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Nascita della morale

Dei bambini giocano in un giardino pubblico. Carluccio sottrae un giocattolo ad un altro. Giannino prende una manciata di terra. Sta per scagliarla. “No” grida la madre. Giannino si ferma e la guarda stupito. Hanno tre anni. Analisi.

Tutti siamo convinti della non bontà del gesto di Gianni, come tutti siamo convinti dell’innocenza del gesto. Perché? Deve essere esistita in passato un’epoca in cui il gesto non veniva condannato. La condanna del gesto ha fatto nascere la morale. Il gesto in sé è ora universalmente condannato ma ora siamo disposti a dirlo nocivo non solo per oggi ma anche per il passato,  condannando comunque il gesto ma scusando la persona per l’immaturità dello spirito dell’epoca, ovvero la norma morale ha assunto un valore non solo universale ma assoluto: sciolto, incondizionato dal luogo e dal tempo.

Bisogna osservare che la condanna del gesto non inerisce la condanna del bambino, il quale soggettivamente pensa alla sua reazione come qualcosa di buono e di giusto, il bambino è in tutto per tutto innocente, non può essere condannato per le sue intenzioni. Discriminare tra la bontà del gesto e la volontà di nuocere e il fondamento per l’analisi.

Il “No” della madre è ora universalmente condiviso, ma esso è divenuto precetto morale assoluto perché condanna anche chi ancora sostiene che Gianni nel tentativo di scagliare la terra era nel suo diritto. Quello che ora a noi pare ovvio è in verità una conquista morale, una conquista dello spirito, ossia lo spirito progredisce secondo valori assoluti rispetto al passato.

Ciò significa due cose. La prima che l’ovvio riguarda lo spirito e la sua maturazione. La seconda che la morale poiché si evolve segue una logica. La logica dello spirito tuttavia non ha prove materiali come quelle che riguardano la conoscenza nel campo della scienza, essa si mostra ovvia solo in proporzione dello spirito soggettivamente posseduto.

Le verità dello spirito possono essere solo soggettivamente intese. Ne consegue che nulla può essere dimostrato a chi non possiede lo spirito sufficiente per ritenere ovvio quanto asserito dalla regola morale. Sull’ovvio avviene ogni intendimento. Paradossalmente ci si intende solo con chi ha già capito o con chi rimane aperto e ascolta per capire. La mancata educazione spirituale è responsabile dei  disagi sociali.

Bisogna considerare che la civiltà progredisce moralmente in spirito attraverso l’educazione. Col crescere in civiltà l’importanza dell’educazione è cresciuta, indipendentemente dall’attenzione che a questo problema è stato posto. Norme morali si sono via via introdotte per dirigere le pulsioni del passato che ancora resistono nei nostri “cromosomi”, gli istinti.  Il dislivello culturale tra il grado di civiltà raggiunto da un popolo e un bambino alla nascita, è tanto maggior quanto è maggiore il grado di civiltà raggiunto.

Di conseguenza tanto maggiore sarà la strada che il bambino dovrà percorrere: il livello raggiunto dal gruppo filogeneticamente deve essere raggiunto dal bambino ontogeneticamente, nel corso della sua esistenza. Le regole che una società si è data risiedono generalmente nei valori fondanti la società ovvero nella costituzione.

Ma bisogna considerare che l’educazione non è mai la stessa per tutti in tutti gli ambiti del sociale. E che i governi di tutte le nazioni non hanno mai preso in seria considerazione la maturazione dello spirito in ambito morale. Questo comporta che gli individui in quanto maturità dello spirito si  spalmano più o meno caoticamente nel sociale su di una gaussiana, dal più misero fino al più sapiente.

Ovvero in ogni società ci sarà sempre chi giustifica come corretto il gesto compiuto da Gianni come chi, discriminando, condannerà il gesto e con amore correggerà Gianni e anche Carluccio, condannando il gesto e proteggendo sia Gianni sia Carluccio dalla frustrazione, ma la forma della gaussiana dipenderà da quanto complessivamente la nazione è in grado di operare per la maturazione dello spirito dei suoi cittadini.

A mio parere attualmente poco più della provvidenza. Il sociale quindi si presenta nell’insieme come una pluralità di individui stratificati su diversi livelli di maturazione tali che ciò che appare ovvio agli uni non pare ovvio ad altri in proporzione alla maturità posseduta. Uno spazio tridimensionale a diversi livelli di pensiero e di sensibilità sociale, in cui ognuno intende democrazia come “il diritto di dire la sua” in modo del tutto indipendente dalla maturazione del suo spirito.

Di contro “Non si deve Gettare la terra negli occhi ad un bambino” assume valore assoluto, assoluto morale, ovvero assume valore di verità, di verità morale. Chi non condivide questo assoluto negherà il valore di verità dell’asserito e la verità verrà chiamata “opinione”, e la pretesa di verità dell’asserito una violazione della propria libertà. Questo accade perché lo spirito di chi afferma la verità come opinione rivive pulsionalmente lo spirito immaturo del bambino, a lui parrà ovvia la reazione aggressiva di Gianni e tenderà a giustificarla come “umana”.

La condanna dell’aggressività è qualcosa che è avvenuto molto gradualmente nella storia. Ci sono stati tempi in cui l’aggressività è stata considerata “valore”, virtù, e come ben sappiamo ancora oggi il nemico è assai duro da sconfiggere. Bisogna ben comprendere che le norme morali non rientrano nella Legge, ma fanno parte unicamente dell’educazione spirituale.

Pochi sono quelli che arrivano a intendere nella Legge norme dello spirito e non tutte le leggi sono regolate dalla morale, pochissimi quelli che intendono nella legge lo spirito. I più non distinguono lo ius dalla lex. Soprattutto i legulei. La specializzazione non è sinonimo di coscienza.

Gianni si blocca e non getta la terra negli occhi di Carluccio. In lui nessun principio morale, una reazione istintiva in cui si sente in pieno diritto viene bloccata. È l’autorità della madre a impedire il gesto. Gianni obbedisce alla madre ma non ha nessunissima idea delle conseguenze del suo gesto o sul motivo del perché non debba farlo. Senza maturazione dello spirito che comporti sia la valutazione delle conseguenze che la motivazione Gianni non interiorizzerà mai la regola come sua e se in futuro non ripeterà il gesto sarà solo per la sua fede nell’autorità. La fede nell’autorità è e non può che essere il suo primo insegnamento.

Ovvero la sua prima maturazione avviene solo nell’introiezione della norma come fede nell’autorità, impara l’obbedienza. Le società autoritarie fermano lo sviluppo dello spirito a questo stadio: cittadini-sudditi obbedienti. Ogni progresso individuale viene bloccato e condannato (morale collettivista). I passi che lo spirito deve compiere per raggiungere la maturità sono all’interno di un sociale moltissimi e in verità non sono molti quelli che arrivano a comprendere nei paesi più avanzati lo spirito della Costituzione, pochissimi quelli che vanno oltre.

Quello che ora importa osservare è che lungo questo cammino non si contano i caduti, ossia quelli che arrestano il proprio livello emotivo man mano e si perdono per strada. Non mancano inoltre in ogni società bolle d’ignoranza mantenute tali anche da mezzi d’informazione che in nulla aiutano la maturazione e che anzi giocano al ribasso. 

Da ultimo il sociale si presenta come una tettonica a strati senza soluzione di continuità in cui a ogni individuo pare ovvio ciò che agli altri non appare. Come in una montagna i più vivono a valle mentre altri prendono a scalare faticosamente il monte. La realtà rimane in tal modo diversa per ciascuno e ciascuno dentro di sé si sente libero di esprimere la propria opinione secondo quello che per lui pare ovvio e pensa di averne diritto.

La negazione dell’assoluto in morale è la negazione dell’evoluzione dello spirito nel suo processo di maturazione sia filogeneticamente che ontogeneticamente in senso culturale. In tal modo la libertà viene da tutti diversamente percepita, intesa, agita.

Gianni si sente libero quanto getta la terra negli occhi di Carlo e impedito quando la madre gli grida “No!”. Ogni mancata maturazione comporta la lettura delle norme come una violazione alla propria libertà. Difatti il libero agire è in dipendenza della propria coscienza e quanto più è alta la coscienza tanto più la libertà viene frustrata. Di che libertà si tratta? La considerazione delle conseguenze non viene presa in considerazione da chi ha bassa maturazione dello spirito per cui il diritto, soggettivamente inteso, difende la propria libertà. 

