Senza cultura non c’è sinistra

Cultura, xenofobia e razzismo sono legati. Il grande assente è la morale. Ad ogni generazione una nuova ondata di barbari, come scriveva Nietzsche, in pochi anni  dovranno raggiungere il livello di civiltà che una società ha conquistato in migliaia di anni. Valori inerenti le leggi, la giustizia, la morale individuale, l’etica sociale ai fini della convivialità, dovranno essere di nuovo insegnati ad ogni generazione.

Se questo compito non viene assolto avremo una regressione dello spirito, dello spirito di un intero popolo e dell’intera nazione. Questo è certo. Orbene il pensiero unico economico, di matrice neoliberista, tende a escludere e ha escluso dalla scuola l’educazione civica ossia l’insegnamento di questi fondamentali importantissimi irrinunciabili valori, condannando intere generazioni a quello che  ora le ricerche chiamano “analfabetismo funzionale”, li ha esclusi per creare i nuovi schiavi i “servitori d’azienda”.

La buona scuola?! 
Ora la marea ignorante xenofoba e razzista cavalcata dalla destra sta montando in tutto il mondo grazie ad analfabeti morali quanto ricchi “uomini del fare” che esprimono il loro pensiero con una bestemmia: “a che cosa serve la cultura?” Squallida proposizione che grazie a una mancata educazione incontra il favore e il plauso delle masse. Il pensiero debole è forte con i poveri di spirito. La cultura, confusa con “arte e spettacolo”, che sono meri strumenti della cosa e non la cosa, dovrebbe essere il bene più prezioso della sinistra ed invece la sinistra fedele al pensiero unico si occupa solo di economia. Per questo la sinistra non esiste.

“In Italia criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere”
Questo articolo è apparso sul il Fatto quotidiano del 14  gennaio 2018. Leggendo i commenti, capisco come un nano come Berlusconi possa sentirsi un gigante. Infinita amarezza del cuore. Berlusconi é senza scrupoli, non ha nessuna opinione politica e anche se l’avesse sarebbe pronto a sacrificarla alla prima occasione per la minima opportunità. Non gli importa nulla né dei migranti né delle sorti degli Italiani agisce solo come un animale: d’istinto, unicamente per interesse, nel suo esclusivo interesse e il suo interesse sono esclusivamente “soldi e potere”, di conseguenza non gli importa in nulla il valore delle cose che dice, se gli convenisse sosterrebbe anche Carlo Marx. Se afferma ora quello che afferma ossia lo scandaloso binomio “immigrati/criminali” o “immigrati/delinquenti”, sa quello che fa. Queste oscenità non esprimono il suo pensiero, verso il quale gli sprovveduti commentatori si indignano e si scagliano, bensì un’astuzia elettorale sulla base di “ricerche di mercato” “sondaggi di opinione” e ahimè bisogna prendere atto che è questa l’opinione di grandi strati della popolazione, opinione per di più in crescita. Il diavolo è la malevola coscienza che aleggia nel popolo.

Berlusconi, uomo del fare, è nemico della cultura, non è interessato alla crescita culturale e all’avanzamento in civiltà della nazione. E’ un uomo pratico e in merito alla filosofia non ha alcuna idea, credo che per lui sia solo una poco utile materia di studio. Il popolo di cui lui culturalmente è parte e ne rappresenta gran parte, vive in una tale ignoranza da non comprendere che la filosofia è una dottrina volta a migliorare lo spirito individuale come lo spirito sociale. Come potrebbe comprenderlo il popolo quando anche sedicenti filosofi, professori universitari, non hanno compreso?
 Le opinioni di Silvio, ammesso che ne abbia, non le conosceremo mai, almeno mai a fondo, forse non le conosce neppure lui, forse è, come a detta dell’ex moglie, uno psicopatico, fa e dice come colui che dice e fa sempre e solo secondo opportunità. Opportunità e convenienza rimangono le sole grandi dee. Tiene la barca in equilibrio sulla cresta dell’onda, pronto a sfruttare tutti venti, venti ora in poppa ora di bolina. Eppure non deve essere lui a preoccupare, in paesi più civili del nostro non sarebbe nessuno, a preoccupare devono essere quelli che lo votano ai quali deve essere rivolta tutta l’attenzione e l’azione.

Ora a preoccupare sono anche quelli che lo contestano perché sono ciechi e non si accorgono che mentre contestano il feticcio, l’idolo esprime una sconcertante verità sui sentimenti nutriti dal popolo: “migranti delinquenti”, “migranti criminali”, questo venticello è un cancro maligno che si è già diffuso in forma epidemica. La peste xenofoba e razzista è una marea che tende a salire non solo grazie alla propaganda delle destre, ma grazie soprattutto alla mancanza di una coscienza civica che l’educazione non ha saputo dare al popolo, educazione di cui sono responsabili e colpevoli i governi. Ministri con il cervello pieno di soli numeri così si sono espressi: A che serve la cultura? Mi fanno bile!

Lo capite adesso, adesso che masse di migranti arrivano sul nostro territorio e trovano una popolazione affetta da analfabetismo funzionale, a che serve la cultura?!       Una scolarizzazione che si fondi sulla logica, sulla morale, sulla legge, sulla giustizia, sulla filosofia, è il cuore dello spirito della nazione. Sono questi valori fondamentali, sia per l’individuo sia per la società, i presupposti necessitati per un avanzamento in civiltà da introdurre ad ogni livello in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Virtù irrinunciabili considerate diversamente da una platea di dementi meno di niente, nell’idea di una “scuola azienda” fornitrice di robot utili alla  produzione e al consumo.

Orbene, di questa mancata educazione è vergognosamente responsabile la sinistra perché alle destre giova e combattendo la cultura portano acqua al loro mulino.
Buona scuola? Non ci sono parole per descrivere la pusillanimità di costoro. 
Non può esistere una sinistra senza una prospettiva e un programma educativo. In altre parole: una sinistra senza cultura non è sinistra. 
Che mai può importate ora che squallidi giornali con tardivi editoriali del tipo “Le sinistre temono l’avanzata del razzismo e delle destre in tutta Europa”  entrino in contraddittorio con il diavolo quando il diavolo ha già vinto la partita con Dio? Ossia con il popolo. L’educazione e quella cosa che alimenta lo spirito, procura cibo e amore. E adesso una massa informe e crescente di analfabeti funzionali, xenofobi e degenerati razzisti, farà salire sul carro gli “eroi della miseria”, quella dello Spirito cui seguirà a breve quella del corpo. I nuovi eroi parlano dal bancone dei media, sono “gli uomini del fare”, parlano agli avidi, ai corrotti, ai furbi, ai poveri di spirito, ai qualunquisti, a tutti coloro alla cui natura sta più a cuore l’orgoglio della compassione. Non si tratta solo di analfabetismo funzionale, ma di analfabetismo morale. Dove sono finiti gli uomini? Dove é finito l’uomo? 
Come Diogene cerco nella notte con la lanterna l’uomo. Dove sono gli anticorpi? Solo la cultura ci salverà.




La civilta’ impone il rispetto non l’uguaglianza

Una ragazzina viene violentata dal branco: stuprata e svergognata. In modo indipendente dalla colpa la femmina a giudizio di tutti a è marchiata dall’infamia. Questa mentalità non è altro che un residuo ancora vivo 

nel meridione d’Italia e in molti popoli della terra del giudizio in assenza di colpa, giudizio che testimonia come sentimenti primitivi, di sentimenti si tratta, sopravvivano all’interno delle culture attuali.

