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Per essere democratici bisogna essere un popolo.

Da quando Angela Merkel ha dichiarato, dopo gli esiti delle elezioni in Assia, di lasciare la direzione della Cdu, di rinunciare alla propria candidatura nel 2021 né di volere altri incarichi politici, sono iniziati i commenti sul futuro della politica in Germania, quindi in Europa, quindi in Italia. Già si scorgono le avvisaglie delle solite critiche italiane rivolte alla Germania, in realtà esternazioni di amore-odio, che ci accompagneranno fino alle prossime elezioni politiche tedesche del 2021. Al fine di trovare un vaccino contro le prossime critiche virali, in particolare quelle che saranno rivolte contro la politica della Merkel, la supremazia tedesca in Europa, eccetera, voglio qui esporre una piccola analisi che si articola sulla base dei dati relativi ai risultati elettorali in Germania nel periodo 1980-2017

e sulle Cancellerie tedesche del dopoguerra nel periodo 1949-2018

Con riferimento alla prima tabella si possono osservare come negli ultimi 38 anni, a cavallo dell’unificazione avvenuta nel 1990, due fenomeni significativi nella vita politica della Germania:

i) la partecipazione del popolo tedesco alle 11 consultazioni politiche nazionali (colonna delle % votanti) si è mantenuta a livelli sempre elevati e pressoché costanti, se si tiene conto degli impatti socio economici e dell’apporto di 16 milioni di nuovi cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca alla  popolazione della Germania Federale pari a +25%;

ii)  considerando la distribuzione delle percentuali dei voti (in Germania vige un sistema elettorale proporzionale con  collegio uninominale e soglia di sbarramento) si può facilmente notare come il “blocco democratico” dei voti costituito  da CDU-CSU-SPD-Verdi-FDP pesava nel 1980 per il 99,5% , nel 1990 per 92,1%, nel 1994 per il 92,1% e nel  il 2107 per il 73,1%. Nelle ultime elezioni del 2017 si può inoltre osservare il 9,2% della Linke che, sebbene non esistente nelle precedenti tre consultazioni qui considerate, va comunque considerato partito democratico e come tale può essere aggiunto “al blocco democratico” facendolo in tal modo raggiungere l’ 82,3% dei voti.

Nella seconda tabella sono elencati i 9 Cancellieri che hanno costituito i 25 Governi federali succedutisi dal dopoguerra ad oggi.

In conclusione, quali considerazioni si possono trarre da questa semplice disamina? Innanzitutto che, dopo la prima fase di rimozione del proprio passato nazista perdurata fino a  metà degli anni sessanta, alla quale è seguita una profonda e diffusa operazione culturale sulla memoria, la coscienza democratica si è diffusa e radicata nel popolo tedesco diventando un fatto acquisito; in secondo luogo che  il sistema elettorale ha garantito negli anni la stabilità di governo tramite la formazione di coalizioni che per la gran parte sono state fino ad oggi sostanzialmente invariate. Infine, ed è l’osservazione principale,  si scorge una verità che è ad un tempo sociale, politica ed etica, ovvero che la stabilità di un governo dipende dalla stabilità della coscienza democratica del popolo che attraverso la sua rappresentanza li configura. Per essere democratici bisogna essere un popolo.

L’emergere di un partito quale l’AFD ci indica che la regressione estremistica della destra/nazista in Germania ha il carattere di un’incidenza che deve preoccupare per il disordine che genera, come accade per l’insorgenza di una malattia virale, ma che in alcun modo essa può minare la base democratica del paese il cui popolo, nella sua generalità e variabilità, mostra comunque di essere vaccinato: la memoria storica è il vaccino di un popolo.




L’intelligence di poi non aiuta la democrazia

La strage di Manchester ha alzato il livello dell’angoscia, ora i terroristi  uccidono i nostri figli, oltre i genitori: DEFCON 3 o 2?  Un foglio supplementare che avvolge il quotidiano La Repubblica del 24/5 dal titolo “L’orrore spiegato ai nostri figli” riporta le idee a caldo di tre commentatori: per Massimo Recalcati  il punto è stabilire il compito di chi sopravvive alla tragedia; per Massimo Ammanniti quello di trovare le parole giuste per non turbare i più piccoli e per Eraldo Affinati cogliere la sfida di resistere alla rabbia, a partire dalla scuola.

Nell’affrontare la sfida contro il terrorismo lo psicanalista Massimo Recalcati  si pone la domanda “quale responsabilità hanno gli adulti che osservano impotenti  lo scempio compiuto sulle vite innocenti?”  Per rispondere ricorre ad un esperimento di psicologia evolutiva secondo il quale un bambino piccolo è invitato a gattonare un percorso che va verso un falso precipizio: se la madre che assiste mostra spavento il bambino si blocca e piange, se invece la madre mostra un sorriso il bambino dopo un’esitazione riprende il percorso con sicurezza e senza paura. La morale che lo psicanalista ne trae è che bisogna assumere la responsabilità di rendere questi lutti un lutto collettivo, dare prova di saper resistere, …testimoniare piuttosto che spiegare, testimoniare l’apertura e non la chiusura del mondo.

Da parte sua lo psicanalista dell’età evolutiva Massimo Ammaniti osserva che “da sempre bambini e adolescenti sono stati testimoni silenziosi e impauriti delle violenze degli adulti“, il rimedio essendo la rassicurazione, soprattutto dei più piccoli, da parte dei genitori e per estensione delle forze dell’ordine, soldati compresi. Lo psicanalista osserva inoltre che la stessa specie umana è riuscita nel corso della sua storia a sopravvivere ai predatori e nemici che volevano distruggerla. Infine, sempre l’autore vede nella scuola , negli insegnanti “il compito di aiutare gli alunni a ricostruire la storia umana per far comprendere come siano stati affrontati  pericoli e minacce che venivano da altri popoli, mostrando come si sia riusciti a sconfiggerli quando la paura non ha preso il sopravvento”.

Infine lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, il quale si spinge oltre l’analisi e con il linguaggio figurato della letteratura afferma che “dobbiamo spiegare che il mondo può essere malvagio, ma noi abbiamo la possibilità di contrapporci alla solitudine cui è inevitabilmente destinato il vendicatore“. Per l’autore “la risposta militare, che non può essere evitata, è sale sulla ferita. La paura e semplice contrapposizione ci costringe all’interno del conflitto mimetico, secondo la classica definizione di René Girard, in un circuito chiuso, interminabile, privo di sbocchi, almeno finché non troviamo il capro espiatorio. Stiamo parlando di zone d’ombra, boschi biologia , cervelli rettili che albergano dentro il nostro animo (…)”

Alla fin fine in tutti i tre casi non si va oltre la descrizione sgomenta dell’accaduto, in un corto circuito angoscioso tra la paura e il suo rifiuto, nell’allontanare una realtà che non può essere vera perché non piace.  Il politicamente corretto viene meno e si esce allo scoperto: “la vita deve andare avanti”, come del resto si dice per lo show.  E’ vero, la vita della specie e della società nel loro complesso vanno avanti, ma quella dei singoli popoli e dei singoli individui sopravvissuti alle stragi o quella dei semplici spettatori?

Dalla fine della seconda guerra mondiale nel 1945  sono nate nelle popolazioni degli stati europei occidentali quasi tre generazioni cresciute ed educate in un clima di pace artificiale creata in società-riserve separate dal resto del mondo, tra i due blocchi contrapposti che se lo spartivano sotto il cielo della Guerra Fredda e del deterrente nucleare. Ogni vota che guerre e crisi internazionali mettevano in pericolo la stabilità, scambiata per la pace (Corea, Cuba, Vietnam, guerre di liberazione dei paesi colonizzati, Medio Oriente …), crescevano soprattutto fra le generazioni più giovani forme di dissenso con proteste pubbliche e formazioni di movimenti politici contro l’imperialismo occidentale, quello americano in particolare e mai quello sovietico. Nasce così e si diffonde una cultura della pace, il pacifismo, che trova le proprie ragioni nell’appartenenza ideologica, in una petizione di principio che fonda lo spirito umanitario sulla paura di perdere la sicurezza acquisita. Ricordo il mio disagio nella seconda metà degli anni sessanta di fronte alle marce di protesta contro la guerra in Vietnam: noi giovani manifestavamo  nelle vie delle nostre città tranquille con rabbia ed orgoglio critico, mentre laggiù altri giovani della nostra età, nostri fratelli morivano. Un dialogo con la CIA ricavato dal film “Good shepperd” recita: “Siete voi quelli che mi spaventate. Siete quelli che fanno le grandi guerre” “No, ci assicuriamo che siano piccole”.

Ora, c’è da chiedersi come i genitori e gli insegnanti, oggi gli adulti appartenenti a quelle tre generazioni, tutti testimoni silenziosi ed impauriti della violenza dei terroristi  possano rassicurare i propri figli e spiegare agli alunni in che modo i popoli abbiano agito e reagito per difendersi dai pericoli provocati da altri popoli.

Parlare ai figli del terrorismo? Certo, la realtà, nessuna esclusa, non va mai nascosta o censurata con un silenzio che altro non esprime se non l’angoscia dei genitori e che genera nei figli uno stato d’ansia per risonanza, tanto le notizie e le immagini sono già sui loro smartphone. Il punto è che occorre agire l’ansia per evitare che la passività induca quei disturbi d’ansia che tanto ci preoccupano. Dovremmo prendere ad esempio, per comprendere ed imparare, quei popoli che hanno convissuto e tutt’ora convivono con la guerra o il terrorismo, sia quelli occidentali i cui governi in molti casi hanno provocato o favorito guerre e terrorismo, sia quelli mediorientali che le guerre e il terrorismo hanno subito e i cui governi le guerre e il terrorismo hanno strumentalizzato per motivi di potere. In quei popoli in cui la maggior parte delle famiglie hanno genitori e figli caduti in qualche guerra. Tra questi popoli indico, a solo titolo di esempio, come caso di studio, il popolo israeliano (le questioni politiche e ideologiche dei loro governi qui non c’entrano). Questi ben conoscono il significato di una esistenza messa quotidianamente in pericolo, un tempo dalle persecuzioni e dalle deportazioni, fino all’Olocausto,  e più recentemente dagli attentati nelle loro città. Osserviamo il comportamento che hanno evoluto ed impariamo a riscoprire la vita, ad unirci come popolo sui propri principi e valori, a resistere contro l’orrore senza rinunciare alle forme del vivere civile tra tutti popoli. Perché come scrive Hölderlin: “Ma là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”

Penso infine che dovremo prima o poi imparare anche dai loro sistemi di intelligence, perché la domanda tragica che la realtà ci pone con sempre maggiore frequenza è: a cosa serve l’intelligence? Forse a dare il nome dell’attentatore “già noto alla polizia” dopo che l’attentato è avvenuto? Tra terrorismo, sviluppo demografico e cambiamento climatico, per non parlare del dominio globale del capitalismo più sfrenato, siamo entrati in un epoca per affrontare la quale occorre chiarirsi sul fatto che la difesa della democrazia, a volte e in talune circostanze, non potrà più avvenire praticandola.




Populismo: politica senza memoria e senza cultura

Il termine populismo nella sua accezione generale di atteggiamento o movimento politico e intellettuale tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari nasce nella seconda metà del XIX secolo in Russia e negli Stati Uniti d’America. Negli Stati Uniti con  Partito del Popolo del 1892 che sosteneva le istanze dei contadini del Midwest e del Sud, le quali si ponevano in conflitto con le pretese delle grandi concentrazioni politiche industriali e finanziarie. In Russia il populismo russo proponeva un miglioramento delle condizioni di vita delle classi contadine attraverso la realizzazione di un socialismo basato sulla comunità rurale, in antitesi alla società industriale occidentale. E proprio dal movimento russo nasce il termine populismo, come traduzione della parola narodničestvo, in cui narod significa popolo, che in seguito ai grandi movimenti politici del XX secolo ha assunto le varianti di populismo di destra e di sinistra.

