Flat tax, sed tax?

Il presente è un raccontino da me scritto l’8 di giugno del 2018. La data è importante perché nel racconto c’è la previsione di un piano premeditato per introdurre la Flat Tax, quella che a mio avviso arriverà a colpire gli italiani con la forza di uno tsunami ma con effetti dilatati nel tempo e per moltissimi anni.



Nel 2018 postavo su FB questo racconto (ogni riferimento alla realtà è puramente causale): 
“Nel paese dei Boccaloni una persona senza scrupoli, con le dovute amicizie, pensò: “Se riesco ad abbassare l’aliquota massima (tecnicamente aliquota marginale) anche di un solo punto ci guadagno e più sono i punti e più guadagno. Senza-scrupoli era una persona ben in vista che per decenni aveva governato Boccalonia.  La trama: C’era una volta una volpe, un uomo pratico e astuto, sempre in cerca di modi per fare soldi. Le gabelle, da sempre odiate, erano ritenute da tutti troppo alte e tutti pensavano dovessero essere abbassate. 

“Certo, pensò, non posso proporre io una legge per abbassare l’aliquota massima, il gioco sarebbe troppo scoperto, mi salterebbero tutti addosso. Bisogna che ne parli al gatto”.
“Sai gatto, c’è una legge che viaggia in Europa e anche in altri paesi, che si chiama flat tax, una tassazione con una sola aliquota per tutti”. E spiegò che il trucco consisteva nell’abbassare l’aliquota massima e trarre per il resto in inganno.
“E come la giustifichiamo?” disse il gatto.
“Diciamo che questo sistema è già stato sperimentato altrove e che fa bene all’economia, diremo che gli imprenditori risparmiando sulle tasse investono di più e poi ché essendo meno tartassati pagheranno più volentieri le tasse e diminuirà l’evasione”
“E se la bevono?”
“Se la bevono, se la bevono… anche perché un po’ ci penso io con le televisioni, un po’ perché è un popolo di analfabeti, ma ci pensi… Flat Tax? aliquota marginale…? che cosa vuoi che ne capiscano e soprattutto perché quello che ci interessa è diminuire l’aliquota non tenere duro sulla flat tax che peraltro è incostituzionale”
“Ma come… sei tu a dirlo?”
“Ma certo che è incostituzionale! E noi gli piazziamo due aliquote e raggiriamo la Costituzione e quelli felici di avere vinto neppure se ne accorgono”
“Geniale, ma io che ci guadagno?” chiese la felpa.
“Ma come” disse il caimano” non l’hai capito, tu fai il premier del centro destra, ti lascio il posto. La flat tax la proponi tu e nessuno sospetterà di niente”.
“Ma la gente si incazzerà se diminuisci le tasse solo ai ricchi?”
“E chi a detto che le diminuirò solo ai ricchi io voglio diminuirle a tutti, un contentino a tutti se no i boccaloni come li pesco”.
“E il debito pubblico? prima o poi si accorgeranno che mancano i soldi”
“Poi… ma noi li prendiamo prima”.

IL gatto e la vope hanno un unico obiettivo: diminuire l’aliquota massima, detta marginale, da molto prima della campagna elettorale (marzo 2018) . Della FLAT TAX non gliene può importare di meno, è solo uno specchietto per allodole (5 stelle e boccaloni). Il piano è studiato perfettamente:
1- un nome inglese e in modo che l’elettorato non ci faccia caso;
2- incostituzionale in modo che gli avversari credano una loro vittoria aver ceduto su due aliquote;
3- rimettere come sempre tutti sulla stessa barca offrendo risparmi di imposta a tutti in modo che i pesci di tutte le razze abbocchino;
4- convincere i poveri che saranno meno poveri dando i soldi ai ricchi con le televisioni;
5- sanare il buco di bilancio con un maxicondono;
6- dissanguare il movimento 5stelle che sarà abbandonato da tutti quelli di sinistra lo hanno votato e vincere senza avversari le prossime elezioni appena avranno intascato la flat tax e fatto cadere il governo.

Qui terminava il racconto postato nel giugno 2018.

Già nel nome l’inganno: “flat tax” un nome inglese, che per di più tradotto significa “tassa piatta” un termine incomprensibile a sua volta ai più, ma che anche chiarito in “aliquota unica”, la maggior parte della gente ancora non intende perché non sa che cosa sia tecnicamente un’ aliquota progressiva e ancor meno un’aliquota condensata (aliquota reale di tassazione) che per i super ricchi coincide, a meno di decimali, con l’aliquota marginale: arabo.

L’entrata in vigore di questa tassa (imposta) è cosa che procurerà una perdita allo Stato che causerà un lento ma inesorabile tracollo in primo luogo della sanità. In modo graduale e strisciante, a partire da due anni della sua entrata in vigore, un ammanco di denaro pubblico costringerà ad aumentare i tiket, a diminuire le esenzioni e aumentare il ricorso a privati con conseguente rinuncia progressiva a curarsi.

Grazie a un a diffusa ignoranza popolare, anche in merito al sistema di tassazione, è possibile con mosse dozzinali aumentare le disuguaglianze sociali con la complicità e il consenso delle vittime. 

Questa complicità è resa possibile da una propaganda che attacca i contributi in denaro alla Cosa Pubblica coinvolgendo con condoni e possibilità di evadere praticamente tutti che in grande ma anche in piccolo (con uguale colpa) colgono l’occasione per essere “ladri” ritenendosi furbi.

