Promesse da marinaio.

UnknownNarra Dante nella Commedia che quando morì Guido da Montefeltro, signore d’Urbino e sanguinario combattente, fu preso da un angelo per essere portato in Paradiso, ma sulla via celeste proprio l’angelo si sentì toccare sulla spalla, era il diavolo: “Questa è roba mia” disse e condusse Guido con sé all’Inferno sussurrandogli a un orecchio  “forse tu non pensavi ch’io loico fossi”. Destino volle che prima della sua morte, pentito e fatto  frate, il buon frate fu chiamato da papa Bonifacio ottavo che gli chiese il segreto per il potere: “Promettere lungo e mantenere corto” fu la risposta. Per questo ora se ne sta tra i consiglieri fraudolenti.

Renzi è un uomo del “fare” e per questo piace al popolo, ma bisognerebbe ricordare, perché sia ritenuto ben in mente dal momento che nulla serve aver inteso senza avere ritenuto,  che dire “fatti e non parole” sono  parole e non fatti.  Una formula magica per addormentare la ragione laddove la forza in gioco ha un potere forte sulle menti deboli. “Promettere lungo e mantenere corto” sembra essere prerogativa del simpatico giovanotto, come pare si sia espressa la tedesca Merkel. E le sue promesse già perdono la coda.

Ciò che più mi rattrista è che la memoria degli uomini è ancor più corta delle promesse fatte da Renzi. Non starò a ricordarle, del resto la più parte del sui fans non le ha neppure ascoltate. Son passati pochi mesi (forse due o tre?) e se qualche giullare non ce le ricordasse (Grillo, Travaglio, Crozza e altri) quelle promesse sarebbero già nel dimenticatoio in fondo agli abissi. Perché l’abbia votato poi e cosa abbia detto per essere votato ora già il renziano non lo ricorda più. Le promesse di Renzi, promesse in base alle quali fu eletto sono ora smentite dai fatti e il trono stesso è stato di fatto trafugato, con mosse di palazzo e grazie alla spudorata menzogna: “non andrò mai al potere se non eletto”.  “Momento storico”, “la svolta buona” sono gli slogan che tanto piacciono per la pubblicità, per il consumo dei cervelli all’ammasso. Tutti in attesa del miracolo. Che 80 euro netti  pioveranno come una manna nelle tasche di 10 milioni di lavoratori è quasi sicuro, come più che certo è che l’aumento delle tariffe e nuove tasse (intanto paga l’Imu e … Tasi) si rimangeranno nell’immediato o ancor prima quanto prodigalmente donato.

Cosa dovrei attendermi da siffatto personaggio? In tutta verità al di là e al di sopra di becere fazioni pro e contro il “meno di niente” non mi aspetto nulla, nulla  da un tele-imbonitore,  venditore,  illusionista. Dai tempi di Alberto Sordi mi sono stufato dei simpatici “mascalzoni”, ma ancor più delle folli folle che plaudono riconoscendo dentro di sé identica stoffa: “Senti ammé, fatti i cazzi tuoi … qua sono tutti malviventi”. Renzi dice di metterci la faccia, ma quel che è sicuro è che se cade, anche se chi troppo in fretta sale cade sovente precipitevolissimevolmente, cade in piedi e al di sopra delle nostre teste e coi piedi caldi di certo assicurati.

Scrive Slavoji Zizec:  “Se il mio ideale è salvare vite umane come operatore allora vedrò nella gente le cose di cui mi devo pre-occupare,  se diversamente sono un ricco capitalista e attraverso un quartiere degradato nella mia limousine, non vedo la povertà e la miseria di chi vi abita. Quello che vedo sono persone che vivono dei sussidi pubblici e sono troppo pigre per lavorare”. La sinistra attuale dove si colloca?  Solo la cultura ci salverà.