Il populismo è dunque un movimento e in particolare un movimento culturale dove i soggetti sono gli intellettuali e il popolo, con una nascita presso gli intellettuali  e una direzione dagli intellettuali verso il popolo. Ora, se alle parole intellettuale o popolo avete già da ora preso posizione non continuate a leggere, l’articolo non è per voi. Per conoscere e capire i fenomeni bisogna sapere e prendere atto che il primo atteggiamento del bambino non è comprendere ma schierarsi. Se i termini populismo e popolo hanno oggi un’accezione ambigua dovuta alle loro diverse manipolazioni semantiche in relazione all’appartenenza ideologica, anche il termine intellettuale presenta non pochi problemi interpretativi. Secondo la Treccani intellettuale è “Riferito a persona, colto, amante degli studî e del sapere, che ha il gusto del bello e dell’arte, o che si dedica attivamente alla produzione letteraria e artistica. Al plurale gli i., per indicare complessivamente coloro che si dedicano agli studî, che hanno spiccati interessi culturali, che esercitano una attività intellettuale. In ambienti politici, la parola è stata usata con accezioni e sfumature diverse, talora per definire coloro che, in un gruppo sociale, in un partito e sim., costituiscono, per la loro preparazione culturale, per ingegno, ecc., la mente direttiva e organizzatrice (ha questo sign. anche l’espressione gramsciana i. organico); talora, invece, per designare polemicamente chi, in nome di una effettiva o pretesa superiorità culturale, assume atteggiamenti individualistici e critici in seno alla società in cui vive, al gruppo politico di cui fa parte”. 

Gli intellettuali dunque non hanno una collocazione, non sono definibili in una classe precisa e uniforme ma caratterizzati solo da un generico amore per la cultura intesa come una passione privata o , politicamente, come struttura portante e indispensabile per il sociale nel momento in cui gli intellettuali intendono rivolgersi al popolo. Gli intellettuali appartengono a diverse o diversissime filosofie, dal nichilismo al comunismo, dalla fede all’ateismo, filosofie che sottintendono diverse o diversissime visioni di vita e della società. Possiamo quindi senz’altro definire idioti coloro che si rivolgono a questa non categoria come a un unico cui addebitare giudizi del tipo “Gli intellettuali sono, o sono stati, la rovina del paese”. La spiegazione di questo vile agire del pensiero sta nell’ignoranza di chi invidia e odia tutto quello che gli è estraneo, che non può capire e a cui non può arrivare, nella volontà di rivendicare in seno alla mediocrità il diritto all’esistenza. Diritto sacrosanto, ma non criticare ciò che non puoi comprendere. L’odio per la cultura è una prerogativa popolare che va dai ceti più bassi a salire, secondo misura e in proporzione. La sua fonte primaria è l’invidia, quella che Dante relega Giuda nel Cocito insieme a Caino, fu per invidia che Giuda tradì Cristo. Tutto l’ultimo girone dell’inferno si fonda sull’invidia. Anche Caino uccise Abele per invidia, la motivazione di fondo per il tradimento e anche per l’avarizia (cupidigia per Dante) è l’invidia. In sé l’invidia può essere motivo di odio o ammirazione secondo diverse posture dello spirito: bontà, acredine o convenienza con infinite sfumature. Esiste persino un’euinvidia che guarda con gioia alla felicità altrui.

Ben altri sono tuttavia per lo più i mari in cui ancora si agitano le acque.
“Forti con i deboli e deboli con i forti” non è assolutamente prerogativa dei potenti, questa naturale disposizione dello spirito testimonia l’ancestrale attività animale, incolpevole nelle bestie, bestiale negli uomini. Viltà umana comune a tutti gli strati sociali, tanto più manifesta quanto minore è il potere. La “sindrome del caporale” dimostra che una briciola di potere in mano al penultimo può essere disprezzabile, umiliante e avvilente quanto e più dell’arroganza dei potenti. In milanese masapioc (ammazzapidocchi) è definito chi con un minimo di potere si vendica sul prossimo cercando con ciò il riscatto alla propria condizione, lo fa per “sentirsi qualcuno”, per quel minimo gradino acquisito si accanisce con chiunque incontri sotto di lui. Atteggiamento definito anche “sindrome della portiera”, questo genere di potere è considerato dal singolo alla stregua di un diritto acquisito, si esercita abitualmente in sedi burocratiche e anche nei condomini sul vicinato con singole piccole beccate dando al sociale tutto l’aspetto di un pollaio. Non è forse un fatto che tutti i regimi totalitari, fascismo, nazismo e comunismo, hanno creato apparati militari e polizieschi da affiancare alle forze istituzionali con il compito di controllare il popolo arruolando soggetti reclutati tra i più abbietti presi dal popolo? Nessuno è più lontano da un cittadino di un altro cittadino. Nessuno detesta il popolo più del popolo. Unirsi per collaborare è per lo più inviso.
Passando dal sociale all’individuale si pensi alla considerazione che si ha nel paese delle cosiddette tasse (in verità imposte) una santa istituzione che fa del primo mondo il primo mondo. Dove non ci sono tasse è il terzo mondo. Chi ci ha mai pensato? Tutti contro le tasse considerate da tutti un male: non l’eccesso ma le tasse in sé, l’istituzione! Va da sé che affiancare e sostenere questa idiozia procura consensi. Programma di governo: diminuire le tasse. E tutti applaudono.
Se osservate i palazzi in città, vi accorgerete che sono pieni di antenne di tutti i tipi, paraboliche e non, una per famiglia, indicatore dell’indisposizione assoluta anche in un condominio a unirsi e condividere. I contadini resistono a unirsi in cooperative, le piccole imprese in grandi e così via… Nessuno nel popolo è un essere sociale, pigrizia, ignoranza, orgoglio, diffidenza, sentimenti animali ancora padroni dello spirito.
Possiamo quindi ora tentare una prima definizione di populismo: la posizione politica di chi tende a sostenere sentimenti retrivi e ignoranza popolare, per appartenenza o per convenienza politica. Secondo l’adagio: ci sei o ci fai.

Orbene, il potere, comunque assunto, può essere esercitato per migliorare le condizioni sociali, sia materiali sia culturali del popolo o per trarne un vantaggio per il partito o movimento che dir si voglia o da ultimo personale.
Tra questi tre parametri: interesse pubblico, di partito, personale gioca la coscienza individuale. Senza l’ausilio di una profonda coscienza filosofica, l’io mercanteggia con se stesso ogni genere di falsità. Vendersi può significare: “non lo fò per piacer mio ma per piacere a Dio”. Dio il partito, Dio la famiglia, Dio quello che vuoi… gli alibi sono infiniti, compresa l’amante, la bella vita e la tossicodipendenza.
Al di fuori di valori certi rivolti unicamente all’interesse pubblico, tutte le scuse sono buone. Ne nasce un torbido malaffare cui è imposto il nome di “politica” o “politica del reale” ovvero rendere lecito l’illecito. Con un’idea di concretezza data alla somma indeterminata, scomposta e casuale quale risultante di tutte le menzogne e compromessi che determinano il contingente senza l’ombra di una direzione, ha luogo uno scontro continuo di affare e malaffare in cui l’animo di ciascuno entra in gioco dicendosene estraneo e tirandosene sempre fuori. La beffa. Responsabile chi?
Sic stantibus rebus il sacro nome del Dio, la Politica, viene trascinato nel fango e il popolo che si bea di tanta scelleratezza ne bestemmia il nome.
Storicamente in politica il ruolo degli intellettuali all’interno dei partiti è stato spesso quello di guida; rifacendosi a diverse ideologie gli intellettuali hanno dato la linea a questo, quel partito o movimento con diversa sorte e successo. Quasi invariabilmente all’idealità proposta dai magnanimi, è seguita una deiezione, un decadimento spirituale dovuto in parte alla difficoltà di mettere in atto utopie ma soprattutto dovuto all’incapacità degli eredi, dei seguaci, degli uomini pratici saliti al potere, di comprendere il valore e la portata delle idee che hanno ispirato il movimento, idee che sempre si fondano sulla filosofia e che per questo vengono presto disattese.

A questo punto è necessaria una breve nota su ciò che è la filosofia. Per quanto all’ignorante paia strano, idee come “tutti gli uomini nascono uguali” o “sono uguali di fronte alla legge” sono profondissimi intendimenti filosofici senza i quali questo mondo non sarebbe in concreto quale lo vediamo e viviamo. Di fatto nulla è più concreto della filosofia, non mi riferisco al suo studio ma alla sua entratura morale nel mondo. Quando nasciamo, nasciamo come eredi di principi universali che hanno liberato l’uomo grazie ai magnanimi da una condizione di schiavitù e sudditanza ma il cittadino che tutto questo assolutamente ignora, dal microcosmo della sua pusillanimità si chiede: “Che cosa ha fatto lo Stato per me” e va con i forconi in piazza. Quote latte. In democrazia è a questa infelice moltitudine senza radici che mi devo rivolgere per ottenere il consenso che mi permetterebbe di andare in loro soccorso. Giacché ogni generazione deve imparare di nuovo tutto il percorso fatto dall’umanità e se questo non accade come dovuto, la prospettiva è solo la regressione. Memoria e Cultura.

Scadendo ora dalla teoria alla strategia, alla tattica dalla generalità e dalla generosità dell’essere al contingente, si è sempre finito col confondere l’idolo con il Dio. A questo processo degenerativo hanno sempre contribuito l’interesse al potere personale e la volontà di compiacere al ribasso il popolo. Le perifrasi “il popolo non è pronto”, “il popolo non è in grado di capire” sono assolutamente vere! Per questo, a questo dovrebbe di necessità seguire un’azione diretta a mettere il popolo in grado di capire; questo non viene di fatto, fatto. Si offre al popolo demagogia al posto di educazione. Se ne riceve audience anziché cultura.
Anche in occasione delle più grandi guerre e delle più grandi stragi non bisogna scordare che dietro le armi si combatte sempre una battaglia culturale, una battaglia di civiltà: una guerra per imporre la propria concezione della “pace” nel mondo. Tutti, tiranni, i dittatori persino le democrazie hanno da secoli dichiarato di avere come obiettivo la pace: Tempus belli para pacem, la guerra per preparare la pace e non hanno ancora finito. Missioni per la pace o di pace orbi terraque.

Da sempre per governare e non solo in democrazia, occorre il beneplacito delle masse, il cosidetto consenso popolare ma andare incontro ai bisogni del popolo in nulla significa fare la sua volontà , a questo punto deve essere chiaro che al popolo purché mangi e si diverta, sta bene anche essere in catene. La dignità è un valore che appartiene al popolo nella misura della civiltà raggiunta. Mangiare e divertirsi, cui segue una grassa risata, è per il popolo il “concreto”, la vita reale, il resto è filosofia, parole al vento. L’uguaglianza tra gli uomini non è per il popolo principio morale ma vissuta come diritto in conseguenza dell’invidia: “Perché lui sì e io no”? Questa l’idea della giustizia. Quale altra?
Il cittadino, come a qualcuno piace chiamare la gente, ha sempre al centro l’io e agisce solo in sua difesa per appartenenza, per ciò cui appartiene e per ciò che gli appartiene. In questa prospettiva il sociale per coesistere deve essere necessariamente gerarchizzato per poter confermare come valido e riconosciuto il principio: “a lui si e a me no”. In una società gerarchizzata la superiorità è riconosciuta solo al “padrone”, mentre al “servo” conviene invece l’obbedienza e la fedeltà. Fedeltà: pessima virtù per uno schiavo. . I cittadini sono tutti sudditi, “yes man” in quanto solo facendosi schiavi soddisfano il padrone e ottengono il risultato voluto. Il servo infatti raggiunge il suo scopo quando soddisfa il padrone. Il paradigma è semplice “obbedisco non perché ci sono costretto ma perché mi piace”, questa la menzogna detta in sacrestia del proprio spirito unitamente alla chiosa: “io sono furbo, alla fin fine mi conviene”. La menzogna detta a se stessi: “non perché costretto ma perché lo voglio”, “non per necessità ma per virtù”, è il pilastro morale per molti di tutta un’esistenza. Ovviamente ne va della dignità, la schiena si piega e come al Luna Park lo specchio deforma l’immagine e la fa apparire diritta; all’onor del vero, smascherati, si aggredisce il debole e ci si china al potente. Solo il padrone e il sarto possono accarezzare la tua gobba. Al potente l’arroganza, al meschino la furbizia.

