L’esodo senza profeta

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Alla fin fine, l’uomo ha due modi per affrontare la realtà: per necessità o per volontà. Il primo lo spinge ad agire di fronte all’emergenza posta da un fenomeno non più evitabile con l’emotività che tale stato comporta. Con il secondo egli prevede l’insorgere dei fenomeni, con la ragione ne individua le cause e si predispone ad affrontarli.

Ora, accade che nelle democrazie fondate sul consenso la coscienza delle maggioranze si formi prevalentemente sulla percezione, in particolare su ciò che viene fatto loro vedere come ben sanno i massmedia, mentre sarebbe auspicabile che si fondasse sulla conoscenza dei fatti e sull’uso della ragione per comprenderli. La rappresentazione mediatica dell’esodo migratorio via terra  lungo le strade dal Medio oriente e dall’Africa ha superato quel valore di soglia percettivo al quale eravamo abituati dalle attraversate via mare, per diventare grazie alla comunicazione di massa un “fenomeno epocale”: dalla percezione di pacchetti di emigranti affollati su gommoni a quella di colonne di profughi che tentano di superare fili spinati e muri.

Mentre le politiche degli Stati europei esitano per mancanza di visione e per opportunismo, la coscienza dei loro popoli si è rapidamente polarizzata tra “accoglienza” e “respingimento”, una dialettica in forma ideologica del conflitto vissuto inconsapevolmente tra la redenzione dal senso di colpa per la supremazia occidentale e la paura di nuove invasioni barbariche. Nello schieramento ideologico riconosciamo facilmente un “popolo di sinistra” che favorisce l’accoglienza e un “popolo di destra” che favorisce il respingimento,  entrambi i due “popoli”sono mossi dallo stato d’animo di fronte all’emergenza e da questa spaventati invocano scelte politiche ad migrazionem, considerando la migrazione come una variabile indipendente dalla quale far derivare le scelte politiche, dimenticando o spesso ignorando le cause.

Tra i tentativi di ragionare sul “fenomeno epocale” per risalire alle sue cause geopolitiche e quindi individuare ipotesi di soluzione su cui fondare l’azione politica, segnalo quello di Ernesto Galli della Loggia apparso il 31 agosto sul  Corriere della Sera. L’autore  individua quattro equilibri prossimi alla rottura (migratorio, demografico, climatico e lavorativo) che possono sopraffare le democrazie per concludere le sue argomentazioni con una nichilistica previsione da “tramonto dell’occidente”: “le nostre democrazie (…) si avvieranno a occhi bendati, come oggi stanno facendo, verso le tenebre del futuro”.

Occorre tuttavia ancora un chiarimento sulle cause. Le variabili identificabili come causali e quindi rispetto alle quali il fenomeno migratorio deve essere considerato come variabile dipendente sono la demografia, il clima e la geopolitica. Il disposto combinato di questi tre fattori, nell’assetto economico esistente, rischia di fare del fenomeno migratorio la tempesta perfetta del XXI° secolo. Sulla demografia si sa abbastanza: la migrazione in corso che tanto sgomenta l’opinione pubblica europea rappresenta soltanto la colata lavica di quell’eruzione da tempo esplosa costituita dall’evoluzione demografica planetaria. Considerando, per esempio, solo due continenti, possiamo osservare che oggi l’Europa UE-28 con i suoi 505 milioni di abitanti è avviata al declino demografico (la non sostituibilità demografica) con un tasso di fertilità medio al 1,6 figli per donna (in Italia è 1,4), mentre il Continente africano conta già oggi oltre 1,1 miliardi di abitanti e le proiezioni lo assestano a 1,6 nel 2030 e al doppio entro il 2050. Quanto al fattore climatico, i rapporti annuali dello IPCC sono sempre più precisi ed allarmanti per quanto riguarda gli effetti catastrofici delle variazioni climatiche in atto: la temperatura media non dovrà aumentare più di 2 gradi entro questo secolo, pena il superamento del punto di non ritorno per un equilibrio sostenibile. Da ultimo la geopolitica. Le strategie messe in atto dalle attuali principali potenze quali gli USA, la Cina e la Russia dopo la caduta del Muro di Berlino sono tornate ad essere conflittuali in quanto aventi interessi economici e politici convergenti: il controllo a livello planetario delle risorse energetiche, minerarie, idriche e agricole.

