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Dobbiamo diffidare degli -ismi. 

220px-Worshiping_the_golden_calfNell’immaginario collettivo, il senso comune, il termine ideologia ha assunto oggi una connotazione per lo più negativa. Infatti esso viene spesso percepito come una metafora dell’autoritarismo, evocando il fantasma del nazismo o del comunismo. Tutti ritengono di conoscere il termine e conversano tra di loro ora in favore “il problema è che non ci sono più ideologie” o contro “ma questo è ideologico!” come dire “falso”, idee astratte avulse dalla realtà. Ideologia è un’altra di quelle parole polisemiche in uso al linguaggio su cui esiste una grande confusione. Se consultiamo un dizionario (p.e. Treccani) all’osso e alla radice si evince che si tratta di credenze, credenze più o meno validamente supportate. Tali credenze sono il supporto, lo stroma di sostegno epocale di ogni civiltà. Ovvero l’intendimento profondo e allo stesso tempo superficiale che sostiene in quanto trama l’ordito dell’umanità nel qui e ora. Rappresentano il pensiero unico il mezzo e lo scopo del sociale. “L’enunciato gli antichi credevano che …” non fa riferimento alle sole conoscenze scientifiche, ma al complesso delle credenze che costituivano la mentalità, il modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose. In definitiva ogni ideologia è portatrice di un diverso modo d’esserci, l’odore e il sapore stesso di un’epoca, che vive come spirito in carne e ossa una diversa felicità diversamente distribuita all’interno di un tutto che insieme è vita e prigione, teatro in cui si recitano, senza saperlo, ruoli e parti di significato universale.

Detto diversamente, l’esistenza non è mai stata la stessa e non è tuttora la stessa. Malgrado l’avanzamento della scienza e della techne gli antichi siamo ancora noi. Ancora noi a spalancare la bocca davanti alla scoperta del fuoco.
Il modo particolare di concepire l’esistenza, la mentalità, pretende una ragione, uno scopo. Lo scopo in passato è stato dettato dalle ideologie, credenze religiose, filosofiche, politiche e morali. Le ideologie per quanto falsificabili hanno sempre avuto l’enorme e indiscutibile pregio di collegare ovvero tenere unito un popolo o più di un popolo e di contribuire in modo essenziale alla sua sopravvivenza. in questo senso le religioni possono essere considerate come la prima forma dell’ideologia e in questo senso si spiega la loro radicazione nella gran parte dell’umanita’. Ciò non testimonia la loro validità, ma la necessità di un progetto comune senza il quale la disgregazione è inevitabile.

Da quando la scienza si afferma come verità non si può più parlare a proposito di scienza di credenze, la scienza di fatto non è una credenza, la scienza si afferma come verità e oltre al compito di spazzare via credenze che si intromettono nel suo campo e come tali possono essere smentite, mostra al suo interno il metodo con cui la verità va cercata falsificando verità religiose, filosofiche, politiche e morali che pretendono di essere il verbo in un campo che non gli appartiene tentando di limitare la scienza in ogni sua nuova stagione. Questo beneficio assoluto portato dalla scienza all’umanità ha illuso l’umanità che attraverso la scienza sarebbe arrivata all’uomo la felicità, affidando alla scienza e alla sua sorella gemella la techne, ogni salvezza. Il pensiero illuminista che alla scienza si è rifatto ha creato un mito e moltissimi fedeli.

A che la scienza? Possiamo ritenere utile la scienza per due motivi, uno per vincere l’ignoranza di credenze che la contraddicono, l’altro per migliorare la sopravvivenza. La sua importanza quindi per migliorare la condizione umana è indiscutibile. La scienza dunque è un mezzo per raggiungere due scopi, eliminare la fantasticheria e migliorare la sopravvivenza. Tuttavia vi è un campo che alla scienza non compete: la morale. La scienza migliora la sopravvivenza, ma non necessariamente la vita. La scienza è un mezzo e in sé è indeterminata, senza scopo. L’azione dipende dallo scopo, cambiando lo scopo anche l’azione cambia ponendo al timone le varie ideologie, la scienza in sé non ha altro scopo che quello di progredire con un unico fine che presuppone la centralità dell’uomo e della vita umana (paradossalmente se al centro ci fossero gli animali ogni azione della scienza cambierebbe) per quanto riguarda la sua sopravvivenza, non è un soggetto né volitivo né pensante, ogni suo prodotto può essere usato da chiunque per qualsiasi scopo in dipendenza di credenze. La scienza è a-direzionale, il fine rimane indeterminato. L’uso dunque non riguarda la scienza, ma unicamente la morale che si fonda sulla volontà. Una “democrazia procedurale”, è una democrazia che guarda solo al contingente seguendo una tecnica politica per obiettivi contingenti qualificati come reali e trasferisce la propria equità agli esiti della propria applicazione, al di fuori di qualunque ideologia e qualsiasi epistème, verità morale, ai soli fini di trovare il consenso, ma obbedisce di fatto all’ideologia dominante: l’ideologia economica del Mercato, espressione della della Techne, che il capitalismo, sua concretizzazione, si illude di dominare. Il risultato è il volere della maggioranza in luogo del bene comune, di qui ogni populismo.

