La logica non è un’opinione

Quando assisto ai talk show televisivi vengo colto da rabbia e depressione. Il livello della discussione è talmente basso non tanto per il fatto che la gente che vi partecipa mostra di non avere una sufficiente preparazione filosofica e memoria culturale, quanto perché nel ragionamento manca della più elementare logica.

Ci sono cose che non si possono non sapere, che dovrebbero essere insegnate e senza le quali nessuna discussione che abbia senso è possibile. Ci sono cose che se conosciute da tutti cambierebbero il volto all’umanità.  Si tratta di banalità base di ordine logico morale che dovrebbero essere assunte da tutti e su cui non si dovrebbe mai ritornare. Eppure queste banalità rimangono ai più sconosciute e producono socialmente danni enormi. Ci sono cose con cui ci scontriamo tutti i giorni che se ignorate impediscono la comunicazione e qui vorrei esprimerne almeno una: quando e come si può o non si può generalizzare.

Quando sento dire “non si può o non si deve generalizzare” o “non si può fare di tutta l’erba un fascio” “due pesi due misure” mi viene acidità di stomaco. Orbene, è necessario avere un po’ di pazienza e partire da concetti basilari  della statistica, quella parte della matematica che descrive ogni fenomeno, ogni grandezza che  può assumete differenti valori quali per esempio la statura o il reddito di una popolazione di individui. In altre parole la statistica studia un insieme di unità, una popolazione, e non la singola unità.

Tali valori di una grandezza si distribuiscono in un particolare modo che, come avviene in molti casi della natura, assume la forma “a campana” (chiamata “normale” perché frequente in natura o anche “Gaussiana”  dal suo inventore il matematico Carl Friedrich Gauss).

Tale curva ci dice che ogni fenomeno si distribuisce in un certo campo (campo di esistenza del fenomeno)  che va da un valore minimo a sinistra della curva, fino a uno massimo a destra della curva.  L’altezza tra i vari punti sulla curva (ordinate) rispetto alla sua base (ascissa) rappresenta quante volte il dato corrispondente a quell’altezza si manifesta (frequenza). Il concetto di “frequenza” con cui un fenomeno si manifesta dovrebbe essere patrimonio di tutti. Orbene, da sinistra verso destra la curva si innalza verso un valore massimo fino al suo apice per poi  ridiscendere assumendo una forma a campana, simmetrica rispetto ad una altezza centrale, l’apice appunto. In statistica i valori più frequenti (o più probabili) che si trovano a destra e a sinistra dell’apice sono chiamate “valori standard” e si dividono in due aree : quella che raccoglie il 68% della popolazione dei dati costituiscono 1 “deviazione standard”, mentre  quelli  del  95% della popolazione dei dati 2 “deviazioni standard”. La visione d’insieme è l’unica reale, che da idea della realtà e afferma la verità.

Veniamo ora all’esempio “gli uomini sono più alti delle donne”, verità incontrovertibile. Due curve a campana una per gli uomini e una per le donne, le due curve si intersecano facendo vedere come anche se l’altezza degli uomini nella media è maggiore vi è un numero considerevole di donne che sono più alte di un numero considerevole di uomini.
Tuttavia l’affermazione “gli uomini sono più alti delle donne” esprime una generalizzazione lecita, essa esprime  quello che per lo più accade, non dice “tutti gli uomini sono più alti di tutte le donne”; un obbiezione “non è vero, io conosco una donna o donne più alte di un uomini” è un’osservazione senz’altro ignorante. Perché è ignorante? Perché considera un caso singolo e non considera l’insieme portando l’esempio preso a dimostrazione del tutto, ebbene questa è una generalizzazione illecita. Si noti: quello che afferma è vero ma non è la verità. Questa confusione tra vero e verità avviene sempre in mancanza di una conoscenza di che cosa sia la statistica. La statistica è la verità più approfondita di un fenomeno. Di Trilussa gli ignoranti conoscono solo i polli. La regola dunque diviene: non si può dimostrare una verità portando esempi. Non si discute attraverso esempi a dimostrazione di una verità. Chi lo fa non consce questa banalità ed è semplicemente ignorante e non ha diritto a un’opinione. Il che non significa che non può “dire la sua”, ma che “la sua” non può essere presa in considerazione.