Testimonia altresì l’esistenza di una legge morale: non ci può essere condanna senza colpa. Questa che ora si presenta come un’ovvietà e stata una delle più grandi conquiste morali dell’umanità, un’umanità che è stata da sempre “fuori legge”; questo assunto segna la nascita della Giustizia in seno alla Legge, un Titano cieco e oscuro che dall’eternità del tempo l’ha preceduta.
Il valore ovvio e incontrovertibile di questa Legge Morale esclude dalla chiacchiera dannosa e sterile ogni relativismo. Il “chi decide cosa” nell’assolutezza della legge è già deciso: è e rimane in assoluto un parametro di Verità. La Verità esiste.

Ovvio che chi vive in una mentalità passata dove la “legge della jungla” impera, la jungla ha le sue leggi e i suoi imperativi. La storia di queste leggi copre milioni di anni e dal comportamento animale al comportamento umano centinaia di migliaia di anni in cui le leggi non sono mai state le stesse, ma come ogni altro esistenziale si sono evolute ed evolute sempre più velocemente secondo parabola. La considerazione della femmina, per più che giustificate ragioni di sopravvivenza del gruppo, non poteva in passato essere quella che è attualmente divenuta. I diversi gradi di evoluzione della civiltà hanno visto mutare di volta in volta la considerazione da un puro oggetto d’uso per il sesso e la prole a un essere di pari dignità, una “persona” al di là, al di sopra del genere di appartenenza. Per inciso questo processo deve essere ancora concluso per difficoltà da parte di entrambi i generi a concepire “persona”. La “persona” di fatto non fa mai alcun riferimento al genere né quando pensa né quando agisce.

Il salto da “oggetto a persona” copre miriadi di anni e segna con un vettore, la direzione della civiltà e l’esistenza della Verità: una verità morale che si afferma di fatto nello spirito dell’essere di contro a ogni becero relativismo. I relativisti che vorrebbero “culture di uguale dignità” sono solo pensatori di sterile e debole pensiero con cui non vorrei nemmeno polemizzare se un malaugurato falso senso dell’uguaglianza e della giustizia non fosse nella testa di tutti, anche dei migliori. L’idea che la verità sia relativa e che nessuno possa giudicare un altro dal proprio punto di vista sommata alla tirannica democrazia del dubbio, fanno di questi personaggi i più forti oppositori all’avvento della Verità.

Che chi giudica svergognata una bambina innocente in quanto stuprata, viva nell’assoluta convinzione della correttezza del proprio sentire, (sentire confortato dal sentimento di tutti, sentimento su cui si organizza un’intera cultura) non consente di attribuire a questa cultura un valore di verità se non relativamente all’epoca e alle condizioni in cui si è formata per la necessità che l’ha fondata. Se questa cultura viene confrontata con quella di chi nello stupro vede la colpevole violenza dell’aggressore e l’innocenza senza macchia alcuna della vittima, la superiorità di quest’ultima cultura è ovvia, assoluta, inoppugnabile.

La morale non può che essere soggettiva e come tale è realativa solo alla grandezza dello spirito che giudica, ma grandezza dello spirito giudicante obbedisce a leggi che faticosamente si sono fatte spazio ma che sono altrettanto assolutamente oggettive. La conqueista di queste leggi da parte dello spirito soggettivo univerasalizza lo spirito e fonda nello Spirito la sua verità, Verità morale. In questa adesione alla Legge Morale si produce un punto vista soggettivo oggettivamente più alto. Chi vive all’interno di una cultura fonda il proprio “sentire” sulla base educativa ricevuta dall’odore del latte materno. I più all’oscuro del processo evolutivo che ha portato in porto, nel qui e ora, tutto il passato, vivono come propri tutti i retaggi sentimentali anche i più beceri e retrogradi, quelli che ora e solo ora, la civiltà chiama pregiudizi.

Lo spaventoso salto nella considerazione della donna è un parametro fondamentale, non il solo, per considerare quanto sia insulsa e sconsiderata ogni teoria sull’eguaglianza culturale dei popoli. Un’abissale ignoranza attanaglia ancora l’umanità. Esiste un’evoluzione morale, le culture non sono equipollenti, i popoli non sono uguali. Quando il giudizio si lega alla colpa nasce la giustizia, prima non occorreva ci fosse colpa per la condanna. La civilta’ impone il rispetto non l’uguaglianza. Solo la cultura ci salverà.




La scuola dell’obbligo

La scuola di Atene

La scuola di Atene

Leggo su un quotidiano: “L’Italia fanalino di coda negli investimenti per la scuola”. Come sempre il problema è affrontato sul solo piano economico. I mezzi sono indubbiamente necessari, ma se ci si limita a questioni di bilancio non si raggiunge il fine. Diversamente è indispensabile un cambiamento di mentalità.
 La domanda è semplice: qual è il fine della scuola?
 Col termine scholéion gli antichi greci indicavano il luogo in cui veniva speso il “tempo libero”, cioè il luogo in cui si tenevano discussioni filosofiche o scientifiche durante il tempo libero, per poi descriverlo come  il “luogo di lettura”, fino a concepirlo come il luogo d’istruzione per eccellenza.  Ai nostri tempi la necessità della preparazione è cosa nota, quello che invece è meno noto è che la scuola è utile  a “fare dei cittadini”, ovvero gente preparata non solo didatticamente ma sopratutto  ad inserirsi nel sociale attraverso insegnamenti morali. Che si sta facendo per questo?  La maturazione dello spirito è fondamentale affinché un cittadino non sia una merce solo in uso all’industria o alla finanza ma una “persona”, una persona socialmente utile. Occorrono regole morali, una cultura sociale, politica e filosofica, che deve essere bagaglio educativo necessario e imprescindibile per tutti, materie che devono essere insegnate in ogni ordine di studi, università compresa.

Il “merito” oltre che sulle capacità, deve essere fondato sull’utilità sociale. Senza una coscienza sociale geni superdotati possono fare più danni di quanti possa sognare la tua filosofia. La direzione presa mondialmente è ora esattamente opposta: servono tecnici-robot privi di spirito. Il Pensiero Unico Economico privilegia gente supercompetente senza coscienza sociale e affossa sistematicamente ovunque gli studi umanitari, studi che non a caso portano questo nome. Gli studi umanitari stessi vengono depauperati di umanità: si può laurearsi in legge senza capire “giustizia” o studiare filosofia senza comprendere “morale”.  Si confonde morale con moralismo, il Dio con la sua degenerazione: l’idolo.  Il risultato, sotto gli occhi dei vedenti, è il disastro umanitario cui stiamo assistendo.

Abbiamo nei vari governi personaggi “poveri di spirito”, che hanno vissuto la loro triste esistenza nei salotti della politica, con poche o nessuna esperienza umana, con scarsa o nessuna educazione spirituale. Personalità che intimamente riproducono la mediocrità infantile che appartiene a tutti, e che per questo hanno successo. Sono i grandi comunicatori, abilissime nullità, che sono stati causa di tutte le tragedie avute in passato e che sono ora rischi per l’avvenire. Chi era Hitler? Chi è Trump? Chi sono umanamente anche tutti gli altri? Senza un’adeguata educazione dello spirito sia per il popolo sia per i governanti, ogni speranza è vana, qualsiasi sia l’ideologia o regime cui una nazione si rifaccia. Il ruolo della scuola in questo è vitale.  Solo la cultura ci salverà.

