci salverà.




La logica non è un’opinione

Quando assisto ai talk show televisivi vengo colto da rabbia e depressione. Il livello della discussione è talmente basso non tanto per il fatto che la gente che vi partecipa mostra di non avere una sufficiente preparazione filosofica e memoria culturale, quanto perché nel ragionamento manca della più elementare logica.

Ci sono cose che non si possono non sapere, che dovrebbero essere insegnate e senza le quali nessuna discussione che abbia senso è possibile. Ci sono cose che se conosciute da tutti cambierebbero il volto all’umanità.  Si tratta di banalità base di ordine logico morale che dovrebbero essere assunte da tutti e su cui non si dovrebbe mai ritornare. Eppure queste banalità rimangono ai più sconosciute e producono socialmente danni enormi. Ci sono cose con cui ci scontriamo tutti i giorni che se ignorate impediscono la comunicazione e qui vorrei esprimerne almeno una: quando e come si può o non si può generalizzare.

Quando sento dire “non si può o non si deve generalizzare” o “non si può fare di tutta l’erba un fascio” “due pesi due misure” mi viene acidità di stomaco. Orbene, è necessario avere un po’ di pazienza e partire da concetti basilari  della statistica, quella parte della matematica che descrive ogni fenomeno, ogni grandezza che  può assumete differenti valori quali per esempio la statura o il reddito di una popolazione di individui. In altre parole la statistica studia un insieme di unità, una popolazione, e non la singola unità.

Tali valori di una grandezza si distribuiscono in un particolare modo che, come avviene in molti casi della natura, assume la forma “a campana” (chiamata “normale” perché frequente in natura o anche “Gaussiana”  dal suo inventore il matematico Carl Friedrich Gauss).

Tale curva ci dice che ogni fenomeno si distribuisce in un certo campo (campo di esistenza del fenomeno)  che va da un valore minimo a sinistra della curva, fino a uno massimo a destra della curva.  L’altezza tra i vari punti sulla curva (ordinate) rispetto alla sua base (ascissa) rappresenta quante volte il dato corrispondente a quell’altezza si manifesta (frequenza). Il concetto di “frequenza” con cui un fenomeno si manifesta dovrebbe essere patrimonio di tutti. Orbene, da sinistra verso destra la curva si innalza verso un valore massimo fino al suo apice per poi  ridiscendere assumendo una forma a campana, simmetrica rispetto ad una altezza centrale, l’apice appunto. In statistica i valori più frequenti (o più probabili) che si trovano a destra e a sinistra dell’apice sono chiamate “valori standard” e si dividono in due aree : quella che raccoglie il 68% della popolazione dei dati costituiscono 1 “deviazione standard”, mentre  quelli  del  95% della popolazione dei dati 2 “deviazioni standard”. La visione d’insieme è l’unica reale, che da idea della realtà e afferma la verità.

Veniamo ora all’esempio “gli uomini sono più alti delle donne”, verità incontrovertibile. Due curve a campana una per gli uomini e una per le donne, le due curve si intersecano facendo vedere come anche se l’altezza degli uomini nella media è maggiore vi è un numero considerevole di donne che sono più alte di un numero considerevole di uomini.
Tuttavia l’affermazione “gli uomini sono più alti delle donne” esprime una generalizzazione lecita, essa esprime  quello che per lo più accade, non dice “tutti gli uomini sono più alti di tutte le donne”; un obbiezione “non è vero, io conosco una donna o donne più alte di un uomini” è un’osservazione senz’altro ignorante. Perché è ignorante? Perché considera un caso singolo e non considera l’insieme portando l’esempio preso a dimostrazione del tutto, ebbene questa è una generalizzazione illecita. Si noti: quello che afferma è vero ma non è la verità. Questa confusione tra vero e verità avviene sempre in mancanza di una conoscenza di che cosa sia la statistica. La statistica è la verità più approfondita di un fenomeno. Di Trilussa gli ignoranti conoscono solo i polli. La regola dunque diviene: non si può dimostrare una verità portando esempi. Non si discute attraverso esempi a dimostrazione di una verità. Chi lo fa non consce questa banalità ed è semplicemente ignorante e non ha diritto a un’opinione. Il che non significa che non può “dire la sua”, ma che “la sua” non può essere presa in considerazione.

Se poi a dimostrazione porta esempi che si riferiscono a un’esperienza personale, l’opinione espressa è doppiamente ignorante. Ignorante non solo perché parla per esempi, ma perché incorre un altro errore.
Esiste un principio in ciascuno di noi che si chiama “principio di piacere”, per il quale ogni nostra azione è intesa a soddisfare il nostro corpo come la nostra vanità, l’autostima, cosicché andando per il mondo siamo propensi a raccogliere tutto quello che conforta le nostre opinioni e scartare quello che non ci piace. Nel bambino e nell’adolescente è per così dire naturale, nell’adulto è patologico, ma senza una sana educazione il danno è già “belle che fatto”. Destrutturare in seguito è un bel problema e in genere non avviene. Quindi a conclusione, non solo si parla per esempi ma vengono scelti quegli esempi che più ci piacciono. Un doppio nodo.
Ne nasce una confusione terribile, il livello della discussione è bassissimo e questa è la televisione. Per comprendere: “questa è la televisione” è una generalizzazione lecita, come tale non esprime la totalità, ma la buona o ottima parte. Una o due “deviazioni standard”.
Tutto questo non significa affatto che in una discussione “non si possano fare esempi”: l’esempio va fatto ed è opportuno, ma solo a chiarire l’enunciato. Quello che è illecito è confutare l’enunciato attraverso l’esempio.

Per concludere, generalizzare è sempre lecito e auspicabile quando si parla di  quello che per lo più accade, come ad esempio è lecito e non razzista dire i sud americani sono…, gli statunitensi sono, i milanesi sono … etc; è utile e doveroso trovare caratteristiche tipiche per ciascun gruppo sociale, importante è trovare verità oggettive non soggette a pregiudizi che si manifestino come tali. L’espressione “generalizzare è sempre sbagliato” è sbagliata, generalizzare è illecito se quello che caratterizza il gruppo viene applicato al singolo e se quello che caratterizza il singolo viene applicato al gruppo.

Queste regole sono assolute sia in campo fisico che in campo morale e costituiscono banalità di base. La difficoltà nasce quando dal campo fisico quantificabile si passa al campo morale non quantificabile o meglio quantificabile solo secondo opinione ma tenuto presente che le opinioni, come testé dimostrato, non sono equipollenti e per dirla con Platone ci sono opinioni e opinioni giuste. Le opinioni giuste sono quelle che operano secondo logica. Le opinioni che invece non operano secondo logica si definiscono opinioni ignoranti. Di fronte alla frase “è difficile trovare lavoro”, Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore, ha risposto “non è vero, mio figlio…” e  Zucconi è a mio parere uno dei migliori.

Le regole di logica morale sono ben altre di quelle ora espresse ma anche la semplice conoscenza di queste regole cambierebbe il volto all’intero sociale umano. Del resto in questo sociale una materia come logica morale è sconosciuta. Solo la cultura ci salverà.




La post-verità è la verità dei post? Fake you!

Prima di internet, non molti anni fa, per sostenere la verità di una notizia si diceva “lo ha detto la televisione”. Dopo 22 anni di diffusione di internet si potrebbe sostenere oggi che “quod non est in web non est in mundo”, eppure sembra che solo oggi si scoprano le fake news.Prima di argomentare sulle fake news (fake news, job acts … sembra che in Italia la politica e l’informazione non riescano ad usare la lingua madre per dare significato a ciò che dicono, e fanno) e valutare le sue connessioni con il web vediamo cosa significa fake news e quali sono le dimensioni assunte oggi da questo nuovo mondo chiamato internet?