 




La statura di uno statista che non c’è

Macchiavelli

La crisi economica che ha investito i paesi occidentali in questi ultimi anni ha definitivamente rotto nel nostro immaginario collettivo l’incantesimo del ‘Bel Paese’. Le nuove parole usate per descrivere la crisi e che si accompagnano alla angoscia diffusa sono futuro, baratro, povertà e declino. Gli indicatori dell’arretratezza della nostra situazione generale, paragonandoci ad altri paesi occidentali e rispetto alla stessa cultura e storia cui apparteniamo, sono tutti noti per la loro intensità e per la loro estensione: corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, abbandono scolastico, analfabetismo di ritorno, familiarismo, sessismo, disprezzo per le istituzioni. E tutti questi indicatori convergono su un’unica comune matrice, quella culturale. Sappiamo bene che se sommassimo tutti coloro che appartengono ad almeno una di quelle condizioni supereremmo di gran lunga la metà della popolazione e tuttavia anche a costoro riconosciamo per vocazione democratica il diritto di voto, ovvero la capacità di incidere sulla vita di tutti. Togliere allora il suffragio universale tanto faticosamente conquistato, per altro in tempi  recenti, magari giustificati dal dilagante astensionismo elettorale? Certo che no, al contrario, si dovrebbe abbattere in tutta l’Europa l’ultimo vincolo esistente al suffragio universale secondo il principio liberale di “una testa un voto” e riconoscere  il diritto di voto ai minorenni.

In ogni caso, se ci inganniamo sulla diagnosi del malato quale cura potremmo mai adottare per superare la malattia? Ed ancora, il malato deve essere consapevole della sua reale malattia? Prima di ogni analisi economica, politica e sociale dovremmo risponder a queste domande. Per quanto tempo ancora il bon ton e il politicamente corretto potranno mascherare l’ipocrisia nazionale del chiagnere e fottere?  Quel guardare da quale-pulpito-proviene-la-predica in un mondo percepito come un immenso paese dove così-fan-tutti appare in modo sempre più evidente come il riflesso condizionato che permette agli italiani, tanto indulgenti con se stessi, di tacitare la propria coscienza, idebolendola.

Nella testa delle persone più evolute e sinceramente indignate per lo stato generale del paese alberga l’idea che la diversità, comunque intesa e dovunque riscontrata, sia un valore da proteggere ed alimentare, sempre e in ogni circostanza, a cominciare dal relativismo delle diverse culture umane (le civiltà) per passare alla varietà delle colture ambientali (il patrimonio della foresta amazzonica) e finire quindi con il voto di preferenza (la sovranità popolare). La sicurezza di tale convinzione deriva da una lettura ecologica della natura intesa come un immenso ed armonico equilibrio tra le diversità. Questa visione benevola non rileva però il ruolo della selezione (naturale) per il quale si conservano quelle differenze che risultano favorevoli all’adattamento, mentre le varianti nocive vengono eliminate oppure quelle né utili né nocive rimangono fluttuanti. Il motore della evoluzione (biologica) è dunque la dialettica tra variabilità e uniformità emergenti sullo sfondo di un ambiente in continuo mutamento che pone la necessità di un adattamento. Quando dalla natura si passa alla cultura il discorso si complica notevolmente e non vale  la semplificazione riduzionista del darwinismo sociale. Si complica per la relazione esistente tra soggetto ed oggetto, ovvero per il motivo che l’agente che produce la diversità nell’ambiente, la specie umana, è il medesimo che deve poi adattarvisi. E d’altra parte quale razionalità potrebbe far accettare una logica del due pesi-due misure, una legge evolutiva che valga solo per la natura e l’altra solo per la cultura?

Questo popolo-populista di sinistra che dopo gli esiti delle elezioni regionali in Sardegna invece di rallegrarsi per la vittoria di un uomo colto e per bene e preoccuparsi di come la sua realtà e valore rimanga sconosciuta alla metà della popolazione, preferisce la ricerca di un nemico esterno attribuendo ora a Renzi ora a Grillo o a Berlusconi la responsabilità della fuga dal voto. Questo popolo-populista che all’epoca dell’intervento americano in Iraq affermava che la democrazia non potesse essere esportabile, oggi si appresta ad importare il socialismo tramite una lista greca. Non si tratta di una esercitazione della coscienza europeista, ahimè in declino anche in Italia, ma dell’incapacità di produrre autonomamente idee di rinnovamento e di selezionare un leader che ne sia all’altezza.