Stando che la morale del popolo è unicamente la convenienza, il popolo è pratico, panem et circenses, bastone e carota con il popolo funzioneranno sempre. Nel primo mondo, le bastonate un tempo pubbliche sulla pubblica piazza così come avveniva nei vecchi regimi o regimi dittatoriali, ora si limitano, per fortuna, a sperequare e umiliare in termini di ricchezza e giustizia. In altre parti del mondo diversamente la “canaglia” è ancora tenuta a freno con violenza e catene. Qualcuno ha pensato bene di liberarla. Il vaso di pandora aveva come tappo un canaglia, un dittatore. Ora è guerra ovunque. La democrazia è funzione diretta della coscienza popolare non una forma di regime. Le cosiddette libertà individuali riguardanti la morale non hanno ragione di essere se non in un contesto etico politico che riguarda tutto il sociale.
Il “Cicero pro domo sua”, volgarmente reso dal “farsi i fatti propri”, è un principio universale che segna l’ignoranza come substrato culturale comune a tutti gli uomini e fa degli uomini un’unica razza l’Homo sapiens sapiens.
Anche nel progredito occidente il popolo tende ancora a farsi i fatti propri, l’acuto aforisma è chiamato dalla plebe grassa e rozza l’11esimo comandamento; a seguire l’immancabile compiaciuto ridacchio per l’alta filosofia espressa.

Il popolo inoltre è molto miope, coltiva unicamente il suo: tira sera o tira a campà, non si interessa né del sociale né della politica, di visioni del mondo che vadano oltre confine del suo immediato. Stato e politica sono pericolosi stranieri pronti a invadere uno spazio che considera suo e solo suo. Al pubblico piace il privato.
Il popolo è ottuso, non ha conoscenza né esperienza, ritiene in buona sostanza reale, falso o vero che sia, ciò che vede e sente dalle emittenti, per confermare o per smentire la televisione rimane l’unico riferimento; oltre alla televisione non ha altri agganci culturali che il microcosmo di contatti negli ambienti in cui vive, a casa e al lavoro. Miserie che fanno da colonna portante per l’idea che si deve avere sulla morale, sulla convivenza civile, sulla natura umana, sull’universo e su Dio e su come deve essere tenuta l’asse del water, secondo il principio “solo quello che accade a noi accade veramente”. Concreto è solo quello che accade sotto i sensi e di quello che accade è vero solo quello che ci piace. È vero perché ci piace. Sul gusto personale tutta la verità e tutte le scelte. “Chi (è quell’idiota che, ndr) ha detto de gustibus disputandum non est se è sui gusti che si gioca l’intera esistenza?” (Nietzsche).
Il popolo chiama concreto solo quello che soddisfa i suoi appetiti. Tutto ciò che non accade a me non accade nel mondo. Non si documenta, non legge, non riflette e non sperimenta. Se lo fa, ripete all’infinito se stesso: i pochi files che occupano il suo universo morale, sempre gli stessi. Il resto è quotidianità, sesso, sport e cucina. Pusillanime significa dall’anima piccola (pusillus animus) al contrario di magnanimo, dalla grande anima. In fondo tutto si gioca su questo. La dimensione dell’anima conta. Una sana educazione dello spirito porta a crescere l’anima e la sfera degli interessi in crescita è destinata sempre più all’universale, coinvolge sempre più gli altri rendendo possibile la convivenza. Da individuo a persona esiste una lunga strada che nessun governo si è mai preso la briga di sostenere. La chiacchiera occupa interamente il sociale veicolando solo e unicamente stereotipi che conversano tra loro in luogo delle persone. Cose già dette.

Molti dei giudizi da me espressi non sono giudizi particolari dati a un popolo ma rivolti alla condizione umana nella sua generalità e ben altro ci sarebbe da dire. Anche da queste poche note si possono tuttavia tracciare le grandezze e le variabili del sistema popolo purché il sistema sia visto geograficamente, storicamente ed evolutivamente. Tutti i popoli sono diversi e tutti i popoli sono uguali. Molte delle cose dette sono vere per tutti i popoli, ma per tutti i popoli in misura diversa o diversissima corrispondenti a diversi o diversissimi gradi di civiltà. Un parametro come “farsi i fatti propri” può variare dall’incesto con stupro, o peggio, a non arrivare per tempo a tavola, o meglio, ed è presente in tutte le civiltà umane. Voglio dire che chi ha inteso il mio discorso come una critica unicamente negativa al presente, non ha veramente ma veramente, inteso nulla. Io analizzo e non mi schiero. È che la strada della civiltà è lunga e lunghissima e il punto in cui ci troviamo ha più strada da percorrere di quella già percorsa. Cosa per cui voglio bene alla mia epoca anche se non gli risparmio critiche. Se la democrazia ha messo al potere la mediocrità ho ben presente come nel passato sia stata la crudeltà e la barbarie a dominare.
La dignità come visto è una variabile fondamentale, un parametro che entra come novità assoluta nella storia solo recentemente, a partire dai primi atti di ribellione, nasce per combattere tutte le meschinità dell’essere quando l’individuo compiace per interesse alla propria umiliazione cedendo ai ricatti e facendo di necessità virtù, chiamando realismo la giustificazione ideologica che fa lecito l’illecito.
Molto diversamente in sostituzione del più antico “onore”, la dignità, la sua comprensione e assunzione, rimane fondamentale per la concretezza dell’esistenza. Dalla dignità dipendono lotte, diritti, libertà, fratellanza, uguaglianza, giustizia, convivenza, felicità ed economia. Senza dignità abbiamo solo padroni, crumiri e schiavi. L’uomo schiavo-crumiro, panem et circenses, sesso-possesso detto “uomo di pancia” è il peggior nemico del popolo e coloro che a lui si rivolgono in questi termini, gli “uomini del fare”, sciacalli. Chi aspira a rivolgersi al popolo da una posizione di potere, fosse un movimento o un partito politico, dovrà tenere ben presenti queste assolute verità. Può tenerle presenti in due sensi per fini contrapposti o per emancipare il popolo o per usare il popolo ai propri fini per il potere.

A emancipare il popolo o altrimenti detto, fare della massa, della gente, un popolo, sembra in mente dei, eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere far progredire la nazione in civiltà, sogno una costituzione che all’art.1 reciti “L’Italia è una Repubblica fondata sulla Cultura”. La cultura pare invece cosa che non riguardi né i governi, né le istituzioni né le opposizioni. Agire sulla mentalità del popolo per una sua emancipazione non pare riguardare la politica. L’importanza della cultura è soffocata dal Pensiero Unico Economico. Lo stato di civiltà di un popolo pare essere un fatto inalterabile, una costante del sistema sociale che come tale non deve essere presa in considerazione da nessun governo e da nessuna forza politica, da nessuna istituzione. La crescita morale dello spirito è ovunque fuori discussione. Per certo è un fatto che l’inerzia culturale di ogni popolo è un macigno tale da essere difficilmente smosso nel contingente da qualsiasi forza politica. Questo accade in ogni nazione, in ogni epoca. Eppur si muove. Provvidenza o pronoia si voglia chiamare, esiste una forza che spinge il progresso in modo indipendente dalle circostanze e tuttavia la politica può essere un freno o un acceleratore di questo cammino che andrebbe in ogni modo agevolato anche e soprattutto con interventi culturali mirati a migliorare le relazioni tra gli uomini non solo con la coazione, leggi, ma con insegnamenti morali, nelle istituzioni. L’educazione dello spirito, massima e unica disciplina per Platone, è ancora istituzionalmente una sconosciuta. Non un pensiero per educare il popolo. Il popolo si serve e non si educa.
Anziché rivolgersi alla gente con un piano educativo ogni potere dalle dittature alle monarchie alle democrazie, alla gente si chiede solo il consenso, consenso per ottenere o conservare il potere così la gente non diverrà mai popolo. L’ignorante è un ottimo cliente.

Ottenuto il potere, i migliori tra i governanti pensano al bene del popolo, ma totalmente privi di sapere filosofico pensano al bene del popolo unicamente come soddisfazione materiale. Che altro? Pagnotta calcio e sesso sono quantum satis, minimum vitae. Che anche questo star bene per avere successo debba corrispondere una mentalità, una cultura e una morale, neppure un pensiero. Nessuno realizza che il benessere economico sia frutto di una convivenza civile. Con gli schiavi un’economia, con gli uomini liberi un’altra. La mentalità è tutto. Il pensiero unico economico domina il pianeta e trova consenso proprio nella pancia del popolo. Il suo fine è il dominio del pianeta da parte di pochi o pochissimi, per ottenerlo ha bisogno del consenso degli sfruttati ovvero del popolo che volentieri con una mentalità da schiavi senza filosofia ovvero senza dignità, glielo accorda gridando in piazza il diritto di mangiare, “fare” sesso e andare allo stadio e tacendo al lavoro alla presenza delle videocamere. Un vecchio adagio recita: “Chi pecora si fa lupo se lo mangia”. Ovviamente va letto: “Più ti fai pecora più l’altro si fa lupo”, tutto avviene sempre secondo misura.

Il popolo in sé nella sua globalità è privo di qualsiasi valore, significato, unicità, direzione, voce, come un gregge può essere condotto ovunque. Tra il signore e il capopopolo per il popolo l’ultimo che parla ha sempre ragione. Della cosa, di qualsiasi cosa, vede solo una ragione: la propria, del resto non sa né vuole sapere. Per ogni individuo una ragione diversa, per ogni individuo solo la propria. Un io ipertrofico anima ciascuno e se unito ad altri in una “causa contro” moltiplica se stesso senza vedere gli altri, anche quando le ragioni dell’uno nulla hanno a che vedere con le ragioni dell’altro eppure se lasciati soli si accopperebbero; cessato il motivo che li ha visti uniti, una volta lasciati soli, cominciano a beccarsi e ricreano subito il pollaio. Per comprendere è bene capire che di là da giudizi, tutto questo è naturale, fa parte della natura umana come derivazione da quella delle bestie.
Leader carismatici possono occasionalmente anche sorgere dal popolo, ma è cosa storicamente recente, rara e preoccupante. Quando il popolo attraverso suoi capipopolo prende il potere nascono terrore, orrore, stragi, genocidi.  I capipopolo e la ciurma appresso sono in genere falliti che raccolgono con la violenza (il sangue piace al popolo) il consenso di tutti i falliti, frustrati, umiliati, rancorosi, in spirito di riscattare il fallimento e la frustrazione. Il successo del golpe è garantito nei momenti di crisi e di povertà usando la violenza e offrendo il meglio alla canaglia in proporzione diretta all’esaltazione e alla meschinità dell’anima e chiedendo in cambio fedeltà. Il popolo ha dentro di sé un mostro: se risvegliato porta il terrore.
Veniamo dunque al populismo, termine tornato in auge dopo essere stato a lungo dimenticato e posiamo i pezzi sulla scacchiera. Il termine viene impiegato in Italia per indicare il Movimento5Stelle, la Lega, Fratelli d’Italia, in Europa Marine Le Pen(Francia) , Nigel Farage (Inghilterra) , Norbert Hofer (Austria), Victor Obran (Ungheria). Ora pare che anche Trump possa essere investito di questo termine. Per Putin, Erdogan, Assad il termine è dittatore ma paiono anche questi tutti in odore di populismo.