Il termine fake in inglese significa non genuino, qualcosa che non è autentico e che pretende di apparire come genuino, dunque si tratta di contraffazione, significato che sul piano logico non si contrappone al vero come falso. Infatti molte fake news si basano su, o comunque contengono, elementi di verità. Fake sono spesso i messaggi pubblicitari, la propaganda elettorale e persino alcune fondamenta delle ideologie (si veda per esempio il razzismo). I servizi di controspionaggio di tutti i paesi hanno sempre saputo bene come trattare l’informazione per renderla fake news, quello sovietico la chiamava “disinformatia”.

Su una popolazione di 7,4 miliardi di persone il traffico dati su internet è pari a 40 triliardi di byte, oltre 1 miliardo di siti, 3,5 miliardi di utenti ogni giorno si scambiano 171 miliardi di mails, 3,5 miliardi di ricerche su Google, 3,2 milioni di post, 475 milioni di tweets, 8 miliardi di video … nel 2020 (fra due anni) ci saranno 50 miliardi di dispositivi connessi ad internet.

Sempre più frequentemente il tema della distorsione della verità e della diffusione di false notizie su internet, per non parlare dell’odio e della violenza verbale che vi scorre che ha ragioni diverse, attira l’attenzione di giornalisti, opinionisti, politici e scienziati che sull’argomento scrivono articoli, pubblicano saggi, propongono leggi, lanciano appelli, sottoscrizioni e organizzano convegni. Ci sono politici che hanno visto in internet la possibilità del riscatto della volontà popolare, limitata alla discontinuità elettorale, attraverso la partecipazione attiva, diretta, in tempo reale; altri politici, a volte sono gli stessi del primo gruppo, che denunciano un pericolo per la democrazia e con loro scienziati e filosofi che denunciano una minaccia alla cultura. A questa dilagata paura si aggiunge poi quella emergente nei confronti dell’Intelligenza Artificiale (che poi dovrebbe rilevare le fake news in internet), vissuta come un pericolo per l’umanità stessa, dalla più parte degli osservatori in quanto eliminerà il lavoro umano e da una minor parte, costituita anche da studiosi e scienziati accreditati, per la possibilità che possa prendere il sopravvento nel controllare e dominare la specie umana. Si invocano così leggi e regolamenti per disciplinare il traffico sul web e si ipotizzano comitati etici per controllare la ricerca scientifica e tenere sotto controllo lo sviluppo tecnologico, per esempio l’ingegneria genetica, i robot e l’intelligenza artificiale. Molte di queste analisi e critiche circolano con sempre maggiore frequenza e si diffondono su internet: nella postmodernità la post-verità è dunque la verità dei post? Esaminiamo la questione a partire dalla percezione del tema che si sta generalizzando: il web produce e diffonde fake news.

Dopo decenni di stampa e televisione (il quarto potere) rispetto al potere informativo dei quali il popolo si trovava in uno stato di totale passività, dopo decenni di pubblicità suadente che ha invaso le menti con la tecnica subliminale di vendere ciò di cui non parlano e parlare di ciò che non vendono, dovrebbe risultare difficile sostenere che solo oggi ci troviamo di fronte al pericolo della diffusione di false notizie attraverso internet. Perché allora tale percezione/opinione risulta così diffusa e sostenuta? Quando si parla di verità non ci si sofferma abbastanza su chi o cosa l’accredita (una religione, una ideologia politica, una scuola di pensiero filosofico…) così come quando si invoca l’informazione oggettiva si dimentica di pretendere di voler conoscerne la fonte. La prima e più evidente differenza tra mass media tradizionali, analogici e cartacei come la stampa e la televisione, ed internet sta nella possibilità/libertà data a chiunque di agire e reagire nella rete producendo informazione, commentando quelle di altri e contribuire alla sua diffusione. Una interazione digitale senza confini accolta all’inizio come esercizio della libertà di pensiero e di parola, paradigma della democrazia reale in quanto partecipata. Nel dopo guerra in Italia, paese ancora di prevalente cultura contadina e con bassa scolarizzazione, il modello di comunicazione era fortemente gerarchico e basato sull’autorità: il capo famiglia, il notabile del paese, il prete, il politico impegnato apprendevano le notizie dal quotidiano e le diffondevano alla famiglia, ai parrocchiani, ai militanti e in generale a tutti i cittadini oralmente. La verità dell’informazione era determinata dall’autorità dell’emittente e dalla soggettiva appartenenza dei singoli alla famiglia, alla chiesa, al partito. In un tale contesto, al di là della volontà dei singoli, la contraffazione della notizia era un errore sistematico dovuto al mezzo di diffusione “connessione bocca-orecchio” (chi male intende peggio risponde, ricordate?).

Con la diffusione planetaria di internet e dei dispositivi a lui connessi la comunicazione è cambiata radicalmente ed è possibile trovare due spiegazioni semplici per inquadrare e spiegare il fenomeno delle fake news. In primo luogo, la libertà di socializzare in rete ha portato persone che precedentemente erano silenti o si esprimevano nei ristretti ambiti della loro vita privata e sociale a manifestarsi pubblicamente: dall’anonimo “mi piace” di uno sconosciuto sotto l’immagine di un gattino o di una tavola natalizia imbandita, alla condivisione dell’indignazione impotente per un attentato terroristico, alla firma della petizione e l’immancabile selfie. La seconda spiegazione è invece di natura statistica: i grandi numeri del web ci indicano che nella misura in cui aumentano le informazioni circolanti aumentano anche quelle false, non è il mezzo a creare il falso, ma l’affluenza dei produttori di informazione. In altre parole potremmo riconoscere che internet ha reso visibile ciò che prima era solo latente e che l’attenzione rivolta alle fake news è strumentale alla connaturata volontà del potere di controllare le coscienze, censurando le informazioni che non produce monopolosticamente e lucrando sul traffico discriminandone gli accessi secondo il modello pay per info. Le fake news sono in realtà una fake issue.

L’ignoranza di molti politici è grazie a internet visibile: confondere come spesso fanno le bufale con la propaganda politica di parte (informazione polarizzata) ormai non stupisce più. L’ignoranza dei giornalisti, invece, di coloro cioè che non dovrebbero produrre notizie ma rilevarle e distribuirle per informare il pubblico, è colpa grave. Un piccolo ma illuminante esempio è il seguente passo di un articolo apparso recentemente sul quotidiano “la Repubblica : ” (…) la candidatura del generale Gallitelli alla presidenza del Consiglio (n.d.r, dichiarazione fatta da Berlusconi durante la trasmissione “Che tempo che fa” la sera precedente) è la prima fake news di questa campagna elettorale (…)”. Non interessa qui il merito della dichiarazione, quanto piuttosto osservare che la notizia fornita della candidatura era in sé vera, in quanto resa pubblicamente durante una intervista televisiva, e che il suo contenuto non poteva per altro essere ancora smentito trattandosi di una previsione/opinione. Il punto è che il giornalista non si è limitato ad essere, per quanto possibile, un osservatore oggettivo della realtà per riportare il fatto, ma ha assunto il ruolo di commentatore che ha voluto esprimere una valutazione di parte reputando in tal modo come “falsa” una notizia perché non gli piaceva. E’ la valutazione del fatto che in questo caso diventa la notizia, da qui alla fake news il passo è breve.