Se poi a dimostrazione porta esempi che si riferiscono a un’esperienza personale, l’opinione espressa è doppiamente ignorante. Ignorante non solo perché parla per esempi, ma perché incorre un altro errore.
Esiste un principio in ciascuno di noi che si chiama “principio di piacere”, per il quale ogni nostra azione è intesa a soddisfare il nostro corpo come la nostra vanità, l’autostima, cosicché andando per il mondo siamo propensi a raccogliere tutto quello che conforta le nostre opinioni e scartare quello che non ci piace. Nel bambino e nell’adolescente è per così dire naturale, nell’adulto è patologico, ma senza una sana educazione il danno è già “belle che fatto”. Destrutturare in seguito è un bel problema e in genere non avviene. Quindi a conclusione, non solo si parla per esempi ma vengono scelti quegli esempi che più ci piacciono. Un doppio nodo.
Ne nasce una confusione terribile, il livello della discussione è bassissimo e questa è la televisione. Per comprendere: “questa è la televisione” è una generalizzazione lecita, come tale non esprime la totalità, ma la buona o ottima parte. Una o due “deviazioni standard”.
Tutto questo non significa affatto che in una discussione “non si possano fare esempi”: l’esempio va fatto ed è opportuno, ma solo a chiarire l’enunciato. Quello che è illecito è confutare l’enunciato attraverso l’esempio.

Per concludere, generalizzare è sempre lecito e auspicabile quando si parla di  quello che per lo più accade, come ad esempio è lecito e non razzista dire i sud americani sono…, gli statunitensi sono, i milanesi sono … etc; è utile e doveroso trovare caratteristiche tipiche per ciascun gruppo sociale, importante è trovare verità oggettive non soggette a pregiudizi che si manifestino come tali. L’espressione “generalizzare è sempre sbagliato” è sbagliata, generalizzare è illecito se quello che caratterizza il gruppo viene applicato al singolo e se quello che caratterizza il singolo viene applicato al gruppo.

Queste regole sono assolute sia in campo fisico che in campo morale e costituiscono banalità di base. La difficoltà nasce quando dal campo fisico quantificabile si passa al campo morale non quantificabile o meglio quantificabile solo secondo opinione ma tenuto presente che le opinioni, come testé dimostrato, non sono equipollenti e per dirla con Platone ci sono opinioni e opinioni giuste. Le opinioni giuste sono quelle che operano secondo logica. Le opinioni che invece non operano secondo logica si definiscono opinioni ignoranti. Di fronte alla frase “è difficile trovare lavoro”, Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore, ha risposto “non è vero, mio figlio…” e  Zucconi è a mio parere uno dei migliori.

Le regole di logica morale sono ben altre di quelle ora espresse ma anche la semplice conoscenza di queste regole cambierebbe il volto all’intero sociale umano. Del resto in questo sociale una materia come logica morale è sconosciuta. Solo la cultura ci salverà.




La logica del pensiero comune

images-1Gli uomini sono più alti delle donne, non è vero mia cugina è più alta di te. Questa logica che appartiene ai più cade in due tipici errori: l’esempio probante basato sull’esperienza e la confutazione della verità basata sull’eccezione. Attraverso cliché in uso al pensiero esistono luoghi comuni veicolati nel linguaggio dalla pressione di gruppo esercitata dai media e dalla chiacchiera secondo cui è sbagliato generalizzare e avere pregiudizi. Questo pensiero stesso costituisce una generalizzazione. Per questo è necessario comprendere e comprendere a fondo che cosa significhi generalizzare. Ebbene, dal vocabolario apprendiamo che generalizzare significa estendere, applicare a un intero gruppo di persone o di cose ciò che ha valore particolare o si riferisce al singolo.

“Gli uomini sono più alti delle donne” non si riferisce al singolo, ma al gruppo e pertanto non si tratta di generalizzazione come la maggior parte degli individui ritiene. Essa è piuttosto una verità statisticamente comprovata. Tuttavia, il luogo comune del pensiero si pone la domanda “è vero che tutti gli uomini sono più alti delle donne” e trovando infinite eccezioni smentiscono l’asserito definendolo una “generalizzazione”. In realtà, quando si afferma “gli uomini sono più alti delle donne” si afferma una verità in modo del tutto indipendente dalla sua applicazione. Fare affermazioni “in generale” e cosa ben diversa dal “generalizzare”.