Questa mentalità popolare che inerisce pesantemente la morale,  è la Cultura di una Nazione e segna il suo destino civile, ma anche economico. E ancora non si capisce. Solo la cultura ci salverà.




Il ‘68

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus “,  la rosa primigenia esiste solo nel nome, del passato possediamo soltanto nudi nomi. Che ne è stato del passato, della vicenda umana, di ogni singola esistenza? di tutto l’amore come del dolore? delle passioni come dei sentimenti di tutta l’eternità delle genti che ci hanno preceduto e che come noi hanno vissuto?  Senza nome il passato è nudo, ma potrà mai essere di conforto un nudo nome? Che ne è stato del profumo? Dell’odore della rosa? E di quello del sangue? E’ un’esperienza vissuta, non la memoria, né riflessione, né un nome che ci fa cogliere l’essenza della realtà”.

Quanta ignoranza. Ho sempre detestato la storia studiata su i libri di testo, una raccolta sterile di date e di bellicosi eventi, ritenuti da pedanti sedicenti storici i più “significativi”. La storia è stata una materia che non ho mai amato. Fredda,  arida, qualcosa da mandare a memoria, senza possibilità di coinvolgimento alcuno. Date, nomi, battaglie. Solo nella maturità ho compreso che non era la materia a essere arida bensì la sua narrazione. La mancanza d’amore, di creatività, di fantasia e d’impegno da parte dei docenti, inchioda la conoscenza sulla superficie piatta di nozioni prive di colore e di sapore. 

Solo a dispetto della scuola, ho capito che la storia non va letta ma vissuta: è storia solo quello che rivivi, ciò che risveglia i sentimenti, gli odori, i colori delle genti passate, quello che fa dono agli occhi di vedere quei mondi, i mondi che noi, proprio noi, siamo stati e che nella storia sulla nostra pelle devono tornate a vivere. Parlo dell’odore dell’aria e il sapore della miseria e del sangue che lo spirito, quello di tutti, respirava. Musica e odore del tempo. Parlo di un viaggio astrale in cui si libera l’immaginazione e l’anima vola sui luoghi passati per vivere il passato come presente.

Solo nella maturità mi sono accorto che non c’è storia sui libri, solo un nudo scheletro, nudi nomi, anatomia di uno spirito cadavere che diversamente ha bisogno di carne oltre che di  ossa, che ha bisogno di un corpo per un vivo sentire.  Solo nella maturità mi sono accorto di cosa è stata la scuola. Mi sono convinto così che i veri libri di storia sono l’arte e la letteratura. Leggere, veramente leggere, per piacere e anche per capire, cercare; fare in modo che le parole, le emozioni in altri secoli da altri vissute, rivivano in noi, per provare tutto o quasi tutto, in un modo che ti cambia la vita. 

Non ho spazio qui per raccontare il ’68, è mio desiderio solo offrire all’insipienza sterile che vede solo i nudi fatti alcuni spunti su cui riflettere su come lo spirito muti sulle onde mai uguali del tempo. Mai fummo gli stessi, in nessuna epoca, nessuna epoca fu mai uguale. Il serpente muta la pelle e in ogni spira progredisce così come l’acqua del fiume non è mai la stessa. 

Per comprendere 

La superficialità di chi vive solo la propria vita, di chi vive solo il presente, solo il “qui e ora”, è esasperante e causa di tutta l’incomprensione dovuta a una coscienza che si fonda sul nulla, perché coscienza è temporalità, spessore dell’esserci legato al tempo. Crisalidi senza passato viaggiano nel presente senza futuro. 

Pensate a un mondo senza princìpi, regole, leggi e capite come le leggi ci proteggono , capite perché fin dalla nascita abbiamo dei doveri, il dovere di proteggere i principi, le regole, le leggi. Anche appena nati nasciamo con dei doveri, già ci compete la cura dell’essere. Delittuosamente la scuola questo non lo insegna. 

La Bibbia. Eppure un mondo feroce e crudele per decine di migliaia di anni è esistito, decine di migliaia di anni prima che un libro nato solo l’altro ieri, ponesse fine al “libero assassinio”, al “libero stupro” e  alla crudeltà come valore assoluto dell’ esistenza e  con unico rimedio la vendetta.  Quel libro realizzò la rivoluzione avvalendosi del timor dei, dell’autorità di un inesistente Dio in ossequio alla sua inesistente Volontà e con un premio di eterna felicità: il Paradiso.  Ebbene credibilmente solo una potentissima superstizione ha potuto tenere a freno la ubris, la folle violenza della natura e degli uomini. 

E sì, un tempo esistevano gli orchi. Nelle leggende molta verità. Cose orribili e impensabili minacciavano i nostri figli. I nostri figli non si dovevano allontanare da soli nel bosco o potevano venire cotti e sbranati da uomini affamati, esiliati dalla città che morivano di fame e prima di questo essere stuprati. Riuscite a immaginarvi un simile mondo? In cui tutto, tutto ha questo “odore” e “sapore”? Un mondo in cui le donne non potevano mai uscire sole di casa? Per migliaia e migliaia di anni. Uscire sole di casa avviene solo oggi. E non in tutto il mondo.  

