Alcuni tabu nella coscienza degli italiani.

UnknownL’apertura dell’uomo di fronte al mondo si misura attraverso la sua ricerca della verità. Una verità che esiste e che si colloca nel futuro. Nel presente che ci contiene possiamo riconoscere la verità del passato. Ma come comprenderla?  La condizione preliminare risiede nelle armi della critica: combattere i luoghi comuni, incrinare le certezze, riscoprire i significati e infrangere i tabu del pensiero che limitano le nostre buone intenzioni e oscurano le nostre visioni. Dobbiamo smaltire il cumulo di menzogne e di parziali verità che deturpano la cultura e compromettono l’evoluzione del nostro paese.  Si tratta di cliché che si radicano nelle menti, in modo a volte irreversibile, indicandoci veri e propri tabu per la coscienza nazionale. Per liberarci da questi tabu dobbiamo allora combattere tutte le ideologie ovunque esse si annidano, ovvero combattere l’ ideologia  tout court, quella “scienza delle idee e delle sensazioni” che sebbene inizialmente fondata su una verità parziale si irrigidisce poi in forma assoluta, travisando od occultando il suo nucleo originario di verità.

L’esistenza stessa di una identità italiana viene da molti osservatori messa in discussione, per il distacco che la popolazione vive nei confronti dello Stato e per le differenze nei valori e nei comportamenti che si manifestano tra nord e sud.  Questa identità (da molti confusa con ‘il comune sentire’)  vacilla perchè si fonda su una visione storica e culturale delle proprie origini che è lacunosa e discontinua. Interi periodi storici di durata secolare e di rilievo europeo e mondiale non vengono sufficientemente compresi e memorizzati per essere quindi assimilati dalla nostra coscienza. Non è sufficiente che facciano parte dei programmi scolastici di storia, questi periodi storici  finiscono con il costituire residui mnestici, pensieri che vengono al contrario rimossi dalla nostra coscienza, in quanto considerati culturalmente inaccettabili e intollerabili, la cui presenza rischierebbe di provocare un’instabilità ideologica. Nei confronti di questi eventi così censurati si viene a costituire una sorta di tabu, una forte interdizione che si sviluppa verso queste aree della nostra storia quasi che avessero assunto una valenza di sacralità o proibizione.

Ho qui voluto selezionare tre esempi di tabu nazionali che dimenticati offuscano la nostra memoria impedendo di riconoscere nella storia della nostra penisola (territorio di invasioni, insediamenti e poteri stranieri per 15 secoli) la cultura come la principale delle nostre commodities  su cui rifondare un nostro nuovo rinascimento. Si tratta di tre eventi storici distanziati fra loro ma distribuiti nell’arco di un millennio: il Regno di Sicilia, la  Repubblica di Venezia e la Riforma Protestante.

IL REGNO DI SICILIA

Viene considerato come “il primo modello dello stato moderno in Europa” e per un secolo e mezzo fu lo Stato più progredito d’Europa accanto al regno inglese.  Le sue origini Normanne e poi Sveve determinarono in particolare la nascita di uno Stato centralizzato, burocratico, efficiente e tendenzialmente livellatore, caratteristiche che gli storici hanno reputato moderne e che hanno anticipato di secoli la costituzione dello Stato moderno nei paesi europei.

L’introduzione delle Constitutiones Augustales (note anche come Costituzioni di Melfi ), codice legislativo del Regno di Sicilia fondato sul diritto romano e normanno, la costituzione della prima universitas studiorum statale e laica della storia d’Occidente per la formazione dei funzionari del suo governo, sono tra gli altri aspetti due singolarità introdotte nella storia del nostro paese da Federico II,  lo stupor mundi  il cui regno  fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volte ad unificare le terre e i popoli.

“Egli stesso fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Uomo di straordinaria cultura ed energia, stabilì in Sicilia e nell’Italia meridionale un qualcosa molto somigliante a un moderno regno governato centralmente con una burocrazia efficiente.  Federcio II parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese,greco e arabo) e giocò un ruolo importante nel promuovere la letteratura attraverso la Scuola Siciliana della poesia. La sua corte siciliana reale a Palermo, dal 1220 circa sino alla sua morte, ha visto il primo utilizzo di una forma letteraria di una lingua romanza, il siciliano. La poesia che veniva prodotta dalla scuola ha avuto una notevole influenza sulla letteratura e su quella che sarebbe diventata la moderna lingua italiana. La scuola e la sua poesia furono salutate da Dante e dai suoi contemporanei e anticipò di almeno un secolo l’uso dell’idioma toscano come lingua d’elite letteraria d’Italia.”