 




La “banalità” di Gomorra ci dice come eravamo

Unknown“E’ anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale” (Hannah Arendt).

Gomorra-La serie non è solo una fiction, altrimenti non si spiegherebbe il suo successo. Prima produzione italiana nel suo genere all’altezza della migliore produzione americana, offre l’occasione di comprendere come nel nostro paese la questione morale non sia relegata solo nei partiti, ma sia diffusa nella popolazione. Gomorra è un documento etnologico di alto valore  che dimostra quanto la cultura sia il vero fondamento materiale della società e per questo non mi soffermerò sulla qualità della sua sceneggiatura e regia o sulla bravura del cast, su questi elementi altri hanno già espresso i meritati apprezzamenti che per altro condivido, ma voglio piuttosto assumere un punto di vista antropologico per mettere in evidenza le relazioni che legano i personaggi della fiction i quali si muovono negli ambienti degradati delle periferie urbane come fossero i dannati in un girone dell’inferno.

La realtà rappresentata da Gomorra è quella della camorra napoletana, una delle organizzazioni della criminalità organizzata italiana, (analoghe considerazioni sono trasferibili all’ndrangheta o alla mafia) vista però questa volta senza assumere dall’esterno la facile posizione della condanna morale, rappresentata dalle istituzioni che si contrappongono alla illegalità, ma ripresa al suo interno dal punto di vista del male. Nella convinzione etica di poterlo sconfiggere tenendolo separato dal bene, ogni volta che il male si mostra a noi nelle sue più efferate manifestazioni ci induce orrore provocando in noi repulsione, ma nel contempo inibendo la possibilità di comprenderlo col pensiero. Questo accade perché, come ancora Hannah Arendt ci ricorda, l’approccio al male deve procedere in un senso diverso: “La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto”.

Nella misura in cui rileviamo questo mondo del male, sebbene la nostra percezione si sforzi di tenerlo lontano dalle nostre coscienze emarginandolo ai confini della nostra vita quotidiana, esso ci informa con la sua diffusione e le sue modalità quanto sia endemico nella nostra società e non solo nelle periferie.

L’attrazione che proviamo nel seguire lo svolgimento degli eventi nella fiction non deriva tanto dalla curiosità di conoscerne l’epilogo, dal momento che sappiamo bene che quella realtà non è finita. L’attrazione deriva dalla risonanza che provoca in noi l’ambiguità esistente tra istinti e sentimenti che reggono quella fiction: noi interpretiamo coi nostri sentimenti i comportamenti dei personaggi che in realtà dettati da impulsi istintivi controllati a fatica. Si tratta degli istinti primordiali, ancestrali che hanno guidato il comportamento della specie umana nelle sue varie forme evolutive  per milioni di anni e che ancora albergano nel nostro profondo, pronti a riemergere non appena la cultura che abbiamo evoluto per educarli in sentimenti umanitari viene meno per le condizioni materiali di sottosviluppo economico, sociale e ambientale.

Il legame di sangue, l’appartenenza al gruppo, il controllo del territorio, la gerarchia in ogni rapporto tra gli individui, l’assenza di una realtà terza a cui riferirsi (la religione riguarda i morti), la forza come unica virtù (parola latina che significa potere), la paura come meccanismo di difesa, il tradimento come unica evasione dalla sottomissione, la vendetta personale come giustizia, si tratta degli istinti primordiali con i quali l’umanità ha convissuto e dai quali si è progressivamente evoluta tramite la cultura. Questi stessi istinti agiscono in Gomorra sostituendosi ai sentimenti che noi evoluti proviamo ed è per questo che l’opera non è più solo una fiction che descrive una realtà sottosviluppata, ma diventa lo specchio deformato degli istinti ancestrali che ancora albergano in noi sopiti nell’inconscio collettivo.

Condivido la spiegazione del successo di Gomorra fornita dagli stessi attori e sceneggiatori nella misura in cui si richiamano all’epica degli antichi greci, potremmo infatti guardare i personaggi come fossero delle maschere che agiscono guidate dalla volontà dei demoni (dàimon in greco significa “guida divina”, da cui deriva il concetto di destino), tuttavia, aggiungerei il fascino della saga dei popoli nordici e soprattutto, sempre rimanendo nella cultura greca antica dalla quale la nostra cultura proviene, la potenza del mito: quella narrazione investita di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il mondo stesso e le creature viventi hanno raggiunto la forma presente in un certo contesto socio culturale o in un popolo specifico.

Quanto al successo dell’opera, dovremmo occuparci meno della sua audience tra il pubblico italiano e preoccuparci di più dell’intensità dei fenomeni imitatitivi o emulativi che si potrebbero verificare soprattutto tra i giovani. L’attenzione ai giovani non deve però limitarsi a quelli perduti nelle periferie urbane, ma volgersi a tutti, in quanto la stagione stessa della gioventù (lo “stato soave” di Giacomo Leopardi) costituisce con il portato del suo immaginario avventuroso la condizione “periferica” nell’umana formazione dell’individuo.

È in questa prospettiva che l’osservazione critica rivolta a Gomorra, secondo la quale i protagonisti per come sono stati ideati e per come gli attori li hanno così realisticamente interpretati possano indurre nei giovani e in generale nelle persone psicologicamente più fragili e socialmente più deboli fenomeni emulativi, acquista credibilità; a condizione cioè che essa venga considerata nel contesto di una società fondata sui ruoli che si è trasformata in un immenso accumulo di spettacoli, dove tutto ciò che prima era direttamente vissuto si è ora allontanato in una rappresentazione. Tuttavia, i timori attorno ai rischi di vedere il male per quello che è nulla tolgono al valore di Gomorra e alla necessità di diffonderne quanto più possibile la conoscenza, dal momento che proprio nel pericolo, per dirla con le parole di Martin Heidegger, cominciano a illuminarsi le vie verso ciò che salva.

Una volta isolato il male, compresa la sua fenomenologia, occorre definire la cura, al di là della pur necessaria azione di contrasto della polizia e della magistratura, agendo a livello sociale sul piano culturale. Un primo vaccino contro i rischi da identificazione è costituito dall’ironia delle parodie di Gomorra come già circolano sulla rete con un successo pari a quello della fiction medesima: ridere del personaggio alienato che si rapporta nella realtà quotidiana ripetendo le battute del copione della fiction è un modo di affrontare con distacco ciò che è riprovevole e che tuttavia ci affascina. Più organicamente occorrerebbe diffondere la fiction nelle scuole superiori, penso nel triennio, come fossero documentari scientifici di antropologia accompagnando quindi la visione delle varie puntate con una adeguata e competente presentazione e commento. Infine, forse la più significativa per il carattere d’urgenza che la lotta contro la criminalità organizzata richiede, cito l’intelligente proposta del Presidente di Spazio Cultura Italia apparsa su l’Huffington Post con il titolo “Se il cast di Gomorra adottasse un’associazione di periferia”. L’idea è che gli attori escano dalla fiction e assumino nella realtà, cominciando ad appoggiare le iniziative delle associazioni che già operano nelle periferie di Napoli, il ruolo di eroe in difesa del bene (la legalità) che nella fiction è stata volutamente omessa per meglio comprendere il male (la criminalità).

Guardando Gomorra non solo noi ci avviciniamo alla verità conoscendo la fenomenologia del male come si manifesta in una parte della realtà, per altro a noi vicina, ma ci rendiamo conto di come abbiamo vissuto per migliaia di anni e possiamo quindi cogliere l’occasione per comprendere il reale significato della cultura, come essa abbia agito nell’evoluzione millenaria educando gli istinti in sentimenti facendo progredire il nostro spirito verso i diritti e la compassione. Gomorra è per un sito che si chiama “la cultura vivente” e che ha per incipit “dalla resistenza al risorgimento per un nuovo rinascimento” un valido esempio della via verso la verità.