Il capitalismo ha un unico fine l’accrescere se stesso, aumentare all’infinito il profitto, in particolare il profitto privato. I cosiddetti “governi tecnici” e la “democrazia procedurale” agiscono in toto all’interno di un’ideologia capitalista meglio dei regimi autoritari. Le Leggi di Mercato sono di fatto il supporto tecnico dell’ideologia capitalista. Vengono chiamate leggi per ingannare sulla loro oggettività appellandosi alla scienza. Il vecchio mondo si rifaceva a verità rivelate che sono ormai al tramonto e al cui tramonto ha contribuito grandemente la scienza. Si va lentamente ma inevitabilmente verso l’ateismo e il nuovo dio unico valido assertore della verità è rimasta ai livelli più alti la sola scienza, scienza troppo astratta e lontana per la gente comune che ha bisogno di idoli, ora la Techne arriva nel quotidiano più vicina all’uomo sotto tutti i profili.

Di tecnica devono ora dotarsi tutte le ideologie, economiche, finanziarie, politiche e pur anche religiose. La techne diviene quindi la nuova arma da combattimento. Assume in sé un valore assoluto e ci si rivolge a lei come una volta ci si rivolgeva in preghiera al crocefisso immagine di Dio. Il popolo ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno di idoli. Sia fatta la sua volontà. Chiesa, Stato e Capitalismo si contendono ancora gli scopi. La Chiesa è sempre più in crisi: l’epistème in quanto verità rivelata è ormai sempre più logora. Lo Stato con la sua democrazia procedurale non ha più come scopo il bene comune e riesce sempre meno a mediare tra il bene comune e gli interessi della maggioranza, opera unicamente per il raggiungimento di obiettivi secondo la volontà popolare. In questa situazione il Capitalismo prospera tirando i fili ai governi, prospera anche grazie all’insipienza dei filosofi, rassegnati fantasmi del passato, che cedono il passo alla Techne. Il relativismo e un neo-oscurantismo illuminista hanno assassinato la Verità.
Tra tali colossi, in un angolo la filosofia sembra destinata a perire. A perire per mano degli stessi filosofi che per realismo, la peggiore delle credenze, si rivolgono ormai alla filosofia come a una lingua morta e passano il testimone alla “cibernetica”. Come a dire “la filosofia ha fatto il suo tempo”. Genuflessi alla scienza si sono perduti totalmente nel labirinto del pensiero, si sono dimenticati dell’essere e hanno smarrito completamente lo scopo: la ricerca della Verità. Solo la Sapienza ci salverà.




Ormai solo una rivoluzione ci può salvare

inception_vfxDalla caduta del muro di Berlino si è scritto molto sulla fine della storia, delle ideologie, del comunismo, senza tuttavia spiegare perché gli equilibri nel mondo siano oggi diventati più instabili e più pericolosi. Se nell’era ante muro la potenza sovietica minacciava quella americana, nell’era post muro è l’intero mondo occidentale a sentirsi minacciato dalle crisi economiche, dal riscaldamento climatico, dalle migrazioni e dal terrorismo islamico. Cresce la paura: dopo il vissuto olocausto nazista e il temuto olocausto nucleare quale altro olocausto incombe sull’umanità? Quello provocato da una guerra, dal clima o dalla demografia?