Lo sciame meteoritico della sinistra italiana si polarizza ancora una volta nell’irrisolta tensione tra la nostalgia adolescenziale per l’opposizione dura e pura e la resistenza all’assunzione della responsabilità di governare. La valanga di critiche e contumelie rivolte a Matteo Renzi non possono essere giustificate e spiegate ricorrendo semplicemente agli argomenti ideologici e politici dei suoi oppositori. Nel suo comportamento vanno ricercati atteggiamenti e dichiarazioni che devono aver profondamente urtato la mentalità diffusa nel popolo della sinistra. Si tratta io penso della sua manifestata ambizione. In un paese la cui etica non è fondata sulla responsabilità individuale e sul merito chiunque osi alzare la testa oltre la soglia della mediocrità, la palude, diventa inesorabilmente bersaglio di coloro che vorrebbero nuovamente affondarlo. Io non sono un fan di Renzi (che non ho neppure votato alle primarie) ma riconosco nel suo ‘stil nuovo’  naïf  la prefigurazione del modello di leader di cui la sinistra-populista italiana ha disperatamente bisogno. Credo che Renzi non abbia la statura adeguata, ma di statura si dovrà parlare d’ora in avanti. Quei principi universali, ancorché migliorabili, cui la sinistra fa riferimento hanno bisogno di statisti per essere realizzati, non di burocrati di partito, né tantomeno di politici come il popolo.

I limiti entro cui il popolo esercita la propria sovranità non sono quelli costituzionali, ma quelli culturali: con onestà intellettuale dobbiamo prendere atto che in Italia si è drammaticamente aperta una profonda linea di faglia che separa la Costituzione dalla Cultura. Oggi è lecito domandarsi come sia stato possibile che il più evoluto sistema politico di governo fin ad oggi realizzato dall’umanità, la democrazia, abbia consentito alla canaglia del nostro paese di star meglio della gente per bene.  La risposta va ricercata nella mentalità formatasi e sedimentata nei secoli di storia di una penisola incessantemente percorsa da invasori.   D’altra parte, i risultati di una recente ricerca antropologica ci mostrano come gli italiani siano il popolo più ricco di diversità genetica in tutta Europa, molto più di quanto lo siano tra loro popolazioni che vivono agli angoli opposti del continente: le nostre differenze genetiche sono dalle sette alle 30 volte maggiori rispetto a quelle registrate tra i portoghesi e gli ungheresi.  Oggi possiamo contare 57 popolazioni presenti nel territorio italiano: dai Grecanici del Salento alla comunità germanofona di Sappada nel Veneto settentrionale.

 

 

 




La piccola grande guerra

Sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l'elogio. Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa. E così sia di Cesare. (William Shakespeare)

Sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l’elogio. Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa. E così sia di Cesare. (William Shakespeare)

Amici, italiani, cittadini, prestatemi orecchio. Il nobile Letta vi ha detto che Renzi era ambizioso, e Letta è un uomo d’onore. Se il nascente governo di Matteo Renzi dovesse fallire, al suo funerale politico qualcuno potrà rievocare il discorso di Marco Antonio ai funerali di Giulio Cesare. Questo per quanto riguarda il futuro. Intanto, al presente altre rievocazioni sono suggerite dalla crisi di governo e del PD: la strage di San Valentino e la Grande Guerra del ’14 -’18. Tradimento della democrazia, colpo di Stato o realpolitik? Relativismo ideologico: dipende da quale parte dell’opposizione si sta.

Le parole d’ordine con cui il nascente governo Renzi si instaurerà sono stabilità e velocità. La stabilità perché il governo si propone di terminare nel 2018 secondo la scadenza naturale del mandato (2013-2018), la velocità perché il decisionismo del suo leader si offre come fideiussione politica per il successo delle riforme economiche ed istituzionali da adottare contro la gravità della situazione in cui si trova il paese che guarda all’Europa affetto dalla sindrome di Crimea.

Quanto al metodo di avvicendamento secondo la staffetta Letta-Renzi senza legittimazione del voto popolare, modalità non nuova che divide non solo gli oppositori di Renzi di sempre ma anche alcuni dei suoi sostenitori sia interni al Pd che esterni appartenenti alla maggioranza parlamentare vigente, il dubbio è come potrà avere successo il nuovo leader, sebbene più coraggioso e deciso di Letta, avendo la stessa maggioranza? La risposta, siamo parlati dalla lingua, è stata già fornita pubblicamente dai suoi collaboratori: la differenza la fa il governo non la maggioranza. Del resto, il ricorso alle elezioni in assenza della riforma elettorale proposta da Renzi risulterebbe assai rischiosa per lui e per tutto il centrosinistra, dal momento che il centrodestra come i sondaggi indicano ripetutamente risulta fortemente competitivo, per non parlare poi della temuta crescita del M5S.