Posate la testa sul cuscino e prima di addormentarvi  viaggiate, viaggiate quanto potete, penetrate le tenebre del tempo, vivete il nostro passato.

Questa è la storia. IL sessantotto. “La società ci rende infelici” così comincia l’adagio di un documento di un movimento olandese nel ‘67: i Provos.

Contrariamente alle cronache che riportano sterili fatti senz’anima di un movimento di studenti strumentalizzato da gruppuscoli  pseudo comunisti, che si scontravano con la polizia nelle piazze, creando disordini nelle università,  il ’68 fu un movimento planetario, una rivoluzione culturale, qui come altrove, una liberazione dell’anima dai pregiudizi di ogni sorta, un inno alla gioia e alla libertà; lo scrollarsi di dosso un’incancrenita crosta di perbenismo borghese che soffocava il cuore, una “ribellione, come si diceva allora, contro il Sistema”, il conformismo, il perbenismo, l’ipocrisia, la repressione  e l’ordine costituito, i suoi dogmi, il suo autoritarismo. Denudarsi le liberazione,  via le divise, via anche i vestiti. Only thrue long hair. Solo lunghi veri capelli. Portò in primo piano l’uomo e con l’uomo “la persona”, la nuda anima, il rispetto per la persona, persona  concepita e percepita per la prima volta  come uguale in tutti senza alcuna possibilità di discriminazione. Nasceva così, senza doverlo dire, il “Rispetto”,  rispetto per la donna, per i figli, per gli amici, per il prossimo e per la terra.  Il disprezzo per le convenzioni, il conformismo, le regole,  l’ipocrisia. Un grido di libertà per tutto il pianeta: cittadini del mondo, non più confini, non più barriere. Bianchi e neri insieme. We shall overcome. Dylan, Baez. I concerti.  La musica. 

Con il ’68 le donne non erano più puttane. Si parla “con le donne” e “non delle donne”. Le ragazze madri non più confinate in istituti o per la strada, o sposate per convenienza. Le mogli non più fattrici. Amore e non solo sesso, fine della santificazione della verginità che una frase ricordava portare il cancro. Contestazione della Chiesa nella superstizione religiosa e nelle cerimonie.  Dei falsi miti del denaro e del potere. Riconoscimento dell’uguaglianza di tutti, degli omossessuali, non più culi o lesbiche ma persone, come tutti gli altri…persone. Uguaglianza di razza, di ceto, di genere . Non più “padre padrone” e figli sottomessi di proprietà del padre, non più proletariato forza lavoro, non più il despota che aspetta il figlio maschio per continuare il nome e disprezza la femmina come cosa da sistemare….

Il pensiero del ‘68 fu un modo di sentire prima ancora che di pensare. Il sentimento lo portò la musica. Il “fumo” fu anche calumet della pace e dell’amore. E tanta, tanta musica. Un nome per tutti: Dylan. Un cambiamento epocale di mentalità che ha fatto la storia dell’umanità occidentale.

Gli occhi degli stolti guardano “i fatti” e nella loro sterile e infelice lettura della storia, non arrivano a capire i sentimenti che erano dentro di noi: colori odori e sapori di libertà che hanno rivoluzionato lo spirito e donato un nuovo cuore che con nuovi occhi ha rivisitato il mondo. 

Un caldo vento di primavera che ha attraversato tutti quelli che il ’68 lo hanno vissuto e non certo quelli che semplicemente ci sono stati. Si apre un rapporto di amicizia in cui è bandita la convenienza, in cui è considerato amorale servirsi degli amici per ottenere favori, o raggirare le donne per ottenere sesso; un interesse per la politica e per il sociale, ispirata alla vera globalizzazione di uomini uguali senza confini in un modo di pace.

Mirabili cose cui fecero seguito, divorzio, la legge sulla maternità cosciente, il nuovo diritto di famiglia, il servizio civile, la legge sui manicomi e mise fine alla tormentosa tragedia che ha afflitto l’umanità: il bastardo. Il bastardo di fatto è stato il più grosso problema di conflittualità tra i gruppi prima e tra i popoli. Questo millenario problema si è risolto in Italia solo col Diritto di famiglia e il riconoscimento dei figli naturali e solo 5 anni fa in via definitiva per i problemi ereditari. 

Il superamento di un problema centimillenario che meriterebbe tutta una letteratura in tutti i suoi passaggi diacronicamente e anche sincronicamente considerati, e che da solo darebbe pieno merito al ’68; un problema che non viene neanche sfiorato non solo dal popolo ma neppure dalla insipiente casta intellettuale dei sedicenti storici, dai giornalisti, dai politici o dai commentatori storici chiamati in televisione a narrarci la storia.  Per costoro il ’68 è stata la storia dei gruppettari pseudocomusti, degli scontri di piazza,  delle molotov, delle occupazioni, del 6 politico, dei caroselli, degli anarchici, dei Valpreda, dei Pinelli, dei Cohn Bendit, dei Rudi Dutschke, delle Brigate rosse, etc…. che beninteso pure nella loro verità ben meritano di essere raccontate.  Ma che né è della rosa?  dello Spirito della vicenda umana?