Verità e realtà

imagesQuando una cosa ci appare reale noi la diciamo vera. Vero è ciò che è conforme alla realtà.
Come sempre ciò che ovvio ci appare anche banale. Tra vero e reale pare dunque esserci un identità. Se così fosse i due termini dovrebbero essere interscambiabili ovvero sinonimi. Ma così non è. Di una proposizione noi diciamo che è vera o è falsa, non diciamo che è reale. Di un corpo diciamo che è vero o reale quando cade sotto i sensi. Nel concetto di verità c’è comunque qualcosa che si lega indissolubilmente allo spirito. Solo lo spirito è capace di giudizio. Di tutte le creature di questo mondo per l’uomo e solo per l’uomo una cosa può essere vera. La verità quindi è un esistenziale venuto in essere solo con lo spirito umano. Questo venire in essere significa che ha assunto realtà. La verità è una realtà dello spirito.

Quando affermiamo che “L’universo è esistito da miliardi di anni” intendiamo dire che la realtà dell’universo è da sempre, a prescindere dall’esistenza umana. Tuttavia l’esistenza dell’universo a prescindere da un recipiente è cosa senza senso. Per chi esisteva? Incredibilmente a un certo punto è venuto in essere quel chi per cui esistere. Con differente intendimento possiamo quindi affermare che l’universo è esistito solo da quando esiste la vita, la vita intesa come il recipiente, colei per la quale l’universo ha diritto ad esistere, da quando cioè è esistito un dentro e un fuori, da quando è esistito il soggetto che ha posto l’universo come oggetto, e che nel porre l’universo come oggetto ha donato all’universo il senso, la ragione della sua esistenza.

La verità dell’universo si pone di conseguenza nel suo senso, nel senso che si è venuto a costituire. Un senso in crescita, un senso in fieri che si fonda sull’evoluzione dello spirito, un universo che tanto più è quanto più lo spirito si evolve. Questo processo che allontana lo spirito dalla materia dando vita ad un mondo interiore ha nome di astrazione. Lo spirito si va astraendo dalla materia. Nella sua evoluzione lo spirito fonda viepiù il senso e con il senso arriverà la verità. Il sorgere della coscienza e il sorgere del senso, è il sorgere anche dell’esistenza del tutto, il sorgere della realtà. La realtà di conseguenza si disvela solo alla luce della coscienza e solo alla sua luce può dirsi reale, vera ed esistente. La vita alla sua apparizione ancora non dona senso nel senso che la coscienza dona.

Ora la coscienza dona senso e forma alla realtà e il suo modo di dare un senso è dirla vera. La verità è il ponte tra il mondo reale (esterno) e la coscienza. La verità è ora anche il ponte tra coscienza (realtà interna) e il sé. La realtà con l’avvento della coscienza si differenzia in due ambiti ben separati la realtà fenomenica sensibile (esterna) oggetto della scienza e la realtà metafisica soprasensibile (interna) oggetto della filosofia.

Monismo, materialismo e relativismo sono solo pseudo dottrine che si fondano sull’ideologia, una forzatura intellettuale che distorce la realtà negando la verità.
La realtà che prima era solo materia bruta ora si compone di un’altra realtà, la realtà dello spirito che fonda nella verità il proprio essere. Lo spirito conosce solo per verità. La verità diviene dunque il metodo d’indagine della realtà, non solo di quella esterna della materia ma anche di quella interna dello spirito. La realtà interna dello spirito è in sé e per sé il metodo d’indagine della realtà secondo verità. La verità è dunque lo strumento per la conoscenza e diviene al tempo stesso l’oggetto della conoscenza. La realtà dello spirito è nella sua verità. La realtà dello spirito, per quanto possa essere grande l’universo, è la realtà più vera. Per l’uomo, ovvero per la coscienza più evoluta nell’universo, nulla è più concreto che lo spirito stesso.

Si distinguono di conseguenza una realtà del mondo esterno, una realtà del mondo interno, un mondo in cui l’io pone il non-io e un mondo in cui l’io pone l’io come oggetto.
Ciò che comunemente chiamiamo realtà pone l’oggetto all’esterno della coscienza verso quello che abbiamo davanti, e cerchiamo la concretezza in ciò che soddisfa gli appetiti e i sensi. Non visto lo spirito, ovvero noi nella nostra massima concreta esistente realtà, opera sempre in avanti senza riflettere, chiamando reali le cose davanti. La verità, pur indossata, rimane nascosta per così dire “alle spalle”e verità e realtà si confondono. La fuga verso la vita nasconde l’Io. L’Io è l’abisso più profondo, ne facciamo quotidianamente uso, ma non lo conosciamo. Quando spremo tutto del cervello saremo ancora agli inizi.

Di un oggetto diciamo che è vero intendendo che è reale, e non diciamo che è vero a meno che non ci riferiamo alla sua sussistenza, all’esistenza della cosa in sé nella sua concretezza o autenticità. La verità in quanto concreta realtà dello spirito, implica sempre qualcosa che riguarda il rapporto e il giudizio. Ciò che è è l’ente e l’ess-ente è tutto ciò che è. Sia nella fattispecie della materia che in quella più concreta dello spirito. L’invisibile è più potente del visibile.

Su questo pianeta ad essere non sono solo le cose, ma anche la vita e la vita per l’essere esistenziale Homo è il pensiero e al di là da quello l’emozione che lo sostiene. Quindi qui e ora l’essente comprende sia il mondo fenomenico della materia che il mondo fenomenologico dello spirito. Questi due mondi vivono in uno, ma sono totalmente separati. La distinzione è assoluta. Uno è il mondo esterno e riguarda le cose sensibili, l’altro è il mondo interno e riguarda le cose sovrasensibili. Il nostro corpo beninteso è esterno, rimane quindi chiaro che per mondo interno non può essere inteso neppure il nostro cervello.

Dell’uno mondo si occupa la scienza, dell’altro la metafisica. La metafisica è in essere un’eternità di tempo prima di essere dottrina per la filosofia, esiste nel positum da quando esiste la vita. Ogni vivente porta con se lo spirito. Ogni essere esistenziale vive e sussiste nella dimensione metafisica. Noi e il nostro gatto viviamo in questa dimensione. Sin dall’inizio della vita la cosidetta realtà è divenuta duplice partecipazione di mondo interno e mondo esterno, di spirito e materia, di soggetto e oggetto. Per quanto incorporeo lo spirito vive in uno nella materia, lo spirito è letteralmente in carne e ossa. Per chi può comprendere è il miracolo stesso della transustanziazione che si compie anziché all’istante, in miliardi di anni mediante l’evoluzione. Da allora, dalla nascita della coscienza, allo spirito compete verità così come alla materia competeva la sola realtà.
Ma la verità venuta in essere esprime in sé una nuova fino ad allora sconosciuta realtà: la Realtà dello spirito.