Esiste dunque una libertà egoistica, dovuta alla mancata maturazione dello spirito e una libertà che saluta nel prossimo nuove conquiste spirituali. La maggior parte della gente non è matura per la democrazia e pretende con l’ignoranza di difendere la propria immaturità, non riconoscendo come verità se non la propria opinione, negando l’esistenza della verità e equipollenti tutte le opinioni. Più si scende è più il mondo si appiattisce. La democrazia infatti pretende la maturità dello spirito.




Pandemonio

La Torre di Babele, Nomata Minoru

Ormai per dare un senso a ciò che si scrive bisogna usare prima o poi il termine pandemia.

Grazie alla realtà del virus biologico da anni si usava in informatica il termine “virale” e adesso grazie alla pandemia causata da un virus si sprecano metafore, allegorie, similitudini, ossimori, metonimie eccetera (dando fondo a tutte le figure retoriche) per descrivere e spiegare la realtà sociale. Ogni realtà per essere percepita dovrà diventare pandemica. Il tutto è una pandemia. Ma noi siamo, come sempre, parlati dalla lingua e tra le parole delle narrazioni (oggi è di moda la “narrazione”, lo “storytelling”) traluce la verità attraverso la paura, accompagnata dal senso di colpa che paralizza la ragione.

Un articolo recente riporta il seguente titolo “L’arte della guerra. il Giappone scaricherà in mare oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva dalla centrale nucleare”, ma cosa c’entra “l’arte della guerra”? Il quotidiano che lo pubblica si fregia di trovare le contraddizioni in seno al mondo e lo fa mostrando ogni volta indignazione, stupore e allarmismo. In questo caso si tratta della gestione dei materiali radioattivi prodotti dall’uso diretto o indiretto della fissione nucleare, in particolare quella delle acque residue dalla fusione di un nocciolo della centrale di Fukushima. Le cifre in gioco sono allarmanti, il colpevole è il Giappone. Già, ma nulla viene indicato su quali dovrebbero essere le soluzioni più idonee per la loro gestione e per di più si dimentica di citare le oltre 15000 atomiche nucleari attive degli armamenti e le quasi 500 centrali nucleari per uso civile sparse in tutto il mondo, la radioattività delle quali, testate e centrali, è ancora solo potenziale. Comunque qui il colpevole rimane il Giappone.

Il fatto è che la rimozione si spiega con lo sconcerto che provocherebbe la presa d’atto che a tutt’oggi le soluzioni di questo problema non esistono. Invece di inseguire gli effetti, con l’inevitabile angoscia di accompagnamento, bisognerebbe concentrare l’attenzione e la ragione sulle cause. Sulle cause, sì, occorrerebbe informare, anzi direi educare, dal momento che sugli effetti si avranno sempre meno margini di azione utile. Bisogna uscire dall’angustia (angoscia) della cronaca per rientrare nella storia e accorgersi che la vera “pandemia” diffusa su tutto il pianeta è il modo di produzione e consumo dell’economia esistente. La testimonianza serve ormai solo a confortare la coscienza egoistica,

Il “virus” che ha causato questa pandemia porta il nome di Capitalismo ed è stato sequenziato da oltre un secolo e mezzo. Un virus la cui patologia si manifesta nelle menti con il sintomo del “pensiero unico economico” e di cui in nessun paese al mondo si è mai registrata alcuna “mutazione”. “Economics first” è nella testa di tutti, altro che la salute, e l’unico “vaccino” efficace è la Cultura.

Il vero lockdown che dovremmo decidere nei prossimi decenni è contro il Capitalismo.




In Giappone si festeggia la Cultura.




Presentazione libro

Ieri 29 settembre 2020 in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano ho presentato il mio libro “L’astuzia del Robot. Come pensare l’Intelligenza Artificiale” (autopubblicazione distribuita da Amazon) nell’ambito della manifestazione LIBRERIA BOCCA DAL 1775 – TAVOLI D’ARTE IN GALLERIA. Una giornata in Giappone a cura di Stefano Giglio.

L’evento è stato patrocinato dal Comune di Milano, dal Consolato Generale del Giappone a Milano e dalla Fondazione Italia Giappone.

https://www.facebook.com/libreriabocca/videos/668907773745414



Presentazione libro

Martedì 29 settembre alle ore 16,30 presso la Libreria Bocca dal 1775 in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, nel corso della manifestazione “Il Salotto di Bocca in Galleria – Spazio Aperto all’Aperto” (14 settembre – 31 ottobre 2020) presenterò il mio libro “L’astuzia del Robot. Come pensare l’intelligenza Artificiale” (Distribuzione Amazon).




Lacrime nella pioggia

In questo articolo tratterò della pandemia da Covid-19 e del coronavirus SARS-CoV-2 dal punto di vista della comunicazione e del linguaggio. Occorre però una premessa. Nella nostra cultura, che ha origine nel pensiero greco, il linguaggio costituisce il fondamento di ogni comprensione quanto metafora del pensiero. Dalla filosofia alla logica ciò che comprendiamo attraverso il linguaggio viene comunicato usando un medesimo vettore strutturato in simboli, parole, suoni o immagini.



C’è un modo per nascondere le cose alla vista degli uomini che è più efficace del buio: abbagliarli con la luce. E’ esperienza comune che quando si entra in un ambiente chiuso dopo essere stati esposti alla luce solare negli spazi aperti la vista si affievolisca momentaneamente  e dobbiamo aspettare qualche istante prima che i nostri occhi si adattino alla nuova condizione. Questo fatto ha una spegazione scientifica, ma qui interessa il suo valore come metafora per descrivere lo situazione della nostra coscienza sollecitata dall’esposizione alle informazioni che riceviamo dai mass media e dai social.

Già alla fine dello scorso anno si erano diffuse dall’estremo oriente notizie su un nuovo virus appartenente alla famiglia dei Coronavirus che preoccupava le autorità locali per la patologia indotta e per le sue capacità d’infezione e diffusione. Di lì a pochi giorni le informazioni che sono state diffuse sono aumentate seguendo un andamento ben più veloce di quello con cui lo stesso virus si diffondeva. In breve tempo la quasi totalità della cronaca si occuperà del Coronavirus attirando l’attenzione e suscitando timori di centinaia di milioni di persone nel mondo.

Secondo le indicazioni istituzionali ed editoriali delle principali testate, in ossequio ad una concezione della trasparenza secondo il principio del dire tutto a tutti , siamo stati sopraffatti quotidianamente dalle informazioni riportate dai giornalisti sulle caratteristiche del virus, sul suo andamento nei paesi dove era comparso e in quelli dove si stava espandendo e, infine, sui comportamenti più idonei da adottare per contrastarlo. Dal buio dell’ignoranza sui virus in cui siamo quasi tutti noi vissuti, a parte le cronache sul fanatismo dei “no wax”, in pochi giorni siamo stati esposti alla luce abbagliante delle informazioni, dei pareri e delle spiegazioni scientifiche fornite da virologi, epidemiologi, medici ed esperti di varia estrazione.

Sospinta da questa marea è salita l’angoscia, non tanto per il coronavirus che gli esperti si ostinavano a dichiarare agli inizi di essere come una influenza per poi ammettere di non conoscere, quanto per il modo con cui l’emergenza è stata comunicata. Una narrazione, come è di moda dire, nata come il viaggio di un organismo invisibile trasmesso all’uomo da un pipistrello in un affollato mercato alimentare del lontano oriente giunto a noi in Italia. Possiamo già ipotizzare che non mancheranno nei prossimi mesi  racconti thriller e fiction distopiche per elaborare la paura e rilanciare l’editoria.

Se concentriamo l’attenzione sul caso italiano, trascorsi ormai due mesi di “distanziamento sociale” possiamo osservare che in un tempo molto breve un popolo, che già avevamo appreso da ricerche internazionali essere agli ultimi posti nelle graduatorie culturali per la presenza di un elevato tasso di analfabetismo funzionale, è stato investito da informazioni farcite con acronimi, termini e concetti scientifici biologici (virologia, immunologia) e statistici (epidemiologia) mai sentiti prima e, in ogni caso, nemmeno studiati a scuola dalla maggioranza delle persone. 

Queste informazioni sul virus SARS-CoV-2 e sull’andamento della pandemia da Covid-19 sono state poi diffuse dalle istituzioni mediante comunicati quotidiani, in molti casi più volte al giorno, che contavano contagiati,  ricoverati in terapia intensiva, casi guariti e decessi, “con” o “per” coronavirus. Un puntino sui grafici giorno dopo giorno. Alla confusione generata dalla difficile comprensione dei dati forniti, espressi in percentuali senza specificare la modalità del loro calcolo e senza accertare l’omogeneità dei valori assoluti cui erano riferiti, si è aggiunta la deformazione percettiva del fenomeno indotta dalle geolocalizzazioni raffiguranti l’intensità e la diffusione della pandemia sullo sfondo di stilizzate carte geografiche.