Chi si è accorto dell’importanza del ruolo fondamentale del bastardo nella storia? Avete mai trovato niente di simile sui libri di storia? Eppure il bastardo ha fatto la storia e grazie al ’68 una vicenda e una tragedia di centinaia di migliaia di anni ha avuto fine. Il’68 in pratica cambiò e migliorò i rapporti umani in tutta la civiltà occidentale. Un’onda impressionante che si è spenta atterrando sull’ignoranza ma che ha lasciato la traccia indelebile di un mutamento. 

Ho 70 anni e ho vissuto per venti in un’epoca di aborti clandestini su tavoli di marmo, di divorzi all’italiana in cui il marito doveva uccidere al moglie per questioni di onore, di ragazze madri considerate puttane messe in istituti o vendute a uomini maturi, di figli ignorati da padri padroni, un’epoca borghese di ipocrisia e perbenismo in cui venivano sottolineate le distanze sociali fino all’umiliazione, un’ epoca in cui i poveri vestivano da poveri, un’epoca in cui si temeva in silenzio e a testa bassa “quello che diceva o pensava la gente” di noi, un’epoca in cui marito e moglie litigavano spesso e qualche volta si picchiavano ma non potevano separarsi.  Un’epoca  si servi e padroni, di sfruttamento e perquisizioni in fabbrica, di caroselli della polizia, di bande di quartiere, pugni d’acciaio e coltelli serramanico, e “la legge l’era de dai via ma anca quela de ciapai”,  bulli di periferia in tutti i quartieri. Tutte cose che impestavano l’aria più dello smog. Distanze enormi tra adulti e bambini dove i bambini erano gli ultimi… anche ad essere serviti nei negozi e io ero bambino. E se un adulto ti sgridava ti pisciavi addosso. Io vedevo. E poi ancora storie folli ed esasperanti sulla verginità, dove un uomo era disonorato se sposava una donna dopo averla sverginata;  il clima: un insopportabile ipocrita perbenismo ovunque, incancrenito nella bigotteria di una società borghese casa, chiesa, cesso, fatta di odi, invidie, rancori, pettegolezzi e maldicenze. 

ll ’68 dove poté arrivare spazzò via tutto questo con il vento della primavera. Valori come rispetto, uguaglianza, libertà, hanno modificato irreversibilmente tutta la civiltà occidentale.  Solo insulsi, vuoti nell’anima, possono pensare che lo Spirito del ‘68 abbia raggiunto tutti e tutti nello stesso modo.  “Non uccidere” ha detto la Bibbia 3000 anni fa e voi pensate che questo abbia raggiunto tutti? o per il fatto che non ha raggiunto tutti il comandamento sia senza valore? 

I valori del ’68 non sono giunti a tutti e non a tutti nello stesso modo, la strada è ancora molto lunga e altre e molte sono le difficoltà e molte critiche vanno ancora fatte ma la miseria con cui sedicenti storici, giornalai e i politici guardano alla cosa è imperdonabile come imperdonabile è la miseria dei commenti  dell’uomo della strada. Il ’68 ha cambiato il mondo e ancora oggi non so come questo abbia potuto accadere, forse un angelo volò attraverso il pianeta e suggerì  quella musica che precedette l’evento  e ridisegnò lo spirito di tutti e di ciascuno.




Ambientalismo o meteoropatia?

Sostengo con convinzione l’ondata delle manifestazioni Global Strike for Future per il fatto che vedo emergere nuovamente i giovani, coloro che incarnano e rappresentano in ogni presente il futuro. Tuttavia, la macchina mediatica-ideologica della società dello spettacolo, che non è in mano alle giovani generazioni, sta già intorpidendo le acque inquinando persone e idee. 

Ci risiamo, dunque, la coscienza degli adulti si sveglia intorpidita dal sogno della Economica (che in realtà è l’incubo del Capitalismo) e cosa propone per sé e per il mondo in vista della catastrofe? Semplicemente il contrario di ciò che ha fatto fino ad ora. Angosciata dal senso di colpa rifiuta tutto quello che ha fatto fino ad ora e trova nella simmetria degli opposti la via della salvezza: rinunciare alla carne per diventare vegani (nemmeno vegetariani), usare il treno e non l’aereo, se usare l’auto meglio quella elettrica, differenziare i rifiuti … e via di passo. La simmetria invece della misura.

Le parole d’ordine del nuovo ordine etico sono rinuncia e pauperismo, invocando un ritorno alla abbandonata “Natura”, dal momento che la “Cultura” e in particolare la “Tecnica”, ovvero tutto ciò che ha reso l’uomo tale in milioni di anni, ci è ostile e ci porterà alla catastrofe. So che una parte del vasto mondo ambientalista, in particolare nelle società tecnologicamente più avanzate, ha intersecato le nuove tecnologie (intelligenza artificiale, robotica, ingegneria genetica…) trovandovi il sostegno per un nuovo rinascimento, si fanno chiamare post-umanisti o trans-umanisti. Sono tentativi di salvare con l’uomo anche la sua cultura, tecnologica, tuttavia il loro entusiasmo così come il pessimismo di molti altri ambientalisti più naturalisti che vogliono salvare il Pianeta (una volta si voleva salvare il Mondo) mostrano più che una nuova ideologia il sorgere di una visione del mondo religiosa.

La parola emergente nel lessico ambientalista usato per titolare sui quotidiani i sempre più numerosi articoli sull’inquinamento planetario e sugli effetti catastrofici del cambiamento del clima è colpa: “La Terra è malata e la colpa è nostra”.