Dunque si tratta di un problema dell’esecutivo, non del Parlamento. Ed questo spostamento dei poteri verso il Presidente del Consiglio, analogamente a quanto sarebbe già avvenuto coi poteri assunti di fatto dal Presidente della Repubblica, il vero punto che più di altri divide la sinistra e preoccupa i democratici puri.  Matteo Renzi ha smesso di fare  propaganda elettorale per vincere le elezioni, ha scelto di avvicendarsi a Letta, sotto condizione di spostare il termine della legislatura al 2018, per utilizzare il periodo esercitando un nuovo stile di potere ed accreditarsi in tal modo come leader politico in Italia, in Europa e nel Mondo: did this in Ceasar seem ambitious? Questo movimento che vuole competere con il populismo del M5S preoccupa alcuni ideologi, ma affascina tutti gli uomini del fare. Si è configurata nei fatti una Terza Repubblica che presto avrà bisogno di una legittimazione istituzionale.

 

 

 




Matteo Renzi, l’ultimo tribuno del popolo di sinistra?

Cola di RienziNon ho voluto partecipare a questa edizione delle Primarie del PD per la sostanziale inconsistenza dei quattro competitori, tuttavia sono favorevole al successo di Renzi (non con il mio voto) perché la mostrata capacità di essersi costituito come attrattore rispetto  al popolo-populista di sinistra e di centro lo pone nelle condizioni, qui in Italia ed ora, di sparigliare la partita politica e far uscire il PD dalla impotenza della palude ideologica.

Dunque, Matteo Renzi ha asfaltato i suoi rivali ed ora si appresta ad asfaltare anche il PD: vince dentro il PD con l’astensione di oltre un terzo degli iscritti (sic!), indicatore della resistenza al cambiamento di una classe dirigente morta, e vince fuori dal PD con una inaspettata partecipazione al voto, indicatore della diffusa volontà di rinnovamento nella politica. Renzi cambierà sicuramente il Partito Democratico, quanto all’Italia è cosa assai più complessa e si vedrà. Un’affermazione personale che richiama alla mente mutatis mutandi  quella di Enrico Berlinguer. Intanto, a poche ore dai risultati l’annuncio della costituzione della nuova segreteria composta  da 7 donne e 5 uomini di età media 35 anni.

Come l’hanno presa gli sconfitti? Le dichiarazioni e le facce di Cuperlo e Civati durante lo spoglio delle schede ce lo hanno indicato. Più illuminante a mio parere risulta invece la dichiarazione di Enrico Letta: “Fino a ieri era in campagna elettorale, da domani anche Matteo dovrà sporcarsi le mani con le istituzioni”. Dopo un parlamentare che giudicò una ‘porcata’ la legge elettorale da lui stesso presentata e da molti appena votata, ecco un Presidente del Consiglio che ci ricorda che le istituzioni sporcano le mani (dopo ‘mani pulite’ ça va sans dire). Non è un lapsus, è che siamo parlati dalla lingua e che il livello di regressione culturale cui siamo giunti è tale che la verità può essere mostrata alla luce del sole senza che nessuno, abbagliato dalla luce, la sappia cogliere.

In attesa di passare dalle primarie all’università io mi consolo con le parole di Hegel: la frivolezza e la noia che invadono ciò che rimane ancora, il presentimento vago di qualcosa di sconosciuto, sono i segni premonitori di qualcosa d’altro che è in cammino.

 




I voti si contano e pesano.

Bersani vincerà il II° turno alle Primarie, ma probabilmente con un margine minore di quello raggiunto al I° turno , mentre la scalata di Renzi al PD si arresterà. Fino al prossimo Congresso del partito nel 2013. In molti benedicono gli effetti  ricostituenti delle Primarie sulle proiezioni di voto politico diffuse in questi giorni: il PD al 34% !   Roba da PCI alle politiche del  ’76  (34,4% dei voti), quando Amendola si spinse a disegnare i contorni di un futuro “partito unico della sinistra”.  In realtà, l’ OPA lanciata da Renzi nell’area di centro-sinistra ha comunque avuto un grande successo e già oggi  il “rottamatorre” lancia chiari messaggi dalla posizione di forza raggiunta:  “un mio partito potrebbe arrivare al 25%”  e  “io non voglio nulla ma noi abbiamo il 36%: che facciamo con chi sta con me, li cancelliamo? E’ chiaro che no.”

