Senza cultura non c’è sinistra

Cultura, xenofobia e razzismo sono legati. Il grande assente è la morale. Ad ogni generazione una nuova ondata di barbari, come scriveva Nietzsche, in pochi anni  dovranno raggiungere il livello di civiltà che una società ha conquistato in migliaia di anni. Valori inerenti le leggi, la giustizia, la morale individuale, l’etica sociale ai fini della convivialità, dovranno essere di nuovo insegnati ad ogni generazione.

Se questo compito non viene assolto avremo una regressione dello spirito, dello spirito di un intero popolo e dell’intera nazione. Questo è certo. Orbene il pensiero unico economico, di matrice neoliberista, tende a escludere e ha escluso dalla scuola l’educazione civica ossia l’insegnamento di questi fondamentali importantissimi irrinunciabili valori, condannando intere generazioni a quello che  ora le ricerche chiamano “analfabetismo funzionale”, li ha esclusi per creare i nuovi schiavi i “servitori d’azienda”.

La buona scuola?! 
Ora la marea ignorante xenofoba e razzista cavalcata dalla destra sta montando in tutto il mondo grazie ad analfabeti morali quanto ricchi “uomini del fare” che esprimono il loro pensiero con una bestemmia: “a che cosa serve la cultura?” Squallida proposizione che grazie a una mancata educazione incontra il favore e il plauso delle masse. Il pensiero debole è forte con i poveri di spirito. La cultura, confusa con “arte e spettacolo”, che sono meri strumenti della cosa e non la cosa, dovrebbe essere il bene più prezioso della sinistra ed invece la sinistra fedele al pensiero unico si occupa solo di economia. Per questo la sinistra non esiste.

“In Italia criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere”
Questo articolo è apparso sul il Fatto quotidiano del 14  gennaio 2018. Leggendo i commenti, capisco come un nano come Berlusconi possa sentirsi un gigante. Infinita amarezza del cuore. Berlusconi é senza scrupoli, non ha nessuna opinione politica e anche se l’avesse sarebbe pronto a sacrificarla alla prima occasione per la minima opportunità. Non gli importa nulla né dei migranti né delle sorti degli Italiani agisce solo come un animale: d’istinto, unicamente per interesse, nel suo esclusivo interesse e il suo interesse sono esclusivamente “soldi e potere”, di conseguenza non gli importa in nulla il valore delle cose che dice, se gli convenisse sosterrebbe anche Carlo Marx. Se afferma ora quello che afferma ossia lo scandaloso binomio “immigrati/criminali” o “immigrati/delinquenti”, sa quello che fa. Queste oscenità non esprimono il suo pensiero, verso il quale gli sprovveduti commentatori si indignano e si scagliano, bensì un’astuzia elettorale sulla base di “ricerche di mercato” “sondaggi di opinione” e ahimè bisogna prendere atto che è questa l’opinione di grandi strati della popolazione, opinione per di più in crescita. Il diavolo è la malevola coscienza che aleggia nel popolo.

Berlusconi, uomo del fare, è nemico della cultura, non è interessato alla crescita culturale e all’avanzamento in civiltà della nazione. E’ un uomo pratico e in merito alla filosofia non ha alcuna idea, credo che per lui sia solo una poco utile materia di studio. Il popolo di cui lui culturalmente è parte e ne rappresenta gran parte, vive in una tale ignoranza da non comprendere che la filosofia è una dottrina volta a migliorare lo spirito individuale come lo spirito sociale. Come potrebbe comprenderlo il popolo quando anche sedicenti filosofi, professori universitari, non hanno compreso?
 Le opinioni di Silvio, ammesso che ne abbia, non le conosceremo mai, almeno mai a fondo, forse non le conosce neppure lui, forse è, come a detta dell’ex moglie, uno psicopatico, fa e dice come colui che dice e fa sempre e solo secondo opportunità. Opportunità e convenienza rimangono le sole grandi dee. Tiene la barca in equilibrio sulla cresta dell’onda, pronto a sfruttare tutti venti, venti ora in poppa ora di bolina. Eppure non deve essere lui a preoccupare, in paesi più civili del nostro non sarebbe nessuno, a preoccupare devono essere quelli che lo votano ai quali deve essere rivolta tutta l’attenzione e l’azione.

Ora a preoccupare sono anche quelli che lo contestano perché sono ciechi e non si accorgono che mentre contestano il feticcio, l’idolo esprime una sconcertante verità sui sentimenti nutriti dal popolo: “migranti delinquenti”, “migranti criminali”, questo venticello è un cancro maligno che si è già diffuso in forma epidemica. La peste xenofoba e razzista è una marea che tende a salire non solo grazie alla propaganda delle destre, ma grazie soprattutto alla mancanza di una coscienza civica che l’educazione non ha saputo dare al popolo, educazione di cui sono responsabili e colpevoli i governi. Ministri con il cervello pieno di soli numeri così si sono espressi: A che serve la cultura? Mi fanno bile!

Lo capite adesso, adesso che masse di migranti arrivano sul nostro territorio e trovano una popolazione affetta da analfabetismo funzionale, a che serve la cultura?!       Una scolarizzazione che si fondi sulla logica, sulla morale, sulla legge, sulla giustizia, sulla filosofia, è il cuore dello spirito della nazione. Sono questi valori fondamentali, sia per l’individuo sia per la società, i presupposti necessitati per un avanzamento in civiltà da introdurre ad ogni livello in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Virtù irrinunciabili considerate diversamente da una platea di dementi meno di niente, nell’idea di una “scuola azienda” fornitrice di robot utili alla  produzione e al consumo.

Orbene, di questa mancata educazione è vergognosamente responsabile la sinistra perché alle destre giova e combattendo la cultura portano acqua al loro mulino.
Buona scuola? Non ci sono parole per descrivere la pusillanimità di costoro. 
Non può esistere una sinistra senza una prospettiva e un programma educativo. In altre parole: una sinistra senza cultura non è sinistra. 
Che mai può importate ora che squallidi giornali con tardivi editoriali del tipo “Le sinistre temono l’avanzata del razzismo e delle destre in tutta Europa”  entrino in contraddittorio con il diavolo quando il diavolo ha già vinto la partita con Dio? Ossia con il popolo. L’educazione e quella cosa che alimenta lo spirito, procura cibo e amore. E adesso una massa informe e crescente di analfabeti funzionali, xenofobi e degenerati razzisti, farà salire sul carro gli “eroi della miseria”, quella dello Spirito cui seguirà a breve quella del corpo. I nuovi eroi parlano dal bancone dei media, sono “gli uomini del fare”, parlano agli avidi, ai corrotti, ai furbi, ai poveri di spirito, ai qualunquisti, a tutti coloro alla cui natura sta più a cuore l’orgoglio della compassione. Non si tratta solo di analfabetismo funzionale, ma di analfabetismo morale. Dove sono finiti gli uomini? Dove é finito l’uomo? 
Come Diogene cerco nella notte con la lanterna l’uomo. Dove sono gli anticorpi? Solo la cultura ci salverà.




De humana coscientia: il razzismo

Uno degli argomenti più scottanti di attualità riguarda l’immigrazione, uno dei temi più confusi e imbarazzati che vedono ideologie opposte offrire una diversa accoglienza fondata su pregiudizi di ogni provenienza. Tutte le posizioni si fondano su un’analisi del contingente senza alcuna valutazione né evolutiva né storica. Si tratta per lo più di “opinioni ignoranti” così come chiama Platone tutte quelle prese di parte che non hanno dietro di loro alcun approfondimento filosofico, antropologico, sociale.
E’ mio intento portare quanti più elementi possibile inerenti la questione in modo da liberare il discorso dalla chiacchiera. Tutti ritengono di sapere che cos’è razzismo. Non è così. I più rimarrebbero stupiti se affermassi che “il razzismo è legge di natura”. La diffidenza è una postura antichissima già animale appartenente alle prime specie, il razzismo diversamente è un fatto culturale puramente umano, anche se la diffidenza e l’orgoglio di appartenenza possono stare alla base ed essere di sostegno al razzismo. Date del razzista a una persona diffidente e questi non capirà; qualificandolo come tale gli offrirete la possibilità di regredire e lo costringerete a schierarsi: dire a qualcuno “sei razzista” significa “quello che tu provi e quindi quello che sei, è razzismo”. Ditelo e avrete un razzista: “Se quello che penso è razzismo allora sono razzista”.
Quel “io sono quello che sento” è vestito da tutti come la pelle e provato con il cuore. Difficile il superamento senza riflessione. Orgoglio e diffidenza sono pulsioni naturali difficilmente superabili, stanno da sempre nella “pancia” della gente.

Le parole cambiano di significato. 

