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Tutto il potere ai manager

images-1images-3Nel linguaggio del corpo la posizione con le braccia conserte esprime un atteggiamento negativo o difensivo, una barriera tra se stessi e il nostro interlocutore che noi tutti percepiamo con un senso di disagio. Eppure, come si può notare su tutti i quotidiani che scrivono di economia e finanza i manager sono spesso fotografati in questa posa,  anche sorridenti. Sono finiti i tempi in cui gli operai davanti alle fabbriche incrociavano le braccia per sottolineare la loro indisponibilità verso il padrone.  

Manager! Chi è costui? Per i latini, dalla cui lingua deriva il termine inglese, manu agere era un’espressione che significava ‘condurre con la mano’ o  anche  ‘guidare una bestia stando davanti a lei’. Oggi il termine è diffuso in tutto il mondo e sta ad indicare un dirigente con responsabilità del processo e capace  di gestire le risorse per conseguire determinati obiettivi. Se nell’ambito strettamente operativo della fabbrica o della azienda la funzione del manager è chiara, dal punto di vista del diritto la questione si complica perché la funzione è definita come l’attività svolta da un soggetto non nel proprio interesse ma nell’interesse altrui, un interesse che può essere privato come nel caso di un consiglio di amministrazione di un’azienda, o pubblico come nel caso di un ente pubblico o un governo in rappresentanza dei cittadini. Subentra infatti il concetto di “interesse” che supera la necessità oggettiva puramente tecnico-operativa reintroducendo il soggetto con la sua volontà.

Nella civiltà dominata dalla Tecnica, più che i mezzi e il fine conta la funzione, il processo,  secondo il quale i mezzi sono considerati neutrali e quindi tutti utilizzabili per conseguire il fine, che diventa tutto ciò che può essere conseguito: il risultato. La ragione di Stato diventa la ragione della Tecnica e l’economia il pensiero dominante. La prospettiva è unica e totalizzante:  ogni lavoratore diventa un funzionario del sistema che opera al suo interno con gradi di libertà proporzionali al ruolo. La società tende a diventare il luogo del mercato, entità neutrale senza più ideologie, nella misura in cui diventa l’estensione di un’azienda nella quale non si lavora più per un padrone, ma per un’organizzazione complessa dove la figura dell’imprenditore si scambia con quello dell’amministratore delegato. 

L’esaltazione della funzione del manager, nella misura in cui l’intervento degli uomini del fare crea l’aspettativa della soluzione dei problemi, è l’indicatore del decadimento del valore della politica nella società della Tecnica, in cui lo Stato viene concepito come un’azienda e il Comune come un condominio. In questo dominio la figura del manager da una parte si sostituisce al padrone, la cui proprietà familiare o societaria rimane appartata sullo sfondo, dall’altra al leader politico, la cui visione del mondo diventa inconsistente. Nella nostra società globalizzata e dominata dal mercato i manager sono l’edizione moderna dei “capitani di ventura”, i comandanti di una compagnia privata di mercenari dette per l’appunto “compagnie di ventura”. E non è un caso che il loro successo politico si stia affermando particolarmente nel nostro paese, la cui tradizione di assoldare capitani di ventura coi loro mercenari, le compagnie di ventura che oggi si chiamerebbero squadre, risale al medioevo.

Quella figura del manager a mezzo busto che con le braccia conserte ci guarda dalla foto non vuole essere  soltanto la figura salvifica dell’uomo del fare, ma rappresenta il funzionario della Tecnica che ci dice sorridendo: “È l’economia bellezza e tu cittadino non puoi farci niente”. 

 

 




Dobbiamo diffidare degli -ismi. 

220px-Worshiping_the_golden_calfNell’immaginario collettivo, il senso comune, il termine ideologia ha assunto oggi una connotazione per lo più negativa. Infatti esso viene spesso percepito come una metafora dell’autoritarismo, evocando il fantasma del nazismo o del comunismo. Tutti ritengono di conoscere il termine e conversano tra di loro ora in favore “il problema è che non ci sono più ideologie” o contro “ma questo è ideologico!” come dire “falso”, idee astratte avulse dalla realtà. Ideologia è un’altra di quelle parole polisemiche in uso al linguaggio su cui esiste una grande confusione. Se consultiamo un dizionario (p.e. Treccani) all’osso e alla radice si evince che si tratta di credenze, credenze più o meno validamente supportate. Tali credenze sono il supporto, lo stroma di sostegno epocale di ogni civiltà. Ovvero l’intendimento profondo e allo stesso tempo superficiale che sostiene in quanto trama l’ordito dell’umanità nel qui e ora. Rappresentano il pensiero unico il mezzo e lo scopo del sociale. “L’enunciato gli antichi credevano che …” non fa riferimento alle sole conoscenze scientifiche, ma al complesso delle credenze che costituivano la mentalità, il modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose. In definitiva ogni ideologia è portatrice di un diverso modo d’esserci, l’odore e il sapore stesso di un’epoca, che vive come spirito in carne e ossa una diversa felicità diversamente distribuita all’interno di un tutto che insieme è vita e prigione, teatro in cui si recitano, senza saperlo, ruoli e parti di significato universale.