Non occorre una  raffinata opera di intelligence per prevedere l’evoluzione nel prossimo futuro dell’area della sinistra italiana: basta applicare il principio metodologico del rasoio di Occam e riflettere sulle ipotesi più semplici :

i) il candidato leader  prescelto con le Primarie,  qualunque esso sia,  faticherà non poco a compattare  una coalizione di centro-sinistra su un programma condiviso  e vincere le elezioni politiche;

ii)  dopo la elezione del Presidente della Repubblica (l’elezione di Mario Monti scompaginerebbe il costitunedo Centro) e i risultati dei primi “cento giorni” di scelte politiche in una crisi sociale ed economica aggravata, si arriverà in ottobre all’ o.k. corral del Congresso del PD, allorchè  una scissione della costola liberal  porterà alla costituzione del nuovo partito di Renzi: un nuovo polo di attrazione per i voti arrabbiati del M5S (spiaggiati in massa nel Parlamento e nei vari Consigli), per quelli delusi del PDL (alla ricerca di un padrone) e per quelli orfani del Centro (alla ricerca di un padre);

iii) al nucleo storico rimasto (zoccolo duro?) rimarrà la prospettiva di rifondare  il  PD su nuove basi più  apertamente e dichiaratamente socialiste,  riassorbendo  i compagni dell’ex SEL ed eleggendo Vendola nuovo segretario .

Con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della  volontà  al II° turno voterò Bersani, ma che tristezza … già fin d’ora appaiono realistiche le premesse per nuove elezioni politiche nel 2014.

 

 

 




La terza via tra quarto stato e quinto potere.

Il format del confronto televisivo dei cinque candidati alle primarie del centrosinistra può essere considerato un promo del  new labour  italiano. Quale sarà il risultato delle elezioni, Matteo Renzi  può già ritenersi lo stratega vittorioso che è riuscito, dopo Tony Blair in Gran Bretagna e Bettino Craxi in Italia, a reinserire nell’agenda politica italiana la prospettiva di una “terza via”o di un “nuovo corso”, rivolgendosi tanto ai progressisti del PD, quanto ai moderati del centro e centrodestra.

Con la sua immagine di leader giovane e brillante, un pò socialista e un pò liberale, certamente cattolico, brandendo la rottamazione come strumento del rinnovamento politico italiano ha forzato  il processo di rinnovamento nel Partito Democratico  e  sdoganato i moderati  rimasti intrappolati nell’isolamento  centrista o in ostaggio alla follia berlusconiana.  La stessa disposizione del setting televisivo, con la sua figura al centro del gruppo dei candidati, ci indica la posizione da lui conquistata dalla quale ci ammonisce che: sono io l’unica soluzione politica alternativa che può unire il Paese e sconfiggere la deriva  di Grillo, dopo quella di Berlusconi. Déjà vu.

Matteo Renzi e Beppe Grillo sono così diventati i due nuovi poli di attrazione nello spettacolo politico nostrano (presto vedremo con quali numeri,  nel frattempo le proiezioni Primarie collocano  Renzi a circa il 40%, ad un punto da Bersani e  in Sicilia M5S  è risultato il primo partito con  il 15% ).  Un crescente numero di elettori  si recherà alle primarie  polarizzato dal confronto Renzi vs. Bersani, ma avendo in testa  per le future politiche il confronto Renzi vs. Grillo.  Verosimilmente i risultati delle Primarie saranno a favore di Bersani, ma la questione è: al primo o al secondo turno? Già, perchè la prospettiva del ballottaggio, con buona pace dei sostenitori dei valori assoluti della trasparenza e della democraticità, sarà percepita come una sconfitta all’interno del PD di Pierluigi Bersani e la vittoria simbolica oltre il PD di Renzi.

Quanto ai due outsiders Laura Puppato e Bruno Tabacci spiace constatare la scarsa attenzione loro rivolta, che peraltro conferma la supremazia della politica spettacolo. Nel corso del dibattito alcuni hanno vantato l’applicazione delle “quote rosa”nei prorpi governi (Renzi ha chiosato che nella sua giunta c’è una Assessore donna in più dei colleghi uomini, al contrario della Giunta Regione Puglia che rimane al 50%, sic!) senza che alcuno rilevasse che lì, proprio lì, tra i candidati alle Primarie vi fosse una sola donna su cinque candidati.