Sui quotidiani e sul web mappe come quella qui riportata apparivano alla nostra vista come silhouette dei vari paesi colpiti dal virus coperte da cerchi di colore rosso più o meno grandi che avrebbero voluto rappresentare la proporzione della diffusione della pandemia. Il tentativo di differenziare i vari diametri dei cerchi per rappresentare proporzionalmente la diversa diffusione del virus nei vari paesi risultava tuttavia vana, dal momento che, per necessità dovuta al piccolo spazio a disposizione che imponeva l’adozione di una scala molto piccola, alla proporzionalità dei diametri dei cerchi tra loro non corrispondeva altrettanta proporzionalità degli stessi rispetto alla grandezza dei paesi. Il risultato è stato dunque quello di offrire a persone già impressionate dai numeri preoccupate una percezione visiva del fenomeno che lasciava intendere che la pandemia fosse estesa all’intero paese: carte che rappresentavano interi paesi, se non continenti, coperti da cerchi di colore rosso.

Quanto poi agli aggiornamenti numerici sull’andamento della pandemia il formato adottato sembrava (ancora oggi è così) un bollettino delle catastrofi quali terremoti, incidenti aerei o ferroviari, incendi, attacchi terroristici che riportava l’elenco dei numeri dei morti (decessi), dei feriti (contagiati) e dei dispersi (asintomatici). D’altra parte, lo stesso ricorso alle metafore che hanno considerato l’epidemia come uno “tsunami” e la situazione creatasi come uno “stato di guerra” usate da politici e giornalisti per giustificare le indicazioni emanate dalle autorità  per fronteggiare l’emergenza,  in realtà ha tradito la paura e l’incompetenza degli stessi comunicatori piuttosto che rivelarsi uno strumento comunicativo utile per far prendere atto della situazione e assumere con razionalità la responsabiltà del caso.

In una vera situazione di “guerra” i comandi militari responsabili delle azioni si guarderebbero bene dal pubblicizzare ai propri soldati, ancor meno ai civili, bollettini giornalieri recanti il numero delle vittime e dei danni subiti, semmai comunicherebbero per ragioni propagandistiche i danni inferti al nemico. 

Ciò che qui si vuole mettere in evidenza è che l’errore della modalità comunicativa non è consistito tanto nella sua impronta sensazionalistica quanto nel fatto che è stata adottata in modo compulsivo prima che si disponesse di informazioni certe e razionali per comprenderle. Nell’emergenza Covid-19 si è palesata la differenza tra pensiero scientifico e prassi politica.  Politici alimentati da scienziati accondiscendenti, prestati allo spettacolo, e amplificati dagli operatori della comunicazione si sono comportati rilevando lo stesso smarrimento e la stessa angoscia di chi li ascoltava e seguiva. Il potere politico, se si concepisse che la politica vera è la visione dell’interesse lontano , imporrebbe a coloro che lo esercitano la responsabilità etica di possedere se non la conoscenza dei problemi da affrontare e risolvere, almeno un livello culturale adeguato, non l’interesse, per comprendere la situazione.

Nel processo di rilevazione-comprensione-contrasto dell’epidemia generato dal nuovo coronavirus il fattore tempo è stato quello più rilevante. In particolare, l’accelerazione e la velocità, derivate del tempo, sono diventate gli indicatori per misurare con il primo la diffusione della pandemia (fase 1) e col secondo l’uscita dall’emergenza (fase 2). Quale e quando arriverà il rimedio per sconfiggere la pandemia? Cosa arriverà prima: un farmaco antivirale, il vaccino o l’immunità di gregge? Quando saremo di nuovo liberi di tornare alla “normalità”: a metà maggio, la prossima estate, entro l’anno, la prossima primavera…?

Spossati dal “distanziamento sociale” e sempre più preoccupati per gli ingenti danni che ne sono seguiti e altri che ne seguiranno, si tende a voler dimenticare cosa è successo in questi ultimi mesi d’isolamento quasi si trattasse di una fuga, una corsa da accelerare per allontanarsi nel più breve tempo possibile dalla sorgente del pericolo e giungere in fondo al tunnel per ritrovare con la luce la pace. Ma qualcosa sembra turbare le nostre coscienze ed emerge il timore che “non sarà più come prima”. Forse non tornerà più la “normalità” che abbiamo sospeso perché questo Coronavirus ha scoperto il vaso di Pandora, mito greco di ventotto secoli fa che oggi ci appare come la nuova metafora per descrivere la situazione reale.

Sempre rimanendo nell’ambito del linguaggio e della comunicazione spostiamo l’attenzione sul Coronavirus SARS-CoV-2 in sé per notare che nelle numerose spiegazioni su cos’è un virus fornite da virologi, immunologi, medici e biologi è stato omesso un termine, un particolare anch’esso di natura linguistica che tuttavia cambia la prospettiva del fenomeno. Anche al nuovo Coronavirus è stato dato un nome, se n’è conosciuto il genoma, se ne sta studiando il comportamento nella sicura prospettiva che, come avvenuto in passato in molti altri casi, prima o poi sarà posto anch’esso sotto controllo. Eppure nel presentarlo si è dimenticato di dire che la piccola entità biologica chiamata virus è un parassita.

Il punto è che i virus sono organismi parassiti obbligati e in quanto tali, non possedendo le informazioni sufficienti per auto riprodursi, hanno bisogno di una cellula ospite che fornisca loro i mezzi per farlo. Da quando esistiamo su questo mondo i virus come entità sono sopravvissuti contribuendo a stabilire con l’uomo (in generale con tutte le cellule vegetali e animali) uno stato di equilibrio virus-cellula che costituisce nel bene e nel male uno degli aspetti del nostro rapporto con la natura.

Oh, questa Natura! Per secoli ci siamo crogiolati sul dubbio se essa fosse benigna o matrigna ed ecco arrivare questa pandemia con le sue evidenze: i) è l’uomo stesso con la sua cultura che decide l’equilibrio nel rapporto con la natura; ii) l’uomo ha rotto questo equilibrio da almeno tre secoli. E, dunque, se è vero che nulla in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione si arriva anche all’amara verità che la stessa evoluzione se-ne-frega dei nostri “diritti” e “spazi di libertà”.

Gli scienziati che lavorano sui modelli matematici ci avvertono che se sarà confermato nei prossimi giorni (con riferimento alla data di questo articolo) ciò sarà la prova che le misure di “distanziamento sociale” adottate sono state efficaci…”perché altrimenti” …(Manzoni dixit) se l’andamento continuasse ad essere esponenziale… dovremmo tornare all’isolamento o al limite perseverando moriremmo tutti e… il “discorso finisce lì” (Keynes dixit).

Nell’emergenza posta dalla pandemia il mondo occidentale ha rivelato, al suo interno, una profonda differenza culturale nelle strategie da adottare per affrontarla: da un lato alcuni paesi dell’area meridionale dell’Europa, Italia per prima, che, assumendo il modello cinese, proponevano l’isolamento totale della popolazione, dall’altro altri paesi dell’area più nordica dell’Europa che consideravano l’ “immunità di gregge” come l’unico obiettivo realistico da perseguire per non sconvolgere la vita economica e sociale. Tutti, comunque, nell’attesa di farmaci efficaci per la cura e del vaccino per la profilassi.

Le dichiarazioni del premier inglese, seguite da altre di politici ed esperti olandesi, scandinavi tramite i comunicatori, che ci indica quando una popolazione ha superato il pericolo pandemico di una infezione, fece scalpore e divise l’opinione pubblica tra gli umanisti latini e cinici anglosassoni. Le domande eluse, perché inquietanti, sono state: quanto tempo trascorrerà prima che ognuno di noi potrà riprendere la vita quotidiana ex ante (normale, sic!)? Quale assetto economico e produttivo ritroveremo? Quanti saranno i morti seguendo la strategia della immunità di gregge e quanti invece con il lockdown? Rispetto ai deceduti causati direttamente dalla pandemia coronavirus, le vittime di natura economica e sociale sono da considerarsi effetti collaterali? Il punto è tutto qui: la scelta tragica di stabilire quale proporzione di vittime siamo disposti ad accettare? In altre parole, è un problema di velocità: in attesa di farmaci antivirali e del vaccino qual è la strategia più rapida e più efficiente, per raggiungere l’immunità di gruppo?