È convinzione comune che a ogni parola si associ uno e un solo significato ma mentre questo è vero per i termini concreti non lo è assolutamente per le parole astratte. Le parole astratte portano sempre con sé una molteplicità di significati che si stratificano a diversi livelli di profondità e sono nell’intendimento che ciascuno dà al termine la fonte della più grande confusione e difficoltà di comunicazione. Se dico “martello”, tutti sanno a che cosa mi sto riferendo ma se dico “libertà” e “ciascuno deve essere libero” ecco che allora diversi o diversissimi intendimenti del termine hanno luogo, ciascuno legato a una personale definizione che più o meno si allinea o confligge con quella di tutti gli altri.
La facilità con cui si accusa chiunque di “razzismo” appena questi mostra anche una vaga diffidenza verso la diversità, è diventata di uso comune e il termine in questione diviene di difficile definizione. Quando si pensa al razzismo, si pensa in genere agli ebrei, all’olocausto o ai negri e alla segregazione razziale. Dico “negri” e non “neri” o “di colore”, riprendendo il termine da un capolavoro “Ragazzo negro” (1945), un romanzo dello scrittore statunitense Richard Wright, un libro che vedrei volentieri come testo scolastico. L’autore con grande semplicità senza risparmiare e risparmiarsi, mette nero su bianco tutte le problematiche razziali senza indulgere in alcun modo né in un senso né in un altro. Wright per inciso è di colore. Il termine “negro” non era al tempo dispregiativo, neppure per l’autore del romanzo. Ciò significa che la valenza negativa del termine è stata assunta solo in seguito a successive vicende sociali relative a rivolte del popolo di colore.
Nietzsche in uno dei suoi maggiori scritti “Al di là del bene e del male” per quattro pagine insulta gli “antisemiti” chiamandoli pagliacci o anche “canaglia”.
Di contro all’attuale concezione che tende a sconfessare su una base scientifica le differenze razziali tra tutti gli uomini, Nietzsche chiama “razza” gli ebrei, con un valore estremamente positivo dato al termine, sostenendo che “gli ebrei sì sono una razza”, un vero popolo, mentre “i tedeschi non ne sono ancora capaci”. Nietzsche detestava i tedeschi, si diceva polacco. Tale la sua avversione per gli antisemiti che non frequenterà più la sorella perché spostata con uno di questi pagliacci. Incredibilmente per motivi di convenienza ideologica fu considerato il filosofo del nazismo.
Per molti il termine “razza” ai suoi tempi suonava aulico e benemerito, come il compimento di un percorso storico di un popolo.
Tutto questo fa capire che le parole in generale e termini come “negro” e “razza” in particolare cambiano di significato nel tempo in dipendenza delle circostanze e come di conseguenza cambi il loro uso. L’odio razziale in America cambierà il termine “negro” in “nero” o “di colore” e “negro” diverrà un insulto. Al termine della seconda guerra mondiale “razza” diverrà il sostantivo per definire il “razzismo”, un demone dell’umanità. Da “antisemiti” gli odiatori del popolo ebraico divengono razzisti.
Sotto il termine “razzismo” si nascondono mondi di pensiero, mondi che talora si sovrappongono e talora contrapposti.
Capire il “razzismo”, nel termine come nel senso, è quindi tutt’altro che di semplice soluzione. Il termine per quanto per lo più odiato al presente, si presta a diverse interpretazioni e merita di essere approfondito.
Cercare la soluzione con un’indagine sincronica, comparativa tra le culture presenti, senza conoscere la storia è impresa insensata e spesso controproducente.
La soluzione di un problema a un fenomeno culturale in atto è comunque riduttiva se del fenomeno non si conosce l’eziopatogenesi, ossia la sua storia a partire dalle origini e la successiva evoluzione, facendo più possibile riferimento nell’indagine alle grandezze e alle variabili che entrano in gioco a strutturare il fenomeno. Poiché ogni fenomeno culturale trae origine da situazioni già esistenti in natura, è oltremodo utile rifarsi alla natura per studiare il fenomeno.
Ciò che ora potrebbe sembrare una digressione è al contrario un approfondimento essenziale per la comprensione della necessità di distinguere il razzismo dalla diffidenza.

La diffidenza

Gli animali difendono il territorio. Questa “difesa”, il “difendere” e “difendersi”, è la variabile in prima analisi da considerare. La difesa di sé comporta anche la difesa del territorio, la difesa di un ambiente dove l’individuo deve poter sentirsi al sicuro. Il sé e l’ambiente costituiscono il self. La difesa del self è una prerogativa irrinunciabile, ne va della sopravvivenza sia dell’individuo che del gruppo quandanche della specie. Bisogna considerare che qualsiasi animale ritiene una minaccia qualsiasi presenza estranea al proprio territorio, anche se si tratta di individui della stessa specie, della stessa razza o di famiglie diverse dalla sua.
Se osservate due nidi di formiche a poca distanza uno dall’altro, formiche identiche ma di diverso nido e le mettete a confrontarsi sullo stesso territorio, immancabilmente confliggeranno fin a staccarsi arti e teste; e non cesseranno finché uno dei due nidi non sarà totalmente annientato. Questa “carneficina” segna la ubris primordiale, negli animali superiori nota come “la frenesia del sangue” che si ripeterà fino a giungere all’uomo. La difesa del self è il sentimento di appartenenza al gruppo, ha origini antichissime, centinaia di milioni di anni. La natura dota l’individuo di una pulsione paura-aggressione atta alla difesa. Alla base della pulsione sta un istinto primordiale che rimane come meccanismo di fondo in tutte le specie uomo compreso, a partire da centinaia di milioni di anni. Questa pulsione innata si consolida sotto la fattispecie di una “spinta interna”, congenita, immutabile, irrefrenabile che prende il nome di “istinto di sopravvivenza”. L’istinto si configura come una reazione spontanea e potente a una determinata situazione di pericolo ambientale; nel nostro caso l’apparizione di un intruso. L’istinto non lascia all’individuo grande libertà ma in dipendenza delle situazioni di maggior o minore pericolo può comunque essere modulato, represso o agito con diversa forza, in dipendenza delle caratteristiche individuali innate o anche della gerarchia assunta nel gruppo quando evolutivamente si costituiranno i gruppi. Anche l’istinto è soggetto a evoluzione mostrandosi necessitato nelle tassie, risposte obbligate legate all’ambiente o contenuto, fino a poter essere represso nell’uomo in dipendenza delle circostanze ambientali. L’allargamento dei gruppi comporta sempre nuove regole e con questo l’istinto avrà modo di variare le sue manifestazioni in dipendenza non solo dell’ambiente ma di nuove pulsioni che nascono, si stabiliscono nel mondo interno sovrapponendosi all’istinto al fine di trovare nuove soluzioni comportamentali più evolute in risposta all’ambiente. Nasceranno passioni e sentimenti. In pratica tassie, istinti, passioni e sentimenti si stratificano formando diverse posture dello spirito della “persona”.

Una considerazione. Le caratteristiche comportamentali negli animali si trasmettono evolutivamente e passano da una specie all’altra senza soluzione di continuità a dimostrazione che l’”anima” non è prerogativa umana e che il comportamento animale nelle sue fondamenta arriva fino a noi seguendo un percorso evolutivo dello spirito. Anche nell’uomo la difesa del self è più che mai viva, tanto che i più la trovano “naturale”. Gli istinti che sottostanno ai sentimenti, sono vivi ancora in tutte le specie e in tutte le razze, e nell’uomo stanno alla base di tutti i fenomeni sociali e politici regressivi che si rifanno alla natura nelle sue componenti pulsionali primitive legate alla difesa al possesso al territorio a spiegazione di ideologie fondate sull’appartenenza (nazionalismi, campanilismi, tribalismo, clan, sono ancora testimonianze vive del bisogno di appartenenza. Le faide sono fossili comportamentali e vestigia del pregresso si trovano ovunque sparse anche se in misura diversa o molto diversa, in tutte le società.
Negli animali posti in basso sulla scala evolutiva la pulsione primitiva si manifesta unicamente come istinto e non si accompagna ad alcun sentimento ma in creature come i canidi, le scimmie e in particolare le scimmie antropomorfe, all’istinto si sovrappongono nuove posture dello spirito; già per queste specie si può parlare di “sentimenti”, di un modo di esserci, di essere nel mondo, che si lega all’autostima, al sentimento di sé, e quindi anche al giudizio. I sentimenti sono emergenze che si manifestano esteriormente per facilitare la comunicazione.
Essere felici o tristi, gaudenti o depressi , calmi o arrabbiati, è facilmente riscontrabile negli animali superiori dotati di “espressività”, si tratta di segnali dati non solo con il corpo ma anche e soprattutto attraverso la mimica facciale. L’espressività facciale è un incontestabile segno d’intelligenza anche nell’uomo.
L’avvento delle passioni e dei sentimenti negli animali vicini all’uomo e nello stesso uomo, pone l’individuo in un diverso rapporto con se stesso e con l’ambiente, con il sé e con l’altro da sé.
La domanda ora è qual è non già più solo l’istinto ma qual è il sentimento che evolutivamente si accompagna alla difesa del sé e del gruppo.