Detto diversamente, l’esistenza non è mai stata la stessa e non è tuttora la stessa. Malgrado l’avanzamento della scienza e della techne gli antichi siamo ancora noi. Ancora noi a spalancare la bocca davanti alla scoperta del fuoco.
Il modo particolare di concepire l’esistenza, la mentalità, pretende una ragione, uno scopo. Lo scopo in passato è stato dettato dalle ideologie, credenze religiose, filosofiche, politiche e morali. Le ideologie per quanto falsificabili hanno sempre avuto l’enorme e indiscutibile pregio di collegare ovvero tenere unito un popolo o più di un popolo e di contribuire in modo essenziale alla sua sopravvivenza. in questo senso le religioni possono essere considerate come la prima forma dell’ideologia e in questo senso si spiega la loro radicazione nella gran parte dell’umanita’. Ciò non testimonia la loro validità, ma la necessità di un progetto comune senza il quale la disgregazione è inevitabile.

Da quando la scienza si afferma come verità non si può più parlare a proposito di scienza di credenze, la scienza di fatto non è una credenza, la scienza si afferma come verità e oltre al compito di spazzare via credenze che si intromettono nel suo campo e come tali possono essere smentite, mostra al suo interno il metodo con cui la verità va cercata falsificando verità religiose, filosofiche, politiche e morali che pretendono di essere il verbo in un campo che non gli appartiene tentando di limitare la scienza in ogni sua nuova stagione. Questo beneficio assoluto portato dalla scienza all’umanità ha illuso l’umanità che attraverso la scienza sarebbe arrivata all’uomo la felicità, affidando alla scienza e alla sua sorella gemella la techne, ogni salvezza. Il pensiero illuminista che alla scienza si è rifatto ha creato un mito e moltissimi fedeli.

A che la scienza? Possiamo ritenere utile la scienza per due motivi, uno per vincere l’ignoranza di credenze che la contraddicono, l’altro per migliorare la sopravvivenza. La sua importanza quindi per migliorare la condizione umana è indiscutibile. La scienza dunque è un mezzo per raggiungere due scopi, eliminare la fantasticheria e migliorare la sopravvivenza. Tuttavia vi è un campo che alla scienza non compete: la morale. La scienza migliora la sopravvivenza, ma non necessariamente la vita. La scienza è un mezzo e in sé è indeterminata, senza scopo. L’azione dipende dallo scopo, cambiando lo scopo anche l’azione cambia ponendo al timone le varie ideologie, la scienza in sé non ha altro scopo che quello di progredire con un unico fine che presuppone la centralità dell’uomo e della vita umana (paradossalmente se al centro ci fossero gli animali ogni azione della scienza cambierebbe) per quanto riguarda la sua sopravvivenza, non è un soggetto né volitivo né pensante, ogni suo prodotto può essere usato da chiunque per qualsiasi scopo in dipendenza di credenze. La scienza è a-direzionale, il fine rimane indeterminato. L’uso dunque non riguarda la scienza, ma unicamente la morale che si fonda sulla volontà. Una “democrazia procedurale”, è una democrazia che guarda solo al contingente seguendo una tecnica politica per obiettivi contingenti qualificati come reali e trasferisce la propria equità agli esiti della propria applicazione, al di fuori di qualunque ideologia e qualsiasi epistème, verità morale, ai soli fini di trovare il consenso, ma obbedisce di fatto all’ideologia dominante: l’ideologia economica del Mercato, espressione della della Techne, che il capitalismo, sua concretizzazione, si illude di dominare. Il risultato è il volere della maggioranza in luogo del bene comune, di qui ogni populismo.