Ora, tutte queste cause possiedono una comune caratteristica, quella di essere prevalentemente di origine antropica e come tali può valere per esse la similitudine con la crescita di una popolazione batterica che trova il suo limite nelle dimensioni del supporto fisico dove avviene la coltura. Infatti, così come per i batteri anche per la specie umana esiste il limite costituto dalla finitezza del pianeta sul quale vive e si riproduce. Si esprime ciò con il concetto di sostenibilità, ma in realtà, sebbene noi non conosciamo quali siano le quantità accettabili per ognuna di esse, tuttavia avvertiamo la vicinanza del limite: una popolazione mondiale a fine secolo di quasi 12 miliardi di individui è sostenibile dal pianeta Terra? Una tale popolazione potrà abitare nelle città, circolare su auto, possedere elettrodomestici, utilizzare acqua e cibo nella stessa proporzione dei consumi attuali? Appare evidente che il problema, come la sua soluzione, non possa essere così impostato, perché la questione non risiede tanto nelle cause quanto piuttosto, per andare più alla radice delle cose, nel modo con cui quelle cause vengono gestite. E dal momento che le cause dei mali dell’uomo sono da ricercarsi nell’uomo, come già sosteneva Karl Marx, per il quale“essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso”, dovremmo spostare l’attenzione non tanto e non solo su ciò che l’uomo produce, ma sul modo con cui lo fa, quindi su quella forma economia, il modo di produzione capitalistico, che nasce in Europa a partire dal XI secolo consolidandosi nell’intero Mondo dopo il crollo del Muro di Berlino e del comunismo.

Dopo la religione l’ economia si presenta oggi come la madre di tutte le ideologie, come principio e pensiero unico che domina su tutti i valori umani: l’universalismo del mercato come l’alfa e l’omega. Ma c’è una misura nelle cose e dunque anche nel capitalismo il cui limite è determinato dalle sue esternalità, dalla natura stessa. Sulle prime pagine dei testi di economia si legge che le “risorse sono scarse e i fini sono alternativi” e, dunque, è solo la volontà dell’uomo che può cambiare lo stato di cose presenti: ormai solo una rivoluzione potrà salvarci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




La lista di Schindler sentiero interrotto?

Sentieri interrottiQuello che so è che il futuro ci coglie ancora impreparati. Gli uomini non sono ancora uguali e neppure fratelli e non lo sono proprio perché si ritengono diversi. Ora per territorio, ora per religione, ora per etnia, ora per razza, ora per genere ciascuno difende il proprio sempre come migliore e chiamano questo la tradizione: bisogna rispettare le tradizioni. L’Uguaglianza nella diversità ha portato parole come la tolleranza e il rispetto, termine quest’ultimo ancora malinteso e mal digerito anche nelle civiltà più avanzate, ma sulla diritta via ci separano secoli fuori e dentro ogni civiltà. Lungo è il cammino. Bisogna rispettare i tempi di maturazione non le tradizioni. Non c’è equipollenza nei tragitti percorsi e per ogni dove un diverso esserci, una diversa emozione del mondo. Nulla è più stonato di questa intonatura: il volk. Per questo mito, per l’appartenenza, si sono combattute fin qui tutte le guerre.

È la paura di perdere la propria identità che impedisce all’uomo di gettarsi oltre se stesso. La paura stessa della morte, paura per la quale si è disposti anche a morire.
La redenzione dalla vendetta ha appena preso piede sulla terra, la giustizia è una fanciulla che dimora tra noi solo da duemilacinquecento anni, mentre un’aggressività vecchia di decine di migliaia di anni e mai sopita si agita ancora nella barbarie, tanto più quanto più sono grandi le condizioni di arretratezza culturale. La saggezza non prevale ancora sull’astuzia, né i sentimenti sugli istinti. “Disegnate una linea per terra e quelli che stanno a sinistra dopo poco litigheranno con quelli che stanno a destra” (Nietzsche).

Il cammino che porta dagli istinti ai sentimenti passa su diversi ponti, su ognuno dei quali l’uomo ha dovuto gettarsi oltre se stesso già diverse volte in passato, ponti che molte culture e molti uomini non hanno ancora attraversato. L’uomo delle caverne è ancora tra noi diversamente distribuito nelle diverse, perché diverse e dobbiamo prenderne atto, civiltà. Finché non si sarà in grado di prendere in mano le redini della storia, il polemos, padre e re di tutte le cose, siederà ancora saldamente sul trono: il pensiero più da considerare e che ancora non si pensa. Ancora un’accoglienza non è possibile. Quando la bomba demografica si unirà alla metafisica dei mercati, e già sta accadendo, focolai di guerra coinvolgeranno l’intero pianeta in una guerra globale di tutti contro tutti.
La nobiltà dell’anima di Schindler, l’uomo che si è gettato oltre se stesso, è un modello senz’altro da seguire, ma al tempo stesso un’utopia avvenire.

