La frontiera non è un limite.

“Combattere la tecnologia significa combattere l’ingegno umano”. Con questa affermazione il programma di Intelligenza Artificiale della IBM Project Debater si è recentemente confrontato, sotto le vesti di un display dalle dimensioni umane e con voce sintetica femminile, in un dibattito durato 20 minuti con due oratori sul tema della telemedicina. Nel dibattito il software ha sostenuto che i governi dovrebbero sovvenzionare l’esplorazione dello spazio, quindi la telemedicina dovrebbe essere utilizzata più ampiamente.

La capacità di argomentare dell’Intelligenza Artificiale continua a progredire e a sorprendere, iniziando a farsi percepire dal pubblico più istruttiva ed efficace dei competitori umani. Arriveremo presto all’oratoria greca e latina di Gorgia o Cicerone?  In fondo, una delle recenti realizzazioni di robot con IA si chiama Sofia.

Intanto rilevo con molto interesse la presenza di un professore universitario di “informatica e filosofia” (Chris Reed, Università di Dundee)  in questa demo dell’IBM, che mi richiama alla mente quanto sostenuto dal professore Ivano Dionigi, famoso latinista italiano,  che cita Steve Jobs e il bisogno che abbiamo di “ingegneri rinascimentali”.

L’intelligenza Artificiale ha aperto una nuova frontiera che richiede nuovi pionieri con nuovi saperi. 




Solo la filosofia ci salverà

UnknownUnknown-2L’ottima recensione di Massimo Cacciari all’ultimo e pregevole lavoro “Dike” di Emanuele Severino mi rincuora sullo stato della filosofia, oramai ridotta ad ancella della scienza, suscitando in me altrettanta “meraviglia” che mi porta a fare queste brevi considerazioni. Sebbene “eretico,  Severino permane cristiano e come tale cerca di far rientrare la filosofia in questo ambito. E non solo nell’ambito del solo Cristo, ma dei problemi teologici che affannano la Chiesa pur dissentendone. La sua metafisica pretende l’eternità del tutto in un disegno divino chiamando diavolo il nichilismo e Dio la fede. La sua affermazione più sconvolgente è che il rimedio all’angoscia del nulla (Heidegger) che colpisce il “mortale””sia il pensiero che tutto è eterno, la cancellazione della fede nella morte: “Qui sta il fondamento necessario dell’errore stesso, consistente nella fede nella mortalità di ciò che è”.

Tutt’altro che banale, qui si vola alto. Si chiami fede o fiducia esistenziale, mostra un agire che pretende una tradizione, una continuazione post mortem. Nel Prometeo incatenato Eschilo fa dire a Prometeo in risposta a Hermes che gli chiede che cosa pensa di aver dato agli uomini rubando il fuoco agli dei “Era sbarrato l’occhio ai mortali all’ora fatale, questa scintilla artefice di molti mestieri e un opaco sperare”.. L’”occhio sbarrato di fronte alla morte” porta con sé il nichilismo mentre questo “opaco sperare” ha il merito di non concludere il discorso con la morte e un agire non solo come voleva Heidegger in funzione della fuga dalla morte, ma un agire che ha a cuore le generazioni future e con esse il Destino. Il discorso di Severino sulla fede nell’eternità di ogni essente in chiara contraddizione con la resurrezione cattolica è sicuramente di ampio respiro e più fedele al dettame di Cristo.

La mia visione è però diversa. Quanto asserito che non mi trova in disaccordo deve però essere inquadrato più estensivamente in una visione più globale che tenga conto dell’apparire delle emergenze che rileggono di volta in volta l’esserci.

Un discorso per cui lo Spirito si disvela sempre diversamente offrendo all’ente che si astrae una maggiore partecipazione. Per Severino gli enti paiono essere manifestazioni di Dio in un disegno predeterminato e immutabile. Ogni categoria è immutabile e immutabili sono le “figure”, l’uomo nell’esserci è sempre lo stesso. Nella mia visone laddove Severino vede una linea io vedo una spirale.