Dunque anche lo spirito è reale e in quanto reale è un ente. Tutti gli enti concreti o astratti che siano, sono reali. Sia lo spirito che la materia godono di realtà. Lo spirito anzi è per così dire molto più reale della materia perché attribuisce alla materia la sua realtà. L’universo era, ma non esisteva prima che ci fosse quel quid per cui esistere. Quel quid si chiama vita. La vita si chiama soggetto che pone l’oggetto, prima del soggetto non esiste neppure l’oggetto, dire oggetto è privo di senso, solo il soggetto porta con sé il senso. La vita dà senso all’essente. Con la vita lo spirito, con lo spirito ancora miliardi di anni di evoluzione e prende senso un esistenziale come la verità, con lo spirito umano la verità che dice vero ciò che è reale. Il reale assume senso e verità con lo spirito. Allo stesso tempo è lo spirito stesso che assume realtà, assume realtà astraendosi dalla materia, in un crescendo evolutivo che fonda sempre più nella cultura la propria essenza. Con ciò è la verità stessa a nutrirsi e a crescere. La verità acquisisce senso e realtà dicendo vere le cose della materia e vere le cose dello spirito.

La verità c’è. Ma la verità non è un ente. Ogni ente sensibile o soprasensibile che sia, è in carne e ossa. La verità non è in carne ed ossa. La verità non possiede realtà sua propria essenza è indissolubilmente legata allo spirito. La sua storia è la storia evolutiva dal singolo all’universale e dall’universale all’assoluto. Sarà raccontata un’altra volta.




Il principio cultura

emergenza culturaCultura è un termine polisemico ovvero un termine astratto cui si possono riferire molteplici significati. In termini generali si può definire cultura ciò che è sedimentato in un soggetto vivente attraverso l’apprendimento dall’ambiente esterno.
Di cultura possiamo parlare quindi anche a proposito degli animali e in un certo senso
anche dei vegetali dal momento che anche le piante apprendono. Tuttavia l’apprendimento riguarda massimamente l’uomo e la cultura umana è l’espressione evolutiva più alta. Per cultura umana bisogna dunque intendere quanto va a depositarsi nell’individuo e nella collettività degli insegnamenti ricevuti dall’ambiente. Da qui la convinzione certa che la cultura inerisca la relazione soggetto oggetto, individuo ambiente, sé e altro da sé. Una convinzione certa non si attua in sede di opinione, ma si determina come fatto ovvero si struttura logicamente.

Per cultura si deve pertanto intendere quanto l’ambiente nella relazione ha depositato nell’individuo e nella collettività. Esiste infatti una cultura individuale e una cultura collettiva, di specie o di gruppo. La dinamica evolutiva pretende che il positum (ciò che si va a depositare) non rimanga mai identico ma sia soggetto a continue trasformazioni secondo modo e quantità delle informazioni ricevute, la cui velocità di apprendimento dipende dalla capacità dell’individuo e del sociale di accogliere nuove istanze (emergenze) che riguardano sia contingenze esterne (quelle sociali) che contingenze interne (quelle individuali) nella relazione.

La dinamica interno-esterno porta alla crescita culturale. Il gruppo non è un individuo, solo l’individuo pensa. Ovvero sia filogeneticamente che ontogeneticamente la cultura è in continuo progresso. Il positum nell’individuo come nel sociale è dunque soggetto a continui rimaneggiamenti.

Il processo tuttavia non è lineare e soggetto a subire battute d’arresto e anche a regressione. L’appreso necessita all’interno dell’individuo come nel sociale di sistematizzazione che porta inevitabilmente a una strutturazione fissa utile alla comprensione pratica della realtà. Convinzioni e regole stanno alla base della pratica sociale. Non sono inamovibili, ma la loro amovibilità sta tutta all’interno degli individui, unico soggetto pensante.

A questa strutturazione fissa che corrisponde a quella che possiamo definire una visione di vita possiamo dare ora il nome di mentalità. La mentalità degli individui é il soggetto della pratica sociale. Da qui la sua importanza. La mentalità può a sua volta essere definita come la visione di vita che il sociale in cui si è nati ha dato all’individuo nella sua particolare accezione, sociale che si definisce come cultura di gruppo o di popolo.

La variabilità individuale rispetto alle regole stabilite dal sociale o dal gruppo soggiace alle stesse e gode all’interno di una limitata libertà a causa dell’ignoranza che l’individuo ha di trovarsi all’interno delle stesse. Una maggiore libertà può essere goduta solo con un avanzamento dello spirito. Questo equivale a dire che si nasce già parlati dalla lingua, ovvero un ambiente che pre-determina la postura mentale dell’individuo, la sua mentalità.

In termini ancora generali possiamo ora definire la cultura come l’insieme degli insegnamenti ricevuti dall’ambiente attraverso il tentativo dell’ambiente di maturare individualmente lo spirito prima all’interno del gruppo e poi per il suo superamento. Questo processo è ciò che noi chiamiamo educazione.

Da ultimo rimane quindi che per cultura bisogna intendere l’educazione dello spirito per la sua maturazione. Una civiltà più progredita sarà di conseguenza una civiltà in cui lo spirito di tutti è più maturo. Il riferimento alla maturità dello spirito separa nettamente la cultura dall’erudizione, rimanendo l’erudizione se presa a se stante solo un accumulo amorfo di nozioni. La maturazione dello spirito non accumula passivamente nozioni, ma ordina attivamente l’appreso secondo direttive etiche ed estetiche. Si deve imparare e insegnare a riflettere passando dal contingente all’estensivo. In definitiva cultura significa educazione al bello e al buono.

Nel 1816 il socialista Robert Owen fece costruire nel villaggio di New Lanark (Scozia) per i lavoratori della azienda da lui diretta che ivi risiedevano e lavoravano, oltre ad una Scuola per l’infanzia e un Nursery Buildings già realizzato nel 1809, l’ Istituto per la Formazione del Carattere, dove : “Le tre stanze al piano inferiore saranno lasciate aperte all’utilizzo degli adulti del paese, i quali devono poter disporre di ogni utilità per poter leggere, scrivere, far di conto, cucire o giocare, discorrere o passeggiare. Due serate per settimana saranno dedicate alla danza ed alla musica, ma in queste occasioni, ogni comodità  sarà predisposta per coloro che preferiranno studiare o continuare qualunque delle occupazioni seguite nelle altre sere.” 

L’educazione spirituale è il pilastro su cui si fonda la civiltà, un’attività dello spirito necessaria e doverosa da parte sia dell’individuo che del sociale. La cultura è vivente o non è cultura. Molto diversamente da questa impostazione si dà importanza più all’erudizione che all’educazione confondendo la cultura con le arti, lo spettacolo e le scienze”, attività culturali che hanno senso solo se educative dello spirito per la sua maturazione, ma che diversamente rimangono solo epifenomeni etichettati. È questo il paradosso della politica: non comprendere l’importanza dell’educazione dello spirito non avendola ancora pienamente intesa o nella migliore delle ipotesi ritenendola erroneamente sotto-intesa. Ancora non si intende spirito, alla politica neppure sfiora l’idea.

Solo la cultura, la cultura vivente, ci salverà.




Furbi et orbi

images-1Quello che ha detto Massimo Cacciari alla trasmissione Servizio Pubblico è perfettamente vero: la corruzione è a sistema. Tuttavia la corruzione non è da oggi ed è un bene che oggi venga denunciata. Nasciamo in un paese corrotto dove un cittadino  entrando in società si pone nell’alternativa di seguire le regole e rimanere indietro o adeguarsi al sistema per sopravvivere o peggio servirsi del sistema per arricchirsi. Chi resiste comunque arretra e corre il rischio di finire in fondo alla scala.