Fatta eccezione per i 5Stelle, movimento a carattere più trasversale, negli altri casi possiamo parlare di “populismo di destra”. Eppure una volta esisteva un “populismo di sinistra” ben più affermato socialmente dell’attuale populismo. Il segreto era l’unità raccolta in una classe, quella operaia. Un’idealità che raccoglieva tutti i lavoratori e li spingeva alla lotta, la lotta di classe, lotta per i diritti del lavoro di contro a una classe padronale che difendeva il profitto.
Per tutta l’esistenza del PCI e del PSI, populismo ha significato per la sinistra stare dalla parte del popolo; e stare dalla parte del popolo senza approfittare né della pancia né dell’ignoranza, lottare anzi per la sua emancipazione, per una coscienza popolare che rivendicava i propri diritti. Questa idealità nelle attuali cosiddette sinistre è quasi totalmente scomparsa. L’idea di un’emancipazione, di una lotta e di una coscienza popolare non è neppure sfiorata e dunque nessuna ideale possibile unità. Indegni usurpatori si sono infilati nei panni altrui e danno ora al termine populista un significato unicamente negativo. Ma la notte era già cominciata e cominciata da un pezzo. I media viaggiano sempre in mezzo al fiume senza accorgersi della corrente, vanno dove li porta il vento, rassegnazione, cinismo, interesse personale. Fanno della professione un mestiere. Loro sì che sanno come gira il mondo. Bella gente. Le belle presentatrici televisive non hanno la minima cognizione del significato del termine e tanto meno dell’accezione in cui lo stanno usando. Una volta si chiamavano annunciatrici ora si spacciano per giornalisti, pardon giornaliste.
Ora tutti parlano di populismo ciascuno attribuendo al termine un significato diverso con diverse sfumature. Chi lo è un po’ chi non lo è per niente, per principio. Quelli che lo sono del tutto e non si vergognano. I più onesti… oh yees. Rimane ovvio che la considerazione in cui tenere il popolo dipende dall’intervento che si vuole fare sul popolo e che l’intervento dipende dalla definizione della fotografia come dall’azione che ne segue. Che cosa significhi populismo parrebbe a tutti chiaro dal momento che il termine si spreca ad ogni telegiornale o talk show ma come visto e dimostrato il significato e la valutazione da dare al termine possono essere differenti e persino opposti.
Populismo, mi dice un amico, Carlo dei 5Stelle, è stare dalla parte del popolo,  stare dalla parte di chi è sfruttato, di chi soffre, di chi è emarginato, degli umili, dei poveri…Un’idea catto-comunista definibile anche questa come populista che pur non essendo io né cattolico né comunista non solo non disprezzo ma in certa misura ammiro.

Sul socialismo è calato il silenzio. Ora che la farfalla è tornata nel bozzolo non è più in grado di volare. Il neonato bruco Renzi non sa neppure che cosa siano i diritti dei lavoratori, lavora per la parte avversa, proclama la necessità di scelte anche impopolari definite per l’occasione, udite udite, coraggiose. Spara qua e là sui diritti dei lavoratori e sulla costituzione e il 40%, che ancora non si è accorto del colore scuro della sua anima, lo applaude perché di sinistra. Populismo per Renzi è un’oscenità con cui diffamare i 5Stelle unitamente a tutte le destre.
Ovviamente ciò che è impopolare non è necessariamente contro il popolo: non credo sia una novità che le medicine non piacciono né ai bambini né agli adulti, ma ciò che è impopolare può anche ben essere contro il popolo. Che significato ha dunque essere o non essere contro il popolo? Fai del bene quando compri un gelato a tuo figlio?
La decisione dipende dalla condizione e dalle conseguenze, non dai un gelato a tuo figlio se ha il mal di pancia, anche se per questo tuo figlio potrebbe odiarti. Diverso se non dai il gelato a tuo figlio per darlo all’amante o mangiartelo tu. Il figlio è colui di cui ci si deve prendere cura e che ha bisogno essere educato.
“Dare al popolo quello che il popolo vuole e dire al popolo quello che il popolo vuole gli sia detto” e un’azione irresponsabile, opportunistica e criminale. Dico questo in memoria del grande statista Bettino Craxi che con queste parole fece scomparire il socialismo dalla storia del nostro paese. Dedichiamogli una piazza.

Un popolo senza educazione, educazione dello spirito, avrà come ricompensa al potere il regime che si merita, si tratti di una dittatura o di una democrazia. La democrazia infatti è espressione diretta della cultura di un popolo.
Tutti i discorsi sulla natura umana, il buon selvaggio o l’homo homini lupus, tendenti a individuare una “natura” sono amenità ignoranti del processo evolutivo della cultura. Perdonabili per il passato ma intollerabili al presente. Errori logici riempiono la nostra cultura e frenano l’evoluzione.
In genere ogni proposizione viene letta con un fondamentale errore logico che qualifica con un aggettivo una tesi e con l’aggettivo opposto l’antitesi: se A è bianco allora B, diverso da A, è nero. Così si afferma quasi inconsciamente che se A è cattivo allora B, vittima di A, è buono. Ovviamente se A sevizia B, A è cattivo ma questo non dice nulla sulla natura di B. Questa stortura logica ha riempito tutta la cultura, dalla televisione, alla letteratura, alla filmografia, in genere la più scadente, facendo leva proprio su questo inganno.
Qui nasce infatti il più grande inganno. Chi è sfruttato, chi soffre, chi è emarginato, chi è povero … sarà cattivo o buono? Si preoccuperà degli altri o solo di se stesso?
“Incattivito dalla vita” non è forse questa l’espressione che più si addice ai diseredati? Il termine “cattivo” non nasce forse da “captivus” prigioniero?
Impariamo questo, se la cattiveria non è come sostiene qualcuno insita nel DNA, essa nasce da una malasorte: quanto più sono state infelici le condizioni di vita, quanto più grande è stata la sofferenza tanto più la cattiveria ha ragione di esistere. Insorge allora una patologia dell’essere non obbligatoria per il singolo ma per certo necessitata per la massa. E dunque… gli sfruttati sono forse persone migliori degli sfruttatori? È stato il plebeo, il borghese, persona migliore dell’aristocratico? La canaglia non è forse sempre stata in mezzo al popolo?

Il comunismo nasce con questo peccato originale: credere lo sfruttato migliore dello sfruttatore rivendicando paradossalmente in lui virtù che il popolo, non per sua colpa, non ha mai conosciuto. Questo vizio ideologico ha fatto dimenticare il problema della coscienza, la necessità imprescindibile dell’emancipazione popolare dello spirito e ha consegnato all’ignoranza il potere. Il socialismo reale è stato la morte del socialismo. “Dio è popolo” è un’utopia che deve ancora realizzarsi, realizzarsi nell’idea di fare della gente un popolo, diversamente è una bestemmia non meno pericolosa di “popolo bue”. Questo falso ideologico ha fornito alle classi dominanti un alibi, la povertà spirituale del popolo si è riversata nel comunismo reale, regime che forzatamente voleva vedere il popolo legato alla virtù. Forti di questa evidente falsità, i padroni del mondo pretendono per sé un diverso destino e ritengono con ciò giustificato lo sfruttamento.  A ciascuno secondo i propri meriti, di nascita e carriera, è ancora legge universale anche in democrazia. Selezione e competitività per il bene comune è la tesi neoliberista. Eppure, non è forse ingiusto e odioso lo sfruttamento? Non è forse odioso chi sfrutta?!  Dunque da una parte chi pensa “popolo è bello” e dall’altra chi pensa “sfruttare è giusto”. In queste becere puerili opinioni si è dibattuta e ancora si dibatte la più parte dell’umanità.
Il popolo in sé non è nessuno, non ha voce, nel popolo esiste gente di grande generosità come esiste la canaglia come dai primordi ai giorni nostri e da qui all’eternità. Quando si pensa al popolo non si può pensare a questo o a quel popolo ma tutto deve essere visto attraverso i secoli, attraverso i millenni, attraverso la storia, la geografia e l’evoluzione, e comprendere che né il potere né il popolo sono mai stati gli stessi e che quello che la gente, politici compresi, ha in mente per “popolo” è solo un’astrazione miope, misera e puerile. Per comprendere bisogna leggere, studiare, pensare e soprattutto riflettere, molto riflettere o avere la bontà di tacere. Il turbocapitalismo è l’ideologia dominante, è un’idrovora che succhia costantemente capitali all’economia per nasconderli nelle tasche di pochissimi, ha un unico nemico la Cultura. “Gli uomini non sono uguali” è una verità universale e solo la cultura potrà renderli tali. Solo la cultura ci salverà.

 




Uomini forti per popoli deboli

Nella prospettiva dei mezzi di comunicazione di massa  della vigente democrazia statistica  la volontà popolare si esprime attraverso i sondaggi.  A pochi giorni dall’insediamento del nuovo Presidente USA Donald Trump ecco irrompere l’ultima verità shock scoperta dai sondaggisti dopo la sua elezione nel novembre scorso: 8 italiani su cento vogliono un “uomo forte” al potere. E non basta, a invocare l’uomo forte, che nel XX secolo si chiamavano Führer o Duce e oggi leader, sono soprattutto i giovani. Per la psicologia sarebbe fin troppo semplice spiegare questo ultimo aspetto, si tratterebbe di un modo con cui i figli manifestano un’accusa rivolta ai padri di essere incapaci di essere tali. Tuttavia, poiché è in gioco la volontà di un’intera popolazione occorrerà trovare una spiegazione di livello più generale.

La fisica ci ricorda la relatività di ogni misura e la necessità di considerare la coesistenza di ogni azione con la sua reazione. In altre parole, un forza si qualifica in funzione di ciò a cui si rivolge. Nella fattispecie dobbiamo dunque domandarci rispetto a quale altra entità un uomo è considerato forte.  Esiste sull’argomento un diffuso fraintendimento secondo il quale un uomo forte, in politica, è connotato da due principali caratteristiche, l’essere solo alla guida ed essere decisionista. La “solitudine del potere” è una condizione che ogni essere umano, indipendentemente dal sua grado di responsabilità sociale o individuale, vive in molte occasione della sua esistenza. Anzi si può affermare che è proprio da tale condizione che scaturisce in lui il senso di responsabilità. E dunque non è da ricercare in questa “solitudine” una caratteristica dell’uomo forte al potere, tanto più che, per quanto monocratico possa essere un potere, qualsiasi monarca, dittatore, presidente o leader massimo si circonderà di una corte, di consiglieri o di esperti e consulenti (il problema in questi casi è il metodo del loro reclutamento). Quanto al “decisionismo”, la questione leggermente si complica perché se da un lato non esiste un’azione che non sia preceduta da una decisione, sia pure la presenza di una fievole volontà, dall’altro esiste la condizione assai diffusa dell’ignavia, che non a caso viene considerata colpa grave da ogni morale laica o religiosa, tanto più se associata ad una condizione di potere.

Alla fine, dunque, per spiegare questa invocazione popolare dell’uomo forte al potere, al governo, occorre soffermarsi non tanto sulla personalità del leader designato, sulle sue apprezzate o denigrate qualità, quanto sul livello culturale del popolo che lo invoca. In occasione della recente scomparsa del linguista Tullio De Mauro sono stati diffusi  sui quotidiani i risultati di alcune sue ricerche sullo stato della cultura degli italiani. Il quadro che ne è risultato è sconfortante, ma è la verità del problema che abbiamo qui affrontato che può spiegarci il fenomeno: il 70 per cento degli italiani è analfabeta, legge, guarda, ascolta, ma non capisce.