“Non è vero, mia cugina è più alta di te”, contrariamente, estende un particolarità riferita al singolo a tutta una categoria di persone e quindi di contro al pensato comune costituisce generalizzazione. L’eccezione non fa la regola e la regola non viene smentita dall’opinione.

In definitiva diremo quindi che si generalizza ogni volta che si trasferisce proprietà riferite ad un gruppo al singolo individuo e quando si trasferisce proprietà riferite ad un individuo al gruppo, ma non si generalizza quando si esprime un’opinione su un gruppo o una categoria. Più in generale (sic!) si può affermare che una proposizione vera nella sua generalità non può essere applicata a nessun sottoinsieme dell’universo considerato. Può essere che le donne della Patagonia siano più alte degli uomini.

Il fenomeno della generalizzazione per altro viene aggravato dal fatto che l’opinione espressa si rifà all’esperienza personale che viene citata come fosse un campione significativo dell’universo in discussione. Chiaramente la conoscenza personale del fenomeno può giocare solo per la comprensione del tema, definisce cioè l’argomento trattato, ma non può in alcun modo essere portata come opinione in senso quantitativo e neppure qualitativo se non ha conoscenza in modo significativo dell’argomento trattato.

Il più delle volte l’opinione sugli Inglesi, sugli immigrati o i rom si forma all’interno di quel ”io sento” sulla base dei contatti e delle esperienze personalmente ricevuti senza alcuna conoscenza approfondita della realtà conoscibile, riguardante la questione trattata; conoscenza che necessita di studio e ricerca di parametri oggettivi che ogni operatore sociale dovrebbe apprendere e che solo la statistica può dare.

Occorrerebbe una conoscenza statistica dei fatti o eventi per comprendere e definire la realtà. Senza una mentalità educata alla statistica si possono infatti sposare tutte le tesi perché per ogni tesi esistono innumerevoli esempi pronti ad avallare qualsiasi opinione. Stante inoltre la proverbiale tendenza di tutti a scartare tutte le esperienze e gli esempi che contraddicono le nostre tesi e ad avvalorare quelle che le confortano, il campione di esperienze che ci si presenta oltre che essere limitato risulta anche falsato. Si chiamano ipotesi ad hoc e sono quelle tesi per la dimostrazione delle quali la raccolta differenziata di tutti gli esempi viene ad avallare l’opinione espressa.

In un talk show sui recenti fatti romani l’ex Presidente della Regione Lazio Storace difende la categoria politica di appartenenza, la destra, portando l’attenzione sulla sua persona, la sua integrità morale e intellettuale, lui in rappresentanza di una destra sana e forte. Questa è una tipica generalizzazione, utilizzata come espediente per sottrarsi dal merito dell’argomento, di cui un politico si dovrebbe vergognare e invece tutti lo fanno e tutti abboccano. L’argomentazione proposta che sposta l’esigenza di verità riguardo alla generalità del fenomeno si sposta sul singolo, sulla persona e pertanto fuori tema e fuori logica. L’errore è sempre lo stesso: ”non è vero che tutti … tanto vero che io…”. Sviato il tema su un altro l’ultimo proposto funge da nuovo capo per un nuovo discorso su cui tutti si buttano. Di li in poi si triangola. Da discussione politica degenera a discussione personale. Un delirio.




Il pensiero debole

L’esperienza non conta nulla.  In genere si ritiene che “ciò che conta” sia l’esperienza; la pratica, si dice, conta più della grammatica.  Sull’esperienza, l’esperienza personale, si formano le nostre opinioni, ma non solo.

Più profondamente dell’opinione si strutturano convinzioni che investono la sfera personale emotiva. Detto in uno, le nostre convinzioni siamo noi, noi per quello che siamo. Ecco perché cambiare opinione è se non impossibile, molto difficile. Significherebbe destrutturare, ovvero rinunciare a non solo a tutto quello che finora abbiamo creduto, ma accettare lo “spaesamento”, un vuoto esistenziale e con esso l’impossibilità di esercitare quello che riteniamo un nostro diritto “il diritto di esprimere la nostra opinione”, di essere noi.

L’accettazione della nullità del valore della nostra esperienza crea una disistima, una caduta dell’autovalutazione non solo del discorso nel dialogo, ma della persona. Per questo le opinioni sono sempre sostenute con un accanimento che va molto al di là della cosa discussa.