Il capitalismo ha un unico fine l’accrescere se stesso, aumentare all’infinito il profitto, in particolare il profitto privato. I cosiddetti “governi tecnici” e la “democrazia procedurale” agiscono in toto all’interno di un’ideologia capitalista meglio dei regimi autoritari. Le Leggi di Mercato sono di fatto il supporto tecnico dell’ideologia capitalista. Vengono chiamate leggi per ingannare sulla loro oggettività appellandosi alla scienza. Il vecchio mondo si rifaceva a verità rivelate che sono ormai al tramonto e al cui tramonto ha contribuito grandemente la scienza. Si va lentamente ma inevitabilmente verso l’ateismo e il nuovo dio unico valido assertore della verità è rimasta ai livelli più alti la sola scienza, scienza troppo astratta e lontana per la gente comune che ha bisogno di idoli, ora la Techne arriva nel quotidiano più vicina all’uomo sotto tutti i profili.

Di tecnica devono ora dotarsi tutte le ideologie, economiche, finanziarie, politiche e pur anche religiose. La techne diviene quindi la nuova arma da combattimento. Assume in sé un valore assoluto e ci si rivolge a lei come una volta ci si rivolgeva in preghiera al crocefisso immagine di Dio. Il popolo ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno di idoli. Sia fatta la sua volontà. Chiesa, Stato e Capitalismo si contendono ancora gli scopi. La Chiesa è sempre più in crisi: l’epistème in quanto verità rivelata è ormai sempre più logora. Lo Stato con la sua democrazia procedurale non ha più come scopo il bene comune e riesce sempre meno a mediare tra il bene comune e gli interessi della maggioranza, opera unicamente per il raggiungimento di obiettivi secondo la volontà popolare. In questa situazione il Capitalismo prospera tirando i fili ai governi, prospera anche grazie all’insipienza dei filosofi, rassegnati fantasmi del passato, che cedono il passo alla Techne. Il relativismo e un neo-oscurantismo illuminista hanno assassinato la Verità.
Tra tali colossi, in un angolo la filosofia sembra destinata a perire. A perire per mano degli stessi filosofi che per realismo, la peggiore delle credenze, si rivolgono ormai alla filosofia come a una lingua morta e passano il testimone alla “cibernetica”. Come a dire “la filosofia ha fatto il suo tempo”. Genuflessi alla scienza si sono perduti totalmente nel labirinto del pensiero, si sono dimenticati dell’essere e hanno smarrito completamente lo scopo: la ricerca della Verità. Solo la Sapienza ci salverà.




Ormai solo una rivoluzione ci può salvare

inception_vfxDalla caduta del muro di Berlino si è scritto molto sulla fine della storia, delle ideologie, del comunismo, senza tuttavia spiegare perché gli equilibri nel mondo siano oggi diventati più instabili e più pericolosi. Se nell’era ante muro la potenza sovietica minacciava quella americana, nell’era post muro è l’intero mondo occidentale a sentirsi minacciato dalle crisi economiche, dal riscaldamento climatico, dalle migrazioni e dal terrorismo islamico. Cresce la paura: dopo il vissuto olocausto nazista e il temuto olocausto nucleare quale altro olocausto incombe sull’umanità? Quello provocato da una guerra, dal clima o dalla demografia?

Si cerca una via di uscita dall’euro, dall’Europa, dalla crisi economica, dal pericolo del terrorismo, mentre si diffonde la nostalgia per il passato scontro ideologico tra capitalismo e comunismo, uno scontro che sempre più numerosi intellettuali e politici ritengono preferibile a quello che si va oggi delineando con timore tra civiltà o tra religioni. Risorge l’interesse per le analisi di Marx sul Capitale, mentre qualcuno già intravede in Putin, sebbene si rammarichi che non abbia la statura di Lenin, il possibile argine dell’incontrastata egemonia neoliberista e capitalista: l’economia unica, nuovo ordine mondiale.

Di fronte al pericolo di una nuova guerra, di una catastrofe, riemerge la necessità del mito della rivoluzione. Ma quale rivoluzione, questo volgere di nuovo, dopo quella della agricoltura, il cristianesimo, quella scientifica, quella francese, industriale, russa, digitale? Esaminiamo alcuni punti di vista, scelti tra recenti analisi sulle condizioni dell’ambiente, della tecnologia e della coscienza.

Per la giornalista ambientalista Naomi Klein (“Una rivoluzione ci salverà”, 2014) il limite del capitalismo è costituito dalla natura stessa. Detto in termini marxisti e logici sarebbe che la contraddizione interna al capitale sia costituita dalle sue esternalità. E dunque per lei la rivoluzione non può che essere quella ecologica ed ambientale. Un’analisi condivisibile nelle sue buone intenzioni, ma che ancora si muove all’interno del pensiero economico e affida la salvezza dell’umanità alla ricerca di una economia alternativa e sostenibile. Il problema è però, una volta accertato essere il sistema economico la causa prima: si può superare l’economia mediante un ragionamento economico.