Incapaci di accettare la realtà e il valore di internet, piazza virtuale per la libera conoscenza ed espressione per tutti, i politici temono di esserne controllati (e valutati) e quindi reagiscono, secondo l’istinto animale della paura verso ciò che non si conosce, attribuendo alla rete la responsabilità dei contenuti che gli umani vi inseriscono e confondendo fake news, propaganda elettorale, bullismo e violenza verbale per giustificare un intervento di tipo censorio, mascherato dalla necessità, per ben altre ragioni sostenibile, di regolamentare il traffico. Nella logica perversa del potere sorvegliare e punire rimane l’unica pedagogia praticabile, invece di preoccuparsi del 67% della popolazione che più ricerche sociologiche e linguistiche hanno descritto essere in uno stato di “analfabetismo funzionale” si cerca di limitare e censurare il nuovo mezzo di socializzazione, conoscenza ed espressione, di cui noi tutti disponiamo gratuitamente (quasi).

 

 




Il nirvana artificiale

imagesUn luogo comune vuole che la tecnologia abbia cambiato il nostro modo di lavorare      e di vivere. È una evidenza che nasconde però ben altra verità. Una verità che si manifesta oggi anche attraverso il nuovo linguaggio del luogo comune, quello della pubblicità. Una campagna pubblicitaria di un importante operatore telefonico nazionale descrivendo le meraviglie dell’evoluzione nelle telecomunicazioni parla di un universo di comunicazioni illimitato, di una tv unificata, per concludere dicendo: “Le nuove tecnologie ti stanno danno la libertà di non dover scegliere. Non è fantastico?”.  Fantastico e aggiungerei terrificante, vengono i brividi alla schiena.

Pensiero unico, partito della nazione e ora anche una sorta di unica televisione iper tecnologica al di sopra di tutte le televisioni, tutto per liberarci dall’angosciosa responsabilità di fare una scelta. Un nirvana artificiale. Anche in questo messaggio, anzi proprio in questo tipo di messaggio che si rivolge a tutti, si può riconoscere che sta avvenendo una mutazione nelle teste delle persone che porta al pensiero unico. Non si tratta più di offrire una variabilità di merci lasciando al consumatore l’illusione di scegliere, esiste infatti un sovraccarico di questa offerta, una fatica da stimolo che genera un’angoscia insopportabile all’atto della risposta: che auto acquisto, che film guardo,  come investo i miei soldi, che candidato sindaco voto, qual è lo smartphone migliore, qual è il tonno più buono … Di fronte alla crisi del mercato che mi abbandona nello stato del “voglio ma non posso”,  di fronte alle sollecitazioni partecipative della democrazia dei sondaggi l’accumularsi delle occasioni di operare una scelta mi scoprono senza strumenti e senza criteri e mi fanno percepire il peso sempre meno sopportabile della responsabilità, la capacità di dare risposte.

La libertà non è più il “lasciatemi in pace” per poter “fare ciò che voglio” perché la crisi economica, il terrorismo, il cambiamento climatico, la competizione globale incombono su tutto e su tutti.  Il nuovo intendimento della libertà sarà dunque quello di risparmiarci l’onere di dover scegliere esonerandoci dalla responsabilità, individuale e collettiva. Non sarà più una dittatura illiberale impostami con la costrizione, ma una forma di democrazia prodotta dal pensiero unico che recuperando l’atavico istinto dell’appartenenza offrirà la sicurezza in cambio di una semplice adesione.  Una democrazia plebiscitaria in chiave tecnologica il cui algoritmo ci porterà all’unica scelta possibile, quella binaria tra il  sì e il no.

Forse di questo si tratta negli appelli  sottoscritti in questi anni dai più famosi scienziati contro i pericoli dell’intelligenza artificiale. Di fronte alla crescente e minacciosa complessità del mondo sarò io stesso a richiedere questo nuovo “welfare state”. La verità esce così dalla prospettiva del pensiero. Una battuta tratta dal film di Steven Spielberg “Il ponte delle spie” (2015)  ci aiuta a capire lo stato d’animo e il livello culturale con cui centinaia di milioni di persone affrontano oggi gli accadimenti tragici del mondo: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.

 

 

 

 

 

 




Dobbiamo diffidare degli -ismi. 

220px-Worshiping_the_golden_calfNell’immaginario collettivo, il senso comune, il termine ideologia ha assunto oggi una connotazione per lo più negativa. Infatti esso viene spesso percepito come una metafora dell’autoritarismo, evocando il fantasma del nazismo o del comunismo. Tutti ritengono di conoscere il termine e conversano tra di loro ora in favore “il problema è che non ci sono più ideologie” o contro “ma questo è ideologico!” come dire “falso”, idee astratte avulse dalla realtà. Ideologia è un’altra di quelle parole polisemiche in uso al linguaggio su cui esiste una grande confusione. Se consultiamo un dizionario (p.e. Treccani) all’osso e alla radice si evince che si tratta di credenze, credenze più o meno validamente supportate. Tali credenze sono il supporto, lo stroma di sostegno epocale di ogni civiltà. Ovvero l’intendimento profondo e allo stesso tempo superficiale che sostiene in quanto trama l’ordito dell’umanità nel qui e ora. Rappresentano il pensiero unico il mezzo e lo scopo del sociale. “L’enunciato gli antichi credevano che …” non fa riferimento alle sole conoscenze scientifiche, ma al complesso delle credenze che costituivano la mentalità, il modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose. In definitiva ogni ideologia è portatrice di un diverso modo d’esserci, l’odore e il sapore stesso di un’epoca, che vive come spirito in carne e ossa una diversa felicità diversamente distribuita all’interno di un tutto che insieme è vita e prigione, teatro in cui si recitano, senza saperlo, ruoli e parti di significato universale.

Detto diversamente, l’esistenza non è mai stata la stessa e non è tuttora la stessa. Malgrado l’avanzamento della scienza e della techne gli antichi siamo ancora noi. Ancora noi a spalancare la bocca davanti alla scoperta del fuoco.
Il modo particolare di concepire l’esistenza, la mentalità, pretende una ragione, uno scopo. Lo scopo in passato è stato dettato dalle ideologie, credenze religiose, filosofiche, politiche e morali. Le ideologie per quanto falsificabili hanno sempre avuto l’enorme e indiscutibile pregio di collegare ovvero tenere unito un popolo o più di un popolo e di contribuire in modo essenziale alla sua sopravvivenza. in questo senso le religioni possono essere considerate come la prima forma dell’ideologia e in questo senso si spiega la loro radicazione nella gran parte dell’umanita’. Ciò non testimonia la loro validità, ma la necessità di un progetto comune senza il quale la disgregazione è inevitabile.

Da quando la scienza si afferma come verità non si può più parlare a proposito di scienza di credenze, la scienza di fatto non è una credenza, la scienza si afferma come verità e oltre al compito di spazzare via credenze che si intromettono nel suo campo e come tali possono essere smentite, mostra al suo interno il metodo con cui la verità va cercata falsificando verità religiose, filosofiche, politiche e morali che pretendono di essere il verbo in un campo che non gli appartiene tentando di limitare la scienza in ogni sua nuova stagione. Questo beneficio assoluto portato dalla scienza all’umanità ha illuso l’umanità che attraverso la scienza sarebbe arrivata all’uomo la felicità, affidando alla scienza e alla sua sorella gemella la techne, ogni salvezza. Il pensiero illuminista che alla scienza si è rifatto ha creato un mito e moltissimi fedeli.