Il filosofo Umberto Galimberti ci ha spiegato che i razzisti più pericolosi sono quelli che “io non sono razzista, però…”. Orbene quel “però…” ricompare nelle argomentazioni diffuse tra esperti e vittime potenziali che trattano la pandemia : “la salute prima di tutto, però l’economia…”

Comunque, questo Covid-19 non è una esercitazione.




La compassione non è naturale

Quando nel trascorso mese di marzo è stata decretata su scala nazionale la quarantena contro la pandemia Covid-19 scrissi un breve articolo dal titolo Amore e morte al tempo del corona sul tema che oggi ritengo esemplificativo e propedeutico alla necessaria riflessione sul ruolo che la compassione ha avuto nella storia dell’umanità in merito al  diritto, ossia alle norme che regolano la convivenza.



Nell’articolo così scrivevo: “Si teme che un virus, questo o un altro più terribile, possa distruggere l’umanità. Niente di tutto questo: per la razza umana, al di là della morale, un virus è altamente benefico. Il virus se lasciato libero di operare migliora sia la razza che l’economia. E infatti ringiovanirebbe la popolazione con alleggerimento delle spese sanitarie e pensionistiche, eliminerebbe i deboli e i malati migliorando come sempre hanno fatto le malattie, prima dell’avvento della cultura, la razza umana. Tutt’altro che una catastrofe. Deve dunque essere chiaro che l’idea di uguaglianza, di salvare gli ultimi appartiene alla cultura e non alla natura. Coloro che rivendicano un ritorno alla natura nulla hanno compreso della “ubris naturae” (spietatezza della natura). La Natura è bella perché, per selezione naturale, elimina “il brutto”. Sempre ci fu matrigna. Sarebbe ora di riflettere su “bellezza e morte”. Gli ideali della classicità greca che hanno fatto grande la tragedia.  

La Compassione, sentimento di recentissima acquisizione, si oppone alla natura. Nasce circa un millennio a.c., data solo 3mila anni, in un periodo storico in cui vengono alla luce opere come l’Iliade, l’Odissea, la Bibbia. Gli animali di contro sono vecchi di passioni antiche di milioni di anni quali la gelosia e il possesso, vedono “il mondo solo nell’utilizzo” e agiscono secondo “necessità”. Anche la cultura umana ha agito in passato per migliaia di anni con una visione del mondo come utilizzo, per “interesse”. Il capitalismo rientra ancora ampiamente in questa logica e non a caso si fonda sulla pancia, sulla quale più facilmente trova consensi. Con la nascita della compassione, la morale ha cercato di contrastare necessità e interesse, ma ancora, nuova dea olimpica, lotta contro Titani come la necessità naturale (la pancia) e la cupidigia umana (la lupa).

Un virus elimina dalla specie tutto quello che è superfluo, inutile e di peso, lasciando in vita gli individui  più forti e più adatti. Lontano quindi dall’ipotesi che possa estinguere la specie, di contro la sana e la fortifica. I virus hanno avuto questa funzione su tutte le specie fin dall’origine della loro comparsa 3 miliardi di anni fa e l’evoluzione gliene rende merito così come è grata a ogni avversità ambientale che ha agito per il miglioramento della specie e della razza. Bisogna realizzare che la natura è bella perché attraverso la selezione, grazie alla morte, elimina “il brutto”. Dura lex. Questo assioma è legge naturale, in collaborazione con la differenziazione (polimorfismo), sono il motore stesso dell’evoluzione.

Anche i cambiamenti climatici, per quanto catastrofici non saranno certo di danno a tutta l’umanità. Avverrà una selezione come sempre a danno degli ultimi ma i primi e anche i secondi sopravvivranno. La natura non è cinica ma semplicemente pre-morale ossia indifferente. Siamo noi che con la compassione andiamo, a dio piacendo, contronatura. Mentre si incensa e loda in ogni modo e da ogni parte la Natura e ciò che è naturale, bisogna prender coscienza che la compassione salvando gli ultimi, agisce contro natura. La compassione è contronatura. Questa consapevolezza non appartiene ancora all’umanità che vede ancora nella Natura il ritorno alla Madre. Ebbene, la madre fu sempre a noi e a ogni vivente matrigna, ci inganna con la bellezza ma il suo profumo è la morte. Non sarà la bellezza ma l’amore a salvarci”.

Questa  premessa oggi mi torna utile per dirimere una diatriba sul Diritto e sui suoi fondamenti. Con una definizione da dizionario apprendiamo che per “giusnaturalismo” o “dottrina del diritto naturale”, dal latino ius naturale, «diritto di natura» s’intende la corrente di pensiero filosofica che presuppone l’esistenza di una “norma di condotta intersoggettiva” universalmente valida e immutabile, fondata su una peculiare idea di “natura” . Orbene “Natura” secondo Norberto Bobbio è “uno dei termini più ambigui in cui sia dato imbattersi nella storia della filosofia” e io concordo con lui.

Lo Jus naturae è preesistente a ogni forma storicamente assunta di diritto positivo, il giusnaturalismo ritiene se stesso valido in quanto fondato sulla “natura”, su principi universalmente validi e immutabili in grado di realizzare il miglior ordinamento possibile della società umana; ed è servito in via principale per decidere le controversie fra gli individui, fra gli Stati e fra il Governo e il suo popolo. Il giusnaturalismo è un primo passo per togliere a Dio l’autorità di decidere per affidarla alla natura. Ma sull’intendimento di “natura” e sui suoi principi nascono molti  dubbi.

Ai tempi l’evoluzione era una sconosciuta e si pensi ora alla luce di quanto esposto nell’articolo in premessa quali siano i principi in natura. Per diritto positivo si intendono di contro le norme prodotte dell’opera umana ritenute adatte a ordinare il sociale scelte di volta in vota secondo criteri utilitaristici in dipendenza del luogo e del tempo, “positivo” non è un giudizio di valore ma semplicemente ciò che si depone,  che viene deposto in modo empirico e arbitrario. Riassumendo il diritto è la raccolta delle norme di condotta interpersonali atte a regolare l’ordinamento sociale, sulla sua natura (fysis) del diritto nasce la controversia. 

Tra giusnaturalismo che si basa su norme universalmente valide fondate su leggi di natura e diritto positivo che si fonda su leggi empiriche che vengono a depositarsi di volta in volta, nasce un’interminabile diatriba. Secondo la dottrina giusnaturalistica il diritto positivo non si adegua mai completamente alla legge naturale, perché esso contiene elementi variabili e accidentali, mutevoli in ogni luogo e in ogni tempo. Secondo il diritto positivo non esistono principi universalmente validi.

L’ ”a che” originario delle leggi su cui fondare il diritto rimane tuttavia all’uno e all’altro sconosciuto. L’uno lo vorrebbe su base certa e universale e tende all’assoluto, proprietà antecedentemente divina, l’altro su base empirica e sperimentale tende al relativo non trova principi universali su cui fondarsi ma entrambi non trovano l’oggetto che viene o dogmaticamente presupposto o indeterminatamente posposto. 

In vero ”a che” originario delle leggi non può in alcun modo essere conosciuto perché ai tempi nulla si sapeva dell’evoluzione. Una vera comprensione può essere raggiunta solo attraverso lo studio della filogenesi culturale. La riflessione critica sulla natura del diritto nasce nella notte dei tempi quando il film era già cominciato. Quando e come sono nate le leggi? Per la comprensione di questa problematica è necessario riferirsi alla nascita della cultura. La filogenesi culturale è lo studio del comportamento a partire dagli animali sino ad arrivare all’uomo, ossia la fenomenologia dello spirito nell’evoluzione.

In merito al tema in questione ci sono importanti assunti che vanno considerati e senza i quali ogni discussione rimane inutile, sterile e priva di fondamento. La premessa fondamentale della filogenesi culturale stabilisce che “le leggi” non furono opera dell’ingegno di nessuno. Nell’infanzia dell’umanità databile decine di migliaia di anni fa, non ci furono legislatori.

Il meccanismo alla base dell’evoluzione culturale è semplice; semplice e ripetitivo della “selezione naturale” darwiniana: sopravvive il più adatto, con la differenza che anziché agli individui bisogna pensare, ossia riferirsi ai gruppi e intendere che con i gruppi vengono selezionate le “idee”: sopravvivono solo quelle idee che consentono la sopravvivenza del gruppo. Tra le varie possibilità normative diversamente sperimentate attraverso i secoli e i millenni dai gruppi, l’ambiente favorisce quei comportamenti fissati all’interno di regole, che essendo i più adatti favoriscono la sopravvivenza del gruppo. Nasce così la selezione culturale.