Il sistema della corruzione e dell’illegalità non è opera di nessuno in particolare, è un fatto in generale. Un fatto ereditato alla nascita in un paese che della corruzione ha fatto appunto sistema, l’Italia funziona così. Il problema e solo di chi lo vorrebbe cambiare, per tutti gli altri va bene così. In tempi migliori se la maggioranza riesce a sopravvivere o anche ad arricchirsi,  tutto va bene. I guai compaiono quando in un paese interviene la crisi. In una crisi la lotta per la sopravvivenza si fa più dura e di conseguenza la corruzione anziché diminuire aumenta, aumenta perché a dover accettare compromessi è un parte sempre più preponderante della popolazione. Aumenta la ricattabilità e per un posto si è pronti al compromesso, anche a qualsiasi compromesso.

“Con la cultura non si mangia”, questo adagio, grazie anche all’esternazione di un passato ministro della Repubblica, ha penetrato ogni singola coscienza, giustificandola. Per poter stare al mondo e pensare ai propri figli cresce il numero di coloro che accettano questa realtà, così fan tutti, ovvero la disonestà come regola di vita. In tal modo insieme all’impoverimento si assiste al ben più grave degrado morale e nel degrado ciascuno cerca sempre più la soluzione personale fino al si salvi chi può. Succede anche qualcuno cada fuori bordo e si suicida.

In ultima analisi a soffrirne è il grado di civiltà dell’intera nazione. Un popolo di furbi degrada l’intera nazione e porta a boomerang sofferenze al popolo stesso. Nell’ignoranza politica dilagante, supportata da vent’anni di berlusconismo i cui soli valori sono stati sesso e possesso, il pensiero debole e un basso sentire hanno preso sempre più il sopravvento. Gli uomini del fare trovano facile consenso tra il popolo, a destra come a sinistra. Trovano consenso anche gli uomini contro.

Della cultura non si è capito né il significato né l’importanza. Cultura è stata intesa come arte e spettacolo, come un’attività marginale su cui stabilire un budget.  Nessuno è mai stato sfiorato dall’idea che la cultura sia il mezzo per far progredire in civiltà una nazione, ovvero quello che dovrebbe essere il primo compito di ogni governo. Solo la cultura ci salverà.

 




A lezione di educazione cinica

imagesCi si deve domandare perché all’estero, nei “paesi normali” come si usa dire, la minima mancanza comporti un “passo indietro”. Orrida espressione con la quale si chiamano le dimissioni che seguono immancabilmente a episodi di scarsa o dubbia onestà da parte di chi riveste ruoli istituzionali. La stampa si riferisce spesso a questi episodi esemplari, quali il mancato pagamento dei contributi a una colf o la mancata virgolettatura di una tesi di laurea e si indigna perché da noi per reati e colpe molto più gravi nessuno si dimette. Si dimentica di indicare però le ragioni che inducono siffatti personaggi “stranieri” alle dimissioni dalle cariche ricoperte e i nostri a mantenerle ad oltranza. Eppure la risposta è semplice: si tratta di paesi più civili. Ma che significa più civili? Significa che i popoli di quei paesi hanno assimilato la correttezza nell’agire e l’onestà nei rapporti come valori irrinunciabili della democrazia. Una diversa cultura che appartiene al popolo prima che ai governanti. Contrariamente da noi correttezza e onestà non sono valori che interessino particolarmente gli Italiani al punto che in massa si è disponibili a votare personaggi che si macchiano di reati passati in giudicato, per esempio come la frode fiscale.

Non mi interessa più parlare di Berlusconi, piccolo uomo: è degli Italiani che voglio parlare, di un popolo volutamente tenuto nell’ignoranza politica fino a farne degli analfabeti, tanto a destra quanto a sinistra. I passati vent’anni di degenerazione culturale dovuta allo sdoganamento della pancia (il c.d. “berlusconismo”),  per cui i soli valori sono stati sesso e possesso  annegati in una salsa neo-postmoderna-liberista che ha tutto l’interesse a mantenere nel paese l’ignoranza e l’odio per la politica, complice una mancata opposizione sul piano culturale, uno sterile piagnisteo che altro non ha fatto se non inseguire al ribasso la mercificazione degli ideali del “popolo”, affossando quella dignità procuratasi in anni di lotte. Popolo è ora una parola di cui tutti si riempiono la bocca per poi riempirsi la pancia, sedicenti giornalisti hanno condotto la discussione politica nelle osterie mediatiche chiamate talk show, dove l’ignoranza popolare si confronta con politici ignoranti. Nella pratica pervicacemente sostenuta di far apparire la chiacchiera come democrazia la democrazia stessa é diventata una chiacchiera, il cui livello inesorabilmente sceso al di sotto dei limiti  tracciati dalla ironia del “filosofo” Riccardo Pazzaglia. Ci vorrà la vanga per ritrovare il senno.

Ebbene, l’anomalia non è Berlusconi perché i malriusciti e i superflui sono ovunque, anche in Svezia, dove tuttavia non li votano. La differenza non sta nei politici, nei leader, ma in chi li vota e li segue, nella cultura del popolo.  In altre parole noi non abbiamo una ma molte anomalie, una cultura di livello tanto basso da riuscire non significative ai fini del voto la correttezza e l’onestà di un candidato. Correttezza e onestà non sono valori significativi per la maggioranza degli italiani, nel pubblico come nel privato. Per i furbi “onesto” e “coglione” sono sinonimi. Per uomini intelligenti sono sinonimi “furbo” e “delinquente”.

Vittorio Sgarbi, la capra, riesumava nell’ennesimo talk show cui era stato invitato un detto di Benedetto Croce estrapolandolo dal contesto, detto per il quale “L’unico politico onesto è un politico capace”.  In verità Croce diceva che se stai male ti rivolgi a un medico e non a un uomo buono. Prima di lui Platone diceva che “un bravo medico non è colui che conosce la materia, ci mancherebbe altro, ma colui che si prende cura del paziente”.  Non dubito che Benedetto Croce avesse in amore la salute del paziente e che nel suo caso il paziente non fosse il Principe, ma la Nazione e il bene comune.  Parimenti “il fine giustifica i mezzi” di machiavellica memoria non può divenire autorizzazione a delinquere né per un politico né per altri. Quali fini? Per il re, per me per il partito o “tengo famiglia”? Al cavaliere in merito abbiamo sentito affermare: “chi non fa i propri intessi è un coglione” e i coglioni d’accordo con questa esemplare opinione lo votano. Un giorno, non ne dubito sarà ricordato da un Presidente della Repubblica come un grande statista così come ora si ricorda altri di craxiana memoria.  Presidenti di tutti gli italiani, proprio di tutti.

Sgarbi faceva questo per avvalorare la tesi (sua) che la correttezza e l’onestà non sono una qualità indispensabile per un politico. Ebbene questa citata giustificazione e autorizzazione a delinquere raccoglie il consenso popolare: “che rubi, rubi pure, purché faccia “.  Il fare diventa allora il nuovo mito. Fare sesso, fare politica come fare i soldi: ai valori della pagnotta, del sesso e del possesso si aggiunge così la concretezza del fare, un agire che rappresenta i valori trasversali che coinvolgono in termini di concretezza tutta la popolazione e che trovano per questo un quasi universale consenso, tutte cose per cui il popolo acclama: “Bene, bravo, giusto”, “dammi mille lire e voto per chi vuoi”.