Lo Spirito muore di una morte totale, si “sacrifica” dando alla luce la materia e nella materia progressivamente si “inluia” fino a che con salti ontologici, ma senza soluzione di continuità, l’esserci è sempre differente e partecipa via via maggiormente dello Spirito. Agisce da fuori non come creatore, ma come attrattore lasciando all’essente la possibilità di redimersi. Chiama a sé senza intervenire con la verità, col bello e col buono. Detto altrimenti noi dobbiamo fare la Volontà di Dio, ma Dio può fare solo la nostra volontà.

Del resto però non posso negare che la fysis, la forza della natura naturans, non possa essere quel “meno di niente” (Slavoj Žižek) che nessuna scienza, come dice Severino, potrà mai scoprire. Se si pensa al superamento del principio di non contraddizione possiamo ipotizzare che l’essere sia l’una e l’altra: l’essenza degli enti nel divenire (movimento) e la Divina Essenza (immobilità che attrae). Conciliando in tal modo l’aporia tra essere e divenire. La Fenomenologia Evolutiva dello Spirito è una nuova avventura a cui la filosofia non è ancora pervenuta.




Introduzione alla Filogenesi Culturale

Ogni uomo alla nascita deve ripercorrere in pochi anni tutto quel cammino che la propria civiltà ha percorso in migliaia e migliaia di anni, nasce quando il mondo è già parlato. Mafalda, la protagonista dell’omonima striscia a fumetti di Quino (un signore che con il fumetto ha fatto cultura), ad una amica che le chiede se capisce quando parlano i grandi, risponde: “sei mai entrata in un cinema quando il film è già cominciato?”.

La mia intuizione è stata trasportare quest’idea dall’ontogenesi alla filogenesi, alla nascita dell’uomo in quanto coscienza durante l’evoluzione. Quando la coscienza nasceva migliaia di anni fa e nasceva proprio in quanto coscienza, il film era già cominciato, esistevano già le regole, regole non solo naturali ma anche culturali. Anche se nessuno le aveva fatte e solo la mente umana aveva potuto partorirle, le regole erano già lì prima che la coscienza fosse.

Com’è possibile?  Chi le aveva fatte?  Da dove vengono le regole?

Questa apparente contraddizione trova la sua spiegazione nella cultura come positum, nel modo in cui la cultura viene a depositarsi agli albori di ogni civiltà. Questo modo da me definito selezione culturale sta alla base della filogenesi culturale. La filogenesi culturale si occupa della fenomenologia dello spirito attraverso emergenze esistenziali che altro non sono se non le premesse per l’epifania dello spirito nelle sue diverse manifestazioni. Emergenze strettamente legate alla selezione naturale, alla sopravvivenza del gruppo, ma al tempo stesso costituenti per l’individuo un nuovo modo di esserci.

Da questa idea è nata un’opera: la filogenesi culturale. Quest’opera ha l’ambiziosa pretesa di voler rivoluzionare la concezione fin qui avuta della filosofia, di sottrarre la filosofia al ruolo di ancella nei confronti della scienza, posizione nella quale ora versa in qualità di epistemologia, per riportarla al primato che le compete tra le dottrine interpretative.

Non è un testo ovviamente per gli adoratori della cultura in pillole, la lettura non offre scorciatoie; tutto va letto, letto fino in fondo e digerito. La sospensione del giudizio è indispensabile alla comprensione. Qualsiasi ideologia, qualsiasi appartenenza, qualsiasi posizione pregiudiziale in dottrina come nella persona ostacola la comprensione.

Molto brevemente dirò che esiste un vuoto tra la Scienza e Dio che oggi non è riempito da alcunché, un vuoto che le considerazioni sull’essere Heideggeriane rientranti in quella scienza preliminare che fonda l’analitica esistenziale colmano solo parzialmente. Anche Heidegger per quanto possa essere stimato il più profondo ricercatore in merito all’Essere, alla sua ontologia, rimane legato in quella che si può definire una filosofia statica, un modo di vedere  e approfondire la realtà che parte dal soggetto calato nella realtà storica del tempo in cui vive e che cerca i fondamenti dell’essere a partire dalla stessa per tornare alla stessa senza mai uscirne né riuscire a vedere di stare ragionando su un solo piano, quello della cultura del proprio secolo.

