Perle di vetro

UnknownÈ necessario dire e pensare che il gioco non consiste nelle regole. Senza regole nessun gioco. Il gioco perfetto non ha regole. Fatte le regole il gioco può cominciare. Il gioco comincia quando le regole sono di tutti. Note a tutti in ugual misura e allo stesso modo. Questo non accade mai. Cambia per lo più.Per lo più è espressione che unisce e divide secondo modo e misura. Bianco e nero non esistono. La purezza è astratta, insussistente. Tanto meno il grigio che rimane solo un concetto nella mente di chi dimora nella caverna. Solo di notte le vacche sono nere. Il gioco è a colori secondo modo e misura. Sempre puntualmente in ogni punto determinato. Ogni determinazione è armonica e ogni determinazione è disarmonica, immutabile nello spazio e mutabile nel tempo. Per sé e per altro da sé. Osceno e bellezza coesistono, sono “la mia rappresentazione”. La realtà è reale la coscienza è vera. La coscienza dice vero ciò che è reale. La natura è reale. Sua la bellezza, mio il giudizio. Senza giudizio nessuna realtà.

Appartiene allo spirito un’espressione che accresce se stessa. Scintilla rubata agli dei artefice di molte arti e molti mestieri. Lo spirito che sale si eleva su diversi piani dell’essere, disvela la bellezza mentre l’opinione grugnisce in cantina. Anela libertà.
Guai a chi trasgredisce le regole. Chi trasgredisce le regole dilegua il gioco. Chi trasgredisce le regole deve essere punito. Senza certezza della pena corre un’epidemia. Non sono solo i malviventi a rovinare il gioco, rovina altresì il gioco chi non sa giocare. Per saper giocare non basta conoscere le regole. Gli uomini in catene vedono solo ombre, non conoscono il gioco. Sono tutti bendati e giocano a mosca cieca. Non ditegli di avere occhi, non vi crederanno e se vi credono ve li strapperanno. Detestano la luce del sole. Un cattivo giocatore non rispetta le regole, vuole vincere e può essere un buon giocatore. Questa aporia separa le regole dal gioco. È pericoloso affidare il gioco agli schiavi. Ecco una cattiva democrazia.

Oltre le leggi altre regole aspettano chi gioca. Fatte uno tutte le leggi, la giustizia è mille. Queste regole parlano di giustizia, coesistenza e verità. Un lunghissimo cammino ci attende. Un abisso separa la giustizia dalla legge. Magistrati che con-fondono legge e giustizia? che confondono la persona e il ruolo? severità e arroganza? obbedienza e responsabilità? … Non sanno né matematica né filosofia, la misura e il modo, non hanno le basi le basi per il giudizio. L’osservanza delle regole è condizione ma non il gioco. Il gioco vuole che i giocatori conoscano le regole. Una cosa sono le regole un’altra cosa è il gioco; il termine fisso e il movimento. Chi si muoverà meglio? Chi vince o chi migliora il gioco? La canaglia ama chi vince. Tiene i cani a ringhiare in cantina.

La singolarità di ciascuno gioca nella confusione la propria partita morale. Il senno, accidentale, si perde nella chiacchiera. Tutti vogliono dire. Tutti ne hanno diritto. Tutti liberi di esprimere tutto. Vomitano bile dalle periferie e la chiamano opinione. Il peggio monta in cattedra il peggio è popolare. Anche molto popolare. Dite il peggio e vi ameranno. Chiameranno poi il vomito della plebe Democrazia.
La plebe non è popolo. Per essere popolo ci vuole cultura. Giustizia, verità, amore.
Le leggi sono lontane, o sopra la testa di chi è in catene o a tenere in catene chi vuole la luce. Il gioco perfetto non ha regole. Chi è in basso nella legge vede solo catene. Chiama libertà il proprio desiderio, la propria edificazione. Non capisce giustizia, non comprende morale. Tra etica e morale non conosce distinzione. Il per sé chiude l’intero arco della sua esistenza. Vede solo ombre e non sa di essere legato. Fugge sempre davanti a sé. Fugge nella realtà. Verso il lavoro, il fare. Il giogo anche quando si volta, gli sta sempre alle spalle. Per liberarsi dal giogo gli stoici hanno coltivato per sé lo spirito puro, uno spirito libero sul trono e in catene. Ma anche nell’ermo non gli è stato possibile non giocare.

