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Occupy Facebook

images-1Vox internet, vox Dei?  Il più famoso servizio di rete sociale ci descrive la qualità della partecipazione nei social network quasi con la stessa proporzione  con cui si descrive la distribuzione della ricchezza: il 99% degli utenti aderiscono con ‘mi piace’  alle opinioni espresse dal restante 1%.  Si conferma l’adagio popolare bresciano  i asen menan la cua, toti i coioni disèn la sua (gli asini muovono la coda e tutti i coglioni dicono la loro, ndr.). Un tempo a Londra, quando i Beatles non erano ancora famosi, Hyde Park Corner era considerato un luogo simbolo della democrazia anglosassone. Oggi su scala planetaria abbiamo i social network considerati dai demiurghi contemporanei l’agorà della democrazia digitale.  In quell’angolo del famoso parco londinese qualsiasi passante poteva salire su uno sgabello improvvisato e con la sua voce e la sua faccia, a busto intero, poteva arringare una piccola folla esprimendo la propria opinione, la più folle, la più critica, la più sacrilega. Nella ‘rete delle reti’ l’avatar solitario si aggira in incognito per siti e blog lasciando  opinioni su tutto e seminando ‘mi piace’ su tutte le opinioni. È la globalizzazione del pensiero debole: 2,5 miliardi di utenti di internet (35% della popolazione mondiale) di cui oltre 1,8 miliardi utenti attivi sui social network, al di là della distribuzione geografca, sociale, economica, politica e religiosa. Internet non è la versione moderna e digitale dell’agorà democratica ateniese, al più essa può essere considerata, complice la vastità della piazza e dietro la maschera dell’anonimato, un’opportunità che fornisce al popolo-populista l’illusione di potersi esprimere liberamente e individualmente di ‘dire la sua’.

Quando poi si scopre che tutta l’informazione che scorre su internet, sui telefoni, con le carte di credito è tecnicamente controllabile e viene di fatto controllata si denuncia l’attentato ai diritto  dei cittadini. Da una parte la ricerca della sicurezza invocata come giustificazione per l’invadenza dello Stato (per altro non sempre consapevole delle azioni dei propri Servizi),  dall’altra la difesa della privacy presa spesso a pretesto per coprire l’ipocrisia dei comportamenti privati. In mezzo l’esortazione generale per la trasparenza nella politica.

Il popolo invoca il rispetto delle regole per ogni cosa, ma quando i controlli costretti ad uscire proprio perché spinti dalla chiamata popolare mietono le prime vittime si alza l’indignazione generale per il cinismo nell’applicazione delle regole tanto invocata. Gli abusi nelle intercettazioni, nella registrazione di dati personali e sensibili, nel loro uso illegale, ed illecito, sono dilagati al punto che ormai si é diffusa l’idea, anche tra coloro che avevano fin qui difeso la libertà incondizionata della rete, che si è resa  necessaria una sua regolamentazione, a partire dal divieto dell’anonimato. In tal modo,  l’immaturità di una moltitudine capace di esprimersi solo dietro una maschera, come permesso a Carnevale, umori e sentimenti repressi mai educati, si giustifica e si riafferma il ritorno alla censura e alla segretezza. Il problema è ancora una volta culturale: non può esistere trasparenza senza responsabilità.

 




Verità oltre il reality e la trasparenza

Unknown

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero (Demostene).    Vivere nella società dello spettacolo significa che tutto ciò che un tempo era vissuto direttamente si è trasformato in una rappresentazione, perché lo spettacolo non è un insieme di immagini,  ma un rapporto sociale fra persone mediato dalle immagini. Non siamo più solo parlati dalla lingua, siamo anche vissuti dalle immagini.

Il successo della formula televisiva del reality show, dove la frustrazione  accumulata nella vita quotidiana dello spettatore si converte nel piacere voyeuristico procurato dall’osservazione di simulati vissuti altrui, pongono il dubbio: quei personaggi sono forse meno veri di coloro che li guardano?