A che la scienza? Possiamo ritenere utile la scienza per due motivi, uno per vincere l’ignoranza di credenze che la contraddicono, l’altro per migliorare la sopravvivenza. La sua importanza quindi per migliorare la condizione umana è indiscutibile. La scienza dunque è un mezzo per raggiungere due scopi, eliminare la fantasticheria e migliorare la sopravvivenza. Tuttavia vi è un campo che alla scienza non compete: la morale. La scienza migliora la sopravvivenza, ma non necessariamente la vita. La scienza è un mezzo e in sé è indeterminata, senza scopo. L’azione dipende dallo scopo, cambiando lo scopo anche l’azione cambia ponendo al timone le varie ideologie, la scienza in sé non ha altro scopo che quello di progredire con un unico fine che presuppone la centralità dell’uomo e della vita umana (paradossalmente se al centro ci fossero gli animali ogni azione della scienza cambierebbe) per quanto riguarda la sua sopravvivenza, non è un soggetto né volitivo né pensante, ogni suo prodotto può essere usato da chiunque per qualsiasi scopo in dipendenza di credenze. La scienza è a-direzionale, il fine rimane indeterminato. L’uso dunque non riguarda la scienza, ma unicamente la morale che si fonda sulla volontà. Una “democrazia procedurale”, è una democrazia che guarda solo al contingente seguendo una tecnica politica per obiettivi contingenti qualificati come reali e trasferisce la propria equità agli esiti della propria applicazione, al di fuori di qualunque ideologia e qualsiasi epistème, verità morale, ai soli fini di trovare il consenso, ma obbedisce di fatto all’ideologia dominante: l’ideologia economica del Mercato, espressione della della Techne, che il capitalismo, sua concretizzazione, si illude di dominare. Il risultato è il volere della maggioranza in luogo del bene comune, di qui ogni populismo.

Il capitalismo ha un unico fine l’accrescere se stesso, aumentare all’infinito il profitto, in particolare il profitto privato. I cosiddetti “governi tecnici” e la “democrazia procedurale” agiscono in toto all’interno di un’ideologia capitalista meglio dei regimi autoritari. Le Leggi di Mercato sono di fatto il supporto tecnico dell’ideologia capitalista. Vengono chiamate leggi per ingannare sulla loro oggettività appellandosi alla scienza. Il vecchio mondo si rifaceva a verità rivelate che sono ormai al tramonto e al cui tramonto ha contribuito grandemente la scienza. Si va lentamente ma inevitabilmente verso l’ateismo e il nuovo dio unico valido assertore della verità è rimasta ai livelli più alti la sola scienza, scienza troppo astratta e lontana per la gente comune che ha bisogno di idoli, ora la Techne arriva nel quotidiano più vicina all’uomo sotto tutti i profili.

Di tecnica devono ora dotarsi tutte le ideologie, economiche, finanziarie, politiche e pur anche religiose. La techne diviene quindi la nuova arma da combattimento. Assume in sé un valore assoluto e ci si rivolge a lei come una volta ci si rivolgeva in preghiera al crocefisso immagine di Dio. Il popolo ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno di idoli. Sia fatta la sua volontà. Chiesa, Stato e Capitalismo si contendono ancora gli scopi. La Chiesa è sempre più in crisi: l’epistème in quanto verità rivelata è ormai sempre più logora. Lo Stato con la sua democrazia procedurale non ha più come scopo il bene comune e riesce sempre meno a mediare tra il bene comune e gli interessi della maggioranza, opera unicamente per il raggiungimento di obiettivi secondo la volontà popolare. In questa situazione il Capitalismo prospera tirando i fili ai governi, prospera anche grazie all’insipienza dei filosofi, rassegnati fantasmi del passato, che cedono il passo alla Techne. Il relativismo e un neo-oscurantismo illuminista hanno assassinato la Verità.
Tra tali colossi, in un angolo la filosofia sembra destinata a perire. A perire per mano degli stessi filosofi che per realismo, la peggiore delle credenze, si rivolgono ormai alla filosofia come a una lingua morta e passano il testimone alla “cibernetica”. Come a dire “la filosofia ha fatto il suo tempo”. Genuflessi alla scienza si sono perduti totalmente nel labirinto del pensiero, si sono dimenticati dell’essere e hanno smarrito completamente lo scopo: la ricerca della Verità. Solo la Sapienza ci salverà.




Date a Cesare quel che è di Cesare

Unknown-1Sono stupito dall’insipienza con cui innumerevoli autori trattano il problema della scienza. Si rivolgono perlopiù contro chi “pretende di mettere in discussione ogni singolo elemento della realtà” (Carlo Rovelli) né è in discussione che la scienza sia “la stella polare orientata al miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani” (Silvia Bencivelli), Big Science. Giuste tutte le rivendicazioni di contro a qualsiasi spazzatura new age, nonché omeopatia, diete vegane, erbe curative, cure miracolose, rifiuto dei vaccini etc… ignoranza scientifica diffusa, per cui, per esempio, si fa molta fatica a capire che cosa significhi davvero il nesso causa-effetto (Garattini), asserire tuttavia che “Siamo l’insieme delle nostre connessioni, delle nostre architetture neuronali costantemente in trasformazione, o più esattamente dei nostri flussi di informazione. Siamo, insomma, il nostro connettoma” (Alessandro Rossi) o “il tessuto del pensiero che si identifica e coincide con il tessuto della carne” (Sossio Giametta) sono vere e proprie bestemmie contro la ragione.

La scienza “corrobora” ovvero avanza in teorie sempre più validate e spazza via tutte le opinioni che fantasticano laddove la scienza ha già detto, opinioni a cui ci si può riferire solo come ignoranza. Tuttavia Popper ha detto che “Tutto ciò che non è falsificabile non rientra nella scienza” : non ha mai asserito l’inesistenza di verità non scientifiche né tantomeno che solo quello che è asserito dalla scienza è vero. La filosofia non è un’ancella dell’epistemologia ne tantomeno della cibernetica. Quando Einstein si diceva meravigliato che l’universo fosse comprensibile avrebbe potuto con una ulteriore riflessione meravigliarsi di se stesso che lo comprendeva. Questo rivolgersi all’io lo avrebbe avviato al pensiero filosofico.

L’io è un’avventura in fieri. L’io infatti da quando la vita è cominciata su questo infinitesimale pianeta non è mai stata la stessa. Con la vita e solo da allora è apparso un dentro e un fuori, con la vita è nato il soggetto e l’oggetto. L’universo esiste da 13 milardi e mezzo di anni. Ma esisteva per chi? L’esistenza dell’universo bruto prima di allora era senza senso in quanto non esisteva il soggetto per cui esistere. Il soggetto è nato e il soggetto è stato il Senso. Incredibilmente è venuto alla luce quel “chi” per cui è stato dato un senso all’esistenza. Uno spirito in nuce miliardi di anni fa andava accumulando dentro informazioni che venivano dal fuori e quelle informazioni erano tutta la sua realtà. A che scopo? Per esistere, riprodursi e migliorare. Che cosa migliorare? Aumentare in numero e qualità le informazioni ricevute. Non è forse questo “aumentare” la stessa conoscenza?
E dove pervenivano queste informazioni? Ad un centro unico che fondava su di sé lo spirito della conoscenza. L’individuazione che fa di ogni essere esistenziale una creatura capace di soffrire o gioire è l’evento più formidabile dell’universo da quando l’universo è esistito. In questo gioire o soffrire la sua essenza.