Ad un secolo dalla pubblicazione del “Il tramonto dell’occidente” di Oswald Spengler, dopo il colonialismo, due guerre mondiali, l’olocausto, la bomba atomica, le crisi finanziare-economiche, l’inquinamento planetario, l’immigrazione, il terrorismo, il cambiamento climatico, la coscienza occidentale appare ormai esausta e dominata dal senso di colpa. E poiché tale senso di colpa viene vissuto soggettivamente (ricordate “avete vissuto al di sopra delle possibilità” o “la festa è finita” ?) i rimedi ai mali del mondo non possono che essere individuali: “Ecco i gesti quotidiani da fare per salvare il clima” titola ancora un quotidiano.

Quando ci si risveglia tutto appare semplice: io devo cambiare il mio stile di vita e se tutti lo faranno allora le cose cambieranno davvero. Sembra di ritornare ad una predicazione di antica memoria che evoca alcuni fondamenti della nostra cultura. Il problema è però come fare ad influenzare gli altri: con l’esempio in famiglia, l’educazione nelle scuole, i social nel web, la politica nelle istituzioni? Ecco che ricadiamo nella realtà che implacabilmente trasforma ciò che voglio in ciò che posso, una realtà dominata dalla economia, dalle relazioni conflittuali tra gli Stati, dal potere della comunicazione mediatica e dalla levatura dei politici. 

Che fare, allora? Mi piace la sicurezza mostrata dai discorsi di Greta Thunberg, ma temo che le soluzioni non esistano perché sono già conosciute, piuttosto esse si troveranno lungo la strada sì, dell’agire, procedendo in un continuo confronto collettivo, a condizione però di avere prima pensato. E pensare non è conoscere, le soluzioni non sono un fatto tecnico, ma culturale e si troveranno nella mentalità con cui si capirà la realtà e nel modo con cui la si affronterà. In altre parole le soluzioni sono dentro la Cultura e se dobbiamo privilegiare le giovani generazioni rispetto a quelle più anziane è perché esse vivranno in un futuro che non ha posto per noi adulti del presente. 




Il Sole si leverà anche in Occidente

Rileva Levi-Strauss in L’altra faccia della luna. Scritti sul Giappone che il popolo giapponese è il primo patrimonio del Giappone. Questa verità sul significato di “popolo”, che in occidente viene ridotto al concetto economicistico di “capitale umano” e per altro risulta meno riscontrabile, ci indica tuttavia un limite storico del Paese del Sol Levante.

La separazione dei giapponesi dagli stranieri perseguita con volontà e tenacia per secoli al fine di difendere e mantenere le proprie tradizioni autoctone li ha portati a denotare la propria cultura con il fenotipo. 

Tuttavia, la dicotomia tra giapponesi e gaijin (straniero) ancora presente nella società apparirà loro sempre meno sopportabile, non solo sul piano utilitaristico ed economico, nella misura in cui viene meno alle premesse e principi della loro stessa originaria cultura, la quale si fonda sulla relazione (non esistono entità di base), sul carattere situazionale di ogni cosa simbolicamente collegata a qualcos’altro, sulla costante ricerca dell’armonia.

Immersi in una matrice materialista e relativista che non concepisce la cultura come variabile indipendente, ovvero dalla quale dipendono tutte le attività umane, come la politica e l’economia, le comparazioni tra paesi diversi, ancor più tra quelli occidentali e asiatici, risultano fuorvianti o errate nella misura in cui le variabili delle analisi, quali per esempio demografia e immigrazione, al di là della oggettività dei dati riportati, vengono trattate con il metro e il giudizio occidentali.

Nella prospettiva della globalizzazione, sia per ragioni di carattere demografico, politico ed economico, l’isolamento residuale di questo arcipelago risulterà sempre meno sostenibile e il Giappone ancora una volta avverte oggi (come già nel periodo Meiji e con il dominio Usa dopo la II Guerra Mondiale) la necessità di porvi rimedio (accordo di partenariato economico con la UE, apertura all’immigrazione, Olimpiadi, turismo,…).

Tuttavia, sarebbe un errore fatale per tutti pensare, magari sperare, che il Giappone alla fin fine venga assimilato alla visione del mondo occidentale, la vera globalizzazione del pianeta. 

Per i giapponesi si tratta, dunque, di aprirsi al mondo dimostrando con la loro cultura che la modernizzazione tecnologica non implica necessariamente la totale acquisizione del modello occidentale di società, mentre per noi occidentali si tratta di uscire dal nostro tramonto. Come osserva acutamente l’antropologo Alan Macfarlane il Giappone ci indica un terzo tipo di civiltà moderna e rappresenta una reale alternativa per il nostro immaginario culturale ormai esausto.

Come dicono spesso i giapponesi usando l’espressione in diversi contesti: yōsu wo mimashō, vediamo un pò come vanno le cose.




Per essere democratici bisogna essere un popolo.