Oggi si parla di centralità del lavoro, si parla di lavoro, ma non della sua sicurezza (deve essere garantito un posto a tutti) non della sua serenità (salvaguardata la dignità). Che l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro nessuno lo contesta, ma che cosa si debba intender per lavoro è tutt’altra questione. Gli uomini del fare parlano di meritocrazia, selezione, competitività, mobilità, flessibilità, adattabilità, efficienza, efficacia, tutte categorie e grandezze soggette alle leggi di Mercato: sia fatta la Sua Volontà, venga il suo Regno così in cielo come in terra. In questa disamina della ideologia neoliberista gli ultimi saranno schiavi o larve senza lavoro, quasi uomini in attesa del momento di sottrarre il lavoro agli schiavi. Un esercito di lumpen e proletari in crescita. Tutti complici, schiavi compresi. Difenderanno i padroni. Li stanno già votando.

Queste banalità sono sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo intendimento politico, ma della politica il popolo non conosce l’alfabeto. Sapere che in democrazia è necessario avere la complicità del popolo per poterlo sfruttare è da sussidiario elementare. Ma il popolo italiano volutamente tenuto lontano dalla politica confonde la polis con i politici. Il trono con chi lo occupa. E nessuno ancora chiarisce questo ignorantissimo equivoco. Una cosa sono le istituzioni altra cosa chi le occupa. Giornalisti, insegnanti, politici che tocchi anche a voi fare cultura? Cultura è per voi un fantasma. Il popolo ancora inneggia a Barabba, ancora si leva l’italiano patriottico grido “Viva l’Italia”.

Uno strano paese il nostro dove si ama l’Italia e si odia lo Stato, lo Stato che la rappresenta, uno strano paese dove tutti amano il popolo e detestano la gente, fosse anche il vicino. In verità quando la gente pensa “popolo” pensa “noi” e quando il popolo pensa “la gente” pensa “loro”. Eppure la gente e il popolo sono il medesimo. Nessuno specchio, nessuna riflessione: il popolo è santo e la gente di merda. In altre parole e in breve non ci può essere nessuna politica degna di questo nome se non c’è cosceinza sociale, la politica è coscienza sociale e la politica è uscita dal sociale. Neolaureati dichiarano di voler pensare seriamente solo alla loro professione e giammai interessarsi di politica, il Corriere della sera ne pubblica le dichiarazioni dedicandogli tutta intera la prima pagina. Il “Corriere della serva”, come chiamato un tempo sembra non smentirsi mai: dietro una facciata di moderazione il serpente Gerione è sempre pronto a colpire con la sua coda. Da chiedersi a che si debba tanta costanza nei secoli.

Morale: non si e mai visto un tale analfabetismo politico, un tale abbietto stato di prostrazione dello spirito in seno al popolo. L’insegnante anziché tenere lezione chiede agli alunni se vogliono fare lezione di greco o andare al parco e poiché a larga maggioranza si decide per il parco, con sacrificio dei pochi eletti detestati in quanto intellettuali, democraticamente si va al parco. Socraticamente il porco è soddisfatto e porco rimarrà. Lucignolo dopo aver condotto i fanciulli nel Paese dei Balocchi, ora porco anche lui, chiede il consenso agli asini. Hi-ho, hi-ho, gli asini acconsentono. Tutto il loro potere i politici lo devono proprio a loro, agli asini e paradossalmente se ne vantano (milioni di voti) e lo sbandierano in ogni Show televisivo in ossequio a quella democrazia che non nei valori ma nei numeri vede la propria forza. La propria forza, forse, ma non la propria dignità. Una democrazia portata nei numeri ma non nei valori non è una democrazia. Sosteneva Oscar Wilde: “Posso sopportare la forza brutale, ma la ragione brutale è insopportabile. Vi è qualcosa di sleale nel suo uso, come sferrare un colpo basso all’intelletto”.

Per questo dunque l’Italia non è un paese democratico,  non tanto per le forme come Cacciari e Scalfari ci spiegano nel loro recente dialogo a conclusione della manifestazione la Repubblica delle idee, ma per il basso livello culturale raggiunto dal popolo italiano, un popolo politicamente analfabeta che avvalla qualsiasi forma di scorrettezza o di reato purché l’eletto gli torni in qualche modo personalmente conveniente. Prima di essere una crisi economica la nostra è una mancanza di cultura, una crisi immanente che investe l’intera popolazione, una crisi più grave della recessione che ci può portare alla regressione, alla violenza alla barbarie. Questa assoluta immaturità del popolo italiano fa della cultura il nodo principale della crisi, ovvero il popolo stesso si mostra immaturo per la democrazia. Quanto alla economia essa è solo una tecnica e come tale risulta in stretta relazione alla mentalità, ovvero al grado di civiltà raggiunto da coloro che l’amministrano.

Il primo dovere di tutti i governi dovrebbe dunque essere di innalzare la civiltà del popolo, rendendo migliori i rapporti tra i cittadini ad ogni livello non solo in termini economici ma di convivialità. Senza una modifica nella postura dello spirito in ciascuno del rapporto da intraprendere con il prossimo nessuna formula economica sarà mai in grado di migliorare la felicità della nostra esistenza. Che l’alba arrivi, un’alba non dorata, ma chiara “poiché un sognatore è colui che vede la sua strada solo al chiaro di luna, la sua punizione è vedere l’alba prima del resto del mondo” (ancora Oscar Wilde). Solo la cultura ci salverà.




La cultura non è spettacolo.

PaideiaLa formazione politica di coloro che aspirano a governare un paese e dunque a costituirsi classe dirigente in un popolo dovrebbe fondarsi su una solida preparazione sia filosofica che scientifica: la filosofia per comprendere i fini, la scienza per conoscere i mezzi. Gli antichi greci la chiamavano paidèia,

il modello educativo con il quale si istruivano i giovani e che era sinonimo di cultura e di educazione alla cultura.  Lo spirito di cittadinanza e di appartenenza costituivano infatti un elemento fondamentale alla base dell’ordinamento politico-giuridico delle città greche. L’identità dell’individuo era pressoché inglobata da quell’insieme di norme e valori che costituivano l’identità del popolo stesso, tanto che più che di processo educativo o di socializzazione si potrebbe parlare di processo di uniformazione all’ethos politico. Come afferma Giovanni Reale: “La forza educativa proveniente dal mondo greco ha caratterizzato l’Occidente a partire dai Romani; è poi più volte rinata con continue trasformazioni col sorgere di nuove culture, dapprima con il Cristianesimo, poi con l’umanesimo e il rinascimento” e  qui aggiungiamo con l’illuminismo.

D’altra parte la politica è il modo di amministrare la comunità dei cittadini avendo per fine il bene di tutti, ma quale sia il bene di tutti non è la politica a rivelarcelo, bensì la filosofia. In questa originaria  concezione della politica il modo, ovvero il rapporto tra mezzi e fini, non è di natura meramente strumentale come il cinismo di maniera tipo il fine giustifica i mezzi vuole fare intendere (motto per altro erroneamente attribuito a Niccolò Macchiavelli), bensì di natura morale. La politica andrebbe intesa come una pratica inerente alla razionalità scientifica e che dovrebbe conformarsi all’etica.

Il minimo comune denominatore tra la politica, la formazione, l’identità, i valori, i principi, l’etica, il diritto, la fede e la conoscenza è la cultura. La cultura come sedimentazione dell’insieme patrimoniale delle idee ed esperienze condivise da ciascuno dei membri delle relative società di appartenenza, dei codici comportamentali condivisi, del senso etico del fine collettivo e di una visione identitaria storicamente determinata. Singolare è la sua etimologia, che discende dal verbo latino colere (coltivare) l’utilizzo del quale è stato poi esteso a quei comportamenti che imponevano una“cura verso gli dei”, da cui il termine “culto”.