I perenni contrasti con il Papato che connotarono la politica di Federico II per tutto il suo regno, perché non aveva adempito ai patti di tenere separati Impero e Regno di Sicilia, perché non rispettava la libertà del clero nei suoi territori intromettendosi sistematicamente nell’elezione dei vescovi e perché non partiva per la crociata (durante la fallimentare crociata del 1217-1221 – la quinta – Federico si era ben guardato da aiutare i crociati, avendo più a cuore la pace con il sultano d’Egitto i cui territori erano così vicini alla Sicilia e con il quale era in rapporti di amicizia diplomatica) furono la reale causa del progressivo declino e della fine.

Le vestigia di questo regno oggi sparpagliate nelle regioni del sud, tra la Campania, la Puglia, la Basilicata e la Sicilia, potrebbero da sole, senza nulla togliere alle bellezze naturali delle loro terre e dei loro mari, costituire mete turistiche culturali tra le più prestigiose d’Europa e itinerari storici da offrire al mondo e alle scuole per la formazione dell’identità culturale delle giovani generazioni, sia italiane che europee.

LA REPUBBLICA DI VENEZIA.

Il Leone di san Marco è uno dei simboli più diffusi e più noti in Italia. Presente come statua  nelle piazze e palazzi storici di molte città del nord-est, come effigie sulle bandiere della marina italiana, mercantile e militare, come simbolo del Comune della Provincia e della Regione Veneto, lo abbiamo ammirato in mille occasioni. Eppure non abbiamo la consapevolezza che esso è lì a ricordarci la florida e potente Repubblica che dal IX al XVIII secolo è esistita e prosperata nella nostra penisola: la Serenissima Repubblica di Venezia  durata mille anni, quasi quanto è durata l’antica Roma.

Francesco Petrarca così la descriveva in una sua lettera del 1321:  « […] quale Città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita: Città ricca d’oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond’è cinta, dalla prudente sapienza de’ figli suoi munita e fatta sicura »

Oggi noi la ricordiamo per lo più per essere stata la grande potenza mercantile  dei commerci con l’oriente, ma in realtà la Repubblica di Venezia ha rappresentato un modello avanzato ed efficiente di organizzazione dello Stato: per una certa sovranità riconosciuta al popolo, per un’articolazione delle istituzioni  di governo che prefigurava la divisione dei poteri, per un’amministrazione equilibrata della giustizia che le fece meritare il titolo di Serenissima.  

L’amministrazione della giustizia si basava su un ridotto ruolo degli avvocati, su giudici non di carriera (aristocratici nominati per 1 o 2 anni, anche nelle alte gerarchie), e soprattutto per il modo di applicare le leggi al singolo caso concreto, che teneva conto delle decisioni precedenti (giurisprudenza) ma soprattutto mirava a realizzare la giustizia sostanziale, anche negando l’applicabilità di certe leggi se queste ledevano i principi superiori di giustizia, ossia la verità, il buon senso, la fede e l’equilibrio naturale delle cose.

Il potere era distribuito all’interno di classi sociali ben definite, ma con caratteristiche assai moderne:  il patriziato  (L’aristocrazia veneziana era una categoria sociale relativamente aperta: ad essa si poteva accedere per grandi meriti e servigi offerti alla Repubblica. In pochi casi, per rimpinguare le finanze in tempo di guerra, la Repubblica vendette l’iscrizione al “libro d’oro” dell’aristocrazia. L’aristocrazia non era solo una classe di privilegiati, ma anche di servitori professionisti dello Stato, educati nell’università di Padova. Infatti i nobili veneziani lavoravano nell’amministrazione anche come segretari di ufficio, contabili, capitani di porto, e anche giudici. Per impedire il concentrarsi del potere in poche mani, garantire un certo ricambio e consentire al maggior numero di aristocratici di avere un impiego, tutte queste cariche erano di breve durata, spesso di un solo anno. Erano spesso mal pagate, tanto che molti nobili sopravvivevano grazie all’assistenza pubblica per gli aristocratici poveri);  i cittadini (distinti tra i cittadini nativi da famiglie veneziane, cioè di coloro che godevano della piena cittadinanza ed avevano accesso alle cariche riservate al corpo sociale dei cives, i cittadini di “dentro e fuori”, cioè i nuovi arrivati che godevano però della piena cittadinanza e della garanzia dello Stato sia dentro che fuori dai confini ed infine i cittadini di “solo dentro”, cioè di coloro che erano garantiti dallo Stato nel proprio territorio, ma non potevano accedere ai privilegi riservati ai Veneziani fuori dai confini);  e i foresti (gli stranieri di passaggio o recentemente inurbati o appartenenti al basso popolino: accedevano alle garanzie legali, ma non ai privilegi di cittadinanza, e la loro presenza doveva essere regolarmente registrata e sorvegliata).