Le telecronache sportive o i talk-show,  dove conduttori e commentatori simulano e anticipano con un dialogo concitato la partecipazione del pubblico,  privandolo in tal modo della possibilità di una elaborazione propria come avveniva dopo l’evento nei bar e nei luoghi di lavoro, non inducono lo spettatore alla passività dell’ascolto, all’imitazione dei linguaggi e all’assimilazione dei giudizi?  Avete notato come il linguaggio delle persone ripeta nei luoghi della quotidianità quei modi di dire e, simmetricamente, come il linguaggio comune, con le sue volgarità, viene adottato sempre più spesso in televisione? Non è forse  questo il “comune sentire”?

Nella prospettiva spettacolare la coscienza individuale non si manifesta con l’azione ma si annichilisce nella passività della delega. Per sopravvivere essa regredisce allo stadio dei desideri, più semplici da capire ed accettare della realtà, mantenendo la sola capacità di volere e rinunciando a quella d’intendere. Essa non vede ciò che è troppo grande  e non osserva ciò che è troppo lontano. Formata in decenni di comunicazione mass-mediatica, ovvero marketing e pubblicità, la coscienza  si affida  alla  percezione immediata  di relazioni molecolari, di frammenti d’immagini di vita illuminati dalle  informazioni  messe di volta in volta a disposizione dai mezzi di comunicazione.  Si ricompone in tal modo una  pseudo realtà come  effetto stroboscopio, una successione discreta di immagini senza che vi siano necessariamente relazioni apparenti. Sempre più privata del vissuto, la vita scorre come una serie d’immagini offerte allo sguardo digitale. Una illusione del vissuto  come quella provocata del movimento di una successione di fotogrammi. La vita vista come un film, come un sogno.

Si tratta di una semplificazione della visione del mondo ad un tempo razionale ed emotiva.  Razionale perché  la coscienza ritirandosi in uno spazio chiuso e limitato riconducibile all’esperienza personale ritrova un potere di controllo, emotivo perché tende a ristabilire attraverso l’adesione la sicurezza perduta.  D’altra parte, nel mondo globalizzato, pur sempre rimane costituito da società parcellizzate, la generalizzazione è diventata per la collettività la modalità prevalente di conoscenza e la coscienza collettiva tende ad essere la somma delle coscienze individuali, sicchè il comportamento di un popolo assomiglia sempre più al comportamento individuale e, viceversa, il comportamento dell’individuo rispecchia la cultura del suo popolo.

Il sociologo Derrick de Kerckhove, entusiasta per le tecnologie della comunicazione, definisce con Psicotecnologie: “qualunque tecnologia emuli, estenda o amplifichi il potere della nostra mente”  e la televisione è per lui una psicotecnologia per eccellenza, in quanto esprime niente di meno che la proiezione del nostro “inconscio emotivo” ed allo stesso tempo una esteriorizzazione collettiva della psicologia del pubblico. Sempre secondo de Kerckhove il “villaggio globale” di McLuhan è superato: siamo diventati tutti individui globali, grazie alle nuove possibilità di accesso alle comunicazioni satellitari e alle nostre infinite connessioni globali via internet. La globalizzazione non è un fenomeno riguardante la finanza e l’economia, ma la psicologia, lo stato mentale e la percezione. Ho l’impressione che folgorati sulla via  della tecnologia abbiamo in realtà acriticamente accettato la logica del marketing che vuole l’individuo consumatore, magari informato, ma passivo e addomesticato.

Il World Wide Web fu messo a disposizione del pubblico nel 1993, da allora la sua diffusione e le sue potenzialità hanno preoccupato uomini di cultura e politici circa gli effetti e ricadute sulla democrazia, ovvero sul rapporto tra individui e potere.  Ben presto il problema posto da internet, al di là di stabilire se il suo uso dovesse essere totalmente libero o in qualche misura regolato da leggi, é apparso essere l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione. In un tempo minimo io posso infatti acquisire e diffondere  una massa enorme d’informazioni che non sono poi in grado di elaborare.

Oggi che gli utenti di internet nel mondo superano i 2 miliardi (circa il 30% della popolazione mondiale) è lecito domandarsi in quale modo esso, aggiungendosi e combinandosi con i mass-media, abbia influenzato la nostra percezione, il processo psichico che opera la sintesi dei dati sensoriali in forme dotate di significato, che gli individui hanno del mondo. Si tratta, dal momento che la coscienza si forma sulla base della percezione della realtà esterna, di comprendere la relazione esistente tra conoscenza e coscienza.