E la cultura prodotta da un sistema vivente si comporta come i sistemi viventi: un equilibrio dinamico che va alimentato con quantità crescenti di energia.  Un ordine che si oppone alla naturale tendenza dei sistemi isolati all’aumento dell’entropia, che spontaneamente  tenderebbero alla morte termica. Per questo esistono forme organizzate di convivenza tra gli esseri umani, in cui si evolve la funzione dello Stato che agisce come un catalizzatore nei confronti delle componenti sociali, le istituzioni, le quali costituiscono  i reagenti che operano le trasformazioni della società.

Quanto al divenire della civiltà, l’equilibrio instabile a cui tendere e da mantenere si pone tra la misura delle cose e i confini della logica: per Orazio (Satire I) esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto, per Göedel (teoremi di incompletezza) se un sistema formale è logicamente coerente, la sua non contraddittorietà non può essere dimostrata stando all’interno del sistema logico stesso. La cultura è civiltà.

 




L’anomalia italiana: la politica ammette l’ignoranza.

images-2Un servizio di Report è stato sufficiente a far scomparire Di Pietro dalla politica. Perché? Una condanna penale lascia intatto il consenso a Berlusconi. Perché? In Germania la mancata virgolettatura in una tesi di laurea fa cadere un ministro: Perché?  Basterebbe una semplice riflessione per comprendere che la base elettorale che sostiene le diverse candidature non è la stessa. Ma una semplice riflessione è sufficiente a escludere una grande fetta della popolazione italiana: almeno 9 milioni di elettori la cui sovranità non viene da tutti, da tutti, contestata. Questo dicono tutti, tutti, pretende la democrazia.  Anche l’ignoranza, la disonestà, la furbizia, l’avidità, hanno diritto al voto e ad essere rappresentate. Ignoranza, disonestà, furbizia, avidità in Italia sono un Partito. Queste “qualità” ovviamente sono trasversali (sono ben più di nove milioni gli italiani che si riconoscibili in queste qualità e non solo a destra), ma “non res sed modus in rebus”: tutto, altrettanto o più ovviamente, dipende dalla misura. Chi non capisce misura nulla intende e continua ad accentare la realtà con eccezioni e anziché confermare la regola ritengono con l’eccezione di contraddirla. E già qui i più si perdono.

Il “pensiero debole” e un “basso sentire” dominano i talk show e con ciò, ecco l’anomalia, anziché perdere acquisiscono consensi. Inseguire al ribasso è lo sport preferito e ha nome populismo. Offendere l’ignoranza è offendere il popolo. Il popolo di Di Pietro, ex magistrato, tifa per i magistrati e il più piccolo sospetto fa cadere il beniamino. Il popolo di Berlusconi tifa per i delinquenti e la minima accusa li consolida nelle loro convinzioni. In Germania come nei paesi più civili la minima violazione alle “regole” è sufficiente alle dimissioni: una colf tenuta in nero, un amore clandestino, una citazione non dichiarata come tale …

Quanto ci vorrà per capire che questa “anomalia” dell’Italia ha nome Popolo Italiano, la sua cultura? Quanto ci vorrà per intendere che cosa si debba intendere per cultura? Una troppo larga fetta della popolazione (secondo misura) vive nell’ignoranza e la furbizia, italicamente contrabbandata per intelligenza, trova nell’ignoranza il suo terreno più fertile, e chiama opportunisticamente l’ignoranza “volontà popolare”. Un tabù: non bisogna parlare male del popolo, e tantomeno del Popolo Italiano, il popolo è sovrano. Morale: nessuna autocritica. Certo non bisogna parlare male del Popolo italiano. Che senso avrebbe? Né storico,né politico, né strategico, né attuale. Ma fare quanto più possibile per migliorare le condizioni culturali del popolo dovrebbe essere il primo dovere di qualsiasi governo e di qualsiasi istituzione abbia realmente a cuore le sorti del popolo. E invece no. Di Cultura non si parla in nessuna parte. In nessuna parte si combatte l’ignoranza, la mentalità, anzi si approfitta da ogni parte e in ogni occasione per ottenere audience, consenso. A destra ma anche a sinistra. Gli “uomini del fare” sono per il turbo capitalismo, “fare cultura” diversamente pare compito di nessuno.

Abbiamo ministri e politici che per cultura intendono “Arte e spettacolo” ma pare che nessuno in politica abbia mai inteso che cultura significhi far progredire in civiltà il proprio popolo. La Cultura non serve infatti unicamente a crescere il Pil, ha il compito ben più alto di far progredire in Civiltà lo Spirito di una Nazione. Gustavo Zagrebelsky rispose ad una mia domanda  sull’importanza della cultura dicendo “questo è sottinteso”. Purtroppo questo non è neppure inteso o nella migliore delle ipotesi “sotto-inteso”.  A questo dovrebbero essere impegnati governi e istituzioni capillarmente in ogni dove. Eppure Cultura e morale sono completamente al di fuori di qualsiasi programma di governo e protocollo istituzionale da sempre: partiti polititi, sindacati e persino la scuola non si sono mai occupati né di cultura né di morale, ovvero di formare cittadini, lavoratori, studenti che intendessero il sociale come bene comune, come il più importante dei beni comuni. Anzi la tendenza è de-umanizzare la scuola e le università per avere tecnici pronti al servizio dell’economia, nuova ideologia. Sociologia, educazione civica, filosofia, persino materie scientifiche come l’evoluzione sono state sminuite o bandite: a che servono? Filologia romanza?

“Fatevi un panino con la divina commedia”, questo un ministro. Badilate di ignoranza ovunque là dove servirebbero badilate di cultura. Il Pd che avrebbe dovuto rappresentare la sinistra ha mancato nella formazione dei dirigenti proprio perché privo di cultura, e senza cultura nessuna morale, senza morale nessun ideale, nessuna sinistra. La sua deiezione è stata graduale a partire dal ’68 quando per conquistare la maggioranza ha cercato di raggiungere il fatidico e ora fatale 51%, portando questo “ideale” come linea politica. E il gruppo dirigente non ha mai abbandonato questo ideale. Una strategia in luogo di un ideale. Da sempre “corrono verso il centro” (Achille Ochetto) lottando sempre meno contro le disuguaglianze economiche e sociali, offendo aperture che andavano a detrimento dei diritti dei lavoratori e dimenticando e dissipando valori culturali che di fatto, nel pensiero come nel sentimento, tenevano unito il popolo della sinistra. Hanno dimenticato di “fare cultura”, di combattere per gli stessi, arrivando ad accettare la disonestà come controparte, contrabbandando l’inciucio con la disponibilità al dialogo. Per i sindacati concertazione. Brividi.

Risultato? Il fatidico 51% è divenuto fatale, la base del PD non c’è più stata, ha strappato ed è confluita in larga misura nel M5S. Ma non solo, all’interno del partito stesso sono stati acquisiti democristiani e opportunisti che hanno ulteriormente diviso il partito con conseguenti ulteriori strappi. È stata portata all’interno del PD tanta di quell’acqua che sono affogati ma non contenti ancora con quell’acqua tentano di galleggiare: “una cosa già Letta”. Cambiamento? L’anomalia italiana si chiama ignoranza, quella descritta da Francesco Guicciardini: “La ignoranzia non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dá mazzate da ciechi”.  Solo la cultura ci salverà.