Il legame affettivo che lega la persona all’opinione porta il dialogo a una disputa in cui è pretesa una vittoria e la sopraffazione di uno sull’altro. Il discorso viene a mancare di oggettività e l’oggettività viene pretesa nell’opinione.

In una discussione l’esperienza personale può essere solo utilizzata per esemplificare, per far intendere una teoria già altrimenti  espressa,  una tesi diversamente formulata in base a principi logici oggettivi. Orbene l’esperienza personale non ha nessun valore né per costruire teorie né per difendere tesi e non può mai essere portata in un discorso né per affermare tesi né per confutarle.

Questi principi non sono a loro volta opinioni ma seguono oggettivamente leggi logiche e logico statistiche. La mancata acquisizione da parte dello spirito di questi principi vanifica ogni dialogo ogni discussione.

Ogni sistema necessita dell’analisi delle variabili intervenienti, variabili alle quali va dato un peso per stabilirne la pertinenza e l’incidenza. Id quod plerumque accidit, quello che per lo più accade: la statistica. (nota)

I più infatti si basano per misurare la realtà sulla propria esperienza in base all’accaduto, a quello che a loro è accaduto, formulando quella che viene giustamente definita da Platone l’opinione ignorante, strumento di sfruttamento principale di certa politica.

In una popolazione di dati molto estesa, ogni opinione qualsiasi essa sia sarà suffragata da innumerevoli esempi, moltissimi sono gli esempi che nella propria vita possono essere trovati a conforto della propria opinione, opinioni che si consolidano esempio su esempio e divengono nel tempo convinzioni ovvero posture dello spirito.

Ovviamente per ogni ipotesi siffatta si possono parimenti trovare un numero uguale di  esempi contrari, nascono le discussioni ignoranti. Per gli uni gli altri vivono sempre nelle favole.

Si è così costretti ad assistere a pseudo dibattiti cui democraticamente viene attributo a questo dire ignorante la dignità di opinione, chi assiste possedendo identica mentalità non avverte minimamente l’inganno e pensa solo a schierarsi.

Non è possibile intervenire. Intervenire a favore di una tesi piuttosto che di un’altra significherebbe abbassarsi al livello della discussione e perdere la conoscenza.

Queste opinioni ignoranti appartengono naturalmente per definizione alla maggior parte della popolazione, di qualsiasi popolazione si tratti. Le opinioni ignoranti maturano da quello che tutti definiscono esperienza, un nulla di conoscenza costruito attorno al proprio spirito.

Bisogna comprendere che derivare convinzioni dall’esperienza è di fatto cosa naturale, è il primo approccio all’essere e rimane l’unico se non ne maturano altri: la pratica conta più della grammatica e tutti hanno diritto di parola, anche gli asini in classe; così è stato e così sempre sarà in quel periodo che precede la maturità dell’uomo nella filogenesi come nell’ontogenesi, si tratta come detto di una postura primordiale dello spirito nella conoscenza.

Da sempre i nostri antenati così hanno inteso e ancora intendono la realtà. Viviamo insieme a loro, e sono la maggioranza. L’opinione ignorante domina nella convinzione che la statistica sia quella scienza per cui se in una popolazione uno ha due uno non ne ha, in media ognuno ha un pollo; seguono grasse risate e sguardi di intesa.

La disciplina che studia le caratteristiche delle popolazioni secondo la loro variabilità contrariamente a ciò che si pensa é una scienza esatta e la prima regola da imparare é che anche se esiste una variabilità molto elevata tra gli individui di una popolazione la media difficilmente varia e varia per parametri differenti da quelli che riguardano gli individui singolarmente considerati, e differenti dalla variabilità locale, dai parametri riscontrabili di zona in zona, il sud, il nord, il centro.

Ciò che vale per una popolazione può non valere per l’individuo, né per una parte di essa. Attribuire ad un individuo ciò che appartiene a una popolazione, come attribuire ad una popolazione ciò che caratterizza un individuo determina quella che si può a ragione definire un errore logico, una ragionamento ignorante fondato sulla falsa logica dell’ analogia, del sillogismo, e della correlazione, strumenti peraltro preziosissimi per l’intendimento della realtà agli albori della civiltà.  Si tratta infatti della generalizzazione.

Chiarisco da subito che generalizzazione può essere considerata solo il fenomeno appena descritto, di contro avere un’opinione su di un individuo come su un popolo non solo non significa generalizzare ma  è giusto e legittimo.