Davvero nei social network avviene la diffusione di idee e di pensieri o piuttosto si tratta di uno scambio compulsivo di opinioni?  Si elabora l’informazione per decidere una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?  Il “Mi piace “ di Facebook viene trattato piuttosto col significato di “É vero”.  Una cosa è l’impiego del sistema numerico binario  per il funzionamento del computer, altra cosa è ridurre il soggetto allo stato  afasico delle risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta allo stato di un interruttore  che può accendersi o spegnersi. Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a  risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione  dell’apprendimento;  perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi?

Più recentemente con lo streaming il reality è entrato ufficialmente nella politica, con la pretesa di realizzarvi l’etica della trasparenza. Già, perché il vedere e sapere quello che accade in tempo reale viene considerato ormai con entusiasmo come la partecipazione democratica dei cittadini alla politica. É la coscienza di ultima generazione, che non si accontenta più dei risultati, ma pretende di assistere al processo per il loro ottenimento.

La gaffe della Capogruppo M5S alla Camera Lombardi che dichiara durante il confronto con Bersani per la formazione del Governo la propria impressione di trovarsi a Ballarò deve preoccuparci non tanto per la manifesta maleducazione istituzionale, quanto per il rischio che la visibilità in diretta dei lavori parlamentari in nome della trasparenza possa davvero trasformare per esempio una Commissione in un talkshow, come del resto proprio il video di quell’incontro con quella battuta rilasciata per ingraziarsi i suoi sostenitori ed il suo capo che agiva da remoto, ha già tristemente prefigurato.

Ma, paradosso dell’ottica, il mezzo trasparente che permette di vedere le cose è esso stesso invisibile e se secondo la percezione popolare là dove  ci sono oscurità e ombre può annidarsi il male, secondo la fisica dove c’è troppa luce l’occhio rischia di accecarsi e non vedere più nulla.

Se la fiction televisiva interessa più della realtà quotidiana e se la ricerca della trasparenza nelle istituzioni attraverso lo streaming non è altro che una  App della politica spettacolo, allora dove cercare la verità? Nel rigore scientifico, nella saggezza popolare o nella religione? Ma prima ancora, la verità c’è? E se c’è, è conoscibile? e se è conoscibile è comunicabile?

Può apparire destabilizzante terminare delle riflessioni con interrogativi,come un delitto che rimane impunito in assenza del colpevole, ma per coloro che, come me, non credono alla verità rivelata si impone la sua incessante ricerca, avendo presenti le seguenti avvertenze: la natura ama nascondersi (Eraclito) e dunque bisogna credere a chi cerca la verità, non credere a chi la trova (Gide), consapevoli che le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità (Nietzsche).  Io penso che la verità c’è, perchè ne avvertiamo la mancanza, ma essa non risiede nel passato nè si può completamente svelare nel presente. Poichè l’Universo è in evoluzione è il presente a spiegare il passato, mentre la verità si colloca piuttosto nel futuro e il comune orientamento ad essa degli uomini pone la condizione per la sua comunicabilità, come aghi in un campo magnetico.

Ma il mondo è qui ed ora, con la sua economia e la sua politica: che fare? Un passo indietro, due avanti. Il passo indietro consiste nel rivolgere senza indulgenza l’attenzione alle cause reali e profonde del declino del nostro paese  riconoscendo che è stata la condizione di sottosviluppo culturale del nostro paese la causa del nostro mancato sviluppo economico (per esempio con i bassi livelli d’istruzione, con la sfiducia nello Stato, la fragilità delle Istituzioni, con la dilagata corruzione e la diffusione territoriale della criminalità, col degrado ambientale e con la perdita dell’orizzonte dei diritti, …).

Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua reale condizione di sottosviluppo culturale perché non dobbiamo nasconderci il fatto che il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura.  Riconoscimento dei sintomi e consapevolezza della diagnosi innanzi tutto, solo a queste condizioni sono possibili reali e concreti passi in avanti in direzione del futuro, avendo la cultura come metodo e fine.

 

 

 

 

 

 




SOPA? NO GRAZIE!

Contro lo Stop Online Piracy Act (SOPA) e il   Protect intellectual property act (PIPA) si è diffusa nel mondo la protesta di coloro che vedono in ogni limitazione ad internet una limitazione alla libertà tout court.  La proposta di legge, che pure si basa sulla giusta difesa dei diritti di autore, sebbene dibattuta negli Stati Uniti d’America in realtà produce conseguenze che riguardano direttamente tutti noi e per questo sarebbe importante seguirne gli sviluppi.