Le regole che ordinano il gruppo nascono dalle leggi evolutive: la cultura nasce dalla natura, ma da essa si differenzia aggiungendo all’apprendimento in mortuo (DNA) l’apprendimento in vivo e con esso la tradizione culturale. Le leggi evolutive sintetizzate dalla filogenesi nella sopravvivenza del più adatto, applicate nella filogenesi culturale vanno applicate non più solo all’individuo ma al gruppo, gruppo che è ora in grado di “tradurle” di generazione in generazione. Queste leggi così costituite determinano la cultura del gruppo.

Sopravvive il gruppo che ha le regole più adatte a far sopravvivere il gruppo, con il gruppo sopravvivono le regole. Questa norma costituisce la prima legge dell’evoluzione culturale. In pratica sopravvivono quei gruppi che hanno una maggiore adattabilità e con la loro sopravvivenza sopravvivono anche le regole che ordinano il gruppo. Questo postulato ha un importante corollario: le regole non sono un parto del singolo ma una necessità naturaleLe regole non sono state fatte da nessuno.

In un passato recente, a film già cominciato, le leggi furono pensate dapprima provenienti da Dio, poi in una concezione laica, dalla Natura. Le leggi culturali di provenienza dalla natura pur astraendosi dalle leggi naturali tuttavia non sono state all’origine e per moltissimo tempo, in potere dell’uomo, non sono giunte cioè a coscienza. Si sono tramandate come un imperativo categorico senza nessun comprensione della loro eziologia e della loro funzione per miglia e migliaia di anni in modo del tutto tautologico: “è così perché è cosi” senza che il loro perché venisse mai a coscienza e per questo furono ritenute “naturali” e/o provenienti da Dio dando loro un valore di assolutezza.  Ora, se le leggi saranno state buone leggi il gruppo sopravvivrà, diversamente si sarà estinto. La tautologia delle leggi in mano al potere in tempi di barbarie diviene “è così perché lo dico io”. 

La sopravvivenza del gruppo di conseguenza sarà necessitata all’obbedienza al capo, non il più forte ma colui che detiene il sapere. Quando nel passato recente (‘600/700) viene cercata una giustificazione a teorie filosofiche sul diritto nella totale ignoranza delle origini evolutive dello stesso, si pensa dunque ancora a Dio, o alla Natura a fondamento o si procede in modo empirico secondo convenienza. Si pensa a leggi divine, legate all’umano attraverso la fede religiosa o a leggi esistenti di fatto nel positum che per questo vengono dette “naturali” diove il termine “naturale” arriva assumere il valore di “universale” in sostituzione dell’”assoluto” delle leggi divine, o ancora si procede secondo necessità e convenienza adattando le leggi spesso secondo i capricci del potere.

Diventa ora chiaro che la volontà umana si astrae dalla “volontà indifferente” della natura. Questo chiarimento sul nascimento (origine) delle leggi sulle basi della filogenesi culturale, pone fine alla diatriba tra giusnaturalisti e positivisti trovando l’oggetto che pone fine al contendere. Le leggi non le fece né un dio né la natura. Quale che sia la volontà umana sorge ora come la domanda, poiché a questa volontà si lega il diritto. Se ascoltassimo la natura allora dovremmo lasciare via libera al virus e anzi assecondarlo eliminando gli ultimi, gli storpi, i deboli, i vecchi, tutto quello che fa da zavorra alla specie Homo sapiens. Questo non avviene per merito della virtù prima accennata, la Compassione.

Una considerazione. La maturità dell’uomo non è ancora raggiunta e non sarà raggiunta finché non avrà abbandonato l’idea di Dio e della Natura come fondamento dell’azione umana. Bisogna strappare a Dio e alla Natura le umane sorti fondando in piena libertà e autonomia il Diritto sulla base del nuovo sentimento venuto recentemente alla luce: la Compassione, un mero prodotto dello spirito che si sottrae all’indifferenza della natura e alla volontà di dio. La compassione è destinata a strappare a Dio e alla Natura le redini della vicenda non solo umana ma dell’intero pianeta. Su “a che la compassione” si apre un nuovo capitolo della storia.

Si sarebbe portati qui a considerare la compassione come un sentimento di pietà e partecipazione alle sofferenze altrui, verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti, ma da un altro punto di vista la compassione è molto di più di tutto questo se si considera la compassione come un’emergenza esistenziale, la nascita nella storia e nell’evoluzione di un nuovo modo di essere, uno scarto ontologico dell’essere nella sua generalità e dell’uomo nel suo modo di esserci.

Come tutte le emergenze esistenziali, intendendo con questo ciò che è venuto in essere e che mai per quanto grande l’universo ed eterno il tempo è mai esistito, la compassione nasce in un punto indeterminato della cultura umana senza soluzione di continuità con ciò che ha preceduto e cresce lungo il proprio cammino fino a giungere a maturità. Quando la compassione matura a sentimento, si trova fanciulla in mezzo a pulsioni ancestrali quali il Possesso, il Sesso e l’Appartenenza, di cui ogni essere esistenziale che cammina su questa terra è dotato fin dalla nascita.

Quando i nuovi dèi dell’Olimpo si impossessarono del potere dovettero intraprendere con gli dèi che li avevano preceduti, i Titani, creature gigantesche che rappresentavano grandezze fisiche più che morali, una furiosa interminabile guerra (Titanomachia). Similmente la compassione è una fanciulla scesa dall’Olimpo a combattere titani come Indifferenza, Necessità, Orgoglio che da immemorabile tempo hanno regnato indisturbati sulla terra.

Heidegger termina Essere e Tempo nella convinzione di non essere riuscito a chiarire fino in fondo L’Essere, lo stesso valga per Compassione, ché Compassione e Essere sono della stessa natura di cui per Shakespeare sono fatti i sogni. La natura della compassione è infinita e ascosa come nell’erba l’angue.




Che l’emergenza vi sia lieve

Secondo la vulgata popolare le domande della filosofia sono riducibili al “da dove veniamo e dove andiamo”, qui invece si vuole considerare l’esistenza in vita ovvero il “dove siamo” mentre viviamo. Da metà gennaio in Italia abbiamo scoperto l’insorgenza di una nuova malattia che può interessare tutta la popolazione. Passata la prima quarantena fatta di ritardi, confusioni e allarmi indotti da politici, esperti e giornalisti (mediocre esempio di intelligence) oggi possiamo affermare che la vera emergenza nel paese non è stata causata dall’insorgenza di un nuovo virus (Sars-CoV-2), quanto dalla scomposta reazione delle autorità e della popolazione di fronte ad esso. La vera emergenza è stata la fragilità manifestata nel fronteggiare una emergenza sanitaria.



Nella lingua corrente il termine emergenza ha perso il suo significato etimologico di “ciò che emerge all’improvviso dalla superficie delle acque”, sia esso una bellezza piuttosto che un pericolo, per assumere quello esclusivo e totalizzante di allarme, come avviene per la parola emergency nella lingua inglese. Inoltre, mentre l’emergenza come allarme assume la caratteristica di un evento improvviso che si manifesta subito con una fase acuta, le situazioni di pericolo cronico tendono ad essere non più considerate come emergenze in quanto ricorrenti o abituali. Per questo motivo mentre un nuovo virus può costituire a prescindere un’emergenza, una influenza stagionale, un incendio, una esondazione o un terremoto diventano tale solo in funzione dei danni che provocano, prendendo in considerazione per lo più quelli economici.

Tutto questo condiziona la nostra percezione dei fatti e fa senso, ma domandiamoci se ha davvero senso? Soffermiamoci sul seguente elenco dei pericoli reali accumulati in questi ultimi settant’anni in tutto il mondo e che presentano (escludendo le guerre e il terrorismo) fattori di rischio di effetti catastrofici per ogni nazione: armi nucleari, centrali nucleari, inquinamento atmosferico, cambiamento climatico, andamento demografico, migrazioni di massa. Tutte queste realtà hanno in comune il fatto di essere state create dall’uomo più o meno direttamente e di essere generalmente considerate come un effetto collaterale, un prezzo che dobbiamo pagare in cambio del benessere, dello sviluppo e delle libertà di cui godiamo.

Si dirà: perché escludere le malattie infettive dall’elenco dei rischi per l’umanità? Perché i virus (come per altro anche i batteri) fanno parte della vita sul pianeta, ovvero dell’insieme delle caratteristiche quali l’omeostasi, il metabolismo, la riproduzione e l’evoluzione che definiscono secondo la biologia gli esseri viventi. Il fatto è che i virus in particolare (dal latino “veleno”) sono microrganismi definiti come parassiti endocellulari obbligati in quanto, non essendo in grado di sopravvivere da sé perché non posseggono l’acido nucleico sufficiente per farlo, hanno bisogno di una cellula ospite per moltiplicarsi.