Si cerca una via di uscita dall’euro, dall’Europa, dalla crisi economica, dal pericolo del terrorismo, mentre si diffonde la nostalgia per il passato scontro ideologico tra capitalismo e comunismo, uno scontro che sempre più numerosi intellettuali e politici ritengono preferibile a quello che si va oggi delineando con timore tra civiltà o tra religioni. Risorge l’interesse per le analisi di Marx sul Capitale, mentre qualcuno già intravede in Putin, sebbene si rammarichi che non abbia la statura di Lenin, il possibile argine dell’incontrastata egemonia neoliberista e capitalista: l’economia unica, nuovo ordine mondiale.

Di fronte al pericolo di una nuova guerra, di una catastrofe, riemerge la necessità del mito della rivoluzione. Ma quale rivoluzione, questo volgere di nuovo, dopo quella della agricoltura, il cristianesimo, quella scientifica, quella francese, industriale, russa, digitale? Esaminiamo alcuni punti di vista, scelti tra recenti analisi sulle condizioni dell’ambiente, della tecnologia e della coscienza.

Per la giornalista ambientalista Naomi Klein (“Una rivoluzione ci salverà”, 2014) il limite del capitalismo è costituito dalla natura stessa. Detto in termini marxisti e logici sarebbe che la contraddizione interna al capitale sia costituita dalle sue esternalità. E dunque per lei la rivoluzione non può che essere quella ecologica ed ambientale. Un’analisi condivisibile nelle sue buone intenzioni, ma che ancora si muove all’interno del pensiero economico e affida la salvezza dell’umanità alla ricerca di una economia alternativa e sostenibile. Il problema è però, una volta accertato essere il sistema economico la causa prima: si può superare l’economia mediante un ragionamento economico.

Il giornalista tecnologo Kevin Kelly (Quello che vuole la tecnologia, 2010) nella sua analisi della tecnologia giunge a riconoscervi “una qualità essenziale: l’idea di un sistema di creazioni che si autorafforza” e che egli chiama il technium, che va oltre l’hardware e le macchine “per includere la cultura, l’arte, le istituzioni sociali e le creazioni intellettuali di ogni genere. Comprende entità intangibili come il software, le leggi, i concetti filosofici.” L’autore osserva infatti che : “dopo una lenta evoluzione durata diecimila anni e l’incredibile esplosione degli ultimi due secoli”. Kelly è affascinato da una sorta di spiritualità che riconosce nella tecnologia “il technium sta maturando, sta diventando una cosa a sé”, per concludere che “il technium è il modo in cui l’universo ha progettato e costruito la propria autoconsapevolezza”. La rivoluzione è in corso d’opera e su questa spiritualità l’autore fonda il proprio ottimismo per l’umanità : “il fatto che ci sia qualcosa che vive delle proprie forze, è un valido argomento contro il nichilismo cosmico”.

Più recentemente per il teologo cattolico Vito Mancuso (vedi suo ultimo libro “Questa vita”, 2015), che riprende la visione della Terra di James Lovelock concepita come un unico organismo vivente (Gaia) la natura è dotata di intelligenza e dunque l’equilibrio va ricercato dall’uomo nella sua capacità di creare relazione, ovvero di aprirsi, di abbracciare, di amare liberandosi dall’ego, per una ecologia dell’Io perché: “oggi la scienza e la tecnica hanno urgente bisogno della sapienza umanistica e della spiritualità”. Qui si tratta di una nuova rivoluzione della coscienza, una rivoluzione culturale dopo quelle del cristianesimo e dell’illuminismo.

Tre posizioni differenti che pure muovendo da fattori apparentemente diversi come l’ambiente, la tecnologia e la coscienza convergono sulla comune necessità per l’umanità di un cambiamento radicale di fronte alla non sostenibilità della realtà attuale per accumulo di contraddizioni. L’elemento comune che attraversa le tre analisi sopra citate è la tecnica.

E di tecnica il filosofo Martin Heidegger si è occupato in più occasioni, per esempio nelle Conferenze: La questione della tecnica, 1953 e L’abbandono, 1955. Per il filosofo un radicale rivoluzionamento della visione del mondo è già avvenuto. Da alcuni secoli è infatti in corso un sovvertimento di tutte le più importanti rappresentazioni che trasporta l’uomo in una realtà completamente diversa e lo pone in un modo completamente nuovo nel mondo e rispetto al mondo. Si tratta di un rapporto essenzialmente tecnico dell’uomo alla totalità del mondo, in quanto: “La natura si trasforma in un unico, gigantesco serbatoio, diventa la fonte dell’energia di cui hanno bisogno la tecnica e l’industria moderna”. La potenza della tecnica è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede. Heidegger si domanda se esista ancora quel “quieto abitare tra terra e cielo” che attraverso il pensiero meditante  permette all’uomo di radicarsi stabilmente o piuttosto tutto dovrà cadere “nella morsa della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dell’automatizzazione”. 