Concludo questo articolo con le stesse parole con le quali conclusi “La democrazia statistica”: “Sarebbe ora che la coscienza democratica nel nostro paese si svegliasse dal torpore allucinatorio del “non è vero perchè non mi piace” e rivolgesse l’attenzione alle cause vere e profonde del declino del nostro paese. Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua condizione di sottosviluppo culturale. Il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura e solo la cultura potrà salvarci”.




Una sommossa non fa primavera

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L’occidente è andato a disturbare equilibri radicati in culture giunte a noi per opera di millenni, nell’illusione che sommosse tribali che si sono manifestate contro tirannie secolari fossero sintomo di una rinascita democratica, il risveglio da un torpore: primavere arabe. Un popolo, qualsiasi popolo, è caratterizzato da un percorso storico consolidandosi in ogni tempo in una determinata mentalità e la “figura” attuale con cui la mentalità di un popolo si manifesta è l’esito di un percorso che data millenni. La mentalità acquisita è per un popolo, per qualsiasi popolo, il senso stesso dell’esistenza, l’unica possibile realtà, una realtà vissuta come unica in odore dell’unico modo di esistere acquisito all’origine con il latte materno. Appartenere ha il significato di respirare all’interno di un gruppo le stesse emozioni, lo stesso modo di sentire. È all’interno di questa visione, di questo sentire, che l’”altro” viene sempre visto e giudicato. È il così detto “sentimento popolare”.

In ogni fase storica di tale percorso per ogni popolo si assesta storicamente una determinata “figura”. Essa non è che il fotogramma singolo di una lunghissima pellicola. La fotografia del contingente senza la comprensione della lunga sequela di cause che l’hanno determinato costringe all’azione sempre in affanno, a situazioni di continua emergenza che di necessità comportano anche scelte tragiche per risolvere il conflitto. Per ogni popolo i film sono diversi e la trama ha raggiunto momenti diversi della narrazione.

Le manifestazioni dello spirito della storia hanno raggiunto in ogni popolo momenti evolutivi differenti per qualità e quantità. Per modo e misura ogni popolo si colloca sulla scala dell’essere in una posizione differente. Alcuni popoli sono migliori di altri. Che cosa questo comporti è altra questione, ma per prima cosa comporta l’ammissione di questa realtà. Non mi sfugge ovviamente la pericolosità di questa ammissione. Credere che una mentalità sia migliore di un’altra, di contro a ogni relativismo, è una verità che è nei fatti e che pienamente condivido e pienamente supporto. Quello che invece è insensato è pensare che un regime, un certo tipo di regime, per quanto migliore in senso assoluto (democrazia vs tirannide), possa essere calato in un contesto sociale indipendentemente dalle condizioni culturali di un popolo, credere ad esempio che la democrazia sia migliore a prescindere dalle condizioni culturali in cui versa un popolo, un popolo che ancora non è pronto ad accogliere la libertà che una democrazia individualmente concede. La severità delle leggi è e deve essere direttamente proporzionale alla cultura popolare. In corruptissima Repubblica multa leges (Cicerone).

Tra potere e massa, tra un “lato” e l’altro del divenire storico, esiste per ogni tempo uno e un solo regime atto a mantenere l’equilibrio per conservare la pace. Ovvero, anche se può sembrare un paradosso: “è pericoloso liberare gli schiavi”. Libertà e coscienza devono andare a braccetto. Dal capo-stregone alla tirannide, al dispotismo, alla dittatura, passano millenni in cui lo spirito ha camminato dalla preistoria alla storia antica, alla modernità (50.000 anni) e per progredire dalla dittatura alla monarchia assoluta, alla monarchia costituzionale c’è voluto altro tempo e altro sangue. Il passaggio dalle dittature, alla monarchia, alla democrazia è ancora in atto e dittature esistono ancora ovunque e non a caso nel terzo mondo. La democrazia stessa, come in più occasioni da me affermato, è direttamente proporzionale al grado di civiltà raggiunto dalla nazione, rimane quindi un processo in atto mai interamente compiuto. Un popolo è tanto più democratico quanto più è civile. Dal capo-stregone alla democrazia il progresso in civiltà nega nella sua incontrovertibile verità qualsivoglia posizione relativista. Banalità che incredibilmente ancora stentano a essere comprese.

La storia non fa salti. I regimi dittatoriali in cui ancora si dibattono i popoli islamici e non solo, sono ancora i regimi più opportuni a contenere i conflitti in seno al popolo per mantenere la pace: una monarchia assoluta come in Marocco è ancora il regime più consono per queste popolazioni. Non ci può essere democrazia laddove non esiste nazione ma solo un agglomerato di tribù che per sopravvivere e non sopraffarsi si riconoscono di necessità nel capo come l’unico capace di mantenere la pace: il dittatore. Se si toglie il capo tutto finisce come di fatto è finito nel caos con grave sofferenza per tutti. Se non ci si arrende all’idea che non tutti i popoli sono uguali e se non si abbraccia l’idea che tutti popoli sono fratelli non ci saranno soluzioni se non nella violenza.

I “fratelli mussulmani” credono in Allah come unico Dio: il loro. E la loro fratellanza esclude i resto del mondo. Questa convinzione li fa potenziali alleati dell’Isis.  I conflitti che si sono aperti rispecchiano una mentalità che ancora non ha acquisito una libera coscienza soprattutto in merito ai diritti civili, diritti che sono e rimangono i più meritevoli indicatori di civiltà. Una diversa considerazione della donna in Medio Oriente muterebbe tutte le relazioni, nessuna esclusa: dai rapporti interpersonali, ai rapporti economici interni ed esterni, ai rapporti con la religione. Un cambiamento di mentalità che diminuisca la conflittualità interna in relazione ai diritti civili porterebbe a un cambiamento di relazione politica ed economica anche con l’occidente. Osta tutto questo la tradizione e un becero relativismo che nell’assunto di una mancanza di oggettività della verità, per un principio infondato di uguaglianza, nel rispetto spesso ipocrita dell’altrui tradizione legge la realtà nella reciprocità dei diritti delle parti.

Il diritto all’infibulazione? Il diritto di schiavizzare le donne? Il diritto di padre padrone? Il diritto alla superstizione e all’ignoranza? Il diritto di credere proprio un Dio che è di tutti? … un elenco infinito. Il diritto di concepire, intendere,sentire,giudicare le cose, segna la progressione dello spirito di una Nazione. Che un popolo tenga in schiavitù un altro popolo è una indicibile barbarie, che un popolo sfrutti un altro popolo, sono per certo cose indegne ma bisogna fare attenzione a non ritenere gli schiavi migliori degli schiavisti e degli sfruttatori. Che gli sfruttati e gli schiavi siano migliori dei padroni non sta scritto da nessuna parte. Se messi al loro posto potrebbero fare di peggio. Eppure da questa sistema di equazioni schiavi/sfruttati = buoni e dittatori /capitalisti = cattivi non si è ancora schiodato nessuno. Che la dittatura e il capitalismo siano nemici da combattere non ci piove, ma l’unico modo effettivo per combatterli e far arretrare i paletti del potere è far crescere la cultura.

Far cadere una dittatura non significa liberare gli schiavi se non quando gli schiavi hanno preso coscienza del loro essere schiavi e del significato della schiavitù, una comprensione che esige un percorso e una maturazione dello spirito, della coscienza popolare, per non divenire di nuovo schiavi in regimi totalitari, come in passato o in una democrazia come nel presente. Ci sono molti modi di essere schiavi. La coscienza popolare è una costante che si pone come l’altro lato dell’essere dello spirito in ogni regime ed è l’unico vero indicatore di progresso. La battaglia per la cultura non è ancora politicamente cominciata. Un percorso spirituale per essere portato al popolo ha bisogno di tempo e cultura politica. La democrazia ha insegnato che per educare i figli non occorrono le botte, parimenti per educare un popolo non occorrono le guerre. La cultura è la variabile indipendente. La democrazia è direttamente proporzionale al grado di cultura raggiunto da una nazione indipendentemente dal regime che la governa. Il regime è la variabile dipendente. Ogni regime dipende dall’avanzamento in spirito della nazione. Il cuore è un organo indipendente, il cervello può solo accelerare o frenare. Attenzione però, può accelerare fino a farlo scoppiare o frenarlo fino a farlo fermare. In questo senso e solo in questo senso il cuore dipende dal cervello. Far dipendere la cultura dall’economia significa ignorare e frenare il senso della storia quell’unico senso per cui la storia ha un senso. Il “pensiero unico” è solo chiacchiera. Occorre un’inversione di tendenza, mettere la testa al suo posto per far camminare i piedi.

Ogni grandezza si distribuisce su una curva dalla forma a campana (curva di Gauss) e all’interno della curva con un più e un meno. Ogni popolo rispetto a qualsiasi parametro, fra cui la distinzione del bene dal male, conserva in seno valori che vanno per ogni popolo da zero a infinito, ma che si assestano per ogni popolo su una media differente. La curva progredisce storicamente nel suo complesso per avanzamento dello spirito. La vita pratica individuale occupa un solo punto di tale curva ed è talmente limitata che ciascuno ardisce di ritenere vero solo l’intorno più o meno ristretto della propria esperienza e coglie per di più solo quelle verità che supportano le proprie tesi, con forti o fortissime resistenze al cambiamento. Influenze esterne modificano e cambiano l’opinione individuale solo in funzione della personale convinzione e convenienza. E questa è la ragione per cui tutti possono essere manipolati. I media e i politici, le religioni, nella più totale ignoranza filosofica, comunicano in genere solo la parte della verità che proprio in quanto parte mai corrisponde alla verità. Ovviamente vede la verità solo chi vede l’intero, ma per far questo è necessaria conoscenza e progressione dello spirito ovvero filosofia. L’esistenza dello Spirito è ignota nelle accademie persino ai filosofi. Di Spirito, la più concreta delle realtà, non parla nessuno. Lo Spirito è divenuto un’entità metafisica. Il percorso di emancipazione dello Spirito sia individuale che quello collettivo è lento e graduale: per un uomo non basta una vita per un popolo occorrono secoli o millenni. Il “mai” e il “sempre” non esistono, esiste solo il progresso: il modo, la misura e la direzione.

Sarebbe davvero strano che tutti i popoli e tutti gli uomini avessero raggiunto lo stesso grado di civiltà. Il rispetto della diversità non pretende l’uguaglianza. Nell’uguaglianza empatia, compassione, misericordia perdono di significato poiché esse sono le virtù per il suo raggiungimento. L’importante e mettersi tutti per via partendo da strade diverse nella stessa direzione. Questa direzione di avanzamento dello spirito è data dalla sola cultura ovvero dal cambiamento di mentalità, dalla rinuncia a ritenere la propria visione del mondo come l’unica possibile e nel riconoscere che ci sono visoni più progredite rispetto alla nostra. Nessuna equipollente e tutte sulla strada per un destino comune. Per sapere quale occorre la cultura, la cultura per migliorare il rapporto tra io e non io nella relazione con il prossimo e col mondo che ci ospita.

Le forze che oggi si oppongono alla cultura sono il capitalismo e il terrorismo, due mali assoluti che contrastano con la violenza della merce e della ubris ogni possibile emancipazione dello spirito. Una terza forza alimenta questi fuochi: l’ignoranza. Per contrastare l’ignoranza il potere è e deve essere tanto più autoritario quanto essa è maggiore, ovvero quanto più è arretrata la mentalità. Ma il suo fine dovrebbe essere l’autodistruzione per opera dello Spirito, uno spirito messo a disposizione per servire le masse affinché divengano Popolo.

L’autoritarismo quindi di per sé non è né un bene né un male. Sarà un bene ogni qual volta la coscienza popolare è talmente bassa che senza un capo sarebbe il caos, un male quando la coscienza popolare supera quella del potere e il regime, qual esso sia, si pone da freno. Ne consegue che l’unico modo per sconfiggere poteri autoritari è dare cultura al popolo, aiutare lo Spirito progredire. La nazione si fonda sulla cultura. Il primo dovere di ogni governo è far progredire la civiltà della Nazione. Questo dovrebbe essere scritto al primo posto in ogni Costituzione.