Quale che sia l’origine dei virus, a tutt’oggi non ancora definitivamente accertata, è comunque acquisito dalla scienza che questi organismi, che possono infettare tutti i tipi di forma di vita dai batteri alle piante agli animali, siano vecchi quanto lo sono le prime cellule comparse sul pianeta. In altre parole le forme di vita esistenti sul pianeta, dunque anche l’uomo, convivono coi virus da centinaia di milioni di anni in una costante ricerca di un equilibrio con i suoi parassiti: i virus infettano le cellule e si moltiplicano a danno di quest’ultime, ma non tutte le cellule ospiti devono morire perché altrimenti i virus non avrebbero più l’ambiente di cui necessitano per sopravvivere loro stessi.

Oggi gli epidemiologi valutano che un’epidemia, in assenza di farmaci o vaccino, può essere considerata conclusa quando l’infezione raggiunge una popolazione di cellule pari al 15-20% del totale per poi regredire allo stadio di endemia o autoeliminarsi. Gli epidemiologi, in attesa di un vaccino o farmaci, non possono prevedere se una epidemia regredirà o progredirà verso la pandemia, ma solo calcolare la probabilità di questi differenti esiti.

Dunque, le decisioni vanno assunte sulla base di probabilità e non su certezze, ma il punto è proprio qui: un popolo impaurito esige rassicurazioni dai politici che lo governano e non si rasserena con le analisi degli scienziati, tanto più se queste si fondano su concetti di probabilità e rischio che non comprende. Indipendentemente dal livello d’istruzione, infatti, siamo tutti condizionati da una mentalità che si fonda sulla esclusivo rapporto causa-effetto e la nostra coscienza pretende una risposta, una soluzione, netta e precisa al problema. Una battuta del film “il ponte delle spie” (Steven Spielberg e Tom Kanks) recita: “(…) dimmi qualcosa che mi rassicuri, la verità non mi interessa”.

Se dobbiamo convivere coi virus perché allora allarmarsi quando insorge una malattia infettiva? La situazione che stiamo vivendo per il propagarsi del Coronavirus (Sars-CoV-2) con la malattia che la sua infezione provoca (Covid-19), al di là dei bollettini sui contagi-guariti-deceduti, che hanno avuto solo il merito di allarmare la gente in nome della sacralità dell’informazione senza fornire alcuna utilità, sta svelando la vera grave emergenza: quella costituita dallo stato del nostro Sistema Sanitario Nazionale.

La verità ormai è dichiarata apertamente e diventa spiegazione da fornire pubblicamente per richiamare la gente ad osservare con senso di responsabilità le norme restrittive, ormai estese a tutto il territorio nazionale, per arginare la diffusione del contagio: non dobbiamo ammalarci di coronavirus perché è particolarmente pericoloso, ma perché la sua diffusione rischia di far collassare la Sanità pubblica che si sta mostrando non in grado di fronteggiare simili emergenze. Incapacità medico scientifica e tecnica? Certamente no.

Si tratta di carenza delle risorse allocate alla sanità: mancano medici, infermieri, sono stati soppressi reparti, chiusi ospedali, diminuiti i posti letto, in particolare quelli per terapia intensiva, tutti risultato dei tagli di bilancio alla spesa per la Sanità pubblica in quest’ultimo decennio. È bastato un virus per incrinare il mito dell’eccellenza sanitaria lombardo-veneta, intenta a dare sempre più spazio al business privato.

È stato opportunamente fatto osservare che la crisi sanitaria in atto ha mostrato due gravi criticità di ordine politico e istituzionale che hanno causato l’inefficienza delle risposte al problema epidemico. Da una parte si è palesata la mancanza nella Unione Europea di una competenza in materia sanitaria, dall’altra la mancanza in Italia di una autorità centrale e la ridondanza delle deleghe sanitarie alle Regioni in nome di una dispendiosa autonomia locale.

La cosiddetta saggezza popolare espressa dal detto “chiudere la stalla quando buoi sono scappati” (con ciò parafrasando in senso ironico un concetto fondamentale della prevenzione per il quale la stalla andrebbe chiusa prima che i buoi scappino) non è la stessa che ispira i comportamenti irresponsabili a cui assistiamo in questi giorni in risposta al provvedimento governativo di estendere la zone d’isolamento a livello nazionale al fine di contenere la diffusione del virus, come mai era accaduto in precedenza (si noti che in soli tre/quattro giorni i Dcpm hanno esteso la “zona rossa” da livello regionale-provinciale a livello nazionale). E qual è il quadro generale delle dichiarazioni implicite che sottendono ai comportamenti espliciti?

Una l’abbiamo già ricavata: non ammaliamoci per non caricare il sistema sanitario, la nostra salute è in subordine. A seguire, si manifesta più preoccupazione per i danni del virus sull’economia reale che per i suoi effetti sulla salute. Il paradosso, in realtà la contraddizione, si rileva nel fatto che da una parte gli studiosi sostengono che le epidemie sono dovute al sistema globale di produzione del cibo, alle pratiche agricole mondiali, alla deforestazione e agli allevamenti animali intensivi in quanto favoriscono la mutazione dei virus aumentando la loro probabilità di fare il salto di specie (verso l’uomo), ma dall’altra i politici e la società civile (dagli imprenditori ai lavoratori e sindacati) si preoccupano per l’impatto economico enorme (recessione) che avranno le misure adottate nel Nord Italia. Tutti alla ricerca di un equilibrio nel bilancio costi-benefici, ma come è possibile pensare di trovare un equilibrio tra le stesse forze produttive che determinano il problema (epidemia)?

Circola sul web l’esempio di Taiwan come best practice sanitaria contro la diffusione dell’epidemia da coronavirus. In effetti si tratta di una applicazione efficace ed efficiente di quanto si può apprendere da un manuale di epidemiologia e dalla logistica, che sarà caso di studio in tutto il mondo per governi e operatori sanitari (almeno così mi auguro). Passiamo in rivista alcuni punti del protocollo applicato dalle autorità sanitarie e dal Ministero della Digitalizzazione (sic!) di Taiwan, dopo l’esperienza fatta con la devastante epidemia di Sars del 2003 che li aveva colpiti e la sfiducia acquisita in quella occasione verso la Cina e l’OMS accusate di aver ritardato l’annuncio dell’insorgere dell’epidemia:

  • avvertito il pericolo a fine dicembre di una nuova malattia respiratoria a Wuhan,
  • hanno provveduto immediatamente a controllare i passeggeri provenienti dalla Cina,
  • hanno quindi bloccato i voli e messo in quarantena i passeggeri,
  • hanno emanato avvisi quotidiani sui luoghi visitati dai pazienti prima della diagnosi,
  • hanno monitorato quelli messi in quarantena in casa tramite i loro cellulari,
  • hanno richiesto in tutti i luoghi ed edifici pubblici di disinfettarsi le mani all’entrata,
  • hanno fatto scorta e razionato le mascherine garantendo una distribuzione equa e razionale,
  • hanno tracciato on line le farmacie fornite di mascherine per evitare le file.

Quali insegnamenti si possono trarre da questo esempio ? Innanzitutto la tempestività degli interventi, poi la loro chiara e progressiva applicazione, quindi un’informazione utile per indirizzare i comportamenti corretti dei cittadini (informazione su dove sono avvenuti i contagi e non emanare bollettini di guerra sui contagiati e deceduti!), efficiente approvvigionamento e distribuzione dei dispositivi di protezione individuali (dpi) e infine, forse la cosa più intelligente, l’uso delle tecnologie informatiche (hanno un Ministro dedicato a questo).

In generale Taiwan ci ricorda che si può imparare dalle proprie come dalle altrui esperienze (capacità che indica intelligenza) e che ci si deve attrezzare ad affrontare le emergenze future (epidemie, terremoti, uragani, incendi, esondazioni, innalzamento livello dei mari…) che necessariamente, ancorché casualmente, si verificheranno. Certo è che dalle plurime esperienze dei terremoti nella nostra terra a rilevante rischio sismico non pare si sia fatta grande tesoro.

Stay home, stay alone.




L’orientamento scolastico: la profezia che si autoavvera.