L’orgoglio di appartenenza

La diffidenza è la pulsione più antica legata all’origine all’istinto di sopravvivenza nato miliardi di anni fa, dall’istinto di sopravvivenza nudo e puro, per separarsene lentamente in relazione all’importanza che l’ambiente assume nel tempo e in dipendenza dell’aumento delle capacità relazionali dell’individuo. Con il progredire della coscienza, coscienza di essere nel mondo, decine di milioni di anni fa nasce l’autostima, il valore attribuito e da attribuire a se stessi, e con l’autostima nasce un sentimento che si sovrappone alla diffidenza , si tratta dell’ orgoglio di appartenenza, un sentimento che lega l’individuo non già più solo alla specie, al territorio e al gruppo ma che accentua l’importanza di esserci come individuo in quanto individuo nel gruppo, una primordiale coscienza di sé. Un salto titanico dello Spirito, spirito che prende posto nell’io, nel nucleo della cipolla. Da allora, con un cammino durato milioni di anni, diffidenza verso l’altro e orgoglio di appartenenza viaggeranno uniti.
In definitiva possiamo affermare che l’orgoglio di appartenenza in difesa del self è un’emergenza esistenziale che compare più recentemente ma antica comunque decine di milioni di anni che si pone nell’”Io” nel mondo interno e che ha come manifestazione esteriore una curiosa emergenza fenotipica: l’espressività.
Non è un caso se la mimica facciale e non solo facciale, di Mussolini sul balcone di piazza Venezia ricorda da vicino l’espressione e la postura di un maschio dominante di gorilla nella jungla e come tale veniva riconosciuta da folle di scimmie deliranti. Certi gesti sono riconosciuti come segnali antichi patrimonio di culture ancestrali ancora vivi nel DNA. Ancor oggi gli uomini a guisa delle scimmie si minacciano con gli occhi.
Una prima osservazione. Abbiamo analizzato finora un’unica postura spirituale, la diffidenza. Ma già qui si può osservare che la diffidenza, trattandosi di un sentimento ancestrale che riguarda anche gli animali molto prima della comparsa dell’uomo, non può e non deve essere confusa come di fatto generalmente avviene, con il razzismo. Si dimostra come un’analisi del reale condotta solo sul presente sia radicalmente infondata. Per questo, per altro e per tutto quello che per essere compreso necessiti di un’analisi storica ed evolutiva.
L’orgoglio di appartenenza di fatto è un altro ingrediente indispensabile per la ricetta razzista. La diffidenza gioca solo in difesa, l’orgoglio anche all’attacco.
Diffidenza e orgoglio sono ingredienti indispensabili ma rimangono condizioni necessarie e non sufficienti, solo elementi prodromici al razzismo. In sé possono sfociare in sentimenti di orgoglio familiare o nazionale senza per questo essere ostili al prossimo.
Il problema nasce quando questi sentimenti sono considerati come gli unici sentimenti validi a sostegno della vita di relazione senza ulteriore evoluzione affettiva. Né la diffidenza né l’orgoglio prevedono in sé un sentimento come la compassione, un’emergenza sentimentale che rifonda lo spirito solo recentissimamente.
Questo fa pensare che diffidenza e orgoglio senza la compassione rimangono chiusi in un’enclave comportamentale primitiva.
La mia tesi è che ideologie ferme a nazionalismi non siano altro che concezioni non evolute dello spirito che non prendono in considerazione gli ulteriori progressi dell’anima nella relazione col prossimo.
Diffidenza e odio, diffidenza fino all’odio, nascono dall’orgoglio di appartenenza, una pulsione antica, un “sentire” che arriva pressoché immutato fino all’uomo.
Nella specie umana l’orgoglio che si esprime nell’individuo come pulsione, diviene nella collettività “volontà di potenza”, un sentimento che unisce il gruppo e pone come condizione dell’essere, la supremazia di un gruppo sull’altro. La storia passata è storia e di conquiste. E’ la guerra e con la guerra la “volontà di potenza” di vincere e sterminare il nemico: uccidere gli uomini e i bambini e fecondare le donne. Storia antica di leoni e recente di sangue per il trono (Riccardo III, Shakespeare) a dimostrazione di come antiche leggi naturali tardino a morire; dentro l’uomo dorme la belva e può sempre risvegliarsi o essere risvegliata.

Il mito della natura

Quando si pensa a natura, si pensa “bello e buono”, bello come buono. Dio con la Natura rasserena lo spirito. È un inganno, questo pregiudizio sulla benignità della natura è frutto di molteplici errori e di molte ideologie che turbano e distorcono l’animo e il pensiero.
In verità la natura è crudele, la crudeltà in natura è stata ed è ancora nel regno animale, il valore più alto per fortificazione della specie e per la sopravvivenza.
La crudeltà è il valore guida di riferimento per la selezione e il miglioramento della razza. I predatori sono feroci, anche i più miti, il destino di tutti gli animali è di essere sbranati vivi o morire in solitudine di inedia. Non altro. La vita è confutata, la natura è feroce. La gioia nell’uccidere è un istinto primordiale entrato nel sangue per milioni e milioni di anni e che arriva fino all’uomo. La crudeltà non si è estinta neppure nell’uomo, si è solo “allontanata”. La strada per l’Eden è ancora lunga.
Alla crudeltà animale e dalla primitiva crudeltà umana che in antiche tribù “gioiva del sangue”, nuove emergenze si sono venute a sovrapporre e a sostituire la crudeltà come valore principe per la sopravvivenza. Nell’evoluzione spirituale alla naturale diffidenza si viene a sovrapporre molto più recentemente, solo qualche decina di milioni di anni fa, l’orgoglio di appartenenza. Questo nuovo sentimento estende l’io ad altre categorie dell’essere, ad altri modi di essere; in un modo più “razionale” l’individuo prende lentamente coscienza di sé, nasce l’amor sui.
Bisogna precisare che l’orgoglio in sé non sconfigge la crudeltà; la crudeltà anzi diviene spesso alle origini “motivo di orgoglio”, l’io neonato gioisce della propria crudeltà. Con l’orgoglio e la crudeltà nasce anche il cinismo, permane l’indifferenza alla sofferenza degli altri che diviene motivo di riso e anche di piacere. Un cocktail di sentimenti che ricorda da vicino il Nazismo.
L’orgoglio tuttavia porta anche la “nobiltà d’animo” che lascia allo sconfitto “l’onore delle armi” se chi viene sconfitto riconosce la superiorità del vincitore e il vincitore cessa ogni ostilità. L’orgoglio porta dunque con sé l’empatia, la possibilità di rivedere il sé nello specchio l’anima altrui, un passo fondamentale che dischiude la monade animale totalmente incapace di sentire l’altro da sé e apre la strada alla compassione. La collaborazione e la compassione, presenti in nuce anche in natura, hanno garantito la sopravvivenza attraverso un percorso millenario allontanando nel tempo la necessità di essere crudeli. Su questo percorso si possono leggere anche le tappe fondamentali percorse dall’uomo durante la sua vita e comprendere a fondo come certi individui si evolvano fino alla compassione, alla misericordia mentre altri rimangano imprigionati nelle pulsioni animali, in un mondo di solo utilizzo tutto sesso e possesso, cibo e territorio, fondato su sentimenti primitivi come la diffidenza e l’orgoglio di appartenenza.

La cultura


Come si passa allora dalla crudeltà come valore indiscusso per la selezione naturale alla collaborazione come valore utile alla convivenza? La risposta è con la cultura ossia con un ulteriore progresso dello spirito che introduce nuove emozioni. Cultura nei termini più generali è un termine in uso per definire il possesso di conoscenze di un gruppo atte a garantire la sopravvivenza e la continuazione del gruppo e della specie. La cultura è soggetta a una continua evoluzione che porta a sempre nuove definizioni del rapporto con l’ambiente con la comparsa nell’individuo di emergenze pulsionali atte a migliorare il rapporto stesso. Nell’uomo per cultura s’intende un progresso in civiltà e una maturazione dello spirito, sia individuale che sociale, che consenta la possibilità di una migliore convivenza e un miglior rapporto con l’altro da sé.
La collaborazione apre un nuovo capitolo più vicino alla nostra storia, alla storia di noi umani.
Fa parte della cultura tutto lo scibile appreso che può essere trasmesso alla generazione successiva. La tradizione della cultura a partire dagli animali è cosa troppo complessa per essere qui trattata, basti sapere che nel processo evolutivo anche la cultura è soggetta a selezione e che in un lungo periodo di tempo sopravvivono solo quelle nozioni utili alla miglior relazione con l’ambiente, selezione del più adatto prima e spinta al più collaborativo poi. Il processo è ovviamente ancora in atto, competere e collaborare non sono necessariamente esclusivi uno dell’altro. Rimane che l’orgoglio predilige la competizione e la compassione la collaborazione.
Nessuno si accorge che nell’esprimere un’opinione la agisce, sotto metafora, a partire dalla pancia o dal cuore, e che sugli intendimenti pulsionali di orgoglio e compassione secondo misura si formulano tutte le ideologie politiche di questo mondo.