Tuttavia così come ignorante deve essere considerata la generalizzazione testé definita, ignorante deve essere considerata ogni opinione fondata sull’esperienza; è ignorante generalizzare quello che per esperienza si è appreso, anche perché per lo più non ce se ne avvede, anche questo fenomeno estensivo del sé più che della propria opinione rientra nella generalizzazione; per esperienza un abitante del nostro paese, che non abbia conosciuto altro che il proprio villaggio, sarà portato ad affermare che l’altezza degli uomini e delle donne é quella da lui riscontrata, sia o non sia quella statisticamente riscontrata, e affidandosi alla vista difenderà la propria opinione anche a discapito della scienza, una materia che peraltro non conosce e verso cui pertanto diffida.

Fonderà sulla personale esperienza una verità che estenderà tanto più quanto più limitata é la conoscenza per un’ansia naturale di dare nome ad ogni cosa in modo da poterla controllare in un universo tanto più ristretto quanto minore é la conoscenza.

La generalizzazione fondata sulla personale esperienza é proporzionale all’ignoranza. Più uno è ignorante e più generalizza, prima dà un nome alle cose e prima si chiude nell’opinione.

Quanto più l’esperienza è limitata quanto più l’opinione è ignorante e di una popolazione, un universo di dati, non si può avere conoscenza se non studiandola, e studiandola a fondo. Lo studio di una popolazione è la statistica, una scienza di cui tutti ignorano l’esistenza, politici compresi che ritengono solo di servirsene anziché di servirla.

Anche i dati sono utili ma per chi ha compreso ciò che è veramente necessario è una mentalità, la mentalità statistica.

Per l’individuo l’emozione legata all’esperienza é la chiave di lettura del mondo, il suo fine è l’utilizzo e la lettura sarà tanto più limitata quanto é più limitato lo spirito nell’analisi dell’esperienza vissuta nella conoscenza della parte e nel disconoscimento del tutto. Uno, due, tre… e il mondo è già detto e per come da me detto.

Il mondo al suo apparire affiora alla coscienza con relazioni elementari che non vanno al di là della correlazione e dell’attesa del ripetersi di un avvenimento esperito, un evento che si è legato accidentalmente alla memoria; un sillogismo, un’affinità solo linguistica di concetti o a volte di sole parole, chiude immediatamente il discorso con la conseguente generalizzazione del proprio accaduto a tutti quegli avvenimenti che presentino caratteristiche appena analoghe.

Alle volte non si è neppure in grado di riconoscere.

In che cosa consista l’analogia é soggettivo sia della specie, che dell’individuo, nonché dipendente dalla situazione in cui l’evento é venuto  in essere e a ripetersi; ma questo porterebbe lontano, rilevo solo che la correlazione oltre ad essere il primo e più importante fondamento di ogni logica é tuttavia anche fonte di molti inganni e sta alla base di errori posturali dello spirito quali astrologia, magia e superstizione.

Quello che qui si vuole rimarcare é che come per altri esistenziali, la generalizzazione che nasce dall’esperienza individuale é stato naturale dell’essere, la prima propensione dell’io, è una postura dello spirito nel suo primo tentativo di comprensione del mondo. Spesso rimane l’unico.

Questo é lo stato naturale delle cose per l’essere esistenziale uomo ai primordi della cultura come della vita. Il superamento dell’esperienza come metodo sulla strada della conoscenza risiede ovviamente in vie diverse di accesso alla cultura che all’esperienza diretta non si rifanno, ma che cercano di approfondire la conoscenza attraverso lo studio di realtà più vaste del vissuto personale, o fidandosi delle ricerche e delle verità altrui o sperimentandosi direttamente in realtà diverse dalla propria.

Entrambe le vie sono necessitate e complementari. Sicuramente non é necessario aver vissuto per aver inteso ma é necessario ampliare lo spirito per diversamente intendere e relegare a un sé emotivamente per altre vie noto.

Queste altre vie necessitano di metodi diversi dalla correlazione e dal sillogismo e fondano la logica, ma esprimono anche l’essere nell’apertura per il senso legato ad una diversa emozione del mondo. Conoscenza razionale e conoscenza emotiva sono entrambe connesse all’intelligenza, alla postura dello spirito e quindi nel fondamento all’emozione cognitiva dell’essere, all’apertura.