Si segnalano qui all’attenzione di tutti la posizione recentemente assunta dalla Casa Bianca e l’annuncio della preparazione di un prossimo sciopero generale della rete  entro gennaio.




Cultura, democrazia e informazione. Presente e futuro.

L’enorme successo di Wikipedia in questi  dieci anni dalla sua messa in rete, 60 milioni di consultazioni al giorno,   suggerisce a molti un ulteriore esempio della democraticità  di internet: una cultura che nasce dal basso.  E’ da condividere  tale entusiasmo ?

In effetti, Wikipedia  e tutte le iniziative che portano  il sapere nella universalità della rete sono da considerarsi operazioni culturali rivoluzionarie, paragonabili a quella avvenuta cinque secoli fa con la traduzione della Bibbia dal latino in tedesco e la sua stampa, che da allora ne  permise la diffusione al di  fuori del controllo della Chiesa.  Tuttavia, non si tratta di una “cultura  fatta dal basso”, piuttosto della diffusione orizzontale della cultura esistente, non importa qui se alta o bassa, per opera di volontari  che agiscono al di fuori dei circuiti della cultura accademica.  Essa   costituisce  una buona pratica di democrazia,  di ciò che  significa essere  “per il popolo”.

Non è tutto.  Mentre Wikipedia cresce e si diffonde,  altri progetti innovativi,  forse ancor più rivoluzionari e destinati a sconvolgere ogni rapporto esistente con la cultura e dagli sviluppi imprevedibili, sono stati  lanciati: pochi anni fa il progetto Google books, consistente nel digitalizzare  tutte le biblioteche del mondo, al fine di rendere disponibile  a tutti la consultazione on-line di tutti i libri esistenti e più recentemente il progetto  avviato da  un gruppo di Harvard con il quale si sta cercando di creare una “Biblioteca Digitale Pubblica degli Stati Uniti”, contando solo su finanziamenti provenienti da una coalizione di fondazioni private, che si propone  di rendere accessibile gratuitamente il patrimonio culturale americano non solo a tutti gli americani ma al mondo intero.

Già avviati attraverso accordi con alcune tra le principali Biblioteche  USA universitarie e nazionali, tali progetti rivelano una valenza di portata pari solo al Progetto Genoma Umano,  da alcuni anni concluso. (nota)

Simili progetti possono anche’essi  apparire  ambiziosi e di difficile completamento, ma sotto ogni svolta rivoluzionaria del pensiero e della scienza dobbiamo  riconoscere la  realtà e il valore di  quei lavori poco visibili  con i quali si mette ordine nel  sapere e i risultati che ne derivano costituiscono letteralmente il  fondamento, al punto che col tempo non ci meravigliamo più del loro uso.  Si pensi  alla   formazione di  Vocabolari e Dizionari, dei criteri di classificazione in una  scienza, alla realizzazione, appunto, del  Progetto Genoma Umano,  sorta di dizionario dei geni dell’uomo.

Wikipedia e  questo due progetti di digitalizzazione delle biblioteche progetto  possono essere considerati come la realizzazione del sogno illuminista dell’Enciclopedia Universale, siamo di fronte alla realizzazione virtuale della Biblioteca di Alessandria.

Oggi il problema è: come la Università e la Scuola  potranno adeguarsi a tali rivoluzioni? Si tratta  questo di uno dei problemi cruciali della società contemporanea. Accade già oggi che dalla ricerca assegnata ai bambini della scuola elementare fino  alle tesi di laurea presentate  nelle Università, Wikipedia e Google rappresentino ormai una fonte irrinunciabile per il reperimento delle informazioni che servono per le loro elaborazioni.  Un data base, Wikipedia, costituito oggi da oltre 10 milioni di voci o articoli tradotti in 250 lingue  fanno ben storcere il naso al mondo accademico che ha instillato il dubbio sull’attendibilità delle informazioni in esso contenute.  Più realisticamente, e modestamente, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado non si fanno certo alcun scrupolo nell’usare l’enciclopedia on-line per la propria formazione e aggiornamento,  anche per l’esigenza di mantenere  un rapporto di parità e un contatto con i nuovi discenti spesso più smaliziati di loro.