Di contro, la visione antropologico culturale offerta nella filogenesi spazia in una categoria dell’essere ignorata dalla filosofia: l’evoluzione, l’evoluzione filogenetica che la cultura ha avuto a partire dagli animali fino a giungere all’uomo. Ho cercato di analizzare il più puntualmente possibile le emergenze esistenziali che hanno costituito il positum della cultura umana. In questo studio della dinamica dell’essere nel suo divenire si fonda la filosofia dinamica.

In osservanza dell’analitica esistenziale mi sono rifatto a un domandare più originario, ma diversamente da Heidegger, il mio a che non ha spaziato astrattamente nella riflessione, partendo cioè da un’indagine su un piano orizzontale legato alla cultura dell’epoca da me vissuta, ma il mio spirito è sceso più concretamente verticalmente nell’evoluzione dell’essere della cultura della storia naturale, parallelamente indagando sui mutamenti dello Spirito. Dalla natura all’uomo, dalla res estensa alla res cogitans, vi sono infiniti passaggi senza soluzione di continuità che hanno tuttavia diversificato l’essere come la notte il giorno. Alcuni di questi determinano svolte radicali nel modo di esserci. È a queste emergenze che ho posto attenzione.

È bene precisare che quanto fatto anche se non pretende di essere alla portata proprio di tutti, non è un libro per specialisti e non inerisce la sola filosofia. Quanto riscontrato ha aperto sentieri, altrimenti interrotti, che spalancano a trecentosessanta gradi nuove visuali in tutti i campi, e che può trovare applicazione a stregua di un trattato del saper vivere anche nella vita pratica di tutti i giorni in merito a comportamenti da tenere in ordine di sesso e affettività, nonché in generale col prossimo.

Le conoscenze acquisite con queste letture  costituiscono una piattaforma imprescindibile per qualsiasi discussione che voglia meritare di discussione il nome. Non stimo certo di aver esaurito lo scibile, ma al contrario di aver aperto una cruciale via per la sua espansione, per l’analisi dell’esistente e delle prospettive future.  Sono i primi passi sulla luna.

Alcune considerazioni di ordine metodologico. Nella filogenesi culturale ho espresso la tridimensionalità del Discorso e il labirinto che ne rappresenta l’immagine grafica, una logica unisce e concatena il tutto. Data la tridimensionalità il labirinto è percorribile in più di una dimensione e distinguendo sommariamente gli eventi in orizzontali e verticali, studiando le emergenze io cerco di capire la loro nascita nel tempo e il loro sviluppo in un tempo così indeterminato da andare dalla nascita dell’uomo fino al periodo che precede la storia.

Ritengo questo possibile solo perché l’evoluzione mostra un andamento parabolico. Mettendo in ordinate i progressi e in ascisse il tempo, essendo l’incremento più che proporzionale, si può assistere fino al periodo che precede la storia, diciamo fino a diecimila anni fa, ad uno sviluppo culturale lentissimo quasi nullo se paragonato agli sviluppi poi avvenuti, lento ma tuttavia non nullo. Seguendo la logica usata, la logica del reale, un’analitica esistenziale applicata sulle emergenze esistenziali mi è stato possibile capire gli abissi in cui lo spirito ha fondato le proprie radici.

Ogni volta che le stesse sono state ritrovate sono stato poi costretto a frenare il pensiero che inevitabilmente spingeva verticalmente nel tempo a paragone e a spiegazione dell’oggi. Chiaramente si svelano qui in parte le finalità che mi sono proposto ma che vorrei aver cura di raggiungere gradualmente. Anche perché risalire per intero uno solo di questi filoni meriterebbe di per sé una trattazione.