Da quando Angela Merkel ha dichiarato, dopo gli esiti delle elezioni in Assia, di lasciare la direzione della Cdu, di rinunciare alla propria candidatura nel 2021 né di volere altri incarichi politici, sono iniziati i commenti sul futuro della politica in Germania, quindi in Europa, quindi in Italia. Già si scorgono le avvisaglie delle solite critiche italiane rivolte alla Germania, in realtà esternazioni di amore-odio, che ci accompagneranno fino alle prossime elezioni politiche tedesche del 2021. Al fine di trovare un vaccino contro le prossime critiche virali, in particolare quelle che saranno rivolte contro la politica della Merkel, la supremazia tedesca in Europa, eccetera, voglio qui esporre una piccola analisi che si articola sulla base dei dati relativi ai risultati elettorali in Germania nel periodo 1980-2017

e sulle Cancellerie tedesche del dopoguerra nel periodo 1949-2018

Con riferimento alla prima tabella si possono osservare come negli ultimi 38 anni, a cavallo dell’unificazione avvenuta nel 1990, due fenomeni significativi nella vita politica della Germania:

i) la partecipazione del popolo tedesco alle 11 consultazioni politiche nazionali (colonna delle % votanti) si è mantenuta a livelli sempre elevati e pressoché costanti, se si tiene conto degli impatti socio economici e dell’apporto di 16 milioni di nuovi cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca alla  popolazione della Germania Federale pari a +25%;

ii)  considerando la distribuzione delle percentuali dei voti (in Germania vige un sistema elettorale proporzionale con  collegio uninominale e soglia di sbarramento) si può facilmente notare come il “blocco democratico” dei voti costituito  da CDU-CSU-SPD-Verdi-FDP pesava nel 1980 per il 99,5% , nel 1990 per 92,1%, nel 1994 per il 92,1% e nel  il 2107 per il 73,1%. Nelle ultime elezioni del 2017 si può inoltre osservare il 9,2% della Linke che, sebbene non esistente nelle precedenti tre consultazioni qui considerate, va comunque considerato partito democratico e come tale può essere aggiunto “al blocco democratico” facendolo in tal modo raggiungere l’ 82,3% dei voti.

Nella seconda tabella sono elencati i 9 Cancellieri che hanno costituito i 25 Governi federali succedutisi dal dopoguerra ad oggi.

In conclusione, quali considerazioni si possono trarre da questa semplice disamina? Innanzitutto che, dopo la prima fase di rimozione del proprio passato nazista perdurata fino a  metà degli anni sessanta, alla quale è seguita una profonda e diffusa operazione culturale sulla memoria, la coscienza democratica si è diffusa e radicata nel popolo tedesco diventando un fatto acquisito; in secondo luogo che  il sistema elettorale ha garantito negli anni la stabilità di governo tramite la formazione di coalizioni che per la gran parte sono state fino ad oggi sostanzialmente invariate. Infine, ed è l’osservazione principale,  si scorge una verità che è ad un tempo sociale, politica ed etica, ovvero che la stabilità di un governo dipende dalla stabilità della coscienza democratica del popolo che attraverso la sua rappresentanza li configura. Per essere democratici bisogna essere un popolo.

L’emergere di un partito quale l’AFD ci indica che la regressione estremistica della destra/nazista in Germania ha il carattere di un’incidenza che deve preoccupare per il disordine che genera, come accade per l’insorgenza di una malattia virale, ma che in alcun modo essa può minare la base democratica del paese il cui popolo, nella sua generalità e variabilità, mostra comunque di essere vaccinato: la memoria storica è il vaccino di un popolo.




L’accoglienza non è una parola

In una scena di un film sulla guerra in Afghanistan (anni 2002-2008) una reporter  di guerra americana passeggia al mercato di Kabul in compagnia di un fotografo inglese suo amico, di fronte ad un ragazzino mendicante si fermano: Lei “Non farlo, è una truffa”,  Lui “Ah, pensi questo?… davvero? Lo so che è una truffa… allora? Comunque sia chiede l’elemosina” e gli porge del denaro. 

Nella realtà quotidiana delle nostre città, ci troviamo spesso di fronte ad una persona che chiede l’elemosina. Quante volte in un giorno? Una tempo erano i “barboni” sul sagrato della chiesa, poi gli “zingari” per le strade, mentre oggi sono i “migranti”, quasi sempre africani di colore, che si mettono accanto all’ingresso dei supermercati o dei bar e ci aspettano, ci sorridono e ci salutano, in piedi o seduti col cappello in mano. Come reagiamo noi in queste occasioni? Non cerco alcuna captatio benevolentiae, ancor meno voglio suscitare sensi di colpa, ma solo descrivere con adeguato distacco una scena ormai abituale  che tuttavia ci offre una insolita occasione per pensare.

Si tratta di comprendere il rapporto  tra la conoscenza di un fenomeno e la coscienza che maturiamo verso di esso. Siamo consapevoli in quel momento che quella persona di fronte a noi molto probabilmente pochi giorni o settimane prima si trovava su un gommone in mezzo al mare e che forse ha visto annegare alcuni suoi compagni di viaggio?

Da alcuni anni nel trattare l’argomento dei migranti molti usano il termine  accoglienza, un termine  diventato una bandiera  che connota una appartenenza politica, una discriminante, e che divide la sinistra dalla destra, i progressisti dai reazionari, gli altruisti dagli egoisti, gli umani dai disumani, i civili dagli incivili, i “buonisti” dai “cattivisti”. In verità non mancano le tragedie consumate tanto in mare quanto sulle coste che il mare divide per giustificare questa sensibilità, ma il punto è da quali principi l’accoglienza, che vuole diventare un comportamento, è dettata: solidarietà, giustizia, umanità? E ancor più in profondità su quale sentimento questi principi a loro volta si fondano?  Si sostiene che tale sentimento sia la compassione, la risonanza affettiva che si prova di fronte ad un altro che soffre e che porta al desiderio di alleviarne la sofferenza.