Niente del genere era mai esistito. Ogni essere esistenziale è individuato e in quanto individuato possiede una propria recettività e una propria sensibilità. Questo sentire giunge all’unico io che presiede alla coscienza. Dalle tassie, agli istinti, alle passioni, ai sentimenti tempo eterno è di mezzo (la vita nasce 4,4 miliardi di anni fa) con un graduale accrescimento dei gradi di libertà tutti riconducibili alla coscienza di quell’unico io di cui siamo dotati. L’io dunque nel modo di essere o di esserci subisce nell’evoluzione continue  trasformazioni che lo portano a diversi gradi di coscienza per nuove realtà che altro non possono essere se non quelle che alla coscienza di ogni singolo giungono.Il modo di esserci quindi è identificato con il grado di coscienza raggiunto e così la sua realtà. Una realtà che da biologica traligna in culturale, una realtà che si appella alla coscienza e alla morale, una realtà che riguarda unicamente il mondo interno venuto in essere e in nulla riguarda il mondo esterno, la materia e l’energia. Né i quanti né i neuroni sono capaci di morale.

Ed ecco allora esistere due verità, una riguardante la materia (il mondo esterno) corpo compreso (cervello) e un altro mondo che riguarda la verità filosofica e la verità morale: l’etica e l’estetica. Gli scienziati si possono esprimere in modo morale, etico o estetico la scienza giammai! L’insussistenza di uno senza l’altro non significa in nulla la sua unicità: si tratta di un due indiviso e indivisibile. Il dualismo non è un opinione, ma un fatto.

L’esserci comporta la sua emozione, la felicità o infelicità dell’esistenza con tutte le infinite sfumature delle passioni e dei sentimenti dalla pulsione istintuale fino all’impulso artistico. A questa felicità è ora più che mai legato il Senso. Un senso in fieri che fonda se stesso in ogni nuova emergenza civile ed umana corroborando come la scienza fa, verità morali e filosofiche di contro al becero relativismo ancora imperante, si tratti di fede o di fiducia esistenziale. L’oceano del Pathos è più grande e inesplorato del mare della Scienza ed è la ragione della nostra esistenza perché della nostra esistenza è il Senso.

Queste “banali” verità rimangono ancora velate da fantasticherie new age e dal neo-oscurantismo illuminista. Non del tutto a torto quindi l’illuminismo vien “bollato come responsabile del dispotismo della ragione strumentale” (Carlo Augusto Aviano sostiene il contrario). Il “connettoma” (Alessandro Rossi) al più si potrebbe dire di un tumore del tessuto connettivo, ma per certo non connette. Solo la cultura ci salverà.




Verità e realtà

imagesQuando una cosa ci appare reale noi la diciamo vera. Vero è ciò che è conforme alla realtà.
Come sempre ciò che ovvio ci appare anche banale. Tra vero e reale pare dunque esserci un identità. Se così fosse i due termini dovrebbero essere interscambiabili ovvero sinonimi. Ma così non è. Di una proposizione noi diciamo che è vera o è falsa, non diciamo che è reale. Di un corpo diciamo che è vero o reale quando cade sotto i sensi. Nel concetto di verità c’è comunque qualcosa che si lega indissolubilmente allo spirito. Solo lo spirito è capace di giudizio. Di tutte le creature di questo mondo per l’uomo e solo per l’uomo una cosa può essere vera. La verità quindi è un esistenziale venuto in essere solo con lo spirito umano. Questo venire in essere significa che ha assunto realtà. La verità è una realtà dello spirito.

Quando affermiamo che “L’universo è esistito da miliardi di anni” intendiamo dire che la realtà dell’universo è da sempre, a prescindere dall’esistenza umana. Tuttavia l’esistenza dell’universo a prescindere da un recipiente è cosa senza senso. Per chi esisteva? Incredibilmente a un certo punto è venuto in essere quel chi per cui esistere. Con differente intendimento possiamo quindi affermare che l’universo è esistito solo da quando esiste la vita, la vita intesa come il recipiente, colei per la quale l’universo ha diritto ad esistere, da quando cioè è esistito un dentro e un fuori, da quando è esistito il soggetto che ha posto l’universo come oggetto, e che nel porre l’universo come oggetto ha donato all’universo il senso, la ragione della sua esistenza.

La verità dell’universo si pone di conseguenza nel suo senso, nel senso che si è venuto a costituire. Un senso in crescita, un senso in fieri che si fonda sull’evoluzione dello spirito, un universo che tanto più è quanto più lo spirito si evolve. Questo processo che allontana lo spirito dalla materia dando vita ad un mondo interiore ha nome di astrazione. Lo spirito si va astraendo dalla materia. Nella sua evoluzione lo spirito fonda viepiù il senso e con il senso arriverà la verità. Il sorgere della coscienza e il sorgere del senso, è il sorgere anche dell’esistenza del tutto, il sorgere della realtà. La realtà di conseguenza si disvela solo alla luce della coscienza e solo alla sua luce può dirsi reale, vera ed esistente. La vita alla sua apparizione ancora non dona senso nel senso che la coscienza dona.

Ora la coscienza dona senso e forma alla realtà e il suo modo di dare un senso è dirla vera. La verità è il ponte tra il mondo reale (esterno) e la coscienza. La verità è ora anche il ponte tra coscienza (realtà interna) e il sé. La realtà con l’avvento della coscienza si differenzia in due ambiti ben separati la realtà fenomenica sensibile (esterna) oggetto della scienza e la realtà metafisica soprasensibile (interna) oggetto della filosofia.

Monismo, materialismo e relativismo sono solo pseudo dottrine che si fondano sull’ideologia, una forzatura intellettuale che distorce la realtà negando la verità.
La realtà che prima era solo materia bruta ora si compone di un’altra realtà, la realtà dello spirito che fonda nella verità il proprio essere. Lo spirito conosce solo per verità. La verità diviene dunque il metodo d’indagine della realtà, non solo di quella esterna della materia ma anche di quella interna dello spirito. La realtà interna dello spirito è in sé e per sé il metodo d’indagine della realtà secondo verità. La verità è dunque lo strumento per la conoscenza e diviene al tempo stesso l’oggetto della conoscenza. La realtà dello spirito è nella sua verità. La realtà dello spirito, per quanto possa essere grande l’universo, è la realtà più vera. Per l’uomo, ovvero per la coscienza più evoluta nell’universo, nulla è più concreto che lo spirito stesso.

Si distinguono di conseguenza una realtà del mondo esterno, una realtà del mondo interno, un mondo in cui l’io pone il non-io e un mondo in cui l’io pone l’io come oggetto.
Ciò che comunemente chiamiamo realtà pone l’oggetto all’esterno della coscienza verso quello che abbiamo davanti, e cerchiamo la concretezza in ciò che soddisfa gli appetiti e i sensi. Non visto lo spirito, ovvero noi nella nostra massima concreta esistente realtà, opera sempre in avanti senza riflettere, chiamando reali le cose davanti. La verità, pur indossata, rimane nascosta per così dire “alle spalle”e verità e realtà si confondono. La fuga verso la vita nasconde l’Io. L’Io è l’abisso più profondo, ne facciamo quotidianamente uso, ma non lo conosciamo. Quando spremo tutto del cervello saremo ancora agli inizi.

Di un oggetto diciamo che è vero intendendo che è reale, e non diciamo che è vero a meno che non ci riferiamo alla sua sussistenza, all’esistenza della cosa in sé nella sua concretezza o autenticità. La verità in quanto concreta realtà dello spirito, implica sempre qualcosa che riguarda il rapporto e il giudizio. Ciò che è è l’ente e l’ess-ente è tutto ciò che è. Sia nella fattispecie della materia che in quella più concreta dello spirito. L’invisibile è più potente del visibile.

