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L’accoglienza non è una parola

In una scena di un film sulla guerra in Afghanistan (anni 2002-2008) una reporter  di guerra americana passeggia al mercato di Kabul in compagnia di un fotografo inglese suo amico, di fronte ad un ragazzino mendicante si fermano: Lei “Non farlo, è una truffa”,  Lui “Ah, pensi questo?… davvero? Lo so che è una truffa… allora? Comunque sia chiede l’elemosina” e gli porge del denaro. 

Nella realtà quotidiana delle nostre città, ci troviamo spesso di fronte ad una persona che chiede l’elemosina. Quante volte in un giorno? Una tempo erano i “barboni” sul sagrato della chiesa, poi gli “zingari” per le strade, mentre oggi sono i “migranti”, quasi sempre africani di colore, che si mettono accanto all’ingresso dei supermercati o dei bar e ci aspettano, ci sorridono e ci salutano, in piedi o seduti col cappello in mano. Come reagiamo noi in queste occasioni? Non cerco alcuna captatio benevolentiae, ancor meno voglio suscitare sensi di colpa, ma solo descrivere con adeguato distacco una scena ormai abituale  che tuttavia ci offre una insolita occasione per pensare.

Si tratta di comprendere il rapporto  tra la conoscenza di un fenomeno e la coscienza che maturiamo verso di esso. Siamo consapevoli in quel momento che quella persona di fronte a noi molto probabilmente pochi giorni o settimane prima si trovava su un gommone in mezzo al mare e che forse ha visto annegare alcuni suoi compagni di viaggio?

Da alcuni anni nel trattare l’argomento dei migranti molti usano il termine  accoglienza, un termine  diventato una bandiera  che connota una appartenenza politica, una discriminante, e che divide la sinistra dalla destra, i progressisti dai reazionari, gli altruisti dagli egoisti, gli umani dai disumani, i civili dagli incivili, i “buonisti” dai “cattivisti”. In verità non mancano le tragedie consumate tanto in mare quanto sulle coste che il mare divide per giustificare questa sensibilità, ma il punto è da quali principi l’accoglienza, che vuole diventare un comportamento, è dettata: solidarietà, giustizia, umanità? E ancor più in profondità su quale sentimento questi principi a loro volta si fondano?  Si sostiene che tale sentimento sia la compassione, la risonanza affettiva che si prova di fronte ad un altro che soffre e che porta al desiderio di alleviarne la sofferenza.

Secondo il filosofo israeliano Khen Lampert questo stato d’animo sarebbe radicato nella nostra natura umana, non mediato dalla cultura e universale, ed è ciò che avrebbe motivato le rivendicazioni storiche di cambiamento sociale.

Per gli greci antichi la compassione è collegata alla empatia e costituiva una tecnica di recitazione che legava lo spettatore all’attore e l’attore stesso al personaggio interpretato. Il concetto passò quindi alla filosofia coi sofisti che usavano la parola come strumento di persuasione (retorica). Per le religioni monoteiste quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam la compassione proviene dall’amore e, seppure tra le diversità delle fedi, si coniuga nella carità che per gli ebrei, per i quali essa è una forma di giustizia (zedaqad), e per i musulmani (zakat) è intesa come un dovere morale, un obbligo, mentre per i cristiani essa è una virtù (le tre virtù teologali fede, speranza e carità, strumenti) e l’elemosina un atto volontario.

Caso a parte è quello del buddismo. Per i buddisti la compassione (jihi) assume un significato più ampio rappresentando il vissuto del desiderio del bene nei confronti di ogni essere senziente. Nel Buddismo jihi può essere tradotto come “togliere sofferenza e dare felicità” e pertanto al buddista risulta necessario che ciascuno di noi alimenti il seme della “compassione” nel profondo del proprio cuore.

Dunque, dobbiamo fare o no l’elemosina al migrante fuori dal bar? E’ una questione personale che attiene alla nostra morale, non alla politica o alla religione. Ognuno di noi lo deciderà di volta in volta guardando negli occhi quell’uomo o donna di fronte a noi, ma per tutti valga un precetto dello Shintoismo: “La sincerità porta alla verità. La sincerità è saggezza, che unisce l’uomo e il divino in un tutt’uno. Sii caritatevole con tutti gli esseri: l’amore è la prima caratteristica del divino”.   




Il Mercato rende liberi

UnknownIl Mercato, questa metafisica della Tecnica, questa congiura di Nessuno, domina attualmente il pianeta. E quali sono gli effetti del Mercato? Banalissimo: diminuire le retribuzioni, togliere i diritti, aumentare le disuguaglianze, inquinare e desertificare il pianeta. Non si tratta di un’opinione, tutto questo è sotto gli occhi di tutti. In questa direzione si stanno muovendo tutti gli Stati, compreso il nostro con un leader che ha come parola d’ordine “noi andiamo avanti!” . Avanti !? Mentre ci si arrovella se respingere o accogliere i migranti l’esplosione demografica in Africa, dimenticando per altro quella in India e in altre parti del mondo, ridicolizzerà qualsiasi proposta. Troverà come già trova, tutti impreparati. Per ora si volta la testa e con la testa sotto la sabbia si aspettano gli eventi. Io speriamo che me la cavo… del diman non c’è certezza. La memoria si riduce e lo sguardo si fa miope, si cerca il contingente. Le risorse energetiche e quelle agricole tendono a diminuire (esaurimento fossili, equilibri forestali e idrici compromessi, uso massivo dei fertilizzanti). Oggi il 12% della popolazione mondiale è denutrita (850 milioni di abitanti con meno di 2000 Kcal) ed è in aumento nonostante la razione media per ogni abitante della terra sia oggi, a meno del forte squilibrio distributivo esistente tra i paesi, adeguata ai bisogni biologici (2700 Kcal). Le risorse in generale, dunque, non tarderanno a mancare e la grande livella si farà sentire sempre più.