Secondo il filosofo israeliano Khen Lampert questo stato d’animo sarebbe radicato nella nostra natura umana, non mediato dalla cultura e universale, ed è ciò che avrebbe motivato le rivendicazioni storiche di cambiamento sociale.

Per gli greci antichi la compassione è collegata alla empatia e costituiva una tecnica di recitazione che legava lo spettatore all’attore e l’attore stesso al personaggio interpretato. Il concetto passò quindi alla filosofia coi sofisti che usavano la parola come strumento di persuasione (retorica). Per le religioni monoteiste quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam la compassione proviene dall’amore e, seppure tra le diversità delle fedi, si coniuga nella carità che per gli ebrei, per i quali essa è una forma di giustizia (zedaqad), e per i musulmani (zakat) è intesa come un dovere morale, un obbligo, mentre per i cristiani essa è una virtù (le tre virtù teologali fede, speranza e carità, strumenti) e l’elemosina un atto volontario.

Caso a parte è quello del buddismo. Per i buddisti la compassione (jihi) assume un significato più ampio rappresentando il vissuto del desiderio del bene nei confronti di ogni essere senziente. Nel Buddismo jihi può essere tradotto come “togliere sofferenza e dare felicità” e pertanto al buddista risulta necessario che ciascuno di noi alimenti il seme della “compassione” nel profondo del proprio cuore.

Dunque, dobbiamo fare o no l’elemosina al migrante fuori dal bar? E’ una questione personale che attiene alla nostra morale, non alla politica o alla religione. Ognuno di noi lo deciderà di volta in volta guardando negli occhi quell’uomo o donna di fronte a noi, ma per tutti valga un precetto dello Shintoismo: “La sincerità porta alla verità. La sincerità è saggezza, che unisce l’uomo e il divino in un tutt’uno. Sii caritatevole con tutti gli esseri: l’amore è la prima caratteristica del divino”.   




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Il principio di finalità esterna

“La massa non sa cosa sta succedendo e non sa neanche di non saperlo” (Noam Chomsky).  In uno stormo di uccelli un uccello ha due scopi, uno definito interno che riguarda la propria personale esistenza, l’altro servire lo stormo. Lo stormo si serve dell’uccello per portare avanti una propria finalità in cui l’individuo compare solo come “la parte del tutto”. Questa finalità esterna all’individuo condiziona all’individuo tutta la sua esistenza ma l’individuo non ha alcuna coscienza di agire per conto dello stormo.

Esistono quindi due livelli di “coscienza”, uno interno e uno esterno; e perché il tutto, nell’interesse di tutto e di tutti, funzioni ossia sopravviva, è necessario che l’individuo risponda alle esigenze del tutto o sarà sacrificato. Questo breve racconto descrive una necessità naturale e può benissimo essere letto in chiave metaforica anche per quelle che sono le esigenze umane; nella sua sostanza il principio di finalità esterna può essere applicato anche alle comunità umane.

Distinguiamo ora una morale interna o semplicemente “morale”, da una morale esterna o “etica”. Chiameremo quindi morale quella che si riferisce all’individuo e etica quella che si riferisce al sociale. La morale interna regola i comportamenti individuali fondati sulle pulsioni “naturali”: sesso, possesso, gelosia, orgoglio, qualità innate che vedono il mondo egocentricamente solo nell’utilizzo. La domanda nei confronti dell’ambiente è sempre la stessa “che cosa mi serve?”. Questa morale si oppone all’etica, la quale in quanto volontà esterna esige diversamente per “la convivenza” regole diverse dalla morale. La convivenza fissa le regole per la sopravvivenza o anche la migliore sopravvivenza del gruppo. Queste regole sono differenti da quelle che muovono all’azione il singolo e costringono l’individuo a rinunciare in tutto o in parte alle sue pulsioni dandogli un’ idea di privazione della sua libertà. In biologia le regole stabilite dalla natura sono rigidissime e l’individuo obbedisce senz’altro salvo essere eliminato, la natura è una dittatura perfetta. “Morale” e “etica” coincidono.

L’avvento della coscienza porta libertà ma porta anche ribellione, i due piani interno ed esterno cominciano a “scollarsi”. Il piano esterno anticamente solidamente nelle mani della Natura passa ora nelle mani della Cultura, una struttura sopraindividuale che comincia una sua vita autonoma anche dalla natura, e che non è immediatamente nella coscienza dell’individuo. Questa struttura culturale è nota come “sistema sociale”. Il sistema sociale è costituito dall’insieme delle regole, dei simboli, degli umori condivisi da un gruppo, da un popolo, da una nazione. Ora, nella cultura, è chiaro che bisogna avvicinare la morale all’etica attraverso l’educazione o imporre l’etica alla morale. 