Il primo mese di ogni anno è fonte di ansia per migliaia di famiglie che, dopo essere state stordite dal marketing scolastico degli “Open day”, devono scegliere nell’arco di tre settimane a quale scuola superiore iscrivere i propri figli: licei, tecnici o professionali? Imporre i desideri dei genitori o assecondare quelli dei figli? No, in entrambi i casi è sbagliato. È bene invece affidarsi al “consiglio orientativo” della scuola media, per evitare la gran parte delle bocciature e dei ritiri che avvengono al primo anno delle superiori. Come afferma l’ineffabile preside a capo della Associazione nazionale preside della Lombardia (Anp) in un articolo apparso su la Repubblica del 3 gennaio, forte delle risultanze statistiche, “le famiglie dovrebbero dare molto più peso al consiglio orientativo della scuola e meno alle loro ambizioni” e più oltre prosegue rimproverandole perché ignorano che quel orientamento “è frutto di un lungo lavoro di osservazione e di analisi delle attitudini dei ragazzi”.



Per analizzare le questioni poste da questo dilemma, tanto significative se si tiene presente che stiamo trattando una scelta fondamentale per gli adolescenti, potrei basarmi sulla mia pluriennale esperienza di insegnante e di preside (sono trascorsi ormai trent’anni da quando operavo nell’istruzione e formazione gestita dal Comune di Milano), ma preferisco qui pormi invece come genitore di tre figli che hanno dovuto affrontare negli ultimi dieci anni il drammatico guado dopo essere usciti da tre differenti scuole medie. Non intendo portare queste tre esperienze come esempi qualificanti, sono solo tre casi statisticamente irrilevanti, voglio solo puntualizzare i temi esplicitati e non affrontati nell’articolo citato dal punto di vista di chi si è trovato ad essere “cliente” della “offerta formativa” della scuola italiana setacciata negli ultimi vent’anni da almeno due sedicenti riforme scolastiche.

Tutto il discorso sull’orientamento scolastico si regge sui seguenti tre assunti: i) un adolescente all’età di 14 anni manifesta le proprie inclinazioni, attitudini o talenti; ii) gli insegnanti delle scuole medie hanno una preparazione psicologia e psicopedagogica che li mette in grado di valutare tali inclinazioni, attitudini o talenti; iii) fuori dalla scuola esiste un mercato del lavoro in rapida trasformazione rispetto al quale la scuola deve allinearsi.

Primo assunto: le attitudini degli adolescenti. Una volta ai bambini veniva chiesto: “cosa vuoi fare da grande?” Nella maggioranza dei casi, fatta salva la divisione in classi delle famiglie, la risposta era il mestiere del papà (le mamme ancora non lavoravano), quello del ruolo sociale importante o di successo (medico, pilota, calciatore…) o quello del ruolo legato ai giochi e passatempi più amati. Fa sorridere, vero? Ma non è poi tanto banale: la prima scelta (il mestiere del papà) è l’esatta espressione dell’appartenenza del bambino alla condizione socioeconomica della famiglia, la seconda prefigurava già l’influenza della società esterna alla famiglia attraverso per esempio la televisione e il cinema (influenza che a sua volta rimanda alla posizione sociale della famiglia). E cosa diciamo della terza? Tutti i bambini amano disegnare (un’importante forma di espressione della loro personalità), alcuni amano suonare e alcuni sono anche bravi (talenti?), ma quanti di loro frequenteranno scuole d’arte o di musica? Conosciamo la risposta, gli adulti sanno bene che nella nostra società con l’arte non si trova lavoro (ricordate quel ministro di dieci anni fa che sosteneva che “con la cultura non si mangia”?) e preoccupati per il loro avvenire devono stroncare al più presto simili inclinazioni infantili, non produttive.

Nella scuola italiana esiste una curva d’attenzione per i bambini che rapidamente decresce con il crescere della loro età. Dall’asilo nido, alla scuola materna fino alla scuola elementare il bambino viene socializzato, educato, istruito, poi per un misterioso motivo con la scuola media (e siamo ancora nell’età dell’obbligo scolastico) inizia l’abbandono: disposizione a monade nell’aula, lezione frontale in un rapporto uno (insegnante) – molti (alunni) in cui il bambino si trova ad essere di colpo un individuo che deve imparare gli atteggiamenti e i valori dell’adulto. In questo triennio egli si gioca, inconsapevolmente, buona parte del suo futuro. Dalla scuola media non si esce tanto con un diploma, di valore ormai irrilevante, quanto con il “consiglio orientativo”: sarà questa la patente che lo abiliterà al suo destino formativo.

Secondo assunto: la formazione dell’insegnante. Siamo stati così intenti a criticare gli insegnanti per la loro diffusa incapacità di appassionare gli studenti alle loro materie, per la loro capacità di rendere molte materie noiose e incomprensibili, per la meticolosità sindacale di non eccedere oltre le mitiche 18-ore-di-cattedra, fatta salva la distinzione tra “ore di lezione” e “tempo scuola”, da non accorgerci che i realtà siamo di fronte a degli psicologi che stavano giorno dopo giorno non solo valutando la preparazione dei nostri figli, ma anche osservando le loro attitudini e i loro talenti. Nemmeno in occasione dei Consigli di classe abbiamo compreso la profondità dei loro giudizi dietro le loro analisi sull’incapacità della classe, per esempio, di “ non sapersi comportare adeguatamente come studenti liceali” (sentita da me in più occasioni e mai spiegata). Già, perché solo gli insegnanti giudicano, confondendo la valutazione ( che è mutevole e puntuale) con il giudizio (che si trasforma in pregiudizio), mentre persino i magistrati, ancorché giudici, precisano di attenersi all’applicazione della legge.

Cosa valutano o giudicano gli insegnanti? Dopo aver speso tempo e fatica a richiamare all’ordine la classe che “chiacchiera e disturba la lezione”, presentano un’argomento (spiegano?), “non hai capito?” va bene lo ripeto (allo stesso modo), sì però “stai attento”, poi “studiate da pagina a pagina”, quindi “verifica” (quasi sempre a mezzo test con risposte multiple). Alla terza insufficienza, valutata su scala numerica da 0 a 10, tipo dieci domande un punto ciascuna, è chiaro: la matematica non è la tua materia, che ci fai ancora al liceo, scientifico?

Ho sempre sostenuto che l’insegnamento dovrebbe essere uno tra i mestieri meglio pagati, tuttavia non l’ho mai considerato un “lavoro” come un altro, come non può essere un semplice “lavoro” ogni attività che mette in relazione esseri umani tra loro, soprattutto se si tratta di educazione, istruzione e formazione delle giovani generazioni. Il fatto è che, qui nel nostro Bel Paese, la maggior parte degli insegnanti non ha scelto l’insegnamento come mestiere di elezione, ma perché da laureati, soprattutto nelle materie non tecniche o scientifiche, è stato l’unico lavoro reso loro disponibile per molti anni, come impiego pubblico (in tempi recenti nemmeno più esiste questa possibilità). Un lavoro che a fronte di uno basso stipendio offriva maggior tempo libero: è stata una trappola per molti.

Terzo assunto: il mercato del lavoro. Il principio cardine su cui si fonda e si struttura la scuola contemporanea e che conseguentemente condiziona la formazione e l’istruzione è il legame “scuola-lavoro”. E non potrebbe essere diversamente in una società che si fonda e struttura sull’economia. La scuola viene concepita come luogo e tempo dove addestrare l’individuo a compiere un lavoro e non dove formarlo come tale con la cultura. Si sostiene che questo degrado sia causato dalla supremazia assunta dalla tecnologia e dalla scienza rispetto alla cultura umanistica, ma è un grossolano errore. Innanzitutto perché sia la tecnologia che la scienza fanno parte della cultura, intesa non come arti e spettacolo ma come accrescimento di tutte le facoltà umane, inoltre perché la facoltà spirituale per eccellenza dell’uomo è il pensare, non l’oggetto su cui si pensa, e il motore dell’evoluzione ala conoscenza. La separazione tra filosofia e scienza si è conclamata con l’affermarsi del modo di produzione e consumo che oggi impera su tutto il pianeta, partito tre secoli fa con le rivoluzioni industriali fondate dalle scoperte scientifiche e tecnologiche. Come stupirsi allora per la riduzione della scuola, originariamente luogo d’apprendimento delle conoscenze, a ruolo di incubatori di lavoratori capaci d’inserirsi quanto prima con le dovute e certificate competenze per garantire la continua produttività? D’altra parte, l’insistente richiamo al collegamento scuola-lavoro presupporrebbe che fuori dalla scuola esistesse uno solido sviluppo della industria e della ricerca: è questo il caso dell’Italia di oggi? Se volessimo, come io vorrei, coltivare i figli, ovvero renderli colti, piuttosto che orientarli verso le esigenze non della società, ma dell’economia, allora dovremmo preoccuparci che la scuola dell’obbligo durasse fino ai 18 anni, avendo come finalità la formazione dell’uomo, che in seguito lavorerà, e non piuttosto di un lavoratore, che socializzerà in funzione del ruolo assunto.