Per cultura i più o quasi tutti, intendono o arte o tecnologia, per cultura si deve diversamente intendere avanzamento dello Spirito. Termine in disuso per avvento del materialismo, del relativismo cui servi accademici hanno consegnano la filosofia passando il testimone alla cibernetica. Sofisti, scettici, cinici, nichilisti, materialisti, relativisti, atei sono tutti predicatori che per “realismo” si sono votati alla sfiducia esistenziale e con ciò hanno vanificato ogni possibilità di progresso dello Spirito nella relazione tra il sé e il mondo facendo camminare l’uomo sui piedi anziché con la testa. Inciampano ad ogni passo, ma la testa ormai non gli dice più nulla. Dio è morto e la verità non esiste. Amen.

Ora le vacche hanno lasciato la stalla e nel contingente è violenza. Tutti a pensare al “ora”, sempre in emergenza, senza riflettere che quella che viene definita emergenza è la consuetudine. Privi di qualsiasi idealità nessuno che pensi a pensare, nessuno che sappia come pensare al dopo. Senza alcuna progettualità, una progettualità che solo la filosofia può dare legano di necessità “il dopo” a soli interessi nazionali, interessi egemonici di potere e denaro.

In tempo di pace prepara la guerra o se vuoi la pace prepara la guerra (Machiavelli). E sia. Ma sia chiaro che questo è solo un momento di un corso storico che non ha raggiunto la sua maturità e che cerca la soluzione nella violenza proprio perché la soluzione non è in grado di trovare, perché la soluzione sta solo in quella filosofia che non a caso i più hanno in odio. La Verità è irraggiungibile, passa più distanza tra l’assoluto e l’infinito che tra l’infinito e un punto, ma come sempre quello che conta è il modo e la misura; il modo e la direzione. Modo, misura e direzione sono assoluti in quanto testimonianza dell’esistenza dell’Assoluto.

Sulla necessità di prepararsi la guerra anche in tempo di pace non si discute e possiamo e dobbiamo trovare il modo migliore per farlo senza però dimenticare che sia in tempo di pace che in tempo di guerra dobbiamo ambire alla pace. Che la storia insegni che grossi cambiamenti nello spirito si sono sempre avute col sangue non accredita in modo assoluto che ci sia necessità del sangue per ottenere cambiamenti. Sarebbe come mettere il carro davanti ai buoi, scambiare gli effetti con le cause. Le guerre si rendono necessarie solo nel senso degli effetti per una mancata armonia. La ubris si scatena di necessità quando il potenziale dell’odio e del rancore divengono tali da non poter essere più contenuti e le ragioni economiche o di potere trovano nel nemico il capro espiatorio. Quando le guerre si rendono inevitabili e lo saranno ancora a lungo, il guerriero dovrà addestrare oltre al corpo anche la mente e ispirarsi alle Muse. La nobiltà dell’anima, la pietà per il nemico è un ideale che si addice anche a chi combatte. Potresti mai odiare il leone cui stai sparando perché ti sta assalendo? Nondimeno gli sparerai. 

Siamo tutti colpevoli o tutti innocenti? Quando evolutivamente si è potuto parlare di male e di bene? La redenzione dalla vendetta di nietzschiana memoria è uno dei sentimenti più nobili cui lo spirito possa anelare. Ciò su cui bisogna riflettere è che esistenziali antichi quali l’”appartenenza” si affievoliscono molto lentamente nel tempo, ma non cessano mai interamente di agire. L’allontanamento da questo sentimento è indice di maturazione dello spirito per una nuova e più universale appartenenza nel merito della giustizia.

Ogni volta che si offende l’appartenenza ognuno si sente coinvolto; seppure in misura diversa o diversissima, a torto o a ragione, si sente coinvolto. Far progredire lo spirito in un ambito più grande di generosità che ricomprenda parti progressivamente più ampie del prossimo dentro di noi è operazione dolorosa: siamo diffidenti, più pronti a offenderci e a difendersi che a progredire. Questa resistenza al cambiamento è l’ostacolo maggiore alla cultura. Nel mito della caverna lo schiavo liberato dalle catene viene trascinato all’esteno.

In questo sentimento l’islam è più arretrato e per lo stesso motivo più unito: i terroristi sono anche per molti o moltissimi islamici gente inqualificabile, ma nessun mussulmano può dimenticare in misure diverse o diversissime che sono “fratelli”. Nessun mussulmano inoltre riesce a concepire gli occidentali come fratelli e reciprocamente pochissimi anche i cristiani. Per non parlare degli ebrei. Un sentimento di appartenenza unisce tutto l’islam. Gli occidentali meno sentono questo desiderio e per questo sono più civili, e per questo più vulnerabili. La conflittualità interna è minore in occidente grazie a un maggior grado di civiltà, in occidente le tribù sono pressoché scomparse. Sono sublimate nella Nazione mentre localmente soffrono ancora della “sindrome di appartenenza” a diversi livelli: regionalismi, campanilismi, a testimonianza che l’uomo è sempre lo stesso e che sono solo le strutture esterne a determinarlo in processi evolutivi dello spirito che di volta in volta le modificano allontanando l’uomo dalla bestia. Non a caso il gioco del calcio manifesta e da sfogo a questi aspetti primordiali di appartenenza. Spirito tribale espresso in passato anche nel mondo occidentale con la guerra e ora emarginato nel gioco che a tratti invade il sociale manifestando la sua antica natura. Per cui “omnibus temporibus, in pace aut bello, para pacem” (in ogni tempo, in pace o in guerra prepara la pace) dovrebbe essere la via maestra da percorrere nella convinzione dell’esistenza della verità come via percorribile dallo spirito.




L’€uropa che non c’è

imagesUna massaia, brava donna, mi ha detto“Quando c’era la lira un chilo di fagiolini costava 1500 lire ora ne costa 2700, usciamo dall’euro”. Sic! Chiaramente 2700 lire sono intese 2,7 euro. Che rispondere? Davanti all’ignoranza solo il silenzio. Eppure la buona massaia rientra nella categoria di coloro che provano a ragionare, per gli altri schierarsi senza pensare, la maggioranza, rimane l’attività principale. Un’Europa, che per inciso non esiste, viene sbandierata come l’amico o il possibile nemico, e raccoglie assensi o dissensi sulla base di sì solidi simili ragionamenti. Su solidi fantasmi creati dai media e dagli schieramenti politici, ci si orienta per avere un’opinione. Il percepito prevale sul reale. La disinformazione domina l’essente. Né chi è più informato dimostra per questo di saper ragionare. Dice un amico “quando ragionano è peggio”. Non v’è dubbio. E non solo tra il popolo. Consultare il popolo per una decisione che condiziona il futuro di una nazione senza averlo a fondo informato e solo dopo essere sicuri di essere stati ascoltati e compresi, può essere uno scaricabarile strumentalizzante e persino criminale.

Il referendum greco rischia di veder votare “” solo grazie alla paura e non certo per adesione ad un pacchetto di cui non sanno nulla e che comprano a scatola chiusa da austeri usurai. Chi voterà “oxi” voterà no per dignità, ma soggetto alla stessa paura.
In un caso o nell’altro il popolo è spacciato. Spremeranno altro sangue a una rapa ormai esangue o l’avventura. In un caso o nell’altro il futuro della Grecia in termini di sofferenza popolare sembra segnato.

Egoisticamente le nazioni europee sperano nella vittoria del “sì”che ridarebbe fiducia ai Mercati, mette tutti al riparo dal vedersi negare il prestito e dal dovere essere il prossimo ad affrontare in prima persona la china. Abbandonando il popolo Greco al suo destino tutte le nazioni si sentirebbero per ora al riparo. Un’Europa politica con un’unica moneta, un’unica fiscalità, un unico contratto di lavoro, un unico welfare etc … è impensabile. L’Europa politicamente non esiste e non esistono più neppure le sovranità nazionali, l’unico dominio è il turbo capitalismo, la congiura di Nessuno, il Mercato. L’Usura.

La Grecia dei 350 miliardi avuti in prestito ha dovuto restituirne 320 in interessi saliti al 18%, in cinque anni. Chiaramente il cittadino che si trova in difficoltà economica quando le banche si rifiutano di dare credito si vede costretto a rivolgersi agli usurai con il ben noto meccanismo che porta a chiedere altri prestiti e ad aumentare l’usura a cascata. Anche gli stati sono soggetti ad usura. L’offerta di maggiori interessi da parte di uno stato è il solo modo per ottenere prestiti e favorisce di conseguenza la speculazione che lo dissangua. Questo meccanismo detto di “libero mercato” soffoca e uccide le economie più deboli che come sotto gli occhi di tutti malgrado le cosidette riforme strutturali continuano ad arrancare e aumentare il debito. Detto in parole povere il nemico non è la Germania o l’inesistente Europa, il nemico è il turbo capitalismo, il capitalismo d’usura, la Finanza che impoverisce l’economia e toglie sovranità agli Stati.

Alla fonte di tutto questo ci sta una questione semplicissima: ha il potere chi controlla il denaro e i suoi flussi. Lasciare il controllo al “libero mercato”, alla congiura di Nessuno, significa rendere schiavi i popoli e continuare ad accrescere le disuguaglianze. Una guerra è ben possibile. Ma non solo al potere sono attribuibili tutte le colpe. Complice del potere sono la paura e l’ignoranza. Paura e ignoranza sono il terreno fertile per i Mercati. Forse abbiamo un problema culturale.

Lunga promessa con l’attender corto / ti farà trïunfar ne l’alto seggio, così Guido da Montefeltro, XXVII Inferno, Dante. Correva l’anno 1300, sette secoli fa. Questa banalità, la lunga promessa che affida il potere a illusionisti, capipopolo, imbonitori, economisti etc … dovrebbe essere accolta dal popolo con un “Buuh, buffone, chi vuoi prendere in giro”. Eppure buffoni con promesse di un milione posti di lavoro, ciarlatani di ogni genere e fazione con il loro “abbassiamo le tasse”, tecnici inamidati del pensiero unico fedeli all’ideologia di Mercato, volpacchiotti in erba con promesse di cambiamento, di riforme, di futuro, hanno fatto e fanno tuttora storia nel nostro paese. Grazie a che? Grazie al pensiero debole e a un basso sentire. Ministri che pensano alla Divina Commedia come ad un improbabile panino hanno dominato per un ventennio la politica e anche la cultura, il che significa che la cultura in seno al popolo, e non solo, di questo paese è arretrata di 700 anni rispetto alla cultura di un uomo vissuto settecento anni fa.

Di contro l’undicesimo comandamento “fatti i fatti tuoi” rimane il più seguito dai tempi di Wilma e la clava. La furbizia vecchia di millenni domina ancora sull’intelligenza nuova venuta, soprattutto in seno al popolo e ancora non si comprende il suo diretto legame con la corruzione. Chi è furbo è ladro. Abbiamo un problema culturale?

Lunga promessa con l’attender corto … assolver non si può chi non si pente… sono cose da insegnare a partire dalle elementari e ripetere nei successivi studi finché ciò che deve essere sia: è il compito principe di una società che si vuole civile di contro a ogni populismo.  Avere ragione non significa in nulla ragionare, chi ha ragione, chi è dalla parte della ragione, non è detto che ragioni. L’oppresso può a buon vedere essere peggiore dell’oppressore e se interroghiamo il popolo per trovare nel popolo ragione troveremo solo miseria. Prima della ragione ci deve essere coscienza e autocoscienza. Diversamente quello che troveremo è la verità della miseria. Miseria economica quanto culturale. Temo la regressione più di quanto tema la recessione. La barbarie non viene dalla recessione economica, ma dalla perdita dei valori morali. Il declino può ben cominciare con una crisi, ma il suo senso più profondo è la paura e l’ignoranza che immeschiniscono gli animi.
L’arretratezza culturale di un popolo è indice diretto della democrazia. La cultura di un popolo è la sua democrazia.