È necessario dire e pensare che il gioco non è le sue regole. Per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire le regole sono lontane, sono ormai da sempre sue. Pennelli sapienti, scontati e logori in mano all’artista. Nuove discipline appassionano lo spirito.
La tela ora cerca giustizia, cerca armonia. Cerca l’abbandono, “la mia rappresentazione” di verdi pascoli in cielo. Il cielo di tutti, indeterminatezza dell’essere. A questo l’artista è chiamato. L’armonia delle genti. Il coro dell’essere in cielo. Respiro di anime in cieli di alta montagna. Anche la giustizia e l’affanno sono dimenticati. La misericordia per sé non mai soggiace
a costrizione; essa scende dal cielo
 come rugiada gentile sulla terra 
due volte benedetta: 
perché benefica chi la riceve
 come chi la dispensa. Ora è chiaro che anche la giustizia deve obbedire alla morale così come l’artista all’estasi.

Come si chiama il gioco? Il gioco si chiama libertà dello spirito. Lo spirito va verso il sole, nell’ascesi pretende libertà. Lo spirito che non va verso il sole mette gli altri in catene. Chi è scettico rimanga in catene, in quelle catene che da sé si è procurato. Assoluta inquietudine, chiacchiera di ragazzi ostinati, coscienza infelice, vuota e priva di appagamento nel presente. Perennemente distratto dalla vita nella fuga da e verso la realtà. Tutto accade nella singolarità, nella solitudine e nella confusione.
La regola fondamentale essenza stessa del gioco è che si gioca assieme. Questo fatto l’assieme segna il tempo con il senso. È l’assieme a dare la direzione e ad alimentare la morale. L’assieme è l’essenza stessa della morale. Contro chi ci si batte? Contro la paura, la sofferenza, e la morte. Libertà dello spirito contro paura, sofferenza e la morte. Per non morire soli bisogna esserci stati. Questo esserci stati dimensiona lo spirito nella sua gloria.

Dov’è ormai la legge? Dove sono le regole? Sono per questo meno necessarie? L’assieme dà la direzione. Pensiamo dunque alle leggi, stabiliamo pure le regole. È indispensabile e doveroso. Le leggi sono i minima moralia; il gioco che si gioca altrove dimora nella giustizia nella morale e nell’amore, altissimo e impronunciabile dio. E dunque e sempre oltre la giustizia, oltre alla morale, è all’amore che le leggi, queste piccole operose formiche, si devono ispirare. Leggi, giustizia, morale e amore distano tra loro abissi cosi come stanno tra loro pianeti, sistemi solari e galassie. E tutto fa parte del gioco. Come posso parlare a chi mi parla di leggi senza conoscere i piani soprastanti, senza conoscere il gioco? La potenza: essere per riprodursi, riprodursi per migliorare, segna la vita. Gli uomini hanno un modo gli dei ne hanno un altro. Sarà il coraggio o l’amore la mazza a vincere la morte? Solo la cultura ci salverà.

 




Occupy Facebook

images-1Vox internet, vox Dei?  Il più famoso servizio di rete sociale ci descrive la qualità della partecipazione nei social network quasi con la stessa proporzione  con cui si descrive la distribuzione della ricchezza: il 99% degli utenti aderiscono con ‘mi piace’  alle opinioni espresse dal restante 1%.  Si conferma l’adagio popolare bresciano  i asen menan la cua, toti i coioni disèn la sua (gli asini muovono la coda e tutti i coglioni dicono la loro, ndr.). Un tempo a Londra, quando i Beatles non erano ancora famosi, Hyde Park Corner era considerato un luogo simbolo della democrazia anglosassone. Oggi su scala planetaria abbiamo i social network considerati dai demiurghi contemporanei l’agorà della democrazia digitale.  In quell’angolo del famoso parco londinese qualsiasi passante poteva salire su uno sgabello improvvisato e con la sua voce e la sua faccia, a busto intero, poteva arringare una piccola folla esprimendo la propria opinione, la più folle, la più critica, la più sacrilega. Nella ‘rete delle reti’ l’avatar solitario si aggira in incognito per siti e blog lasciando  opinioni su tutto e seminando ‘mi piace’ su tutte le opinioni. È la globalizzazione del pensiero debole: 2,5 miliardi di utenti di internet (35% della popolazione mondiale) di cui oltre 1,8 miliardi utenti attivi sui social network, al di là della distribuzione geografca, sociale, economica, politica e religiosa. Internet non è la versione moderna e digitale dell’agorà democratica ateniese, al più essa può essere considerata, complice la vastità della piazza e dietro la maschera dell’anonimato, un’opportunità che fornisce al popolo-populista l’illusione di potersi esprimere liberamente e individualmente di ‘dire la sua’.

