Landini ti voglio bene

imagesLa politica viene definita sui dizionari (Treccani) come la scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello Stato e la direzione della vita pubblica. Ora, l’arte di governare può essere intesa solo come possibilità in mano a chi può esercitarla e quindi di politica si dovrebbe occupare unicamente solo chi detiene il potere o più estensivamente politica può essere intesa come l’interesse che i cittadini hanno a partecipare dell’azione di governo. Dopo L’état, c’est moi, attribuita a Luigi XIV che instaurava la monarchia assoluta, siamo arrivati alla democrazia: governo a cui prendono parte diretta o indiretta tutti i cittadini. In democrazia quindi i cittadini hanno diritto di interessarsi di politica, ovvero si deve tenere conto della loro opinione.

Il povero Maurizio Landini (Bersaglio mobile, 13 marzo 2105) tentava disperatamente di esercitare questo diritto in modo discorsivo e propositivo. Ma l’interesse dei giornalisti nelle persone di Marco Damilano, faccia da bravo ragazzo, e del vicedirettore del Fatto quotidiano, giovane di recentissima nomina, era unicamente conoscere le intenzioni di Landini a proposito della possibilità di formare un nuovo partito alla sinistra del PD. Il bravo Enrico Mentana illustrava il passato come una lunga serie di fallimenti in questa direzione, mentre Landini assisteva sconfortato. Invano tentava di far capire la rovinosa situazione sociale in cui versiamo e che il suo tentativo era di raccogliere forze culturali e politiche sufficienti a farsi sentire e poter cercare una rappresentanza in un parlamento che ora non mostra attenzione alle masse di lavoratori precari, sottopagati, disoccupati e altro, e che il suo era solo un primo momento per svegliare le coscienze e raccogliere il consenso. In tutta la trasmissione il ritornello era lo stesso “dove vai se il cavallo non ce l’hai”.

Il buon Maurizio, saldatore e sindacalista, con il suo quasi diploma non riusciva a spuntarla con quei bravi ragazzi con una laurea in tasca. La sua faccia sempre accigliata sprizza onestà da tutti i pori, ma per i gigioni della politica l’onestà è condizione necessaria, ma non sufficiente, anzi a volte neppure necessaria. Guardavano Landini con benevolenza, ma come a qualcuno che non capisce, non arriva a capire. Il che è vero, verissimo, tuttavia le cose dette da Landini non erano sue opinioni, ma fatti, fatti con cui loro stessi, i giornalisti professionisti dell’informazione, avrebbero dovuto concordare prima di muovere a critica saltando i fatti e interrogare Landini sul “che fare”. Avrebbero potuto dire “Siamo con te” prima di dire come troviamo la forza per ottenere una rappresentanza in parlamento. Se ne sono stati invece lì, in poltrona con aria saputa e sorriso di sufficienza ad ascoltare le sbrodolate logorroiche di Toro scatenato.

“Queste cose le sappiamo ma come possiamo farle valere?”. Volevano verificare insomma se Landini era portatore di qualche novità, novità di lotta. Del resto il loro mestiere è quello di giornalisti, giornalisti politici. Così mentre il paese scivola nel burrone non trovano di meglio che sconfortare chi pur a detta loro non avendone i mezzi cerca disperatamente di lottare. Personalmente ritengo che il saldatore può essere al più un capopopolo, ma non abbia la statura di un capo politico, né lui d’altra parte lo vuole, è il primo a dirlo, la sua umiltà, preziosissima, lo fa cosciente della cosa, ed è proprio per questo che andrebbe massimamente appoggiato e non scavalcato o ancora peggio deriso, come pare aver fatto la minoranza PD, forte solo del suo entrismo improduttivo.

Io non vedo Maurizio Landini a capo di un partito alla sinistra del PD, né ci si vede lui, ma voi giornalisti riconoscete un Matteo Salvini a capo della Lega e altri figuri come abili politici e per questo degni di essere capi. Qui il punto, essere abile, disonesto magari, ma abile. Allora la domanda è: “Fare politica significa sapersi giostrare nei giochi di potere e trovare il consenso o adoperarsi per migliorare le sorti del Paese?”. Quando arriveremo a distinguere la politica dalla partitica? Quando arriveremo a sganciarci da questa logica? La gente confonde ancora partitica con politica e a causa di questa confusione odia la politica. A questa confusione concorrono tutti i media che fondano l’informazione sulle opinioni e sui numeri, il più delle volte nemmeno compresi, e non sulla realtà, non fanno cultura, non aiutano l’opinione pubblica a distinguere Dio dal diavolo.