La morale e la colpa

Un giorno forse non mangeremo più mucche ma per ora mangiare mucche non è ancora un delitto. Il delitto di fatto nasce col crescere della cultura, quando la cultura, secondo coscienza acquisita, si rivolge al passato e lo giudica ossia quando nasce il “senso di colpa”. Un’osservazione interessante e un punto nodale è che con la cultura il “valore della vita cresce”. L’importanza che il sociale dà al valore della vita dell’individuo, fiorisce. Nasce un’attenzione al singolo che è uno degli indici di crescita dello spirito e di civiltà. Dall’individuo-specie all’individuo-gruppo, all’individuo, si completa il miracolo dell’individuazione. Il principium individuazionis nato con la filosofia e riconosciuto solo nell’uomo, ha in realtà una storia lunga quanto la vita. Nel dare corpo allo spirito lungo la via evolutiva si stabilisce altresì anche il principio che il valore della vita è relativo, proporzionale alla crescita dello spirito ossia della coscienza. Anche se questo può scandalizzare la sacralità della vita è relativa alla dimensione della coscienza. Detto altrimenti, da una diversa prospettiva, si potrebbe affermare che la cultura è lo “spirito santo”; venga o meno da Dio, è quella cosa che “valorizza” il mondo regalando lo spirito alla natura. La quantità di spirito e la qualità dello spirito crescono. In un’immagine questo “dar valore” è opera dello Spirito della cultura che crescendo si “inluia” (espressione dantesca) nel mondo. La cultura è uno Spirito, Fysis, Natura naturans. Deus sive natura sed natura naturans, evolutio. Chi non possiede questa comprensione non capisce “divino”.
Si apprende qui che il valore della vita non è un assoluto, noi mangiamo gli animali, non per questo ci sentiamo in colpa ma questo inciso pone immediatamente la questione in essere: il valore della vita è lo stesso per tutti gli uomini?
La considerazione con cui si tiene la vita degli altri non qualifica gli altri ma qualifica noi stessi per quello che in verità siamo.
Ritieni tu la vita degli altri importante quanto la tua?
A questa domanda il razzista risponde NO! Non considera “i non appartenenti al gruppo” uguali e in particolare li considera inferiori, non per cultura ma per genetica o per volontà di Dio.

Il razzismo in natura

La ferocia nel mondo animale segna l’aggressività, una qualità indispensabile per favorire la dominanza dentro e fuori dal gruppo e consentire la perpetuazione dei propri cromosomi. Questa qualità dello “spirito” permette al maschio dominante di primeggiare nella gerarchia e si manifesta con una competitività all’interno del gruppo anche in comunità ristrette di animali.
La dominanza accresce l’orgoglio, l’amor sui, l’orgoglio individuale, che già compare nelle specie più evolute. Il gorilla si batte il petto e dice “Io” a tutta la jungla.
Diversamente dagli erbivori che si radunano in mandrie anche di migliaia di capi, nei predatori, in cui la ferocia si manifesta soprattutto nei confronti di altre specie, i gruppi non superano mai le poche decine. I gruppi dei cacciatori competono per il territorio ma nel caso di un incontro con un altro gruppo le perdite subite in caso di conflitto tra bande rivali rischiano di essere troppo ingenti, di conseguenza le dispute si esauriscono o con la lotta tra i capi o con scaramucce, poco sangue e allontanamento. Gli animali non sono capaci di stragi.
Buonisti umanitari lettori di favole vedono in tutto questo virtù animali ma di fatto è solo convenienza e incapacità. Un animale sterminerebbe senz’altro un gruppo concorrente se solo ne avesse convenienza e capacità.
Perché si arrivi al genocidio bisogna dunque attendere l’avvento di gruppi di animali più numerosi che alla ferocia assommino anche armi micidiali che rendono impari la lotta, e un ingegno sufficiente a ideare una strategia: gli uomini.
La preistoria è storia di genocidi in cui i maschi di una tribù sono totalmente eliminati e le femmine rapite e stuprate; anche indipendentemente dalla razza, bastava appartenere a una diversa tribù. L’idea di una diversità razziale non è ancora nelle loro teste, i gruppi venivano raramente a confronto e sempre con i vicini.
Ma anche qui leggere differenze somatiche venivano percepite come diversità di sangue e guerre “razziali” potevano anche a quei tempi aver luogo.
Guerre razziali sono state combattute fino all’annientamento anche recentemente in Africa tra Tutsi e Hutu a dimostrazione che il razzismo nasce anche spontaneamente sulla base di evidenti differenze somatiche.
Quando la differenza “salta all’occhio” come salta all’occhio la statura o il colore della pelle, quando si ha in dote il vizio supremo, la superficialità, il nemico non deve essere solo vinto ma sterminato. Il problema come sempre è il territorio e sono le donne; ma le donne solo se non appartenenti alla stessa razza. Individui della stessa razza sono rivali ma portano dentro di sé gli stessi cromosomi, individui di razze diverse portano cromosomi diversi. La dittatura dei cromosomi non cessa: primo riprodurre me stesso, secondo la mia famiglia, terzo la mia tribù, quarto la mia razza. L’io si colloca al centro della cipolla.
Tutto questo, a difesa del self sotto la dittatura dei cromosomi, è ancora lotta per la sopravvivenza, non è ancora razzismo secondo l’intendimento moderno, è razzismo nei fatti secondo volontà di madre natura non nell’idea per volontà degli uomini.
Quando nasce allora il razzismo?
Abbiamo visto che l’idea del diverso e del diverso come nemico, è cosa naturale e antichissima, e abbiamo compreso che l’orgoglio non sconfigge la crudeltà: la crudeltà anzi diviene “motivo di orgoglio”.
Odiare o diffidare del “diverso” è nella natura degli uomini da sempre.
Il razzismo ideologicamente e modernamente inteso nasce solo quando nasce la coscienza e con la coscienza la colpa. La coscienza offre una nuova possibilità di considerare un comportamento che in natura è naturale ma che nell’uomo non lo è già più, in quanto la coscienza offre un nuovo modo di vedere la cosa e propone in libertà di scelta, nella scelta un diverso e migliore agire. Coscienza, colpa, libertà danno origine alla morale.
La coscienza nasce quando nasce il “senso di colpa” che si origina dalla libertà di scelta e pone una scelta come migliore di un’altra dando luogo a “bene e male”, ossia alla morale. Senza senso di colpa nessuna morale.
Se il razzismo è in natura, per capire “razzismo” dobbiamo ora porci la domanda inversa: quando siamo diventati non razzisti?.
Solo questa domanda ci mette sulla buona strada.

La compassione

La risposta è: quando abbiamo smesso di odiare e di essere diffidenti verso il prossimo alla nascita della morale; morale che porta con sé la compassione come valore dominante per la convivenza. La compassione allontana la diffidenza e supera l’odio.
Questo “non più odiare e cessare la diffidenza” con la compassione si volge in “amore” per l’altro da sé: uomini, natura, mondo. Una disposizione d’animo positiva volta ad aprire anziché chiudere, volta all’”apertura”.
La compassione e il suo avvento meritano un trattato, qui basti osservare che si tratta di una nuova postura spirituale che solo recentissimamente in termini evolutivi acquisita, stravolge i rapporti sociali, 
L’idea che essa sorga a un punto preciso della storia è assurda e fallace, e deviante.
Un indispensabile chiarimento. Ogni emergenza esistenziale che riguardi l’uomo (parlerò di emergenza esistenziale per ogni evento dello spirito che per quanto sia datata la vita e grande il mondo, non era mai apparso prima) ha un periodo di gestazione all’interno del regno animale e si manifesta nell’uomo dopo un lunghissimo periodo d’incubazione per poi fiorire e giungere a maturità ma continuare a evolversi. Una curva a S, prima una parabola, poi un flesso che raggiunge un plateau comunque in ascesa. Ogni fenomenologia dello spirito considerata in una sua particolare accezione (vuoi diffidenza, vuoi orgoglio, vuoi compassione) si manifesta sempre nel tempo secondo misura. Espressioni di tutto o niente, prima o dopo sono totalmente insensate. Questo meccanismo deve essere ben compreso in quanto fondante dell’essere dello Spirito. Ogni fenomeno ha una nascita, una crescita, una maturazione: le varie fasi sono senza soluzione di continuità. Nella tavolozza della nostra anima ogni colore è giunto a noi dopo una lunghissima preparazione. Milioni di tonalità per ogni colore. La combinazione dei colori fa l’arte e l’artista.