Certo è che, a fronte degli sviluppi potenziali di queste tecnologie, le riforme scolastiche, in particolare le sedicenti tali del nostro paese, appaiono anacronistiche e ridicole. Piuttosto che insistere con programmi strutturati per materie che pretendono di approfondire, sia pure a diversi livelli, tutti i temi del sapere umano, occorrerebbe reimpostare diversamente e radicalmente l’insegnamento fondandolo sul metodo di studio e quindi all’uso degli strumenti moderni dell’ICT che  mettano gli allievi nelle condizioni di “navigare” con proprietà e sicurezza tra le varie discipline,  acquisendo la capacità di costruire,  al momento del bisogno e in autonomia,  il sapere al livello adeguato al compito richiesto.

Tutto questo, naturalmente, senza rinunciare ad una formazione più completa ed esauriente della persona che solo la relazione umana e la cultura umanistica possono garantire.

Facciamo un esperimento teorico.    Ipotizziamo che tutti i libri, gli articoli, le ricerche, le opere che  costituiscono  il sapere umano fossero digitalizzati e distribuiti in una  enorme rete di ipertesti, su cui poter eseguire liberamente le più diverse elaborazioni.  Immaginiamo quindi di avere l’interesse di  apprendere un determinato argomento. Estraiamo allora  tutte le fonti disponibili, per esempio i diversi autori che si sono  applicati a quel argomento e  cominciamo a creare  hyperlink inseguendo le nostre ipotesi o intuizioni. Ebbene, solo accostando tra loro diverse tesi ed opinioni espresse nel tempo e da differenti soggetti su un medesimo argomento, solo utilizzando quel metodo che  ben conoscono i critici e gli  estensori di tesi di laurea compilative, quante nuove ed interessanti verità potremmo svelare, verità che gli stessi singoli autori non avrebbero potuto  immaginare?

Il fenomeno  va considerato come una  ricombinazione di idee , in analogia a quanto avviene per la costituzione di un nuovo genoma in un nuovo essere a partire dai geni parentali: le nuove idee come nuove vite. Rimane il dilemma  posto da queste tecnologie,  ovvero stabilire se le regole della democrazia possano essere applicate alla scienza.

Si sostiene che Wikipedia sia democratica  in quanto conoscenza che si costruisce dal basso.  Una produzione della verità cui si può arrivare attraverso l’accumulazione degli apporti e delle correzioni collettive. Questa convinzione procura non poche preoccupazioni  al nucleo fondatore dell’enciclopedia nella misura in cui  applica  la regola, in verità non democratica, secondo cui la maggioranza ha ragione.  Ci troviamo ancora una volta all’interno di un pensiero ideologico che concepisce il popolo depositario di una naturale saggezza, che origina il peccato nella conoscenza concepita come la pretesa dell’uomo di essere come Dio, che pretende di condizionare la conoscenza ad una predeterminata visione etica, che indulge sul pensiero della “pancia” dopo averlo separato dalla “testa”.

Tale impostazione pretende di compensare la scarsa conoscenza e assimilazione della logica del pensiero scientifico.  Se l’informazione viene manipolata e occultata da chi la produce, la detiene e la  distribuisce essa diventa una merce, ovvero uno strumento di controllo sugli uomini che vengono in tal modo gerarchizzati  distribuendo loro  gradi diversi di accessibilità all’informazione, sempre però avendo i due limiti della dalla censura e del segreto.  In questa  posizione trova riscontro il cinismo del potere, secondo  cui  il popolo, quando afferma di volere la verità, alla quale per altro le costituzioni democratiche  garantiscono il diritto, in realtà vorrebbe soltanto delle spiegazioni.

Occorre tener ben presente che  gli elementi fondamentali della democrazia sono costitutivi della scienza,  dal momento che questa si fonda sulla dialettica di verificabilità e falsificazione delle proprie formulazioni, potenzialmente aperta a tutti.  Applicare le regole della democrazia alla scienza? Il vero problema che dovremmo porci è  dunque il contrario, ovvero  se è possibile applicare le regole della scienza alla democrazia.  La  visione di  internet come un’agorà  rappresenta, pur nella sua entusiastica semplificazione,   una  valida  piattaforma  per impostare  la ricerca di un risposta corretta al problema.