Su questo pianeta ad essere non sono solo le cose, ma anche la vita e la vita per l’essere esistenziale Homo è il pensiero e al di là da quello l’emozione che lo sostiene. Quindi qui e ora l’essente comprende sia il mondo fenomenico della materia che il mondo fenomenologico dello spirito. Questi due mondi vivono in uno, ma sono totalmente separati. La distinzione è assoluta. Uno è il mondo esterno e riguarda le cose sensibili, l’altro è il mondo interno e riguarda le cose sovrasensibili. Il nostro corpo beninteso è esterno, rimane quindi chiaro che per mondo interno non può essere inteso neppure il nostro cervello.

Dell’uno mondo si occupa la scienza, dell’altro la metafisica. La metafisica è in essere un’eternità di tempo prima di essere dottrina per la filosofia, esiste nel positum da quando esiste la vita. Ogni vivente porta con se lo spirito. Ogni essere esistenziale vive e sussiste nella dimensione metafisica. Noi e il nostro gatto viviamo in questa dimensione. Sin dall’inizio della vita la cosidetta realtà è divenuta duplice partecipazione di mondo interno e mondo esterno, di spirito e materia, di soggetto e oggetto. Per quanto incorporeo lo spirito vive in uno nella materia, lo spirito è letteralmente in carne e ossa. Per chi può comprendere è il miracolo stesso della transustanziazione che si compie anziché all’istante, in miliardi di anni mediante l’evoluzione. Da allora, dalla nascita della coscienza, allo spirito compete verità così come alla materia competeva la sola realtà.
Ma la verità venuta in essere esprime in sé una nuova fino ad allora sconosciuta realtà: la Realtà dello spirito.

Dunque anche lo spirito è reale e in quanto reale è un ente. Tutti gli enti concreti o astratti che siano, sono reali. Sia lo spirito che la materia godono di realtà. Lo spirito anzi è per così dire molto più reale della materia perché attribuisce alla materia la sua realtà. L’universo era, ma non esisteva prima che ci fosse quel quid per cui esistere. Quel quid si chiama vita. La vita si chiama soggetto che pone l’oggetto, prima del soggetto non esiste neppure l’oggetto, dire oggetto è privo di senso, solo il soggetto porta con sé il senso. La vita dà senso all’essente. Con la vita lo spirito, con lo spirito ancora miliardi di anni di evoluzione e prende senso un esistenziale come la verità, con lo spirito umano la verità che dice vero ciò che è reale. Il reale assume senso e verità con lo spirito. Allo stesso tempo è lo spirito stesso che assume realtà, assume realtà astraendosi dalla materia, in un crescendo evolutivo che fonda sempre più nella cultura la propria essenza. Con ciò è la verità stessa a nutrirsi e a crescere. La verità acquisisce senso e realtà dicendo vere le cose della materia e vere le cose dello spirito.

La verità c’è. Ma la verità non è un ente. Ogni ente sensibile o soprasensibile che sia, è in carne e ossa. La verità non è in carne ed ossa. La verità non possiede realtà sua propria essenza è indissolubilmente legata allo spirito. La sua storia è la storia evolutiva dal singolo all’universale e dall’universale all’assoluto. Sarà raccontata un’altra volta.




Perle di vetro

UnknownÈ necessario dire e pensare che il gioco non consiste nelle regole. Senza regole nessun gioco. Il gioco perfetto non ha regole. Fatte le regole il gioco può cominciare. Il gioco comincia quando le regole sono di tutti. Note a tutti in ugual misura e allo stesso modo. Questo non accade mai. Cambia per lo più.Per lo più è espressione che unisce e divide secondo modo e misura. Bianco e nero non esistono. La purezza è astratta, insussistente. Tanto meno il grigio che rimane solo un concetto nella mente di chi dimora nella caverna. Solo di notte le vacche sono nere. Il gioco è a colori secondo modo e misura. Sempre puntualmente in ogni punto determinato. Ogni determinazione è armonica e ogni determinazione è disarmonica, immutabile nello spazio e mutabile nel tempo. Per sé e per altro da sé. Osceno e bellezza coesistono, sono “la mia rappresentazione”. La realtà è reale la coscienza è vera. La coscienza dice vero ciò che è reale. La natura è reale. Sua la bellezza, mio il giudizio. Senza giudizio nessuna realtà.

Appartiene allo spirito un’espressione che accresce se stessa. Scintilla rubata agli dei artefice di molte arti e molti mestieri. Lo spirito che sale si eleva su diversi piani dell’essere, disvela la bellezza mentre l’opinione grugnisce in cantina. Anela libertà.
Guai a chi trasgredisce le regole. Chi trasgredisce le regole dilegua il gioco. Chi trasgredisce le regole deve essere punito. Senza certezza della pena corre un’epidemia. Non sono solo i malviventi a rovinare il gioco, rovina altresì il gioco chi non sa giocare. Per saper giocare non basta conoscere le regole. Gli uomini in catene vedono solo ombre, non conoscono il gioco. Sono tutti bendati e giocano a mosca cieca. Non ditegli di avere occhi, non vi crederanno e se vi credono ve li strapperanno. Detestano la luce del sole. Un cattivo giocatore non rispetta le regole, vuole vincere e può essere un buon giocatore. Questa aporia separa le regole dal gioco. È pericoloso affidare il gioco agli schiavi. Ecco una cattiva democrazia.

Oltre le leggi altre regole aspettano chi gioca. Fatte uno tutte le leggi, la giustizia è mille. Queste regole parlano di giustizia, coesistenza e verità. Un lunghissimo cammino ci attende. Un abisso separa la giustizia dalla legge. Magistrati che con-fondono legge e giustizia? che confondono la persona e il ruolo? severità e arroganza? obbedienza e responsabilità? … Non sanno né matematica né filosofia, la misura e il modo, non hanno le basi le basi per il giudizio. L’osservanza delle regole è condizione ma non il gioco. Il gioco vuole che i giocatori conoscano le regole. Una cosa sono le regole un’altra cosa è il gioco; il termine fisso e il movimento. Chi si muoverà meglio? Chi vince o chi migliora il gioco? La canaglia ama chi vince. Tiene i cani a ringhiare in cantina.

La singolarità di ciascuno gioca nella confusione la propria partita morale. Il senno, accidentale, si perde nella chiacchiera. Tutti vogliono dire. Tutti ne hanno diritto. Tutti liberi di esprimere tutto. Vomitano bile dalle periferie e la chiamano opinione. Il peggio monta in cattedra il peggio è popolare. Anche molto popolare. Dite il peggio e vi ameranno. Chiameranno poi il vomito della plebe Democrazia.
La plebe non è popolo. Per essere popolo ci vuole cultura. Giustizia, verità, amore.
Le leggi sono lontane, o sopra la testa di chi è in catene o a tenere in catene chi vuole la luce. Il gioco perfetto non ha regole. Chi è in basso nella legge vede solo catene. Chiama libertà il proprio desiderio, la propria edificazione. Non capisce giustizia, non comprende morale. Tra etica e morale non conosce distinzione. Il per sé chiude l’intero arco della sua esistenza. Vede solo ombre e non sa di essere legato. Fugge sempre davanti a sé. Fugge nella realtà. Verso il lavoro, il fare. Il giogo anche quando si volta, gli sta sempre alle spalle. Per liberarsi dal giogo gli stoici hanno coltivato per sé lo spirito puro, uno spirito libero sul trono e in catene. Ma anche nell’ermo non gli è stato possibile non giocare.