Il bastardo


Questa figura “il bastardo” non è mai stata considerata nella sua fondamentale e straordinaria importanza nello stabilire l’assetto di qualsiasi società a partire anche dalle società animali. Nessuna dottrina filosofica, antropologica, storiografia, politica o sociale, ha mai preso nella dovuta considerazione questa figura.
La dittatura dei cromosomi che infonde pulsioni primordiali mai interamente sopite offre alla specie Homo diverse soluzioni per la sopravvivenza.
L’uomo a un certo punto del suo viaggio nel tempo scopre scientemente la relazione tra copula e nascita. Questa comprensione è un avvenimento che segnerà tutta la sua successiva organizzazione sociale. Il patriarcato, il domino del maschio sulla famiglia e in particolare sulla prole metterà l’accento anche sulla qualità della prole: il chi è nato da chi.
L’orgoglio di appartenenza è soprattutto anche orgoglio per il possesso. Il desiderio di possesso, l’anima concupiscibile per Platone che si riferisce alla pancia, corrisponde a una pulsione che fa riferimento a un vizio capitale: l’”avarizia” meglio nota ai tempi nostri come avidità. All’avidità fa riferimento anche la “volontà di potenza” e in ultima analisi all’orgoglio di appartenenza qui esplicitato come volontà di possesso. Il possesso ha all’origine come oggetto sia le cose, come le donne, come i figli, da parte del solo maschio. Come si può osservare il maschilismo ha origini alquanto antiche. Ma non è maschilismo finché non giunga a un sostegno teorico.
Ora, anche il figlio e soprattutto il figlio maschio, è la garanzia non solo della sopravvivenza della specie ma della sopravvivenza della stirpe. Nell’espressione “mio figlio”, “mio” è appieno un aggettivo possessivo. E guai a chi me lo tocca. La femmina, la figlia femmina, è pericolosa perché porta i cromosomi, il sangue, fuori dalla famiglia. “Puttana” all’epoca e per definizione chi copula fuori dalla famiglia. Gli incesti non si contano e prima che si manifesti un indebolimento della stirpe che sconsigli gli incesti, una prassi che consentiva di mantenere il sangue in famiglia, dovranno passare diversi millenni.
A questo punto della storia antica nasce il problema centrale di tutta l’umanità fino ai giorni nostri: “il bastardo”, bastardo che all’origine è semplicemente il nato da una relazione extrafamiliare. L’orrore dell’incesto è un nuovo sentimento che si affermerà solo quando “coscientemente” si verificherà il decadimento della stirpe e si assumerà la proibizione di rapporti tra consanguinei con condanne talmente gravi da arrivare a far considerare l’incesto un “tabù”. Il bastardo è un problema che si trascinerà con diverse vicende (tutte da seguire) per migliaia e migliaia di anni; problema che si è risolto solo ieri e solo nei paesi occidentali. Senza stare ora a dilungarmi dirò che con il “bastardo” nasce in relazione anche il problema della razza.
Il bastardo nato “fuori dal matrimonio” costituisce un problema sia che sia nato all’interno del gruppo sia che provenga da altro gruppo. All’interno, secondo “nobiltà” di nascita, avranno luogo le caste o le classi sociali, mentre il bastardo rimarrà comunque a margine come elemento di disturbo a diversi livelli del sociale. Il bastardo nato da un “matrimonio” fuori dal gruppo con femmine di altra tribù potrebbe ancora essere tollerato nel gruppo in dipendenza dello stato sociale di chi, padre, lo ha generato. Tuttavia il bastardo arriva al gruppo ancor più discriminato del precedente ed è fonte di disagi e lotte intestine a tutti i livelli. Una distanza ancor maggiore si crea quando il bastardo è un incrocio di razze riconosciute come diverse, si parlerà allora del bastardo come di una creatura immonda che non appartiene al proprio sangue, e nascerà col sangue l’idea della “purezza della razza”. La “Razza” nasce concettualmente col sangue, con l’orrore di mischiare il sangue. Sangue e spirito nella coscienza dei primitivi sono uno, e al sangue recentemente ancora Shakespeare si riferirà come metafora per lo spirito che anima il corpo e che un giorno tornerà alla terra. Il sangue e la terra sono uniti in un’unica rappresentazione. Sangue, spirto, terra sono uno nell’immaginario dell’antichità; montano nell’individuo in un’unica potentissima pulsione.
Il ritorno alla terra è i ritrovamento dello spirito degli antenati non solo instaura il culto dei morti ma fa rivivere al presente la grandezza della nazione: Pro patria mori.
L’idea di purezza della razza nasce per impedire non solo matrimoni misti ma anche gli stupri, copule che danno vita ai bastardi , a tutto ciò che può contaminare il sangue e inzozzare col proprio sangue la terra degli antenati. Bastardi che se portati nel gruppo creano aumento della litigiosità sociale e scadimento della razza. I bastardi sono “figli di puttana” chiunque sia la loro madre che resta sempre una cagna, un essere comunque da disprezzare.
I vichinghi e non solo i Vichinghi, nel caso in cui un soldato stuprasse una donna del nemico, uccidevano la donna e lo stupratore, reo di aver mischiato il sangue.
Il problema del bastardo, connesso con la “purezza della razza”, si trascinerà per millenni e in modi e misure diverse, arriva fino ai giorni nostri. Si pensi che la questio si risolve definitivamente in Italia solo nel dicembre 2012 con l’equiparazione dei figli naturali con i figli legittimi e che in India paese “socialista”, esistono ancora le caste tra le quali i matrimoni misti sono ancora pesantemente avversati.
Dunque il razzismo è un fenomeno “naturale” che ha preso particolari pieghe con l’evoluzione della cultura. La cultura in sé infatti non viene necessariamente a migliorare le cose.

Nazismo e natura

Il razzismo trae origine anche come visto anche dall’idea che ciò che è naturale è anche buono, tanto che il termine naturale più che “secondo natura “, è entrato potentemente nella lingua con una valenza estremamente positiva: buono e benefico ma ancor più prepotentemente col significato di: ovvio, di cosa scontata e quindi logica e giusta. I significati: “buono, ovvio, naturale”, si sono uniti nell’emozione legata al termine confondendo il significante e “sporcando” la comunicazione. Un “prodotto naturale” è un prodotto senz’altro buono, l’emozione che accoglie il termine è sempre positiva, ma naturale è anche il veleno e che il veleno sia mortale è naturale, ossia ovvio . Questa “metacomprensione” è stata ed è ancora foriera di molte credenze soprattutto sull’efficacia di medicine alternative alla medicina tradizionale fondate su prodotti e prassi esistenti in natura: “così come facevano gli antichi” o le nonne, con una regressione di secoli.
Le parole che veicolano la lingua portano con sé un’emozione di fondo che apre o chiude oltre che il cuore anche la mente. Questa emozione di fondo che si ravvede nelle categorie descritte di diffidenza, orgoglio, compassione, spinge lo spirito ad agire o a ripiegarsi su se stesso. Si tratta di quella parte dell’io che fa una scelta, esprime una volontà. In questo senso è il cuore a comandare.
Naturalmente è impossibile e improponibile cessare l’uso o apportare modifiche al termine, sono cose che avvengono molto lentamente nella cultura, ma questo dimostra come la lingua entri prepotentemente a influire sulle nostre idee, un bel esempio di quello che si intende “essere parlati dalla lingua”.
Questo richiamarsi alla natura anche attraverso un errore logico-semantico che ci fa leggere nella natura la bontà in luogo della jungla, un giardino incantato in luogo di terreno di spietata crudeltà, sarà il fondamento di molteplici errori filosofici che si interrogano sulla cosidetta “natura umana”, ideologie come quella di Rousseau che fonda sul mito del buon selvaggio la natura umana, o dei romantici che sognano l’arcadia, un eden pastorale di convivenza di lupi, leoni e agnelli; ma molto più feroce nasce il mito del nazismo che vede nel ritorno alla natura le radici della purezza della razza e del sangue, della ubris e della crudeltà. Nel delirante mito nazista l’orgoglio di appartenenza scatena la primordiale volontà di potenza, spinge la diffidenza fino all’odio, sposa il razzismo esistente in natura con la delirante idea del superuomo, consacrando l’ideologia nazista che chiama in causa non solo la Natura ma Dio stesso, un dio in tutto e per tutto votato alla causa.
Quello su cui bisogna riflettere e capacitarsi è che Hitler in definitiva non ha fatto altro che riprendere le pulsioni, i sentimenti e le leggi ancestrali che da sempre hanno guidato la ubris naturale.
In natura per l’animale il mondo è solo nell’utilizzo; la natura è crudele, impietosa e indifferente: elimina i vecchi, i superflui, i deboli, i cuccioli, gli inutili, gli incapaci; i valori sono la forza, la prepotenza, l’astuzia, l’aggressività, ferocia, la crudeltà, l’indifferenza; e con tutto ciò la natura ottiene il premio: seleziona e con la selezione rinforza la razza.
Il mito nazista recita: c’è qualcosa di grande nell’orrore. Nella grandezza dell’orrore l’orgoglio del guerriero trionfa impavido sulla morte. La morte stessa è esaltata nel coraggio e nella gioia. L’esaltazione è risvegliata nello spirito del guerriero dall’antica ubris, che il guerriero rivive nel cuore di tenebra della Natura.
L’ideologia nazista è un abbraccio naturale con la morte. Sentimenti di odio, volontà di potenza, di sangue, di morte e di gloria.
Come con grande ingegno e cuore Giacomo Leopardi ci rivela che la natura più che madre, è matrigna, una madre perfida che inganna “i figli suoi”. La dea Kalì di fatto divora la vita e fa della natura il regno della crudeltà della sofferenza e della morte ed è per questo che noi siamo “scappati di casa”. La natura di Dio e quella del Diavolo amano nascondersi. L’orrore si nasconde nella natura. Se la natura non ci appare tale, è perché Grimilde è bellissima e ci inganna e strega con la sua bellezza: “bello come buono” è l’inganno, anche questo l’intendimento di un antico adagio; bellezza e morte nelle tragedie greche sono dee protagoniste dell’ esistenza.
Di mezzo ci sta Eros, la vita: il sesso con l’amore per il corpo che domina uomini e animali, la Venere Celeste di Platone, e “l’amor che regge il mondo e che tutto lo governa” di Dante, un amore riservato ai soli uomini o agli dei.
Alla ubris che nasce in natura per volontà di un antico dio indifferente, generoso e malvagio, si contrappone ora e solo ora, la compassione.
La compassione, sentimento celeste che si prende “cura” dell’essere, meriterebbe un trattato: il “De nobilitate hominum”, solo la compassione fa dell’uomo l’uomo. Il resto è ancora spirito animale.
Con l’avvento della compassione e proporzionalmente a essa, nasce anche la colpa e con la colpa la coscienza; coscienza della colpa, di aver agito bene o male. Bene e male, giusto o sbagliato, hanno finalmente luogo. Ha luogo la morale e la giustizia. Senza il neonato “senso di colpa”, senza coscienza e senza compassione nessuna morale. Rimorso, vergogna, pentimento sono nuove pulsioni sconosciute agli animali, profondi sentimenti che stigmatizzano l’uomo come uomo e lo separano dalle bestie. Chi non prova compassione, rimorso e non sente colpa è ancora un animale. Sempre secondo misura. Anche il pentimento rientra nel “sentir novo”, pentimento che nella vergogna, nel rimorso e nell’espiazione cerca l’assoluzione e pensa di trovarla nelle cerimonie o nel perdono ma come dice Dante “Assolver non si può chi non si pente”.
Rimorso, senso di colpa, vergogna, sono sentimenti umani e solo umani, come umane sono virtù dello spirito come compassione e misericordia, volte a evitare con una condotta morale di provarli.
I più nell’assenza di colpa vedono l’innocenza, vedono il bene. Ebbene, gli animali sono innocenti e in questa innocenza esprimono indifferenza, crudeltà e ferocia, gli animali mancano di sentimenti e di coscienza e per questo sono spietati, innocenti e spietati. Guai a chi non sente colpa!
Coloro che ritengono che gli uomini siano più crudeli degli animali, si stanno riferendo alla possibilità che gli uomini lo siano, che lo possano essere. Questo accade perché e data all’uomo un maggiore campo di azione proporzionale alle sue potenzialità, la possibilità di agire maggiormente sia nel bene come nel male. Cosa per cui l’uomo può essere l’animale più mite o il più sanguinario secondo morale; e se come ora dimostrato se l’uomo si rifà alla natura per legiferare come spesso in passato è stato fatto, allora è selezione, razzismo e olocausto.