In conclusione. La scuola dovrebbe formare tutti e indistintamente con la cultura, umanistica e scientifica, perché sia messo in grado di inserirsi nella società contribuendo a trasformarla, non deve orientare verso un posto prefissato utile alla società esistente. Essa deve aprire quanto più possibile la mente di un giovane, bambino o adolescente, perché sia in grado da sé di scegliere come orientarsi nella società e nel mondo del lavoro. Per questo motivo la scuola, obbligatoria almeno fino a 18 anni, non deve essere strutturata in modo differenziato con indirizzi e specializzazioni, al punto di costringere un adolescente ad una scelta che non è in grado di fare né disposto ad accettare sia che venga imposta dai genitori condizionati dalle loro esperienze e livello culturale, sia che venga offerta da consulenti che rispondono più alle esigenze del mercato del lavoro che a quelle culturali di ognuno. Nella realtà il “consiglio orientativo”, emesso dopo 8 anni di scuola, è una profezia che si autoavvera alterando il comportamento del soggetto che così si conformerà al giudizio: una autentica certificazione di esclusione. Si parla tanto di uguaglianza e di parità di diritti applicati alle varie condizioni sociali, di genere, di credo religioso, di orientamento sessuale e di etnia, senza rendersi conto che la vera parità da rivendicare che unifica e supera ogni determinazione particolare della diseguaglianza è la parità culturale, e inizia dalla scuola. Solo la cultura ci potrà salvare.




Controllo dunque sono, ma la coscienza arriva sempre tardi.

Ho assistito il primo novembre scorso alla proiezione della prima nazionale del film giapponese Un coperchio sul sole che racconta i primi cinque giorni della gestione da parte del governo allora in carica dell’incidente nucleare di Fukushima Dai-chi (11 marzo 2011). Buono il film e lodevole l’iniziativa di portarlo nel mondo. Lo smarrimento leggibile sui volti e osservabile nei comportamenti dei personaggi hanno ben rappresentato la catastrofe incombente sul Giappone in quei giorni, una tragedia che tuttavia riguarda tutto il mondo e che non si è ancora conclusa.



L’evento della proiezione del film è stato reso ancor più significativo oltre dalla presenza del produttore del film Tachibana Tamiyoshi, che lo ha promosso dal 2015 in nove nazioni europee ed extraeuropee, da quella dell’ex Primo ministro Kan Naoto che durante il suo mandato (giugno 2010-agosto 2011) dovette gestire la tragica crisi. Al termine della proiezione, durata 90 minuti, l’ex Primo ministro ha risposto alle domande poste dagli organizzatori dell’evento e dal numeroso pubblico che affollava l’Auditorium di Castano Primo ove si teneva l’evento.

Sono trascorsi più di otto anni dall’accaduto e la mia prima considerazione dopo aver visto il film riguarda la labilità della nostra coscienza. Nella nostra memoria si sono installati i ricordi del disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986 e dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle del 11 settembre 2001, ma non ci siamo ancora resi conto dell’enormità di quanto accaduto in Giappone a Fukushima.

Cosa è accaduto sul territorio della prefettura di Fukushima quel 11 marzo 2011?

Mappa delle principali scosse del terremoto

i) Un primo sisma di magnitudo momento pari a 9.0 (Intensità Mercalli Modificata) durato 6 minuti (il più potente accaduto in Giappone, il quarto a livello mondiale) con epicentro nel mare alla profondità di 30 km a 100 km dalla costa orientale del Giappone settentrionale fu seguito da altre 40 scosse nella stessa giornata e da altre ancora durate fino al 17 marzo, tutte di magnitudo comprese tra 5,8 e 7,4.

ii) Il maremoto causato dal sisma (uno dei più catastrofici della storia dell’umanità) ha generato tsunami con onde alte in media 10 metri che si sono propagate alla velocità di 750km/h verso le coste di 11 Stati, di queste quella che si è abbattuta sulle sponde vicino alla città di Miyako (a Nord di Fukushima) ha raggiunto l’altezza straordinaria di 40,5 metri; le onde anomale furono causate da una frana sottomarina innescata dal terremoto e occorsero 72 ore prima che le onde si riducessero alle oscillazioni di una normale tempesta locale.

iii) Si stima che l’energia del sisma possa aver causato lo spostamento dell’asse terrestre di circa 17 cm e spostato le coste del paese di 4 m verso Est causando mutazioni del fondale marino. iv) Le vittime ad oggi accertate sono 15703 morti, 5314 feriti e 4647 dispersi; le persone evacuate oltre i 30-50 km dalla centrale nucleare sono state 184670.

Cosa è accaduto in particolare alla centrale di Fukushima Dai-chi?

https://youtu.be/PD_q_gDXYLE
Lo tsunami che colpisce la centrale nucleare di Fukushima

Innanzitutto occorre precisare che stiamo trattando di un incidente che nella scala INES elaborata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica viene classificato a livello 7, ovvero quello massimo definito catastrofico (stessa classificazione di Chernobyl).

Passiamo ora ai danni. i) Immediatamente dopo il terremoto, i reattori attivi interruppero automaticamente le loro reazioni di fissione sostenute, tuttavia lo tsunami distrusse i generatori di emergenza che avrebbero fornito energia per controllare e far funzionare le pompe necessarie per il raffreddamento dei reattori.

ii) Il raffreddamento insufficiente ha portato a tre crisi nucleari, esplosioni d’aria e idrogeno e il rilascio di materiale radioattivo nei reattori 1, 2 e 3 dal 12 al 15 marzo (nella centrale vi sono 6 reattori).

iii) La perdita di raffreddamento suscitò preoccupazioni anche per il combustibile esaurito poco prima caricato del reattore 4, che aumentò di temperatura il 15 marzo a causa del calore di decadimento dalle barre stesse, ma che non si ridusse in una esposizione all’aria.

iv) La causa predominante dei danni viene attribuita all’onda anomala di almeno 14 m di altezza abbattutasi sull’impianto, a fronte degli sbarramenti protettivi previsti dal progetto alti 6,5 metri (video).

v) Nel 2012 si accertò l’assenza di adeguate misure preventive e di sicurezza da parte dell’operatore proprietario dell’impianto (TEPCO) determinata dal timore di subire cause legali o proteste contro le sue centrali nucleari.

Quali sono i danni del disastro di Fukushima da riparare, oltre i reattori?

i) Sono 170.000 i residenti evacuati, dalle zone entro i 20 km dagli impianti nucleari, messi sotto controllo per eventuale contaminazione radioattiva e 360000 i bambini della popolazione locale di Fukushima monitorati sullo stato di salute.

ii) I danni ambientali rimangono ancora sostanzialmente inestimabili. Nei giorni successivi al disastro i livelli di radioattività in mare hanno superato di oltre 4400 volte i limiti ammessi. Tuttavia, la quantità totale di radioattività diffusa nell’atmosfera è stata all’incirca di un decimo di quella rilasciata durante il disastro di Chernobyl. La natura e pericolosità della contaminazione di Fukushima, tuttavia, non può propriamente essere comparata a quella del disastro di Chernobyl per due ragioni: in primo luogo, la maggior parte della contaminazione è di natura sotterranea ( per prevenire il surriscaldamento di noccioli e piscine di stoccaggio, è necessaria una continua immissione di acqua di raffreddamento che si disperde nel sottosuolo, attraverso le crepe aperte dal terremoto). La seconda differenza critica rispetto a Chernobyl è che questo impianto fu sigillato dentro ad un sarcofago in un limitato lasso di tempo, mentre a Fukushima questa soluzione è impraticabile; la contaminazione sta procedendo ininterrottamente fin dal primo giorno, e durerà ancora per un imprecisato numero di anni (secondo certe stime si parla di un periodo dai 10 ai 20 anni). È ancora incerto quale tipo di percorso possa seguire la massa d’acqua radioattiva attraverso le falde freatiche della regione: di certo in gran parte si riversa continuamente in mare, ed una parte si diffonde nell’entroterra.

iii) I danni economici: per la sola “bonifica” di Fukushima e ripristino dello status di “green field” il produttore di energia nucleare TEPCO stima che saranno necessari a partire dal 2017 ulteriori 30 a 40 anni. Il governo giapponese stima una spesa minima di 75,7 miliardi di dollari per la sola bonifica dell’impianto di Fukushima. La valutazione dei costi complessivi (ovvero bonifica + costi indiretti) varia enormemente, da 202,5 fino a 626 miliardi di dollari calcolati dal Centro giapponese per le ricerche economiche (JCER).