È necessario dire e pensare che il gioco non è le sue regole. Per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire le regole sono lontane, sono ormai da sempre sue. Pennelli sapienti, scontati e logori in mano all’artista. Nuove discipline appassionano lo spirito.
La tela ora cerca giustizia, cerca armonia. Cerca l’abbandono, “la mia rappresentazione” di verdi pascoli in cielo. Il cielo di tutti, indeterminatezza dell’essere. A questo l’artista è chiamato. L’armonia delle genti. Il coro dell’essere in cielo. Respiro di anime in cieli di alta montagna. Anche la giustizia e l’affanno sono dimenticati. La misericordia per sé non mai soggiace
a costrizione; essa scende dal cielo
 come rugiada gentile sulla terra 
due volte benedetta: 
perché benefica chi la riceve
 come chi la dispensa. Ora è chiaro che anche la giustizia deve obbedire alla morale così come l’artista all’estasi.

Come si chiama il gioco? Il gioco si chiama libertà dello spirito. Lo spirito va verso il sole, nell’ascesi pretende libertà. Lo spirito che non va verso il sole mette gli altri in catene. Chi è scettico rimanga in catene, in quelle catene che da sé si è procurato. Assoluta inquietudine, chiacchiera di ragazzi ostinati, coscienza infelice, vuota e priva di appagamento nel presente. Perennemente distratto dalla vita nella fuga da e verso la realtà. Tutto accade nella singolarità, nella solitudine e nella confusione.
La regola fondamentale essenza stessa del gioco è che si gioca assieme. Questo fatto l’assieme segna il tempo con il senso. È l’assieme a dare la direzione e ad alimentare la morale. L’assieme è l’essenza stessa della morale. Contro chi ci si batte? Contro la paura, la sofferenza, e la morte. Libertà dello spirito contro paura, sofferenza e la morte. Per non morire soli bisogna esserci stati. Questo esserci stati dimensiona lo spirito nella sua gloria.

Dov’è ormai la legge? Dove sono le regole? Sono per questo meno necessarie? L’assieme dà la direzione. Pensiamo dunque alle leggi, stabiliamo pure le regole. È indispensabile e doveroso. Le leggi sono i minima moralia; il gioco che si gioca altrove dimora nella giustizia nella morale e nell’amore, altissimo e impronunciabile dio. E dunque e sempre oltre la giustizia, oltre alla morale, è all’amore che le leggi, queste piccole operose formiche, si devono ispirare. Leggi, giustizia, morale e amore distano tra loro abissi cosi come stanno tra loro pianeti, sistemi solari e galassie. E tutto fa parte del gioco. Come posso parlare a chi mi parla di leggi senza conoscere i piani soprastanti, senza conoscere il gioco? La potenza: essere per riprodursi, riprodursi per migliorare, segna la vita. Gli uomini hanno un modo gli dei ne hanno un altro. Sarà il coraggio o l’amore la mazza a vincere la morte? Solo la cultura ci salverà.

 




Je ne suis pas Charlie

10525819_1506522106248757_8166857149866691938_nQuando si è di cattivo umore si tende ad essere aggressivi, lo so, e per una volta mi permetto di non essere politicamente corretto. Perciò fate attenzione:  “le parole che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità“. Ciò che sempre più mi indispone sono la vacuità del sentire comune, il relativismo del pensiero debole e l’ipocrisia del politicamente corretto. Quella postura rattrappita dello spirito che raccatta qua è là nel si dice e nella chiacchiera mediatica stereotipi scontati ad uso di un pubblico insipiente che nel gregge piagnucola il proprio diritto all’esistenza. Disprezzo tutto ciò che è retorico, inautentico e ripetitivo e lo disprezzo non come si usa dire “senza se e senza ma” ma senza eccezioni o riserve. Si può ritenere questo atteggiamento un’alterigia, una presunzione elitaria e offensiva che mi classifica nell’invisa categoria degli intellettuali, di un intellettuale narcisista in dispregio alla gente comune. Ebbene sì, è vero: disprezzo la massa. Disprezzo la massa per la sua mediocrità, quella volontà che in ragione del diritto all’esistenza banalizza la vita soffocandola dentro a credenze che gravemente nuocciono al seme come alla pianta, quella nenia sterile, sommessa e sottomessa, che ribolle nella belletta allegra, acre rancore che violenta lo spirito fino a spingerlo alla crudeltà. Un vero popolo non è un insieme di “gente comune” e d’altra parte come osserva Oscar Wilde la stupidità è crudele.

Oltre alla banalità del male (Hannah Arendt) esiste di fronte al sapere un’innocenza che è colpevole. Normali cittadini diventano spesso gli inconsapevoli autori anche dei più atroci delitti. Nefandezze compiute con ingenua ignoranza e bontà del cuore. Quella vita semplice a cui tutti aspirano si riduce alla coltivazione del proprio orticello, in disdegno della collettività e di un più profondo sapere da cui si sentono esclusi. Ebbene sì, l’ignoranza sorella maggiore dell’ingenuità è colpevole, come ben sapevano gli antichi Greci, colpevole di ignavia, di pigrizia, di invidia, di arroganza, di malanimo, di saccenza, di presunzione e spesso anche di cattiveria. Là dove non si sa si dovrebbe tacere. Si deve ascoltare e soprattutto non arrogarsi il diritto “di dire la sua”. Ascoltare prima di avere un’opinione e in assenza sospendere il giudizio.

Non esiste alcuna simmetria nel sapere. Chi non conosce la grammatica non può ridere di un filosofo. E gli stolti hanno il riso facile. La volgarità è facile al riso. Volgarità che è nell’anima prima ancora che nelle parole. Leggo sul Fatto quotidiano (Lunedì 12 gennaio 2015) di una trasmissione televisiva (South Park) in cui si recita “la Madonna caga sangue dal culo sul Papa – per poi scoprire che no, non sta sanguinando dal culo. Sta sanguinando dalla vagina ed è normale che le pollastrelle sanguinino dalla vagina (testuali parole del Papa in versione South Park)”. Parole che mi è offensivo scrivere. Satira? Libertà di espressione? No, è l’orrore!

Si attribuisce a Voltaire la frase “Combatterò tutta la vita le tue idee, ma sono disposto a dare la vita perché tu possa esprimerle”. Pienamente d’accordo, ogni libertà compresa la libertà di stampa è inviolabile. Nessuna censura. Ma religioso o laico che sia, la volgarità va fermamente combattuta tutta la vita. Nei media come nella quotidianità. Chiamare satira la volgarità è una bestemmia. Diverso è il riso che bacia l’essente. I cattivi ridono sempre.

Je suis Chiarlie? Quanti possono dire di aver conosciuto Charlie Hebdo?
“Je suis Chiarlie” era scritto sulla maglietta di Vauro nell’ultima trasmissione di Piazza pulita di Michele Santoro, Vauro che da vignettista Charlie Hebdo l’aveva conosciuto.
Vauro è stato accusato di aver criticato in passato Charlie Hebdo, si era espresso sul pericolo che la rivista correva ridicolizzando l’Islam, è stato accusato per questo di essere ipocrita nell’indossare tale indumento. Il quotidiano Libero, la cui stessa testata offende il principio che invoca e il cui il pensiero debole fa vendere vendendo fango, riprendeva il tema e l’accusa. Ma che relazione c’è tra criticare una persona e desiderarne la morte fino ad ucciderla?