Conclusioni


Solo ora abbiamo gli elementi sufficienti per giungere a una definizione.
Il razzismo è un’ideologia che si fonda sulle leggi e le pulsioni esistenti in natura per sostenere una teoria filosofica fondata sulla purezza della razza, e una teoria politica che consente attraverso la volontà di potenza procedere per eliminare o sottomettere altri popoli considerati di razze diverse e inferiori.
L’eliminazione degli ebrei e la riduzione in schiavitù dei neri sono di questa fattispecie.
Finché l’ostilità verso “lo straniero” appartenente a una diversa etnia si limita alla diffidenza e alla difesa, non può e non deve essere considerata razzismo. Se date del razzista a chi diffida è possibile che se ne convinca e razzista lo divenga davvero.
Le tendenze a discriminare possono ben essere i prodromi del razzismo ma la tendenza a discriminare non è ancora razzismo fino a quando la discriminazione non è agita.
In definitiva il razzismo è contraddistinto dall’offesa mentre la diffidenza è contrassegnata dalla difesa.
Morale, la diffidenza verso lo straniero non può essere chiamata razzismo finché il comportamento non si manifesta, anche solo parole, in un’azione. Bisogna saper distinguere fra chi si difende e chi attacca.
In casa mia non può entrare chiunque questo non fa in nessun modo di me un razzista.
Torniamo ora alla domanda, quando siamo diventati non razzisti?
Quando la cultura ha avviato il suo corso nella specie umana non ha medicato ferite, non ha salvato deboli, non ha soccorso malati, non ha sepolto morti. La forbice gerarchica che divide gli animali in alfa e omega, nell’uomo è a dismisura allargata e continuerà a crescere per centinaia di migliaia di anni, fino a giungere al faraone figlio di Dio e lo schiavo figlio della terra.
Solo la comparsa della compassione invertirà la rotta, solo dalla sua comparsa si può parlare di non-razzismo. La compassione sgonfia il petto all’orgoglio. La compassione è la nuova pulsione che si oppone per la prima volta da quando esiste il mondo alla selezione naturale e trova soluzioni diverse alla sopravvivenza con la convivenza. L’uomo con la compassione impara a convivere.
L’orgoglio è una pulsione primitiva che guida gli animi da milioni di anni, un sentimento ancorato per così dire ai cromosomi, mentre la compassione è nata ieri, circa 2500 anni fa. Eppure se si pensa in tempi evolutivi, la compassione è potentissima. In soli due millenni ha cambiato il corso degli eventi di tutta l’umanità. Più di metà dell’umanità vive ancora pulsioni animali non solo nelle culture più arretrate ma ha ancora la maggioranza nei paesi più civili. Questo anche perché ad ogni nuova generazione arriva una nuova ondata di barbari. Ma se in sole poche migliaia di anni la compassione ha potuto lottare contro tutto questo chi ha fior d’ingegno pensi a quale sia la sua smisurata potenza. Mentre le formichine guardano all’oggi due i Titani che dominano ancora la scena, sono Orgoglio e Compassione. Nell’epoca del turbocapitalismo la fysis, la Verità dell’Essere rimane nascosta.

Epilogo


Da quanto detto emerge che l’accusa di razzismo può essere rivolta unicamente a chi crede nella “purezza della razza” e si adopra con mezzi o parole ad agire contro chi ritiene essere di una razza diversa della propria.
Alla luce di quanto chiarito ogni disputa sulla “natura” degli immigrati è pertanto demenziale: gli immigrati non sono tutti uguali, non sono una razza e non sono in sé né cattivi né buoni, unicamente per appartenenza. Sbagliato anche quello che ora si definisce “buonismo” che si schiera improvvido e che porta a non avere opinioni sullo stato di avanzamento o arretratezza di un determinato popolo temendo il pregiudizio; diversamente le opinioni sullo stato di civiltà di una cultura vanno chiarite e espresse sia per prendere insegnamento sia per venire a sostegno di quella cultura al di sopra di qualsiasi generalizzazione che dal giudizio dato al popolo passi al giudizio dell’individuo e viceversa.
Chi invece diffida a priori del prossimo se appartenente a un’etnia diversa dalla propria, per pregiudizio senza conoscenza, è solo un ignorante cavernicolo che non ha ricevuto un’educazione adeguata, un bambino maleducato spesso cattivo in un corpo di un adulto e per questo pericoloso. Bisogna avere riguardo al fatto che mentre la diffidenza e l’orgoglio sono sentimenti naturali, l’orgoglio è innato, alla compassione si deve educare.
Ricordo da ultimo che non esiste in assoluto la cosa buona e la cosa cattiva, esiste in assoluto un corretto agire o una cattiva azione in dipendenza delle circostanze. La diffidenza è una postura dello spirito in sé né buona né cattiva, una virtù che in natura salva la pelle e che, rimasta tale anche negli umani, se educata invita alla prudenza, una delle virtù cardinali. Agita diversamente in odio al prossimo può divenire il peggiore dei mali. L’atteggiamento di chi insulta la diffidenza con accuse di razzismo con l’intento di salvarsi l’anima, è vomitevole e controproducente. Come sempre si tratta di misura e di dire oltre che dare a Cesare quello che a Cesare va detto e dato, né più né meno. Solo la cultura ci salverà.




La paura della verità alimenta il terrore

12832316_1771238819771858_7155826556372205959_nSe il terrorismo non va confuso con la crisi migratoria, è altrettanto vero che la pulsione xenofoba strisciante in Europa non è razzista e non va confusa con la crisi della democrazia. I contriti democratici dovrebbero piuttosto considerare l’ondata xenofoba anch’essa come un’espressione della volontà popolare a cui amano richiamarsi.

Oggi siamo di nuovo in lutto per altre vittime di attentati jihadisti a Bruxelles, nemmeno il tempo di rincuorarsi dai precedenti con la cattura di un responsabile al Bathaclan. La paura dilaga e nemmeno più ci si può abbandonare all’adagio rassegnato de “l’ordine regna, ma non governa” perché il terrorismo c’è ed incalza con una velocità del proselitismo jihadista tra giovani europei (cosiddetti “homegrown mujahidin”) che è uguale, se non superiore, a quella della crescita del sentimento xenofobo. Ma cosa temere di più: l’azione sanguinaria e spettacolare compiuta da Salah Abdeslam a Parigi o la copertura silenziosa del suo autore per quattro mesi nel quartiere Molenbeek di Bruxelles? La stupidità giornalettistica si agita di fronte a tali eventi descrivendoli attraverso titoli e commenti dai toni della cronaca nera, stile a loro più familiare: a quando un terrorista jiahdista, magari pentito, intervistato a “Porta a Porta”?  Anche da ciò si capisce cosa significa “società dello spettacolo”, dove la paura di fronte a tali eventi altro non è che la proiezione della nostra passività, ipocritamente ammantata di principi democratici e ostentata dal politicamente corretto. Passività nostra di singoli cittadini, ma anche degli Stati e dei Governi. È singolare l’asimmetria che si osserva tra le valutazioni dell’Europa rispetto alle sue crisi. l’Europa infatti non esiste come entità politica quando si tratta di decidere sulla finanza, sulla politica fiscale, per affrontare l’immigrazione o agire contro lo Stato Islamico, ma esiste quando è oggetto degli attentati terroristici, quasi fosse un unico corpo: “Is, guerra all’Europa” titolano i quotidiani.