Se consideriamo gli anni di queste riflessioni (prima metà anni cinquanta) potremmo stupirci dell’attualità di affermazioni come “ormai dipendiamo in tutto dai prodotti della tecnica” e come “possiamo dir di sì all’uso inevitabile dei prodotti della tecnica e nello stesso tempo possiamo dire loro di no, impedire che prendano il sopravvento su di noi, che deformino, confondano, devastino il nostro essere”.  Heidegger chiama questo contegno che contemporaneamente dice sì e no al mondo della tecnica “l’abbandono di fronte alle cose”. L’abbandono è da Heidegger inteso eticamente come un modello di vita, un nuovo atteggiamento che l’uomo deve sforzarsi di esercitare nel suo rapporto al mondo della tecnica al fine di salvaguardare nella sua pienezza l’umanità dell’uomo contro l’impoverimento essenziale portato dal progresso tecnico-scientifico.

Per quanto superficiale sia questa digressione sul pensiero di Heidegger è tuttavia riconoscibile nella sua filosofia una radicalità nella quale è possibile intravedere la via di fuga se, con anche riferimento alle analisi di Marx, concepiamo l’economia come la ” morsa della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dell’automatizzazione” dalla quale liberarci. Per questo, ormai solo una rivoluzione ci può salvare.




Flussi e reflussi economici.

Se potessi controllare le dieci banche più potenti del mondo farei così: abbasserei i tassi di interesse a livelli minimi in modo che tutti prendano a prestito denaro dalle banche indebitandosi. La massa monetaria riversata sul mercato avvia l’economia. Si costruiscono case, sorgono imprese, strutture e infrastrutture. Tutti beni immobili tangibili reali. Poi alzerei progressivamente i tassi di interesse finché la gente non sarà più in grado non solo di restituire il capitale ma neppure gli interessi sul debito. A quel punto tutti saranno costretti a vendere, i prezzi di ogni bene crollerà e io acquisterei tutto per pochi spiccioli.

Semplicissimo. Se è possibile perché non farlo?  Ma i soldi per finanziare tutti all’inizio dove li trovi?  Semplicissimo, prima li stampavo, adesso mi basta digitare.

Ma non hai paura che la gente capisca e si ribelli?  Nessun problema. Chiameremo il progetto Mercato, Economia e Alta finanza e ci serviremo di tecnici che complicheranno il sistema in modo tale che nessuno ne capisca niente, neppure i tecnici che ci lavorano. La gente poi non si interesserà più a nulla.  La gente del resto pensa a cose concrete, pensa alla pagnotta.  Semplice e geniale, facciamolo.  Già fatto.

Nel difficile 1936, attaccato dal grande establishment conservatore, nel mezzo di una crisi non meno grave dell’attuale, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Franklin D. Roosevelt, così parlò alla sua gente in un intervento elettorale al Madison Square Garden:

“Per quattro anni avete avuto una amministrazione che invece di girarsi i pollici si è arrotolata le maniche della camicia. E terremo queste maniche arrotolate. Abbiamo dovuto combattere con tutti i vecchi nemici della pace, il monopolio finanziario e degli affari, la speculazione, le pratiche bancarie senza scrupoli, l’antagonismo di classe, la speculazione di guerra. Hanno cominciato a considerare il governo degli Stati Uniti come una semplice appendice dei loro affari. E ora noi sappiamo che il governo del denaro organizzato è tanto pericoloso quanto il governo delle masse organizzate. Mai prima nella storia del nostro Paese queste forze sono state così unite contro un candidato. Unanimi nel loro odio contro di me – e io dò il benvenuto al loro odio “.




Un Augurio per l’Italia: Viva la IIIª Repubblica !