Per un verso Vauro ha indubbiamente fatto bene a indossare la maglietta, per un altro ci si deve domandare se indossarla è un gesto per difendere la vita e la libertà di espressione o appoggiare le idee di “eroi” del cui operato non sappiamo nulla.
Eroi? Chiamereste eroi chi ha proferito frasi come quella sopra riportata? La morte non santifica. La pietas dovuta ai morti e che tutti ci assolve è solo il perdono finale. Il pensiero debole ora si chiede “ma quella è stata proferita da una trasmissione americana e non da Charlie” e ancora “che ne sappiamo noi della satira di Charlie?”. Appunto! Dio mio, quanta pazienza … personalmente credo che abbiamo il diritto di critica solo in casa nostra e se le critiche debbono essere come quella succitata neppure in casa nostra. Pena il disprezzo, non la morte.

Il circo mediatico scatenato e senza freni ha ancora una volta offerto lo spettacolo di una pretesa unità di oppressi e oppressori, dimentica per un giorno dei conflitti in casa propria. Per certo io non sono Charlie, sono disposto a appoggiare ogni satira, ma non sono disposto ad accettare la volgarità. Le religioni hanno per certo molti aspetti ridicoli che vanno sconfessati, sconfessati per mezzo della denuncia e della provocazione fino a dare scandalo, ma lo scandalo deve riguardare solo quegli aspetti che la ridicolizzano nel rispetto e in aiuto di chi si sta ridicolizzando per quello che chi viene investito è in grado di digerire, altrimenti è bullismo: il compiacersi tra pari di essere felici della propria appartenenza disprezzando il prossimo.

Il cinismo dei media che si concretizza in una satira che offende anziché provocare offende la verità. Giornalismo non è informare, ma contribuire a far emergere la verità.
Si chiacchiera sull’accaduto. Ci siamo dimenticati dell’essere, dell’ente fonte dell’informazione. Solo la cultura ci salverà.




Parigi val bene una messa?

UnknownGli ultimi tragici avvenimenti nella capitale Francese mi hanno portato in sogno alcune riflessioni. Se è vero come è vero che nessun popolo è giunto fino a noi se non a mezzo della religione, è altrettanto vero che gli dei sono un’invenzione dell’uomo che ha seguito passo passo l’evoluzione culturale. Cuius cultura eius religio. Una questione di mera appartenenza. Dunque tutta l’umanità in tutti i percorsi trascorsi indipendentemente dai modi è stata guidata da sempre solo da un sogno, da religioni tanto necessarie quanto impossibili. Siamo da sempre vissuti nella menzogna e i tempi degli dei falsi e bugiardi non è terminato, ancora si adorano idoli. L’unicità di Dio non è ancora stata raggiunta. Ancora si recita il mio e il tuo Dio.

Tentare di concepire Dio sostituendosi nel suo pensiero e nella sua volontà è di per sé un’arroganza inesprimibile. Si tratta della ubris, di quella tracotanza che rimane vizio capitale in ogni religione. “Dio lo vuole” è la più grande delle bestemmie.
Al Dio piace e non piace si parli di lui. È pericoloso sfidare gli dei.
Ma sto parlando ancora del Dio delle religioni, quel Dio che le religioni hanno inventato. Diversamente affermo che è ancora possibile concepire Dio malgrado l’interpretazione da cui nascono gli dei umani. Potete voi immaginare un Dio, potete pensare a un Dio? ci chiede Nietzsche.

Di contro a verità assolute attribuite a falsi idoli, anche da parte laica di rimando a uno spirito che è solo un fantasma, si bestemmia la Verità e si attribuisce allo Spirito ciò che allo Spirito non appartiene. Morta la religione si aprono abissi su cui il materialismo ha fatto più danni delle religioni. Giustamente l’allora Cardinale Ratzinger metteva in guardia verso l’ateismo. È pericoloso liberare gli schiavi. Senza convinzioni ci si apre il nulla e la paura della morte attanaglia lo spirito. L’abisso che si apre è angoscia e smarrimento. “Scrivete da voi le tavole della vostra legge”(Nietzsche): nel vuoto esistenziale delirio in attesa del salvatore. Perché c’è comunque bisogno di un senso.
Stalin era ateo e Hitler considerava il cristianesimo un valore di appartenenza non certo una religione.

Laico o religioso che sia lo Spirito c’è, la Verità c’è, si esprimono e sono stati espressi in tutti i valori che hanno segnato il progresso come progresso umano e segnano di contro a ogni relativismo comunque inteso nel positum la Via, via corroborata da valori che sono nella coscienza prima che nell’universalità. Si tratti di Cristo, di illuminismo o di Umanesimo la via dello Spirito è segnata. Su questo bisogna riflettere. Esistono valori che hanno trasversalmente ad ogni credo segnato il cammino dell’umanità. L’Essere nella coscienza mostra la Via. Anche al di là dell’imperativo Kantiano.
“Combatterò per tutta la vita le tue idee ma sono disposto a sacrificare la vita perché tu le possa esprimere” (attribuita a Voltaire) e ancora “Da giovane ero comunista, poi ho cambiato idea. Allora ho capito che era giusto sacrificarsi per un ideale ma non era giusto sacrificare gli altri” (Herbert Marcuse) sono espressioni di civiltà e bastano da sole a definire l’assoluto della verità. Commentano e criticano in profondità l’accaduto.

Gli idoli dalla barba bianca o disseminati da profeti esegeti di Sacre Scritture nascondono la Verità e lasciano l’umanità addormentata a sognare se stessa.
Ha detto Cristo “Le scritture sono chiuse” e ancora non si è capito.
Pur segnando passi benemeriti e indispensabili per l’umanità le Sacre Scritture ci dicono solo del senso di appartenenza e della coscienza legata ai tempi. Precorrono grandemente i loro tempi, ma nel tempo col tempo segnano il passo. Per quanto benemerite bestemmiano dicendosi la Parola di Dio. Questo in quanto solo l’autorità attribuibile a Dio può tenere uniti i popoli. Le Scritture segnano indelebilmente i passi compiuti dallo spirito, ma paralizzano al contempo ogni sua possibile evoluzione. Le tesi in esse contenute divengono nuove antitesi, un freno per ogni possibile perfezionamento: un’ideologia.

Se devo pensare a Dio, io penso a Dio come Evoluzione, dal big bang fino alla coscienza di sé, miliardi di anni di contro alle poche migliaia di anni dei Sacri Testi. Queste le proporzioni nel modo come nella misura. Se devo pensare a Dio penso a quell’ Amor che regge il cosmo e tutto lo governa (Dante). Capire le stelle guardando il mondo dalle stelle. “Bisogna preparare la casa al superuomo” diceva Nietzsche e io penso all’evoluzione come alla preparazione all’avvento dell’uomo e alla terra come al centro spirituale dell’Universo a quella coscienza venuta in essere per dare all’Universo un Senso. Di contro al piagnisteo materialista offro l’immagine blasfema di una nuova centralità fondata sullo Spirito e la sua Verità. La natura umana è qualcosa da costruire in fieri e non da ricercare nel passato. Il libero arbitrio ci lascia una grande responsabilità. Se è vero che noi dobbiamo fare la Volontà di Dio è altrettanto vero che Dio può fare solo la nostra volontà. Dio ci aiuta solo con la bellezza, la bellezza del mondo come dell’anima. L’una per l’altro. La Verità dell’Essere è qualcosa ancora inesplorato. Solo la cultura ci salverà.