Quando poi si scopre che tutta l’informazione che scorre su internet, sui telefoni, con le carte di credito è tecnicamente controllabile e viene di fatto controllata si denuncia l’attentato ai diritto  dei cittadini. Da una parte la ricerca della sicurezza invocata come giustificazione per l’invadenza dello Stato (per altro non sempre consapevole delle azioni dei propri Servizi),  dall’altra la difesa della privacy presa spesso a pretesto per coprire l’ipocrisia dei comportamenti privati. In mezzo l’esortazione generale per la trasparenza nella politica.

Il popolo invoca il rispetto delle regole per ogni cosa, ma quando i controlli costretti ad uscire proprio perché spinti dalla chiamata popolare mietono le prime vittime si alza l’indignazione generale per il cinismo nell’applicazione delle regole tanto invocata. Gli abusi nelle intercettazioni, nella registrazione di dati personali e sensibili, nel loro uso illegale, ed illecito, sono dilagati al punto che ormai si é diffusa l’idea, anche tra coloro che avevano fin qui difeso la libertà incondizionata della rete, che si è resa  necessaria una sua regolamentazione, a partire dal divieto dell’anonimato. In tal modo,  l’immaturità di una moltitudine capace di esprimersi solo dietro una maschera, come permesso a Carnevale, umori e sentimenti repressi mai educati, si giustifica e si riafferma il ritorno alla censura e alla segretezza. Il problema è ancora una volta culturale: non può esistere trasparenza senza responsabilità.

 




Non è vero perchè non mi piace.

La Corte costituzionale “ha dichiarato inammissibili le due richieste di referendum abrogativo riguardanti la legge 21 dicembre 2005, n. 270, il  cosiddetto “Porcellum”.   Viene delusa così la forte aspettativa di cambiamento mostrata la scorsa estate quando tra luglio e settembre 1,2 milioni di cittadini aderirono al referendum.

Certe reazioni ‘a caldo’ della società civile di fronte alla pronuncia, che circolano in questi giorni,  parrebbero dimostrare quel  ‘disagio della civiltà’ che si manifesta di fronte alla repressione del ‘principio del piacere’ e che alla fin fine pare governare le loro coscienze:  si rivendica il rispetto delle regole e delle istituzioni contro l’inciviltà dilagante, ma quando la realtà non ci corrisponde ecco riaffiorare la ‘libertà istintuale’ dell’individuo che le si contrappone.

La questione è: se la Corte avesse ammesso le due richieste di referendum, le reazioni sarebbero state per questo più giuste?

Nella cultura anglosassone si usa l’espressione wishful thinking per indicare una convinzione, con le decisioni che ne conseguono, che si fonda su ciò che piace immaginare piuttosto che sulla evidenza e la razionalità.  In italiano potremmo renderla con il “non è vero perchè non mi piace”.  E la stessa cultura anglosassone ha prodotto in America una  Dichiarazione d’indipendenza (1776) che afferma, tra l’altro:

“(…)Che ogniqualvolta una forma di governo diventa distruttiva di queste finalità è diritto del Popolo modificarla o abolirla ed istituire un nuovo governo, posando le sue fondamenta su tali principi ed organizzandone il potere nella forma che pare la migliore per realizzare la propria sicurezza e felicità. La prudenza, in verità, detta che governi in vigore da molto tempo non siano cambiati per motivi futili e passeggeri; e conformemente l’esperienza ha mostrato che il genere umano è più disposto a soffrire, finché i mali siano sopportabili, piuttosto che raddrizzarsi abolendo le forme alle quali si è abituato; ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni, mirate invariabilmente allo stesso scopo mostra il progetto di ridurlo sotto un dispotismo assoluto, è suo diritto, è suo dovere rovesciare tale governo e procurare nuove salvaguardie per la sua futura sicurezza.(…)“.

Le dimensioni della coscienza sono la consapevolezza e la coerenza.  Il punto è non cedere mai alle convenzioni per rifugiarsi nelle ideologie, in cambio  di un po’ di sicurezza, e ricordare, parafrasando Platone, che la Costituzione è fatta per gli uomini e non gli uomini  per la Costituzione.

In conclusione ecco tre  tesi per lo spirito:  i) la Corte costituzionale ha sbagliato perchè non è vivente;  ii) in democrazia il diritto di contrapporsi deve essere esercitato per le vie istituzionali, anche attraverso i partiti che sono interfaccia tra cittadini e Governo, ma non contro le Istituzioni medesime;  iii) le rivoluzioni sono momenti particolari della generale evoluzione e sono ammissibili, quando necessarie.