Il giornalista tecnologo Kevin Kelly (Quello che vuole la tecnologia, 2010) nella sua analisi della tecnologia giunge a riconoscervi “una qualità essenziale: l’idea di un sistema di creazioni che si autorafforza” e che egli chiama il technium, che va oltre l’hardware e le macchine “per includere la cultura, l’arte, le istituzioni sociali e le creazioni intellettuali di ogni genere. Comprende entità intangibili come il software, le leggi, i concetti filosofici.” L’autore osserva infatti che : “dopo una lenta evoluzione durata diecimila anni e l’incredibile esplosione degli ultimi due secoli”. Kelly è affascinato da una sorta di spiritualità che riconosce nella tecnologia “il technium sta maturando, sta diventando una cosa a sé”, per concludere che “il technium è il modo in cui l’universo ha progettato e costruito la propria autoconsapevolezza”. La rivoluzione è in corso d’opera e su questa spiritualità l’autore fonda il proprio ottimismo per l’umanità : “il fatto che ci sia qualcosa che vive delle proprie forze, è un valido argomento contro il nichilismo cosmico”.

Più recentemente per il teologo cattolico Vito Mancuso (vedi suo ultimo libro “Questa vita”, 2015), che riprende la visione della Terra di James Lovelock concepita come un unico organismo vivente (Gaia) la natura è dotata di intelligenza e dunque l’equilibrio va ricercato dall’uomo nella sua capacità di creare relazione, ovvero di aprirsi, di abbracciare, di amare liberandosi dall’ego, per una ecologia dell’Io perché: “oggi la scienza e la tecnica hanno urgente bisogno della sapienza umanistica e della spiritualità”. Qui si tratta di una nuova rivoluzione della coscienza, una rivoluzione culturale dopo quelle del cristianesimo e dell’illuminismo.

Tre posizioni differenti che pure muovendo da fattori apparentemente diversi come l’ambiente, la tecnologia e la coscienza convergono sulla comune necessità per l’umanità di un cambiamento radicale di fronte alla non sostenibilità della realtà attuale per accumulo di contraddizioni. L’elemento comune che attraversa le tre analisi sopra citate è la tecnica.

E di tecnica il filosofo Martin Heidegger si è occupato in più occasioni, per esempio nelle Conferenze: La questione della tecnica, 1953 e L’abbandono, 1955. Per il filosofo un radicale rivoluzionamento della visione del mondo è già avvenuto. Da alcuni secoli è infatti in corso un sovvertimento di tutte le più importanti rappresentazioni che trasporta l’uomo in una realtà completamente diversa e lo pone in un modo completamente nuovo nel mondo e rispetto al mondo. Si tratta di un rapporto essenzialmente tecnico dell’uomo alla totalità del mondo, in quanto: “La natura si trasforma in un unico, gigantesco serbatoio, diventa la fonte dell’energia di cui hanno bisogno la tecnica e l’industria moderna”. La potenza della tecnica è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede. Heidegger si domanda se esista ancora quel “quieto abitare tra terra e cielo” che attraverso il pensiero meditante  permette all’uomo di radicarsi stabilmente o piuttosto tutto dovrà cadere “nella morsa della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dell’automatizzazione”. 

Se consideriamo gli anni di queste riflessioni (prima metà anni cinquanta) potremmo stupirci dell’attualità di affermazioni come “ormai dipendiamo in tutto dai prodotti della tecnica” e come “possiamo dir di sì all’uso inevitabile dei prodotti della tecnica e nello stesso tempo possiamo dire loro di no, impedire che prendano il sopravvento su di noi, che deformino, confondano, devastino il nostro essere”.  Heidegger chiama questo contegno che contemporaneamente dice sì e no al mondo della tecnica “l’abbandono di fronte alle cose”. L’abbandono è da Heidegger inteso eticamente come un modello di vita, un nuovo atteggiamento che l’uomo deve sforzarsi di esercitare nel suo rapporto al mondo della tecnica al fine di salvaguardare nella sua pienezza l’umanità dell’uomo contro l’impoverimento essenziale portato dal progresso tecnico-scientifico.

Per quanto superficiale sia questa digressione sul pensiero di Heidegger è tuttavia riconoscibile nella sua filosofia una radicalità nella quale è possibile intravedere la via di fuga se, con anche riferimento alle analisi di Marx, concepiamo l’economia come la ” morsa della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dell’automatizzazione” dalla quale liberarci. Per questo, ormai solo una rivoluzione ci può salvare.