Il “detto” si sostituisce al “fatto” e cade in un abisso profondo. Eppure, una cosa è la politica, nobile arte cui tutti sono tenuti a partecipare, una cosa è la partitica, arte del compromesso e del raggiro al fine di ottenere soldi e potere. Come distinguerle? Difficile, ma per cominciare bisogna dirle due! Ma a quanto pare non è solo la gente, per realismo anche gli “intellettuali”, i politologi, gli eruditi del mestiere, alimentano questa confusione. L’unico uomo onesto – dicono – è un uomo capace (Croce). Vero, ci mancherebbe altro, ma un medico capace si deve occupare non solo della malattia ma anche del paziente (Platone). Forse Landini non è un primario, ma non vi è dubbio che si occupa della gente. Senza di questo l’apparenza avrà sempre la meglio sulla verità, la partitica sulla politica e il realismo sulla realtà. Tutti in coro, giornalisti e politici ragliano “I fatti non contano, contano solo le opinioni” e caro Landini vai a “pigliartelo nel culo” (Daniele Luttazzi), come tutti quegli idealisti che pensano di poter cambiare, una minoranza destinata a rimanere sempre tale nel paese delle meraviglie. Solo la cultura ci salverà.




Matteo Renzi, l’ultimo tribuno del popolo di sinistra?

Cola di RienziNon ho voluto partecipare a questa edizione delle Primarie del PD per la sostanziale inconsistenza dei quattro competitori, tuttavia sono favorevole al successo di Renzi (non con il mio voto) perché la mostrata capacità di essersi costituito come attrattore rispetto  al popolo-populista di sinistra e di centro lo pone nelle condizioni, qui in Italia ed ora, di sparigliare la partita politica e far uscire il PD dalla impotenza della palude ideologica.

Dunque, Matteo Renzi ha asfaltato i suoi rivali ed ora si appresta ad asfaltare anche il PD: vince dentro il PD con l’astensione di oltre un terzo degli iscritti (sic!), indicatore della resistenza al cambiamento di una classe dirigente morta, e vince fuori dal PD con una inaspettata partecipazione al voto, indicatore della diffusa volontà di rinnovamento nella politica. Renzi cambierà sicuramente il Partito Democratico, quanto all’Italia è cosa assai più complessa e si vedrà. Un’affermazione personale che richiama alla mente mutatis mutandi  quella di Enrico Berlinguer. Intanto, a poche ore dai risultati l’annuncio della costituzione della nuova segreteria composta  da 7 donne e 5 uomini di età media 35 anni.

Come l’hanno presa gli sconfitti? Le dichiarazioni e le facce di Cuperlo e Civati durante lo spoglio delle schede ce lo hanno indicato. Più illuminante a mio parere risulta invece la dichiarazione di Enrico Letta: “Fino a ieri era in campagna elettorale, da domani anche Matteo dovrà sporcarsi le mani con le istituzioni”. Dopo un parlamentare che giudicò una ‘porcata’ la legge elettorale da lui stesso presentata e da molti appena votata, ecco un Presidente del Consiglio che ci ricorda che le istituzioni sporcano le mani (dopo ‘mani pulite’ ça va sans dire). Non è un lapsus, è che siamo parlati dalla lingua e che il livello di regressione culturale cui siamo giunti è tale che la verità può essere mostrata alla luce del sole senza che nessuno, abbagliato dalla luce, la sappia cogliere.

In attesa di passare dalle primarie all’università io mi consolo con le parole di Hegel: la frivolezza e la noia che invadono ciò che rimane ancora, il presentimento vago di qualcosa di sconosciuto, sono i segni premonitori di qualcosa d’altro che è in cammino.

 




Democrazia e demografia.

images-1Beppe Grillo potrebbe oggi sembrare un eroe della mitologia greca che ha sfidato i politici (gli dei) e nella sua tracotanza (hybris) potrebbe gridare al mondo: quando sento parlare di senso di responsabilità metto mano alla pistola. Ed avrebbe ragione. Tutti adesso si appellano al senso di responsabilità, sono quelli che hanno perso e che oggi ci dicono che noi tutti siamo nella stessa barca. Io temo queste persone e questa politica perché per criticarle possono bastare motti come quest’altro di Goebbels: per la politica il carattere conta molto più che l’intelligenza: è il coraggio che conquista il mondo.

Prima la campagna elettorale con i sondaggi, poi i commenti sui risultati. La politica come il calcio: un’ora di partita e una settimana di chiacchere. Recita un detto popolare mantovano: toti i asin menen la coa, toti i coioni disen la soa (ndr: tutti gli asini menano la coda, tutti i coglioni dicono la loro).  E’ penoso assistere allo scorrere nei dibattiti televisivi delle facce pallide e frastornate del centro-sinistra balbettare ossessivamente spiegazioni assurde con il loro linguaggio onanistico da perdenti, un  linguaggio incomprensibile fatto di analisi politichesi sul capello diviso in quattro.

Tutti gli osservatori e opinionisti sono concordi nel ritenere che con le elezioni 2013 abbiano trionfato i populismi. A quello già noto di destra di Berlusconi consolidato in venti anni si sarebbe contrapposto quello di sinistra dei grillini (un M5S capace in breve tempo di raggiungere 8.688.000 voti, dragando il 30 % dei voti dal centro-sinistra, altri dall’astensionismo e il 39% dalla Lega e il Pdl). E’ stato giustamente osservato che M5S costituisce da solo una “grosse Koalition”.