Nel primo trimestre del Nuovo Anno si potrà valutare la “fase 2” della manovra economica di risanamento della nostra economia e quindi la stabilità stessa del Governo Monti.  Intanto qui rivolgiamo al Paese gli auguri per un ingresso nella IIIª Repubblica, ricordando il discorso del 4 marzo 1933  di Franklin Delano Roosevelt, pronunciato per l’insediamento alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America (poco prima, il 30 gennaio 1933, Hitler divenne Cancelliere del Reich).

Il discorso è una prova di come la politica e l’economia possono diventare strumenti efficaci per le grandi trasformazioni dei popoli solo quando si poggiano sulla cultura.

Prima di lui Herbert Clark Hoover, Presidente  degli Stati Uniti d’America  dal 1929 al 1933, affrontò la grande depressione proponendo l’austerità, ma fallì miseramente.  F.D.Roosevelt, Presidente dal 1933 fino al 1945, invece risolverà la crisi  redistribuendo il reddito e aumentando i salari.

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Presidente Hoover, signor Giudice Supremo, amici.


Questo è un giorno di solennità nazionale, e sono certo che in questo giorno i miei connazionali si aspettano che, nell’assumere la presidenza, mi rivolga a loro con la franchezza e la fermezza che l’attuale situazione del nostro popolo esige. 

Questo è decisamente il tempo di dire la verità, tutta la verità con franchezza e coraggio.
 Né abbiamo bisogno di evitare di affrontare onestamente le condizioni del nostro paese, oggi. 

Questa grande nazione resisterà come ha resistito, risorgerà e prospererà.  Quindi, innanzitutto, desidero affermare la mia sicura convinzione che non abbiamo niente di cui aver paura, salvo la paura stessa, la paura anonima, irrazionale, ingiustificata che paralizza gli sforzi necessari per trasformare il regresso in progresso.


In ogni ora oscura della nostra vita nazionale, una leadership franca e vigorosa si è incontrata con la comprensione e il supporto del popolo stesso, che è essenziale per la vittoria.  Sono convinto che darete ancora quel supporto alla leadership, in questi giorni critici.
 Con questo spirito, per quanto è nella mia e nella vostra parte, affrontiamo le nostre difficoltà comuni. Queste riguardano, grazie a Dio, soltanto aspetti materiali.

I titoli sono precipitati a livelli irrisori; si è verificato un incremento delle tasse; il nostro potere d’acquisto è caduto; ogni ramo dell’amministrazione è minacciato da una seria riduzione delle entrate; le foglie secche delle imprese industriali si accumulano ovunque attorno a noi; i contadini non trovano mercato per ciò che producono; i risparmi di molti anni in molte migliaia di famiglie sono scomparsi.
Inoltre, ed è ancora più importante, molti cittadini disoccupati affrontano il severo problema dell’esistenza, e un numero ugualmente elevato si affatica al lavoro con scarsissimo profitto. Solo un pazzo ottimista può negare le lugubri realtà di questo momento.

Tuttavia i nostri problemi non provengono da alcun fallimento sostanziale. Non siamo perseguitati dalla piaga delle cavallette. In confronto ai pericoli che i nostri progenitori superarono perché avevano fede e non avevano paura, abbiamo ancora molto da essere grati. 
La natura continua a offrirci i suoi doni, e gli sforzi dell’uomo li hanno moltiplicati.

L’abbondanza è dietro la porta, ma languiamo nel bisogno. Questo accade, in primo luogo, perché chi regola lo scambio dei beni ha fallito per la sua testardaggine e incompetenza, ha ammesso il fallimento, e ha abdicato.


Le pratiche degli operatori economici senza scrupoli sostengono ora l’accusa dell’opinione pubblica, e sono respinte dal cuore e dalla mente degli uomini.
 In verità, hanno provato, ma i loro sforzi sono caduti nel modello di una tradizione già superata.

Davanti alla crisi del credito, hanno proposto solo il prestito di più denaro. Mancando l’esca dei profitti con i quali indurre la gente a seguire la loro falsa leadership, hanno fatto ricorso alle implorazioni, supplicando lacrimosamente di ridar loro fiducia. Conoscono solo le regole di una generazione di egoisti. Non hanno una visione, un progetto per il futuro, e quando non ci sono progetti, il paese perisce.


I cambiavalute sono fuggiti, hanno abbandonato i loro seggi eretti nel tempio della nostra civiltà. Noi possiamo ora restituire questo tempio al culto delle antiche verità. La misura di questa restituzione sarà lo sforzo di considerare i valori sociali più nobili dei profitti monetari.