Tutti leggono la storia solo da un lato, solo dal lato del potere ritenendo che solo chi è al potere faccia la storia. Questa becera convinzione trascura totalmente l’altro lato, l’antitesi storica che poggia sulla cultura, sulla cultura del popolo. Sono possibili sul lato del potere solo quei regimi che la cultura del popolo permette. Il potere in mano al popolo è la Cultura. Dittature nelle culture tribali e democrazie solo in virtù della cultura popolare. Tirannie, dittature, oligarchie, monarchie, monarchie assolute, monarchie costituzionali, democrazie segnano per livelli differenti il cammino dell’umanità sempre in dipendenza della cultura del popolo. I cambiamenti avvengono solo quando il popolo è pronto e solo la cultrura del popolo segna la civiltà. Le rivoluzioni falliscono e sono inevitabilmente destinate a fallire in diretta dipendenza della cultura del popolo. Un popolo di bestie pretende una dittatura.

Dunque la variabile indipendente non è il potere, ma il popolo e solo il popolo nel grado di cultura raggiunto. E su questa in democrazia si deve agire. Infatti “democrazia” non significa in nulla fare la volontà del popolo, ma fare ciò che è meglio per il popolo e il meglio per il popolo è accrescere la sua cultura perché solo la cultura permette la convivenza tra persone civili. Gli uomini non sono uguali, i popoli non sono uguali. Compete a ciascuno un diverso grado di maturazione nella misura e nel modo. Questa inoppugnabile verità pesi sulla coscienza di ciascuno come un mirabile pregiudizio, pregiudizio cui tutti siamo tenuti e di cui dobbiamo avere coscienza prima che ci colpisca alle spalle. Esistono popoli più civili e popoli più arretrati, non possiamo nascondercelo. Che i popoli più civili sfruttino i popoli più arretrati è un’infamia. La civiltà infatti aborre lo sfruttamento. Questo fa parte delle antinomie in seno al primo mondo. Fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te rimane un precetto morale imprescindibile per il progresso e la civiltà. Ma se l’uguaglianza è l’utopia verso cui mirare è necessario per ora fotografare l’essente per come l’essente si presenta senza alcuna propensione ideologica: l’ignoranza in seno al popolo è il nemico. L’ignoranza va combattuta ovunque in ogni individuo e in ogni popolo. Nego il rispetto di tradizioni che non rispettano l’uomo. Le cerimonie sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le cerimonie.

Quando il “noto” nell’individuo e la “tradizione” nel popolo sono di impedimento alla convivenza civile, vanno combattuti, civilmente combattuti con l’educazione.
Ditemi or per voi se avete fior d’ingegno quanto sia mai stato fatto da parte di chicchessia, governo o opposizioni per agire sulla mentalità del popolo, sulla Cultura. La Cultura non è in nessun programma di nessun partito. Oscenamente di contro si sfrutta l’ignoranza in seno al popolo facendo leva sui suoi sentimenti più bassi per trovare consenso e ottenere il potere. Guerra fra poveri? Ben venga! Divide et impera. Troviamo un capro espiatorio e tutti uniti nella palude stigia. Ciascuno sia lasciato solo. Il pensiero è solo economico, ma solo la cultura ci salverà.




La dittatura dei numeri

UnknownÈ noto, ma dimenticato, che quando fu chiesto di scegliere tra Cristo e Barabba il popolo scelse a larghissima maggioranza Barabba e gli altri tacquero. Meno noto, e non meno dimenticato, è che quando Hitler salì al potere nel 1933 fu grazie al voto popolare pari al 44%. Tre anni dopo nel 1936, in Germania si tennero le elezioni parlamentari nella forma di un referendum con una singola domanda, chiedendo cioè agli elettori se approvavano l’occupazione militare della Renania e un elenco composto da un unico partito, quello nazista. Ebbene a questa farsa partecipò il 98,8% della popolazione, di cui rispose “sì” il 95%, mentre il rimanente furono schede ritenute “non valide”. Un vero e proprio plebi-scito.

In passato la volontà popolare, in quanto espressione della massa verso il potere, si è sempre espressa per un potere centrale, forte, autoritario o anche una tirannide o dittatura identificandosi nel capo, nel leader. Ancora oggi le coscienze si mostrano non essere sufficientemente mature per esprimere una pluralità al potere. La democrazia può forse legittimarsi, ma non può fondarsi solo sulla base del voto popolare. Chi si esprimere per fare la volontà del popolo, anche se in buona fede, comunque è un ingannatore e spesso se in mala fede anche un ipocrita. Fondare la democrazia sui soli numeri non è espressione della volontà popolare, ma è il populismo nella sua più infima essenza, un insulto alla stessa democrazia, perché la democrazia non è una forma di potere, ma il modo con cui il potere governa un popolo in considerazione del valore da attribuire alla persona.

il concetto di popolo, inteso come nella Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli (Barcellona, 1990) ove si afferma che “Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato”, viene sostituito da quello di popolazione, ovvero di un insieme di individui aggregati per talune caratteristiche. In seguito la definizione data scade dal concetto di popolo come sostanza politica legata alla cultura a quella di un definizione numerica legata all’appartenenza.

Questo passaggio ha portato con sé anche il cambiamento del concetto di rappresentanza, che dal suo significato politico fondato sul diritto e sulla storia (l’agire in nome dell’istituzione per l’interesse della collettività) si è spostato verso quello statistico (l’agire in nome dell’interesse prevalente, la moda).  Secondo l’impostazione statistica, infatti, un campione può dirsi rappresentativo del proprio universo quando si verifica un’identità delle proporzioni secondo le quali sono presenti, nell’uno e nell’altro, i vari caratteri della popolazione. E la rappresentatività statistica ha stravolto a sua volta il concetto di delega, non più inteso come conferimento di poteri dall’elettorato all’eletto per superare  i limiti oggettivi dell’incompetenza, ma come un mandato esercitato da un campione selezionato in nome e per conto dell’universo.  Nuovo fondamento razionale e scientifico della democrazia, la statistica va imponendosi nella società dominata dalla tecnica con la  potenza dei numeri e la suggestione dei sondaggi: è la democrazia statistica, in rappresentanza dell’opinione senza alcun riferimento morale.

Per di più anche secondo un tale rigore metodologico i dati risultanti dalle elezioni politiche basate sul suffragio universale potrebbero paradossalmente essere intesi come non rappresentativi della volontà popolare, quando il campione dei votanti non è rappresentativo dell’universo degli aventi diritto al voto.  In definitiva è passato il concetto secondo cui una vera democrazia rappresentativa deve poter consentire  ad ogni  componente presente nella società  il diritto di avere una sua rappresentanza politica in modo del tutto indipendente dai valori culturali partecipati.

Questo può apparire una concezione corretta del pluralismo ma quando la cultura del popolo è bassa può portare irrimediabilmente come in passato alla dittatura o comunque spingere verso regimi autoritari anche se portano il nome di democrazie. Ciò significa che la democrazia è diretta conseguenza della cultura popolare e dice della necessità assoluta di agire sulla stessa per avere maggiore democrazia senza sottomettersi alla dittatura dei numeri.

La miseria culturale dei politici contemporanei, addestrati dalle scuole di formazione politica di appartenenza sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confonde il processo di selezione di una classe dirigente politica con  il metodo della formazione dei campioni rappresentativi dell’universo usati nei sondaggi d’opinione.

Non è qui in discussione la sovranità del popolo, ma la sua condizione di sottosviluppo culturale perché la democrazia non ammette l’ignoranza. Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non le personalità  migliori, che pure  esistono ed operano nel paese  confinate nel proprio ruolo o nel privato, ma  rappresentanti del popolo che sono come il popolo. Si potrebbe definire il fenomeno come  un “imperativo statistico”, con riferimento  in questo caso  al prevalere della  “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti come rappresentanti della moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non  per il popolo, non soltanto con il popolo, ma di essere proprio come il popolo.  A loro  questa  identificazione  totale appare come la realizzazione  compiuta della democrazia.

Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano.   Votus non olet. Potenza e fascino del numero: il fondamento  razionale della democrazia è appunto la statistica.

Qualsiasi regime sia al potere la democrazia è dovuta unicamente al grado di civiltà raggiunto da un popolo, non la sua misura, ma l’essenza stessa legata alla sua cultura. O alla sua ignoranza. Più democrazia non dovrebbe di conseguenza significare che tipo di forma debbano prendere le istituzioni per meglio interpretare la volontà popolare, ma impegnare le istituzioni per migliorare la cultura del popolo.
La distinzione tra populismo e democrazia è netta: lottare per migliorare le condizioni materiali e spirituali del popolo e giammai per fare la sua volontà.
Ormai solo la cultura ci può salvare.




Quando l’ignoranza si fa opinione

TalkShow-Italiani-650x372Chi può conoscere di più una cosa di chi l’ha provata sulla propria pelle? Questo adagio legato alla personale esperienza è una delle più madornali bestialità. Gira indisturbata nella testa di tutti. E diventa spettacolo.

Parimenti si ritiene che chi subisce, in quanto sofferente, abbia voce in capitolo “per dire la sua”, per suggerire rimedi alla sua situazione supponendo nel più terribile degli equivoci che chi ha ragione sia in grado anche di ragionare. Pensate a questo: forse che un malato di cancro conosce la materia più di un oncologo? Dovrà essere lui a suggerire rimedi? Esorcismi per il malocchio, spiriti, decotti, tisane, terapie new age? Ancora. Se vediamo aggredire qualcuno per strada potremmo senz’altro affermare che l’aggressore è una persona malvagia e decidere o meno di intervenire, ma con altrettanta certezza non possiamo dire nulla, assolutamente nulla, sulla bontà o cattiveria di chi viene aggredito. L’oppresso potrebbe essere anche peggiore dell’oppressore, dell’oppresso non ne sappiamo nulla. Eppure corriamo in soccorso dell’oppresso non solo per salvarlo dall’aggressione, ma per ascoltarne l’opinione con un indebito sillogismo: se l’oppressore è cattivo allora l’oppresso è buono e viceversa. Siamo impestati da luoghi comuni.

Per informarmi sullo stato delle cose sono moralmente e civilmente obbligato ad interessarmi anche ai programmi televisivi, dai “migliori” ai più scadenti, perché  sono tutti documenti del costume dell’epoca. Sono portato di conseguenza a seguire, sempre meno in verità, talk show che meglio di altri programmi fanno il punto sulla situazione. Sono tutti di natura populista e tutti cercano l’audience. Denunciando il disagio, il disastro o la tragedia cercano di far notizia e ovviamente per far notizia bisogna parlare di quello che alla gente interessa e dare visibilità alla gente stessa, rendere la gente protagonista, farla comparire in televisione e farla parlare. Si chiede di conseguenza alla gente non solo di denunciare il disagio, ma di esprimere la propria opinione, accreditando ad ogni opinione proferita non solo valore di realtà, ma di verità. Ogni sproloquio proferito viene così elevato ad opinione, mai contraddetto, per lo più riverito, il pubblico a casa si riconosce nell’opinione espressa e il gioco è belle che fatto. Assenso del presentatore, applauso del pubblico. Disgustoso.

Quando la gente parla io mi rendo consapevole solo del degrado culturale in cui versa l’intero paese. Degrado, questo sì che è responsabilità della politica, sia di chi ci ha governato, sia di chi è stato all’opposizione perché né uno né l’atro si sono ancora accorti dell’arretratezza culturale in cui versa il paese. Questa rincorsa al ribasso della cultura popolare espressa dai politici e dai giornalisti alla ricerca del consenso è quanto di più culturalmente pernicioso per il paese. La gente con i politici odia la politica, l’unica santa istituzione che può trarli d’impaccio, confonde il trono con il re, l’istituzione con il suo malgoverno. Come potrebbero diversamente? Sono appunto la gente. Quella che si trova unita in piazza e nemica nel condominio, che a bocca aperta ascolta l’imbonitore. La polis è uscita non solo dal cuore delle gente, ma anche dalle istituzioni. C’è stato un tale degrado culturale che ha precipitato il paese in un analfabetismo sociale, politico e filosofico.