La particolarità del sistema esterno è di non essere cosciente agli individui alla nascita e di portare agli individui valori “nuovi”, esterni, per impostare e determinare il comportamento. In dipendenza dell’educazione ricevuta (o non ricevuta) in molti individui l’etica rimane imposta, ignota e ostile fino alla morte. Questi nuovi valori esterni che costituiscono la tradizione e la memoria del gruppo, sono il frutto di centinaia di generazioni e costituisco quello che si definisce come “Patrimonio Culturale”. Le regole riguardano la possibilità della convivenza che per migliaia di anni hanno tenuto conto principalmente della morale legata alle primordiali pulsioni innate. Per tenere stretto il gruppo il regime di potere, sistema esterno, non poteva che tenere a freno l’individuo e somigliare nella guida del gruppo al tipo controllo che la natura ha sull’individuo, ossia dittatoriale. Il potere stesso non aveva tuttavia coscienza delle regole che si venivano a determinare ma agiva sempre in dipendenza del principio di finalità esterna in dipendenza dell’ambiente, ambiente che ha continuato ad agire come influenza esterna al potere stesso. 

Orbene, solo recentemente nella storia sono venuti in essere nuovi sentimenti quali: empatia, compassione, misericordia e derivati; intendimenti morali che vanno a costituire giustizia, politica, verità e felicità. Questi sentimenti pongono in essere la necessità di “nuove regole” che non essendo possedute per natura devono necessariamente essere apprese. Non per natura ma per cultura, Etica, Giustizia e Verità si oppongono a tutte le ribelli pulsioni innate reprimendole e dando all’individuo un’idea di oppressione. Per la pancia esiste solo “mangiare, sesso e dané” e una istintiva avversione per la cultura che tende a controllarle e a reprimerle. 

In conclusione, senza educazione emergono tutte le istanze egoistiche individuali relegando l’individuo, che del sociale non ha coscienza, a esprimersi solo con la “pancia” (sesso, possesso, gelosia, orgoglio) e a rifiutare la cultura come un’inopportuna costrizione. Questo atteggiamento egocentrico nel bambino senza educazione diviene egoista e moralmente scorretto nell’adulto. L’insieme di atteggiamenti egoisti anche se tutti gli egoisti sono solidali perché tutti si riconoscono nella pancia, farà franare il formicaio. È la fine della solidarietà e l’inizio della decadenza.

In conclusione, senza educazione emergono tutte le istanze egoistiche individuali relegando l’individuo, che del sociale non ha coscienza, a esprimersi solo con la “pancia” (sesso, possesso, gelosia, orgoglio) e a rifiutare la cultura come un’inopportuna costrizione. Questo atteggiamento egocentrico nel bambino senza educazione diviene egoista e moralmente scorretto nell’adulto. L’insieme di atteggiamenti egoisti anche se tutti gli egoisti sono solidali perché tutti si riconoscono nella pancia farà franare il formicaio. È la fine della solidarietà e l’inizio della decadenza. Qui, c’è anche chi , come Matteo Renzi, pensa di recuperare i voti perduti rivolgendosi con format televisivi “culturali” in un’operazione di marketing, alla pancia.

Orbene, operazioni di propaganda e falsificazioni sono state perpetrate in ogni regime politico, in particolare le dittature, e all’uopo sono stati stilati “decaloghi” precisi e puntigliosi su come abbindolare il popolo. Esemplare è stato quello di Joseph Paul Goebbels, che merita di essere letto, ma di recente ce ne sono stati molti altri e di uno in particolare comparso in un post di FB voglio citare un punto:

(Omissis) 5. Rivolgersi al pubblico come ai bambini

“La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile”

L’autore del decalogo intravede nella “pubblicità” una volontà malevola nell’abbassare l’età del pubblico a cui si rivolge come si trattasse di un inganno. Non è cosi! Il pubblico ha veramente quell’età e la pubblicità funziona proprio e perché il pubblico ha quell’età. Il che ci insegna che l’unico, solo, insostituibile modo per non sottostare alla propaganda, a qualsiasi propaganda, e con ciò progredire in civiltà è elevare l’età mentale delle persone (la mentalità) affinché il cuore si rivolga alla testa e non alla pancia. 




Adda venì Federico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




La frontiera non è un limite.

“Combattere la tecnologia significa combattere l’ingegno umano”. Con questa affermazione il programma di Intelligenza Artificiale della IBM Project Debater si è recentemente confrontato, sotto le vesti di un display dalle dimensioni umane e con voce sintetica femminile, in un dibattito durato 20 minuti con due oratori sul tema della telemedicina. Nel dibattito il software ha sostenuto che i governi dovrebbero sovvenzionare l’esplorazione dello spazio, quindi la telemedicina dovrebbe essere utilizzata più ampiamente.

La capacità di argomentare dell’Intelligenza Artificiale continua a progredire e a sorprendere, iniziando a farsi percepire dal pubblico più istruttiva ed efficace dei competitori umani. Arriveremo presto all’oratoria greca e latina di Gorgia o Cicerone?  In fondo, una delle recenti realizzazioni di robot con IA si chiama Sofia.

Intanto rilevo con molto interesse la presenza di un professore universitario di “informatica e filosofia” (Chris Reed, Università di Dundee)  in questa demo dell’IBM, che mi richiama alla mente quanto sostenuto dal professore Ivano Dionigi, famoso latinista italiano,  che cita Steve Jobs e il bisogno che abbiamo di “ingegneri rinascimentali”.

L’intelligenza Artificiale ha aperto una nuova frontiera che richiede nuovi pionieri con nuovi saperi.