La felicità non consiste nel semplice possesso di denaro: consiste nella gioia della ricerca, nel brivido dello sforzo creativo. La gioia e lo stimolo morale del lavoro non devono essere ancora dimenticati nella folle caccia a profitti illusori.

Questi giorni oscuri ci costano molto, ma avranno molto valore se ci insegneranno che il nostro destino non è di essere serviti, ma di servire noi stessi e i nostri concittadini.


Il riconoscimento della falsità della ricchezza materiale come standard di successo va di pari passo con l’abbandono della falsa credenza che gli uffici pubblici e le alte posizioni politiche debbano essere valutate solo con l’orgoglio delle cariche o con il profitto personale; e deve finire la condotta nell’attività bancaria e negli affari che troppo spesso ha dato a un’attività importantissima l’aspetto di un comportamento negativo, insensibile ed egoista. 


C’é poco da meravigliarsi che la fiducia manchi, perché si basa solo sull’onestà, sull’onore, sulla giustizia dei contratti, sulla leale protezione, sul comportamento non egoista; senza queste basi, non sopravvive.


La ricostruzione richiede, comunque, non solo un cambiamento etico.  Questa nazione chiede fatti, e fatti immediati.
 Il nostro più importante compito è di rimettere la gente al lavoro.  Non è un problema irrisolvibile, se lo affrontiamo con saggezza e coraggio.

Potrà essere risolto da un lato tramite un reclutamento diretto da parte del governo stesso, trattando la questione come tratteremmo l’emergenza di una guerra, ma nello stesso tempo, attraverso questo impiego, portando a termine progetti estremamente necessari per stimolare e riorganizzare l’uso delle risorse naturali. 


Ci sono molti modi in cui il compito può essere agevolato, ma la soluzione non sarà mai resa più agevole semplicemente parlandone.  Dobbiamo agire, e subito.


Infine, nel nostro procedere verso la ripresa del lavoro, abbiamo bisogno di due salvaguardie contro il ritorno dei mali del vecchio ordinamento: ci deve essere una stretta supervisione sull’attività bancaria, il credito e gli investimenti, così che verrà posta fine alla speculazione con il denaro altrui; e deve essere prevista un’adeguata e sana circolazione monetaria.


Ricambierò la fiducia in me riposta con il coraggio e la dedizione che si addicono a questo momento.  E’ il meno che possa fare.  Chiediamo umilmente la benedizione di Dio.  Possa proteggere ciascuno di noi, possa guidarmi nei giorni che verranno.




Todos indignados

In una recente  puntata di “Otto e Mezzo” di La7  Lilli Gruber ha chiesto a Mario Monti la sua disponibilità a diventare Capo del Governo, ad occupare la poltrona di Berlusconi. Mario Monti ha glissato. Gli è stato chiesto inoltre quali siano i provvedimenti che sarebbe opportuno applicare (la ricetta) per uscire dalla crisi. Mario Monti ha risposto che, molto semplificando, bisognava intervenire sulle pensioni e su una maggiore tassazione sui redditi più alti. Allungare l’età pensionabile e non necessariamente una patrimoniale, aumentare le aliquote irpef. Ma che l’un provvedimento non si poteva prendere perché spiace all’elettorato di sinistra, l’altro perché non piace all’elettorato di destra e così il paese rimane fermo. Monti parlava inoltre di equità e di aiutare i giovani.

Ci sono osservazioni in merito:
-primo, colpire le fasce più deboli, la stragrande maggioranza, non è per equità la medesima cosa che colpire le fasce più forti, una netta minoranza;
-secondo, aumentare l’età pensionabile toglie posti di lavoro ai giovani e aumenta la disoccupazione;
-terzo, non si riesce a capire come diminuendo il potere di acquisto di un’intera popolazione si possa riavviare la crescita.

Assistiamo quotidianamente a programmi televisivi  i cui servizi ci mostrano i sempre più numerosi casi di persone che non riescono a far fronte ai debiti  e alla mancata richiesta di  mutui alle banche (23% in meno solo l’ultimo mese). Senza potere di acquisto garantito alle masse, diminuendo il volume del denaro in tasca alla gente, le merci andranno presto invendute e se le merci rimangono invendute, la produzione si arresta.  L’economia si avvita.