Se ad un formicaio forniamo più cibo il formicaio aumenterà. Questo che ha prima vista può sembrare un bene deve però porci diversi interrogativi. Se guardiamo al tutto dal punto di vista del singolo dobbiamo chiederci quale sarà la sua qualità della vita. L’aumento di risorse per il formicaio non è necessariamente un aumento di risorse per il singolo, anzi. Poiché le risorse aumentano in ragione aritmetica e la popolazione in ragione geometrica, l’aumento delle risorse in relazione all’aumento demografico potrebbe significare meno cibo per ciascuno. Il sovraffollamento di fatto provoca anche un aumento non solo della competitività, portando il singolo a lavorare sempre di più, ma anche della conflittualità ovvero a una maggiore litigiosità, a rivoluzioni, a guerre. La mortalità assoluta ovviamente aumenterebbe, più sono i vivi più sono i morti. I superflui, coloro che non lavorano o sono ammalati destinati a venir abbandonati.

Le nascite si possono controllare solo in due modi, o secondo coscienza o per selezione naturale, dove per selezione naturale si debbono intendere anche le guerre e gli olocausti, perché di ritorno ai crudi metodi della natura si tratta. In questa prospettiva assolutamente reale pare chiaro che si debba per tempo arrivare con la cultura a un controllo delle nascite, imposta dai governi o per coscienza dei popoli. L’autolimitazione delle nascite insegue la civiltà. Il Mercato, il pensiero unico economico, il treno in corsa, la congiura di nessuno, in combutta con gli egoismi nazionali corre in soccorso dei nuovi padroni della terra nei loro progetti di sfruttamento degli uomini e desertificazione del pianeta.

Lavorare di più, con meno diritti, con maggior ricattabilità, con paghe più basse e minor assistenza è il Nuovo Ordine Mondiale a cui ci vogliono preparare umiliando la dignità di una vita che per l’unica vita che ci è data, valga la pena di essere vissuta. La propaganda è già da tempo in atto. Per poter accettare tutto questo in Italia occorreva che a imporlo fosse una sinistra: dagli amici mi guardi Dio. Coloro che votano per l’eliminazione dei diritti e con ciò dello Stato di Diritto sono coloro che aiutano i deserti a crescere: “guai a chi aiuta i deserti a crescere”, ci ammoniva Nietzsche. Occorre un nuovo umanesimo dove per nuovo si intenda non la ripresa del vecchio, ma il suo superamento. Solo la Cultura ci salverà




Italia Terra di Mezzo

Die andere HeimatL’Italia, frontiera mediterranea del continente europeo, rappresenta per i profughi in fuga da guerre e regimi oppressivi un molo d’approdo per raggiungere paesi più civili di quelli che hanno deciso di abbandonare. La nuova migrazione oltre al benessere economico insegue la civiltà. Italia come terra di mezzo, e’ questa la nuova realtà che le recenti tragedie dei migranti ci mostrano.Come nel secolo scorso quando gli italiani si spostavano nei porti francesi in attesa d’imbarcarsi per gli Stati Uniti d’America, dopo che questi avevano chiuso l’accesso dai porti italiani, così oggi i nuovi profughi pagano per affollare barche insicure con il rischio di  morire annegati, o per bivaccare in stazioni ferroviarie, in attesa di poter raggiungere i paesi del nord Europa, dove potranno essere riconosciuti ed accolti.

Questo flusso si sovrappone, e risulta in fase, a quello delle migliaia di giovani in cerca di lavoro che si origina nei paesi del sud Europa verso i paesi del nord Europa. Non è più e soltanto” fuga di cervelli”, ma vera e propria emigrazione in cerca di lavoro e di nuovi insediamenti per costruire un futuro migliore di quello precluso in patria.  Assistiamo all’inizio di un movimento migratorio che produrrà non uno scontro di civiltà ma un effetto di sostituzione di parte delle popolazioni mediante innesti di giovani uomini e donne che migrano verso paesi più civili.

Lo sa bene la Germania, gigante economico europeo socialmente e civilmente tra i più evoluti, ma minato dall’invecchiamento della popolazione, la cui avveduta politica iniziata con il modello economico-sociale applicato per l’unificazione del paese dopo la caduta del muro, favorisce tale ineluttabile processo.  Nella vitalità di queste nuove cittadinanze sta la grande bellezza di Berlino.

Non lo sa ancora l’Italia, paese con la popolazione più vecchia in Europa dopo la Germania, con il più basso tasso di natalità, con il più alto tasso di disoccupazione giovanile (oltre il 40%), con oltre 2 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né studiano, con 80 mila giovani trasferiti all’estero solo nel 2012 (Germania, Gran Bretagna, USA e America Latina), dove oramai 8 giovani su 10 pensano che per fare carriera bisogna andare all’estero.

I nuovi flussi migratori possono costituire una opportunità per realizzare gli Stati Uniti d’Europa. Tutta la politica economica e sociale dell’Europa (per ora quella dei singoli Paesi Europei) dovrà concentrarsi su questi fenomeni perché gli effetti delle guerre e dei regimi politici oppressivi si sommano a quelli del  riscaldamento del pianeta e dell’andamento  demografico e incideranno sempre più nei prossimi decenni sui flussi migratori. La migrazione è destinata a polarizzarsi dalle fasce centrali del pianeta verso latitudini più polari. Era già successo 60000 anni fa con la migrazione dei primi uomini dall’Africa, inseguendo i pascoli nelle aree emerse dal disgelo.