Laura Puppato, ovvero la concretezza femminile in alternativa al pragmatismo (o cinismo?) maschile. Ma anche lei non scherza con l’deologia, a proposito dell’uso del cellulare durante il dibattito il giorno dopo rivela al mondo che “Il buon Renzi riceveva costantemente i messaggi sul telefonino e li leggeva ” concludendo  con un tono più materno che da potenziale leader che “Questo ragazzo sembrava teleguidato”.  L’ideologia del genere contro l’ideologia dell’età.

Quanto a Bruno Tabacci , stimabile esponente del moderatismo cattolico munito però di etica protestante, non gli è restato che correggere qualche intemperanza nell’interpretazione giovanile per esempio circa l’abbattimento dei costi della politica (10 ministri per governare l’Italia?) e di onestamente chiedere voti non tanto per sè, quanto per il centrosinistra  così ben rappresentato dal mix dei cinque candidati (Bruno Tabacci Ministro?).

Rimane Nichi Vendola, con le sue narrazioni.   Gli anatemi di Dalema prima di cadere su Renzi si rivolsero a Vendola (a quanto  sembra  portano piuttosto fortuna).  Alla realpolitik risulta sempre invisa ogni tipo di narrazione sul futuro, su un nuovo mondo, per un attaccamento ossessivo al principio di realtà  vissuto in opposizione al principio del piacere. Ma qui è il punto di queste Primarie: il confronto tra due tipi di narrazioni.

Quella di Renzi che si presenta realista, pragmatica e concreta: ricambio generazionale e governo efficiente: “Questo non è un programma: la solita raccolta di buone intenzioni e di proposte astratte che popolano le campagne elettorali e spariscono il giorno dopo. Qui non troverete né proclami, né promesse, perché la formula magica per risolvere i problemi dell’Italia non esiste. Ciò che esiste è un Paese stracolmo di capacità e di energie. Un Paese che, nella sua storia, è sempre uscito più bello e più forte dalle crisi che ha attraversato. E lo ha fatto grazie all’unica risorsa naturale della quale dispone in abbondanza: il talento degli italiani”.

Quella di Vendola è così da lui sintetizzabile : “Se vogliamo che il futuro non sia lasciato al caso o diventi un qualcosa di cui avere paura è necessario tornare a credere nel valore delle idee. Le idee sono la causa di tutto ciò che ci circonda e la cultura è la loro unione”. E nelle proposte di Vendola la voce Cultura appare al primo posto, seguita dalla Formazione.  Quali basi più concrete di queste, per esempio, possono fondare un programma davvero realistico e non populista?

Ebbene voterò per Vendola, ma a lui vorrei rivolgere questa critica che è anche il mio rammarico per un’occasione perduta: tu e non Renzi, avendo una giusta  concezione della cultura,  avresti dovuto assumere il ruolo di “rifondare” il Partito Democratico e tutta la sinistra traghettandole fuori dalle storiche secche ideologiche alle quali  sono ancora in parte ancorate,  dal  momento che, senza nulla togliere al valore degli ideali socialisti sempre validi perchè umanitari, non si tratta più di realizzare una missione della storia. E’ questo un retaggio  che frena e limita  la tua stessa prospettiva di  risollevare il nostro Paese dalla palude partitica dell’asse destra-sinistra, con le idee e la cultura che è la loro unione: “L’amore che muove il Sole e le altre stelle”.  Lo spirito non è nella Storia, ma nell’Evoluzione.

L’etica che supporta la mia intelligenza mi induce ancora una volta a partecipare alle Primarie perchè, sebbene nessuno dei cinque candidati rappresenti sufficientemente la mia visione del mondo, c’è un Paese da governare.  Si, ma il modo con cui saranno governati deciderà del loro futuro. Milioni di  persone perbene hanno “diritto alla felicità” perchè la meritano in quanto cittadini in una democrazia (mi permetto una libera citazione di un fondamentale principio tratto dalla Costituzione Americana, che manca alla nostra). Così come in un primo momento abbiamo  accolto favorevolmente il Governo Monti come una finestra che si apriva sulla stanza dall’aria resa irrespirabile dal ventennio berlusconiano, con ciò riequilibrando l’inquinamento indoor con quello atmosferico, oggi penso  si debba comunque sostenere queste Primarie e il risultato che ne seguirà con la  consapevolezza che solo la cultura ci potrà salvare.