Tor Sapienza. “In un quartiere malfamato della periferia …” si legge in più di un romanzo. Alla lettura nessuno obbietta, va da sé che un quartiere periferico sia anche malfamato, superflua ogni spiegazione. Ma se si tratta di intervistare la gente di quel quartiere subito si dimentica e si corre subito e senz’altro a sostenere qualsiasi sciocchezza venga proferita dalla gente di quel quartiere, purché sia la gente a parlare. A straripare non sono solo i fiumi ma l’ignoranza. Poi arriva il professore: il degrado e la malavita nelle periferie sono fattori endemici cui la politica dovrebbe porre rimedio. In che modo? Dando ragione alla gente … passerelle di politici nel quartiere e passerella la trasmissione stessa.

Una meschina ipocrita, opportunistica e colpevole piaggeria si eclissa dietro a uno sciagurato amore per il popolo. Sorge la domanda delle domande: di chi la colpa? Di chi la responsabilità? E tutti i pecoroni dietro al pifferaio di turno a cercare una risposta con una certezza nel cuore : “abbiamo ragione noi e siamo incazzati”. Tutti a puntare dita e forconi ora contro questo o quello, ora contro i politici, ora contro gli immigrati, ora contro i rom. Gli uni e gli altri che bella babele di imbecilli. L’ignoranza, quella di tutti, grazie ai talk show si fa opinione e attraverso il degrado raccoglie il consenso. Più basso è il livello del pensiero e quello della pancia, più si avvicina al “gusto” popolare e più consenso si raccoglie. Alla fine i politici per ottenere il consenso prescrivono “decotti e tisane” come rimedi contro il cancro e i malati votano gli stregoni. Salvo poi lamentarsene. Solo la cultura ci salverà.




La cultura non è un’ideologia

images-2Reyhaneh Jabbari è stata condannata a morte in Iran per aver ucciso a coltellate chi stava per violentarla. È stata quindi impiccata per il mancato perdono da parte della famiglia della vittima, che avrebbe potuto convertire la pena di morte in detenzione. Tutto secondo il diritto islamico della “qisas”, la legge del taglione.

Questo fatto terribilmente osceno dovrebbe far riflettere i benpensanti relativisti che considerano tutti i popoli avere uguale dignità. 
Diversamente, molto diversamente (e come diversamente potrebbe essere ?) ogni popolo staziona su diverse considerazioni dell’ “Altro da sé”, determinando di volta in volta diverse regole di convivenza: dal tribalismo, dalla barbarie, al rispetto, all’amore per il prossimo con diverse gradualità che vanno, per i pochi che hanno l’intelligenza di comprendere, da zero a infinito. Non res sed modus in rebus.

La mancanza delle dimensioni  e del saper dimensionare all’interno del sé pregiudica la capacità valutativa e l’intelligenza del reale. L’appiattimento relativista colora la realtà di uno squallido bianco o nero. Non è cosa da poco, non si tratta di parole ma della denuncia del mancato spessore con cui la maggioranza delle persone vivono la propria esistenza a detrimento di sé come del prossimo. Generalizzazioni che trovano conforto in frasi come “ci saranno sempre i ricchi e i poveri, i potenti e gli afflitti …” per concludere con il fatidico “nulla cambia”. Una tale insipienza non meriterebbe alcuna attenzione se non fosse che l’ignoranza che si fonda su una tale incapacità discriminativa nella totale assenza di un’educazione dello spirito infesta quotidianamente ogni possibile riflessione in ogni possibile discussione, con chiunque e a qualsiasi livello. La mancanza di uno spessore culturale infatti denuncia l’ignoranza assoluta della comprensione o “del quanto e del come ” o di quanto e come l’ evoluzione culturale, non solo storica, ma più propriamente e profondamente evolutiva sia avanzata attraverso i millenni.

Personalmente sono ben cosciente dei profondi cambiamenti culturali che riguardano la mentalità e quindi la convivenza che separano anche una sola generazione dall’altra in spazi di tempo infinitamente brevi. Non vivo oggi nello stesso ambiente in cui sono nato. Io ricordo l’odore: ho educato il mio naso alla memoria. Diversamente, nella maggioranza degli esseri senzienti il sentimento in odore della sola attualità vive il presente rendendo unico il sentimento a giudizio. Questa inaccettabile superficialità recita solo lo “spettacolo” e appiattisce adimensionalmente al “qui e ora” tutta l’esistenza.

Ebbene tutti i popoli sono diversi, sia in qualità che in quantità, ogni popolo ha raggiunto un diverso grado di civiltà e, udite, una diversa dignità. Dignità che si manifesta nella mentalità, nel modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose, nella considerazione di sé come dell’altro da sé.
Non si tratta di giudicare un popolo migliore di un altro per trarne conclusioni pregiudiziali tendenti al dominio, ma di discernere criticamente in ogni popolo, nello studio approfondito della mentalità, il grado di civiltà secondo quantità e qualità raggiunto, senza abbandonarsi nel giudizio al “sentito” personale o all’ideologia legata alla propria cultura. La cultura non è un’ideologia.

Detto ciò “giudicare è doveroso e irrinunciabile”, non per dirsi migliori o peggiori , ma per valutare la civiltà su oggettivi parametri legati alla convivenza, alla capacità di convivenza di quel popolo con gli altri popoli come alla capacità di convivenza di quel popolo con se stesso. Una petizione umanitaria in difesa dei diritti dell’Uomo non solo ha il diritto, ma il dovere di interferire.

Lo studio approfondito dell’evoluzione dal comportamento animale al comportamento umano rivela cammini comuni a tutta la specie Homo sapiens sapiens, tappe evolutive necessarie e necessitate comuni a tutta l’umanità. Le civiltà sono proiezioni nel positum, rappresentazioni materiali di questo cammino. La conoscenza approfondita di queste fasi è indispensabile per iniziare qualsivoglia discussione sul presente in qualsiasi disciplina. Al di sotto di questa conoscenza io vedo solo l’aprire la bocca.

Il nefasto episodio della donna violentata, richiesta ad abiurare e poi impiccata (per volontà del figlio dell’ucciso) mostra l’arretratezza di una cultura che ha avuto giustificati motivi suo tempo di esistere ma che denunciando ora la sua “crudele barbarie” manifesta a chi vuole intendere che la cultura è in progresso e che questo progresso è una Verità Oggettiva Assoluta,  Verità dello Spirito a prescindere da questioni teologiche. Per i pochi o pochissimi che intendono esiste la direzione, esiste “la retta via” anche se dice Pindaro “tempo eterno è di mezzo”. Ma questo non sconforti , ciò significa anzi che “non c’è confine al miglioramento”. Da zero a infinito, con distinzioni d’essere, odore della vita, che mutano ora nell’arco di una sola generazione (25-30 anni). Abissi.

Solo chi comprende fino in fondo in cuor suo questo ha diritto a parlare. Il resto è solo chiacchiera, merita il silenzio. Di contro il becero relativismo, ora filosoficamente imperante, negando l’esistenza di ogni verità oggettiva permette l’opinione a chiunque respiri salvo poi scandalizzarsi di fronte episodi di questo genere. Solo la cultura ci salverà




Io penso come mi piace

734998_143240769168199_38304282_n«Lo spirito del mondo non ci vuole popolo: ci vuole massa, senza pensiero, senza libertà». Parrebbe la riflessione critica di un laico sulla crisi della politica e della democrazia e invece sono le parole di Papa Francesco, argomento della sua omelia odierna.  Il Pontefice si rivolge come Cristo agli “Stolti e tardi di cuore” ammonendo che lo spirito del mondo «vuole che andiamo per una strada di uniformità» e «ci tratta come se noi non avessimo la capacità di pensare da noi stessi; ci tratta come persone non libere». Il Papa prosegue quindi dicendo che «il pensiero uniforme, il pensiero uguale, il pensiero debole» è «un pensiero diffuso” che alla mancanza di riflessione si oppone  con l’ “Io penso come mi piace!”, invitando a «pensare liberamente, pensare per capire cosa succede».

Nessun uomo di buona volontà e onestà intellettuale, laico che sia, può disattendere queste verità.  Ovviamente per papa Francesco la libertà di pensiero è solo in Cristo, in quel cuore che ci ha insegnato a pensare e ad amare senza essere schiavi del proprio tempo attenti a cogliere il segno dei tempi senza relegarlo per realismo al  qui ed ora  o per relativismo all’ io penso come mi piace. Guai a chi è schiavo del proprio tempo. La natura ed il suo vivente fluire non furono mai chiusi entro giorni, notti ed ore (Talete). Ma al di là della visione teologica rimane che certe verità siano talmente universali da trascendere ogni religione e ogni laicità.

Una recente mia lettura di “Dal Cristocentrismo al Cristomorfismo. In dialogo con David Tracy”, del pastore cattolico don Dario Balocco, rilevo la seguente sua osservazione critica: “Per riuscire nella comunicazione è necessario infatti compensare l’obiettiva debolezza del discorso , con la forza del soggetto che lo proclama e la debolezza dell’ascoltatore”.  L’autorità dunque dà forza al discorso in proporzione alla debolezza di pensiero di chi ascolta. L’assunto che il locutore possa servirsi della propria autorità o dell’autorità di altri per avvalorare il proprio discorso è un fatto. E che questo sia reso possibile, tanto più possibile, grazie alla debolezza della platea è altrettanto vero.

In pratica sia don Dario Balocco che  Papa Francesco stanno parlando dell’intendimento più vero della Cultura una maturazione in mente e cuore dello spirito per quella auspicata trasformazione da massa a popolo che può avvenire solo attraverso acquisizione di coscienza. La ‘coscienza di classe’ è stato tentativo in questa direzione e ha prodotto a suo tempo notevoli risultati.  Il fallimento del ‘comunismo reale ‘ha gettato via il bambino con l’acqua sporca, il momento di aggregazione è stato sacrificato all’ideologia (Chiesa rossa). Formare le coscienze avrebbe dovuto significare dare cultura al popolo secondo libero pensiero. Come sempre è divenuto catechizzazione, sostituendo l’idolo al Dio.

Questo errore capitale è caratteristico di ogni ideologia, religiosa o laica che sia. Finché avremo una platea debole, debole di spirito, non potremo aspirare a nessuna democrazia. Della cultura ovvero della maturazione delle coscienza non se ne è occupata la destra, che anzi ha tutto l’interesse a mantenere debole lo spirito e a operare perché l’analfabetismo dilaghi nelle masse, ma neppure la sinistra che ha ignorato in modo totale il problema attaccata ad una ideologia economicista del lavoro privandola della cultura, della formazione delle coscienza, un argomento del tutto estraneo.

Tutto questo ha portato a una regressione ben più grave della recessione che stiamo vivendo, di cui anzi la recessione non è che l’ultima conseguenza. Mondiale. Il mostro senza testa, la Finanza, sta divorando l’essente.

In Italia, paese dalla cultura particolarmente arretrata, da parte della destra come baluardo di tutti gli sragionanti proferiti esistono due punti fermi: la figura carismatica del leader e il suo consenso, milioni di voti di schiavi che si pensano liberi. Sono la massa, quella platea debole costituita non solo dai votanti di destra, ma da tutti coloro che riconoscono all’imbonitore merito e intelligenza, per quell’amor che affossa il mondo e tutto lo governa.

Dice papa Francesco «cercare cosa significano le cose e capire bene i segni dei tempi». Non  rimarrà ai laici che sperare nel Papa?  Solo la cultura ci salverà.