Dice Socrate “se fosse per Socrate gettatelo alle ortiche è la Verità che io difendo”. Quel passaggio di civiltà che tu giustamente auspichi pretende quella Verità per una metafisica dell’Essere in cui l’uomo responsabilmente si prende cura dell’Essere. Tempo eterno è di mezzo. Ora è il dominio di Nessuno. La globalizzazione non ha rispettato i tempi, né con le merci, né con gli uomini. Non era ancora possibile un libero scambio e questo ci coglie impreparati. Impreparati sia ad accogliere che a respingere, stante che l’unico rimedio essenziale è la Cultura e che il pensiero unico economico, la tèchne metafisica del pensiero, resta l’unica cultura dominante del pianeta. Scelte tragiche ci attendono.




La lista di Schindler è aperta

 

UnknownimagesAll’epoca di Omero la cerimonia dell’ecatombe, il ‘magnifico sacrificio’, copriva gran parte dell’area del mar Mediterraneo e si trattava di sacrifici di animali, buoi o agnelli. Oggi sono i  migranti stessi che a a migliaia si offrono in sacrificio pur di sfuggire alle persecuzioni, alla fame e alla morte nelle loro terre. Siamo di fronte ad un sacrificio sull’altare della civiltà. Si propongono accordi commerciali di libero scambio intercontinentali delle merci, ma non si propone l’apertura delle frontiere internazionali per la libera e legale circolazione degli uomini, siano essi lavoratori che turisti, profughi o migranti. Al di là della costernazione per gli annegamenti in mare, al di là delle risposte muscolari fatte di blocchi navali, aerei o terrestri e di distruzione delle barche degli scafisti, anche le argomentazioni sostenute da alcuni sensibili intellettuali e ONG  per dare una risposta positiva e razionale al fenomeno migratorio rimangono pur tuttavia nell’ordine del pensiero economico: l’Europa ha una demografia in declino e mentre le imprese cercano lavoratori che non trovano all’interno delle popolazioni nazionali, lo Stato teme che l’equilibrio previdenziale tra qualche decennio non sarà più finanziato. Il pensiero calcolante della tecnica domina sull’uomo: si sostiene un’azione perché conviene, non perché è giusta.

Il fatto è che la migrazione in corso che sgomenta l’opinione pubblica europea rappresenta soltanto la colata lavica di quell’eruzione da tempo esplosa costituita dall’evoluzione demografica planetaria. Oggi l’Europa UE-28 con i suoi 505 milioni di abitanti è avviata al declino demografico (la non sostituibilità demografica) con un tasso di fertilità medio al 1,6 figli per donna (in Italia è 1,4), mentre il continente africano conta già oltre 1,1 miliardi di abitanti e le proiezioni lo assestano a 1,6 nel 2030 e al doppio entro il 2050.

Ma il continente africano non è solo l’epicentro dell’esplosione demografica, esso è anche il teatro del confronto strategico sempre più diretto tra USA e Cina, in relazione agli interessi che questi paesi mostrano per le enormi risorse minerarie ed energetiche del continente. Se osserviamo l’area dell’Africa centrale tra i due Oceani Atlantico e Indiano  vi troveremo la presenza economica e militare delle due più grandi potenze oggi sul pianeta, gli Usa negli Stati del Senegal, Liberia, Ghana, Nigeria, Kenya e Sudafrica e la Cina in Sudan, Kenya, Nigeria e Mali. A partire dal 2000 con il Forum per la cooperazione Cina-Africa  (Focac) si formalizzano gli interessi del governo cinese sul continente in termini politici, economici e militari. Ed è proprio questo combinato disposto sul suolo africano tra il fattore demografico e il nuovo colonialismo Cina-USA a creare le condizioni per il nascere e lo svilupparsi delle guerre che stanno divampando, sotto la forma di scontri tra le popolazioni locali e terrorismo. Queste guerre a loro volta inducono quei nuovi flussi migratori crescenti che premono verso l’Europa come uno tsunami provocato dal maremoto. L’Europa imbrigliata nella rete delle sue divisioni nazionali si trova così imbrigliata tra il nuovo “colonialismo imperiale” USA-Cina e il conflitto emergente tra USA e Russia, lasciata sola a gestire i flussi migratori sul suo nuovo confine del mar Mediterraneo. “Mare nostrum”, “Frontex”: lo stesso linguaggio esprime l’isolamento che ogni Stato rivela chiuso nella illusoria difesa dei propri interessi, mentre l’Italia si ritrova ad essere “quel vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro“.