Dunque la novità sarebbe che si sono resi visibili diversi populismi ascrivibili  a diverse sensibilità politiche. La verità però, una verità che si poteva conoscere da molti anni ma che è stata nascosta prima dalle ideologie e poi dalla illusione del bipolarismo, è che la cultura arretrata italiana ha bisogno del populismo per fare politica ed oggi con il doppio populismo si è almeno ridotto il qualunquismo.

L’avanzata inesorabile del M5S ci sta mostrando una strutturale novità: la formazione di un nuovo blocco sociale ancorato su una base generazionale e non più ideologica, costituito da una classe di cittadini grosso modo compresa nella fascia d’età tra i 20 e i 50 anni. Una nuova classe di ‘giovani’. Come se si fosse avvertito che il declino del paese potesse anche dipendere dall’invecchiamento della popolazione (l’indice di vecchiaia ha raggiunto in Italia una valore ragguardevole, secondo in Europa, ed è destinato a crescere nei prossimi tre decenni).

Altro che rottamazione, si tratta di una rivoluzione culturale che può scaturire in una profonda rivoluzione sociale. Qualche cosa di simile a quanto è accaduto alla fine degli anni sessanta, quando i figli del baby boom e del benessere rivendicarono la propria esistenza contro la società autoritaria. Oggi però i vettori della protesta non sono più gli studenti, essi sono cresciuti e diventati normali cittadini lavoratori e precari, insegnanti, operai, professionisti, piccoli imprenditori. Appartengono alla classe d’età 20-50 anni, ovvero la generazione nata tra il 1963 e il 1988: i figli dei sessantottini e parte di loro stessi, invecchiati. Molti di loro hanno una scolarizzazione superiore alla media nazionale, alcuni sono nativi digitali e comunque tutti socializzati dal web. Ciò che essi rivendicano non è solo il lavoro ma una nuova socialità, perché il lavoro viene sì considerato ancora come la condizione necessaria per la dignità umana (condizione oggi resa drammatica dalla crisi economica e dall’insipienza delle politiche fin qui adottate), ma percepito anche come condizione non più sufficiente per la crescita culturale e personale.

Non voglio passare per il Pasolini dei grillini, ma guardateli in faccia questi 163 grillini neoeletti: alla Camera 71 uomini e 37 donne con età media di 33 anni, al Senato 30 uomini e 24 donne con età media di 46 anni. Come si può pensare di comprendere e interagire con un tale fenomeno utilizzando usurate categorie socio politiche novecentesche?  Molti dei valori e dei temi che tormentano la coscienza dei politici  sono valori per molti di loro già praticati nella vita quotidiana, anche se non sempre ne sono culturalmente consapevoli. Non vanno considerati come vettori patologici antipolitici, ma come portatori sani, per lo più inconsapevoli, di una nuova politica.

Fra due o tre settimane i cronisti di tutte le reti nazionali e internazionali si accalcheranno di fronte a Palazzo Montecitorio e a Palazzo Madama per mostrare  al mondo gli imbarazzi e le emozioni di questi neofiti al loro primo giorno di scuola accompagnati dai genitori Grillo e Casaleggio, mentre giornalisti prezzolati e politici rancorosi cercheranno in loro i segni di un ulteriore degrado della politica e delle istituzioni.

Saranno per allora raggiunti possibili accordi per un’ipotesi di governabilità, sia pure transitoria? Beppe Grillo non ha paura degli inciuci di programma. E’ ben consapevole che la  forza del M5S sta proprio nella capacità di condizionare la politica dei partiti rimasti e quindi nella negoziazione. Per i leghisti della prima ora Roma era ladrona, per i grillini contemporanei è invece il tempio da cui cacciare i mercanti. Il suo timore è piuttosto quello dei possibili inciuci (scouting) a cui una parte dei suoi neoeletti, insediati al Parlamento senza vincoli di mandato, possano esporsi o magari cercare individualmente per inesperienza e smarrimento in quelle acque torbide che vorrebbero rendere trasparenti. Dalla rete già echeggiano i primi rumors. Una possibilità che i partiti sopravvissuti coltiveranno più o meno cinicamente alla ricerca dei voti perduti: dìvide et impera.

Il Partito Democratico, o almeno quello che emergerà dal disastro elettorale, ha il dovere morale non di ri-costruire se stesso, con la ricerca di una strumentale alleanza  con i grillini (per altro necessaria nel breve periodo), ma di cogliere nella formazione della nuovo blocco sociale il nuovo soggetto politico che offre l’opportunità di rigenerarsi culturalmente e ristabilire una buona e moderna politica di sinistra per un nuovo welfare state da offrire al Paese.  Tutti a casa dunque, anche Grillo.