Quando lo spirito chiude nulla più può essere scoperto, qualsiasi sia l’altezza a cui chiude.

Tutto ciò per dire che senza queste armi ogni discorso é inutile e che solo proporzionalmente al possesso delle stesse può essere significativamente compreso quanto da me detto e soprattutto ancora da farsi.

La comprensione di un’emergenza esistenziale in quanto sistema olistico di non facile definizione pretende una capacità di flessibilità, di immaginazione e di rimando delle aspettative, non indifferente, bisogna saper intuire e saper differire tenendo come valida in assoluto per ora solo la via intrapresa, indipendentemente da quelle che saranno le conclusioni e se ci saranno conclusioni.

L’esperienza dello spirito é nella conoscenza indipendente dai legami di spazio e tempo a cui la quotidianità o il contingente ci costringe.

Si potrebbe obbiettare che la mia indagine non si avvale di una conoscenza diretta dei fenomeni servendosi di metodi consentiti dalla scienza, ma di formulazioni di ipotesi a priori, di teorie indimostrabili se non parzialmente attraverso i fossili comportamentali esistenti.

Verissimo, potrebbero anche essere il frutto di uno spinello dopo un’ indigestione. C’é ovviamente un tuttavia. L’idea che la realtà oltre che comprensibile sia logica non é certo mia, io ho solo sposato questa tesi, aggiungendo che la comprensione é legata all’emotività, all’empatia; il mondo si disvela all’essere esistenziale per le capacità di  ogni essere di  penetrarlo attraverso la rappresentazione, la riproduzione in sé del mondo per l’emozione che dalla rappresentazione riceve, ovvero come detto non già più solo coi sensi, non solo nella comprensione, ma nell’emozione che ne é il fondamento.

Emozione che il ricevente ritiene per elaborarla dentro di sé, per essere in una nuova emozione come risposta al mondo.

All’empatia, a questa sorgente di ogni capacità di analisi, io ho fatto riferimento per leggere e formulare ipotesi sulla realtà esterna, per quanto lontana nello spazio come nel tempo. Ho pindaricamente rappresentato me, proiettandomi in quel mondo remoto del nostro essere per configurare quale esso sia stato, dandomi quelle limitazioni da me suggerite che covano in ciascuno sotto la cenere.

Il percorso fin qui compiuto é certamente criticabile nelle ipotesi fatte come nelle spiegazioni date e sicuramente degno di approfondimenti, mi attendo anche smentite, e nonostante tutto più che plausibile.

Che le cose siano avvenute proprio a questo modo, direbbe Platone, io non lo posso affermare tuttavia qualcosa di simile … Il perché di questo viaggio dell’immaginazione nel tempo trova molte spiegazioni una delle quali é il superamento dell’ ”orrido naturale”.

Di comune accordo con Leopardi, la natura é matrigna; tutto ciò che ci spaventa , indigna o terrorizza oggi, passato in giudicato come legge di natura, turba la nostra esistenza.

Vi sono convinzioni radicate all’essere nella sua prima infanzia ancor prima dell’insorgenza dell’io, così nella filogenesi come nell’ontogenesi, che si radicano nello spirito ancor oggi, nella quotidianità, manifestando un sentire primitivo, quando non primordiale, che convive nel quotidiano con l’informatica e i viaggi spaziali.

Pulsioni ancestrali legate all’essere fin da epoche remote convivono con sentimenti di giustizia, rispetto, tolleranza, bellezza e quant’altro dell’eccellenza cui l’uomo ha saputo giungere. La dispersione dell’essere nell’uomo é massima e destinata ad aumentare; di fatto non esiste nessuna specie paragonabile per difformità di esistenza.

I topi sono tutti uguali, non gli uomini. Nessuno é meno uguale degli uomini. Questo suggerisce una totale diaspora dell’essere nell’esistenziale uomo per quanto riguarda il modo di esserci, ovvero nell’emozione che lo fonda, se un intervento contro natura non portasse le diverse esistenzialità ad unirsi.

Questo intervento contro natura può essere solo addebitabile alla cultura. Anche per questo la cultura é essere separato. É la cultura che artificialmente, ad arte, tiene uniti gli uomini.

Il superamento dell’orrore può avvenire solo grazie a quell’altra coscienza di sé così come nella mia indagine si va delineando.