Se questo è il quadro, che fare con la migrazione? Innanzitutto non giocare più con le parole, coi distinguo tra “migrazione economica” e “profughi”. Tali distinzioni, nell’ansia di dare un nome ai fenomeni per comprenderli e che pure appaiono al presente come classificazioni utili per una prima risposta, rischiano di essere travolti a breve e medio termine dalle proporzioni demografiche in atto. Esse, se pure spostano il problema nel futuro per allestire alcuni interventi palliativi, non ci preparano culturalmente ad affrontare la vera natura del fenomeno sottostante. La cultura occidentale, l’Europa prima degli altri, deve imparare ad accettare il proprio declino demografico senza cedere ad ipocriti sensi di colpa storici e viverlo per gestirlo non come un tramonto, ma come una trasfusione della propria civiltà ad altri popoli. Non opporsi al crescente flusso migratorio, per altro impossibile da contrastare per le sue proporzioni e per la nostra indisponibilità al sacrificio, ma favorire in modo controllato la sua diluizione nello spazio delle nostre nazioni, perché con il crescere dei volumi sempre più acquisterà importanza la densità distributiva dei migranti nel mondo. Non si tratta di semplice “accoglienza” dettata da un facile buonismo verso i più deboli e gli oppressi, ma di un consapevole “scambio di civiltà”: noi non occuperemo le vostre terre, non importeremo con la forza la nostra cultura, ma accetteremo che vi innestiate nella nostra cultura per accrescere la civiltà di tutti.

Di fronte al nuovo esodo del terzo millennio la prova di civiltà di un popolo non sta nella scelta forzata dalla strumentale propaganda politica, scambiata per chiarezza e democrazia, tra i poli di una falsa radicalizzazione: volete ‘Cristo o Barabba’, ‘burro o cannoni’, ‘accoglienza o guerra’. Tanto più se i popoli vengono indotti alla scelta dall’appartenenza religiosa, ideologica o di sangue. La prova di civiltà si misura nella capacità di cogliere in ogni occasione “la diritta via” tra la necessità di combattere il male e la volontà di perseguire il bene. Soprattutto nell’emergenza, perché  “là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”.

Dovremo tutti imparare a comportarci come Oskar Schindler.

 

 




Italia Terra di Mezzo

Die andere HeimatL’Italia, frontiera mediterranea del continente europeo, rappresenta per i profughi in fuga da guerre e regimi oppressivi un molo d’approdo per raggiungere paesi più civili di quelli che hanno deciso di abbandonare. La nuova migrazione oltre al benessere economico insegue la civiltà. Italia come terra di mezzo, e’ questa la nuova realtà che le recenti tragedie dei migranti ci mostrano.Come nel secolo scorso quando gli italiani si spostavano nei porti francesi in attesa d’imbarcarsi per gli Stati Uniti d’America, dopo che questi avevano chiuso l’accesso dai porti italiani, così oggi i nuovi profughi pagano per affollare barche insicure con il rischio di  morire annegati, o per bivaccare in stazioni ferroviarie, in attesa di poter raggiungere i paesi del nord Europa, dove potranno essere riconosciuti ed accolti.

Questo flusso si sovrappone, e risulta in fase, a quello delle migliaia di giovani in cerca di lavoro che si origina nei paesi del sud Europa verso i paesi del nord Europa. Non è più e soltanto” fuga di cervelli”, ma vera e propria emigrazione in cerca di lavoro e di nuovi insediamenti per costruire un futuro migliore di quello precluso in patria.  Assistiamo all’inizio di un movimento migratorio che produrrà non uno scontro di civiltà ma un effetto di sostituzione di parte delle popolazioni mediante innesti di giovani uomini e donne che migrano verso paesi più civili.

Lo sa bene la Germania, gigante economico europeo socialmente e civilmente tra i più evoluti, ma minato dall’invecchiamento della popolazione, la cui avveduta politica iniziata con il modello economico-sociale applicato per l’unificazione del paese dopo la caduta del muro, favorisce tale ineluttabile processo.  Nella vitalità di queste nuove cittadinanze sta la grande bellezza di Berlino.

Non lo sa ancora l’Italia, paese con la popolazione più vecchia in Europa dopo la Germania, con il più basso tasso di natalità, con il più alto tasso di disoccupazione giovanile (oltre il 40%), con oltre 2 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né studiano, con 80 mila giovani trasferiti all’estero solo nel 2012 (Germania, Gran Bretagna, USA e America Latina), dove oramai 8 giovani su 10 pensano che per fare carriera bisogna andare all’estero.

I nuovi flussi migratori possono costituire una opportunità per realizzare gli Stati Uniti d’Europa. Tutta la politica economica e sociale dell’Europa (per ora quella dei singoli Paesi Europei) dovrà concentrarsi su questi fenomeni perché gli effetti delle guerre e dei regimi politici oppressivi si sommano a quelli del  riscaldamento del pianeta e dell’andamento  demografico e incideranno sempre più nei prossimi decenni sui flussi migratori. La migrazione è destinata a polarizzarsi dalle fasce centrali del pianeta verso latitudini più polari. Era già successo 60000 anni fa con la migrazione dei primi uomini dall’Africa, inseguendo i pascoli nelle aree emerse dal disgelo.