Lucio Caracciolo nel suo articolo “La crisi migratoria rivela chi siamo veramente” apparso su La Repubblica del 29/1/2016 non si capacitava di come la Svezia, paese di indubbia solidità civile e di tradizione politica socialdemocratica, possa essere giunta alla decisione di espellere 80 mila migranti dopo aver sostenuto una politica modello di accoglienza . Da questa decisione per l’espulsione l’analista trae la preoccupazione circa l’instaurarsi in tutta l’Europa di un circuito perverso di azioni e reazioni irrazionali che tendono ad uscire dal controllo: intervento militare contro lo Stato Islamico- azioni terroristiche dello Stato Islamico in Europa – reazione xenofoba delle popolazioni europee.

Il titolo dell’articolo di Caracciolo parafrasa la ben nota verità secondo la quale nello stato di emergenza, di fronte ad un reale pericolo, uno stato di limite, noi riveliamo la nostra vera natura. L’istinto di conservazione tende a prevalere sulla educazione civile rendendo quell’esposizione al limite un test del grado di civiltà raggiunto. Ed è per superare questo test che nella specie umana si è evoluta per oltre due milioni di anni  la cultura come  una forza più efficace della natura stessa. Tuttavia, come insegnano le leggi della fisica, il progresso della cultura, ovvero della civiltà di un popolo,  è uno equilibrio instabile: tanto più alto è il livello raggiunto tanto maggiore sarà l’energia necessaria per mantenerlo e basta poco per farlo ricadere a livelli più bassi. Terrorismo, emergenza, livello di civiltà sono esemplificazioni del concetto di  limite che descrive nella progressività degli eventi l’avvicinarsi ad una data situazione ed anche la logica ci aiuta a comprendere tale situazione quando dimostra che la coerenza di un sistema è tale proprio perché non può essere dimostrata.

Dove sta la democrazia in tutto questo? Sarebbe stato meglio mantenere i dittatori al potere piuttosto che inneggiare alle “primavere arabe”?          Alla fin fine, la questione che gli ultimi quindici anni hanno posto e che ci occuperà per il prossimo futuro è se si può praticare la democrazia quando la si deve difendere dagli attacchi che ne minacciano l’esistenza ? Il fatto è che si sono confusi i principi con i valori, la volontà con il potere, con il modo di governare, più in generale la libertà con il laissez faire, laissez passer. In una delle tante chiacchierate lascive che si svolgono in televisione i presenti si arrovellavano sugli effetti nefasti per la nostra vita quotidiana e per l’economia  dovuta alle limitazioni al turismo per la paura indotta dal terrorismo, sforzandosi di rassicurare gli spettatori: “non rinunciate a viaggiare perché fa parte della nostra cultura … e poi si crea un danno all’economia di quei paesi che vivono sul turismo…”.

La coscienza delle ultime due generazioni europee è stata intorpidita da una condizione di benessere artificiale e  irresponsabile scambiandola per la “pace” quando in realtà si trattava di “pacificazione”, di sottomissione al pensiero unico dell’economia . Il “pacifismo” peloso inneggia al laicismo, all’armonia e solidarietà tra i popoli dimenticando i sacrifici dei padri, rifiutando di conoscere che quei principi e i valori democratici attraverso i quali si aspira a realizzarli sono costati sangue a centinaia di milioni di persone delle generazioni precedenti: rivolte di schiavi e oppressi, guerre di liberazione, rivoluzioni sociali, guerre per l’unità nazionale ed anche guerre mondiali. In particolare, proprio quei principi universali di libertà, eguaglianza e fraternità che oggi si invocano ogni volta che l’altra parte del mondo rivela la propria arretratezza culturale si sono prima diffusi con la cultura dell’Illuminismo e poi imposti con la violenza della Rivoluzione Francese (per non parlare delle guerre con le quali Napoleone intese esportare la “democrazia” in Europa).

Tornando al presente, noi dobbiamo temere il fenomeno che è stato denotato come “ondata xenofoba”, che in varie forme e intensità avanza in sempre più numerosi paesi europei, non tanto perché esso possa far riemergere sentimenti razzisti, quanto perché quel fenomeno rivela la malattia senile delle nostre democrazie, ovvero la nostra incapacità a rinunciare sia pure in stati di emergenza ai nostri previlegi per difendere i nostri principi e valori. Questa è la vera asimmetria della guerra  in atto: l’opinione contraria ad ogni forma di violenza diffusa tra i cittadini europei di fronte al fanatismo religioso di uomini che cercano la morte usando se stessi come un’arma. Una battuta del film “Il ponte delle spie” ci aiuta a comprendere lo stato d’animo e il livello culturale con cui milioni di persone affrontano oggi gli accadimenti tragici del mondo: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.

 

 




I leghisti sono razzisti? Ma che razza di domanda!

safe_image.phpDal riconoscimento della diversità non consegue logicamente l’eliminazione del diverso. Dal dizionario si evince il termine razzismo nella sua definizione più semplice, si riferisce ad un’idea, spesso preconcetta e comunque scientificamente errata, come dimostrato dalla genetica delle popolazioni e molti altri approccimetodologici, che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare, ipotetico, raggruppamento razzialmente definito possa essere definito superiore o inferiore a un altro.

Per comprendere meglio il punto: nell’olocausto dei nazisti si riconosce questa convinzione, non solo nella natura propria del pensiero ma nelle conseguenze del tutto non implicite di tale credenza. L’eliminazione del diverso non è conseguenza logica del riconoscimento della diversità. D’altra parte il popolo ebraico si considera una “razza” non in base a convinzioni genetiche, ma per elezione in base ai sacri testi.  Con ciò tuttavia non sono confessionali né pensano neppure lontanamente di dover eliminare altri popoli. Bisogna riconoscere quindi che il razzismo in entrambi i casi nella sostanza consiste nel riconoscimento del diverso o meglio nel riconoscimento di sé come diverso e in particolare “migliore”, cosa per cui al sé vengono attribuiti privilegi non concessi all’altro. Che fare del diverso è altra questione.

Occorre a questo punto una precisazione linguistica. Il termine “razza” in bocca al popolo ebraico può apparire qui politicamente non corretto, ma bisogna comprendere che il termine ha significato ben diversamente prima e dopo dell’avvento del nazismo. Friedrich Nietzsche in  Al di là del bene e del male  per quattro pagine discredita in modo totale gli antisemiti dell’epoca affermando che gli ebrei, loro si, possono pregiarsi di essere una razza mentre la popolo tedesco non era ancora riuscito. Il popolo ebraico si è riconosciuto per millenni non solo nella religione ma anche nell’etnia. Il pensiero di poter “non essere una razza” è una più che giustificata reazione successiva in seguito all’avvento del nazismo e dell’olocausto. Ancora. Ragazzo negro è un romanzo di formazione dello scrittore statunitense Richard Wright. Libro da adottare nelle scuole. Ebbene Richard Wrigth è uno scrittore di colore che nel suo romanzo indica la gente di colore col termine “negri”. Come si può ben comprendere i termini cambiano nella sostanza, nel giudizio di valore, il significato quando un’ideologia storica li riempie di contenuti emotivi. A ragione quindi un teologo ebraico non schiavo dei tempi può rivendicare per il proprio popolo il termine come da sempre inteso, per secoli, scavalcando la barbarie dell’epoca.

La storia del sé e dell’altro da sé è vecchia come il mondo e trova origine a partire dalla cultura animale quando il maschio di un gruppo caccia o uccide il maschio di un altro gruppo. Il privilegio, per chi intende, è insito in una categoria fondamentale dell’essere: l’appartenenza.  Come le foglie di una cipolla con l’io posizionato al centro, l’individuo recita “mio” di tutto ciò cui appartiene difendendo vieppiù gli strati quanto più sono interni. Diverso diviene così tutto ciò che si oppone all’io e verso cui l’io si sente in diritto di difendere. Negli strati più esterni tuttavia trova alleanze e maggior forza alle proprie convinzioni che di rimando rafforzano l’io. “I miei figli …”. Razzismo, nazionalismo, regionalismo, campanilismo, sono tutte espressioni di diverso grado in difesa dell’appartenenza. Tra uno strato e l’altro tuttavia esistono soluzioni di continuità non solo rispetto al “pensato” ma soprattutto all’ ”agito”.

I leghisti mi sono antipatici, sono rozzi e ignoranti e questo è un fatto, hanno un “io sento” più corto delle loro braccia, di dove possono arrivare, ma sentirli definire “razzisti” è sempre stata per me una bestemmia. Sono indubbiamente campanilisti e la loro visuale non è mai andata oltre a un regionalismo. Ora e solo ora: ”prima gli Italiani”. Che esita una differenza razziale degli uomini o meno non ha mai navigato nelle loro teste. Razzismo? Giustamente se ne stupiscono, non capiscono neppure di che si stia parlando. “Io so soltanto che …” Un tiro di schioppo da casa loro e nebbia, altro si rifiutano di conoscere. Della calunnia, perché di calunnia si tratta, giustamente se ne indignano e proprio grazie a questa falsa accusa essi crescono. Riconoscono nel sociale categorie diverse solo perché queste categorie vanno contro gli interessi propri e della propria gente, quella gente sana che lavora, che pensa alla pagnotta per sé e per i propri figli, che di politica e di cultura non ne ha mai voluto sapere. Gente che vede solo il proprio naso e che sul proprio naso ha tutte le ragioni e i diritti di schiacciarsi i punti neri. Altro non interessa loro.