La Grecia non uscirà mai dalla crisi se non a carissimo prezzo, e tutto a spese della popolazione. Presto acquisteremo grazie a un basso costo del denaro prodotti dalla Grecia. Le merci greche invaderanno il mercato europeo grazie al loro basso costo tenuto basso dallo sfruttamento dei lavoratori greci. La Grecia diverrà per certo anche un paese di vacanze che grazie al turismo a basso costo cercherà di recuperare un po’ di valuta.

Così come ora il terzo mondo dove il costo del denaro, guarda caso, è il più basso possibile. Braccianti. Morale: avremo un paese che salverà la propria economia riducendo in miseria la sua popolazione.  La Spagna e noi a seguire?  Poi chi altro?

Tutto andrà indietro finché l’effetto domino non finirà per impoverire l’intera Europa, vedendo da ultimo un economia “risanata” e una società di schiavi . Rimanendo fermo che pochissimi, pochissimi  straricchi non subiranno in nulla la crisi.

Forse questo il progetto? Per  certo si tratta di paranoie di qualche radicale veterocomunista, ma altrettanto certamente qualche magnate della finanza tuttora nondichiaratofascista ci ha pensato e sta aiutando la crisi. Abbiamo liberalizzato i mercati. Monti si è detto favorevole (vedi libro di  Edoardo Nesi, Storia della mia gente Premio Strega). Il modello di sviluppo è forse quello cinese? Una “sana” economia in un paese di schiavi?  Caro Marchionne, “uomo più a sinistra di me” come il passato sindaco di Torino ha affermato. Ahi, serva Italia … un uomo di sinistra ancora non lo vedo.

Mi chiamo Cassandra e se non si invertirà la rotta il quadro fatto è inevitabile. Quello che ci si deve chiedere è solo quanto tempo e dove terminerà l’abisso. In Grecia trentamila licenziamenti e 60% di riduzione degli stipendi agli statali.  E noi …?  Noi tutti a sperare. A sperare di non finire come loro.

                                    Il pensiero debole

Mario monti è un economista e il convincimento di tutti è che essendo l’economia in crisi chi più di un economista, un eccellente economista, come anch’io Mario Monti ritengo che sia, possa guidare il paese fuori dalla crisi?  E la sorridente Lilli gli propone la leadership. Questo accade perché si ritiene che il problema sia economico e solo economico. Non è cosi.

Come si può osservare le compassate osservazioni di Monti colpiscono, secondo un suo personale senso di equità, sia i lavoratori che i capitalisti, la stragrande maggioranza e i pochissimi. La sinistra e la destra.

Pur avendo nella massima  considerazione la professionalità e la sicura buona fede di Monti, l’altezza morale della persona, mi sento comunque di dirgli: “lei è un economista ma non un politico e solo chi pensa alla politica come a una questione meramente economica può pensare a un economista che non sia un politico come alla persona che possa risolvere la crisi”.

Sul fatto che Monti sia meglio di Berlusconi non ho alcun dubbio, tra le due persone vi è un’abissale distanza, distanza anche morale. Ma appunto morale, un campo in cui la dignità della persona ha un peso specifico. Non giova ad uno statista un basso sentire, anche se questo incontra il consenso di tutti.

Tuttavia la statura morale non è tutto, una condizione necessaria ma non sufficiente (certo che se poi non c’è neppure quella …), ma la politica pretende scelte che esorbitano anche dal campo della dignità personale -pure dovuta- e dall’economia per entrare in quello della morale, della visione complessiva  che può essere solo quella del bene comune.

E una cosa è chiedere sacrifici economici alle persone, una cosa sacrificare le persone, togliere loro la dignità (Platone). Si può essere contro il consumismo, stringere la cinghia, ma non essere licenziati o vessati.

La seconda guerra mondiale è scoppiata non per ragioni economiche, ma perché è scomparsa dalla terra la compassione e con la compassione è morta la coesistenza.

Come si può sopportare di vedere gente senza lavoro e dirigenti che in dieci anni sono passati da 80 volte lo stipendio di un operaio a 356 volte? E sono solo dirigenti. Poi arrivano i banchieri, i manager, i broker, i calciatori, i portaborse, i faccendieri, i prosseneti .