Dunque, se volete che i leghisti divengano razzisti non dovete fare altro che dar loro dei razzisti: le cose esistono quando assumono un nome. Dal nazionalismo al razzismo ce ne vuole, ma è solo l’ulteriore passo e in tempi di crisi … In altre parole questa regressione a destra dovuta e voluta dalla mancanza di Cultura è provocato da sinistre analfabete che accusano l’orbo di essere cieco. Il terreno è fertile, care sinistre, e voi lo state concimando.

Alla fin fine, per quel che mi riguarda, quando anche la convinzione secondo cui  “la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare, ipotetico, raggruppamento razzialmente definito possa essere definito superiore o inferiore a un altro”  fosse biologicamente fondata, il mio pensiero è che queste distanze comunque considerate meritino, con tutta l’umanità possibile di contro alla natura, di essere superate nella prospettiva di  una utopica assoluta convivialità. Parlo di quell’ Amor che regge il mondo e tutto lo governa.

Sono razzista? Solo la cultura ci salverà.




L’io sento

UnknownSento dunque sono? Leggiamo cosa dice  Louis Agassiz  a proposito dei neri americani nella seconda metà dell’ottocento in una lettera alla moglie (His life and corrispondence, Luis Agassiz, 1893): “Tutti gli inservienti del mio albergo erano uomini di colore. Mi è difficile descriverti la penosa sensazione che questi mi hanno suscitato, specie perché il sentimento che mi ispiravano è contrario a qualsiasi principio di fratellanza del genere umano e di origine unica della nostra specie. Ma la verità prima di tutto. Ho provato pietà alla vista di questa razza degradata e degenerata e, al pensiero che si trattasse di uomini, ho sentito per loro una grande compassione. Tuttavia mi è impossibile reprimere la sensazione che essi non siano dello stesso nostro sangue. Vedendo le loro facce nere, le loro labbra carnose, i loro denti, la loro capigliatura lanosa, le loro ginocchia storte, le loro lunghe mani con grandi unghie curve , e specialmente il livido colore delle palme, non potevo staccare gli occhi dai loro volti e ordinare loro di stare lontani da me. E quando allungavano quella mano ripugnante verso il mio piatto per servirmi, avrei voluto scappare lontano a mangiare un pezzo di pane piuttosto che cenare con un tale servizio. Che infelice scelta per la razza bianca aver legato, in certi paesi, la propria esistenza a quella dei negri! Dio ci salvi da un tale contatto!”. 

Agassiz, chi era costui? Naturalista americano della seconda metà dell’ottocento Agassiz è un importante studioso di pesci fossili, protetto dal “Grande” Cuvier, il fondatore della paleontologia.  Agassiz lasciò la nativa Svizzera per far carriera in America “in quanto europeo famoso ed affascinante” (come ce lo presenta il paleontologo evoluzionista Syephen J. Gould nel suo libro Il pollice del Panda, 1980).

Come il suo ispiratore Cuvier, Agassiz fu uno strenuo difensore della teoria creazionista di contro alla teoria evoluzionista darwiniana. Citato e riconosciuto all’epoca come “scienziato” non ha perso neppure oggi tale appellativo. Ciò che sono intenzionato a fare non è certo entrare in polemica per smentire tesi (il fissismo) ridicolizzate nei fatti  dalla stessa scienza, ma entrare più profondamente nell’analisi del brano sopracitato in quello che superficialmente, troppo superficialmente, viene definito “animo umano”, per trarne poi insegnamenti sulla sua “natura”, appunto “la natura umana”. Un termine quanto mai ambiguo usato in tutte le epoche con grande superficialità nella falsa sicurezza che con esso fosse noto l’oggetto da indagare.

Tutti o quasi oggi etichetterebbero l’autore del brano in questione con una pronto giudizio: razzista. La mia tesi sarà scoprire le origini del razzismo e dimostrare che Agassiz non solo non si pensava razzista, ma che era un uomo intellettualmente onesto. Dimostrare altresì quanto sia errata la definizione di scienziato attribuita fino ai giorni nostri di personaggi che vengono definiti tali solo perché si occupano di scienza alla stessa maniera con cui si definiscono filosofi coloro che si laureano o insegnano filosofia.

Scusate la digressione e torniamo senz’altro al brano sopra citato. Dalla lettera (sconvolgente) che cosa principalmente si evince? Si evince che il giudizio sul mondo è a partire dalla propria emotività, dice Agassiz “il sentimento che mi ispiravano”, senza avvedersi di prendere la propria emotività, ovvero “come io sento e percepisco il mondo” a metro e verità dell’essere: il metro con cui io andrò a giudicare il mondo. Guardando dentro a se stesso, alle proprie emozioni, Agassiz con grande onestà intellettuale si sente in dovere di contraddire i propri principi “di fratellanza del genere umano e di origine unica della nostra specie”. “Ma – afferma Agassiz – la verità prima di tutto”.

Che cos’è per Agassiz la verità?: l’io sento. Prendere per vero ciò che la propria anima a se stesso con grande travaglio interiore confessa. Non si avvede minimamente che il proprio modo di sentire è solo il suo personale modo di sentire e lo trova vero tanto più che questo va contro i suoi principi, ispirati da sentimenti cristiani di compassione: “ma la verità prima di tutto”. Agassiz riconosce nell’ io sento, il massimo della soggettività, quell’oggettività che eliminando l’ideologia (l’ideale di fratellanza e di un’unica specie) lo riconduce in buona fede a un “atteggiamento da scienziato” che non lascia che le proprie aspirazioni ideologiche pur emotivamente fondate (compassione e pietà) possano turbare o negare quella verità che i sensi gli offrono che sono il suo modo di vedere la verità. Per i ‘negri’  prova pietà e compassione, ma non lascia che questi sentimenti neghino l’evidenza, dove l’evidenza, ob torto collo, è quello che la realtà mostra attraverso i suoi personalissimi sentimenti.

Questo atteggiamento si può riassumere in due paradigmi: io sono quello che sento (l’io sento) e ciò che sento è la verità. Da questa monade, “l’io sento”, con cui il giudizio di valore di tutta la realtà viene determinato come vero, pochissimi fuggono. L’ io sento,  secondo cui é vero ciò che sento, l’unificazione tra realtà e verità all’interno dell’io costituisce per ciascuno la “visione del mondo” e la con-fusione tra realtà e verità. Da questa gabbia che ci unisce e isola a un tempo, da questa gabbia che siamo noi nel senso più proprio, sia superficiale che profondo, partono tutte le nostre considerazioni sociali, politiche, filosofiche. L’ io sento fa da filtro alla realtà e giudica come vere solo quelle proposizioni che compiacciono allo spirito.

Di questa gabbia nessuno o pochissimi hanno coscienza. Da questo autoinganno pochissimi fuggono. La quasi totalità degli umani, compreso il lettore, così come Agassiz (nota bene definito come scienziato) confonde la propria visione del mondo con la verità dell’essere, molti come Agassiz addirittura a livello addirittura epidermico  “ Vedendo le loro facce nere, le loro labbra carnose, i loro denti, la loro capigliatura lanosa, le loro ginocchia storte, le loro lunghe mani con grandi unghie curve e specialmente il livido colore delle palme, non potevo staccare gli occhi dai loro volti e ordinare loro di stare lontani da me”.

Dal suo epidermico sentire, infanzia dell’umanità, l’io sento vede, respira e giudica: lo fanno tutti, compreso tu che stai leggendo. La paura, l’orrore, la fobia del diverso è la patologia più diffusa tra gli umani. In ciascuno il bambino giudica il mondo a partire dall’ io sento. Le fobie e le antipatie o simpatie sono per la stragrande maggioranza della gente ancora il tramite della conoscenza e il modo di relazionarsi al mondo. Se a questo si aggiungono i pregiudizi, cliché del sentire comune che operano nel “grege” si ha il panorama del sociale nella sua patologia.

La stragrande maggioranza degli individui è parlata dalla lingua e dalla mancata evoluzione dell’ io in una più ragionevole condivisa visione della realtà, ovvero la maggior parte degli individui, lasciata a se stessa senza un’educazione sentimentale, non raggiunge mai l’età adulta, indulgia in uno stato mentale nel quale considera il proprio personale modo si sentire come metro oggettivo di valutazione. Ci si rivolge al sé in maniera acritica in una postura resistiva in difesa costante dell’io nella paura di perdere la personalità.

La realtà esterna giunge come conflittuale obbligando a un cambiamento forzoso.
 Le convinzioni emotivamente fondate tendono alla conservazione. La resistenza al cambiamento costringe l’individuo a ingoiare la realtà e a forzarla all’interno del proprie convinzioni a partire dall’io sento. Il bambino cui è mancata l’educazione sentimentale conserva nell’età adulta, il nucleo emotivo legato al principio dello “è vero quello che sento” e nella mancata maturazione dello spirito riversa sul sociale tutte le sue manchevolezze qualsiasi ruolo vada a rivestire anche quello riconosciuto di scienziato, filosofo o politico.