Un lungo elenco quello dei figli della Notte. Siamo indignati, siamo tutti indignati. La vergogna è un sentimento per cui la nostra epoca verrà ricordata così,  come è stato detto dal professor Mancuso, un giovane teologo, ma vorrei aggiungere che non si tratta di moralismo ma di morale, una distinzione quella tra morale e moralismo, tra una virtù e la sua degenerazione, che dovrebbe a lui più che a tutti essere nota.

Siamo indignati, ma tutti ancora per motivi differenti. Gli indigandos non sono un soggetto politico così come ho visto loro rivolgersi da parte di tutti gli uomini di politica e di cultura prendendo le parti pro e contro un fantasma.

Il posto di lavoro deve essere garantito a tutti, a tutti quelli che vogliono lavorare. Nessuno è sacrificabile. O ci salviamo tutti o non si salva nessuno, un imperativo morale. Dobbiamo garantire a tutti il futuro. Ben venga sorella povertà, salveremo anche il pianeta, ma nessuno può essere sacrificato. Tantomeno per l’economia, per il mercato e le sue ipocrite leggi.

Se posso usare un paragone invito a pensare ad un aereo supersonico, uno di quei modelli da fantascienza, tanto complessi da richiedere un più che bravo ingegnere per il suo funzionamento.
Questo è l’economia e Monti può essere quell’ingegnere.

La domanda ora è se quell’ingegnere è in grado di pilotare quell’aereo. Potrebbe. Ma è chiaro che per fare il pilota occorrono altre doti. Se si potesse scegliere sarebbe sicuramente meglio scegliere tra gli ingegneri. Non è detto tuttavia che il miglior pilota sia un ingegnere. Ma anche avendo un buon pilota e un buon ingegnere il gioco non è finito.

Oltre ad un ottimo ingegnere e a un ottimo pilota ci vuole sempre qualcuno che dia la rotta e sappia dove dirigersi. Per capire gli obiettivi da raggiungere il pilota deve avere ordini e non dall’ingegnere. Gli obiettivi oggi sono o il bene comune o la sopravvivenza del capitalismo. Chiaramente senza un buon aereo e un buon pilota la navigazione potrebbe essere molto difficile ma anche con un buon pilota e un buon ingegnere la direzione può essere sbagliata e portare l’aereo a schiantarsi.

Il capitalismo ha mostrato i suoi limiti e un nuovo modello di sviluppo si impone. Una cultura liberista si è mostrata in passato vincente, e malgrado le contraddizioni, vincente per tutti, ma una finanza fuggita di mano sta mandando il pianeta alla catastrofe.
Non si tratta solo di interventi strutturali ma di cambiare direzione.

Anch’io ho la mia ricetta.
Non fare lavorare il denaro, chiudere con l’usura, aiutare l’economia, pubblica o privata che sia, mettendo la museruola e legando alla catena la finanza. Una finanza che per definizione è senza scrupoli e che nasconde l’avidità con le leggi dei mercati e i mercati non sono le imprese ma la borsa. Le imprese si preoccupino solo di produrre e di investire solo onestamente nella produzione. Bruciamo i prodotti finanziari. Libere imprese e finanza sorvegliato speciale.

A disonesti e speculatori bisogna fare i conti in tasca. Imprese e lavoratori uniti nella lotta. La finanza deve servire l’economia non l’economia la finanza (parole di Cristo). La corruzione, la disonestà, un facile guadagno sono nella testa di tutti e la Grecia è caduta per prima.

E con buona pace di tutti, sinistre e destre, al di là di ogni ideologia e appartenenza, l’economia di ogni stato è proporzione all’onestà dei suoi cittadini, tutti i suoi cittadini dai primi agli ultimi, trasversalmente. L’onestà è un fatto che pesa come una montagna sull’economia. Intelligenza versus furbizia. Di onestà non sento nessuno parlare, mentre molto, molto sarebbe ancora da dire.

L’unica soluzione reale della crisi è invertire la rotta, assicurare il futuro, battere moneta e pagare di più la gente. Dalla crisi del 1929 si cominciò ad uscire in realtà solo quando Ford cominciò a pagare di più i suoi operai.

Non stanno distruggendo solo l’economia, stanno distruggendo il Patto sociale, stanno distruggendo lo Stato sociale, stando distruggendo lo Stato di diritto. Sono liberisti, come possono essere “statisti”?  Se i liberisti vanno al potere toglieranno la spina e diranno che (lo Stato) non funziona.  Allo “straguadagno” va tolto l’extra.