Oltre ai fattori economici e militari che a partire dal XV secolo determinarono il declino e quindi la caduta della Repubblica di Venezia, compressa tra l’espansione dell’impero ottamano e le rivalità con gli spagnoli, i francesi e gli austriaci, ve ne sono altri che a mio avviso possono spiegarci le ragioni della rimozione di questa eredità storico-culturale che perdura tutt’oggi.  I tratti di spiccata indipendenza e soprattutto di laicità, come oggi potremmo definirla,  dell’assetto di questo Stato costituiscono le due caratteristiche della Repubblica che la Chiesa di Roma, ovvero i suoi Papi, non avevano mai potuto accettare. Infatti, nel quadro del predominio spagnolo in Italia, solo l’antica e potente Repubblica di Venezia era riuscita a conservare una certa autonomia, mantenendo anche rapporti politici ed economici con l’Europa protestante. Come testimonia la guerra dell’Interdetto, che ebbe inizio e pretesto con l’arresto ordinato nel 1606 dalla magistratura veneziana di allora di due preti accusati di reati comuni. Il rifiuto da parte delle autorità veneziane di riconoscere che il clero potesse avvalersi, costituendosi come corpo a sé, di un suo diritto e suoi tribunali  scatenò l’immediata reazione del Papato.

LA RIFORMA PROTESTANTE.

La divisione tra laici e cattolici come oggi viene rappresentata, nel timore di dividere una popolazione prevalentemente cattolica, è una finzione ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica. Nel nostro paese  è difficile affrontare  una tematica che comprenda la componente religiosa senza ricadere nel facile errore di  promuovere crociate o di assumere posizioni integraliste o fondamentaliste.  Siamo alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile. Come si manifesta il tabu? Attraverso la  constatazione che  nelle analisi e dibattiti  culturali o politici si tende a confondere  il “cattolicesimo” con il “cristianesimo”. E’ quasi un lapsus verbale: nell’esposizione degli argomenti si passa indifferentemente dall’uso del termine cattolico a quello di cristiano, come se fossero equivalenti. Politici, teologi, sacerdoti, intellettuali, opinionisti vari nel sostenere i propri principi e valori sembrano non avvertano  la necessità di distinguere tra i due termini, che rimandano a concezioni tanto diverse. Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta quella Riforma Protestante che ha costituito, comunque la  s’intenda,  una  svolta  selettiva culturale che ha indotto una vera e propria mutazione  nell’evoluzione  del mondo occidentale. Si rimuovono cinque secoli di storia durante i quali  buona parte della cultura europea ha assimilato, sia pure con varie modalità e contraddizioni, i principi e i valori della Riforma Protestante, mentre in Italia si è affermata una cultura  della Controriforma, chiusa ed involutiva.

Prima in Europa  poi nell’America del Nord, l’etica protestante  ha contribuito a liberare le forze propulsive di una intraprendente classe borghese, costruendo l’unità  delle istituzioni tanto  negli Stati federali come negli Stati centrali, mentre  in Italia, già frammentata dalla frequentazione secolare di invasori, ancora oggi si fatica a riconoscerne l’unità.  Se ieri i Piemontesi  si sono imbattuti nella “questione meridionale” e nel conflitto con lo Stato Vaticano, oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e  l’ingerenza della Chiesa Cattolica nelle vicende politiche e istituzionali.

Prendiamo  dunque atto che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità occidentale, è altrettanto vero che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso e conflittuale, vissuto ed agito non in un rapporto mediato da un ente terzo (il Diritto), ma attraverso l’appartenenza (la famiglia).  Da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con il proprio Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità)  concependo una società come somma di famiglie tendenzialmente autonome che vivono lo Stato come un’entità estranea e oppressiva, dunque ostile.

Perché oggi ci richiamiamo più facilmente alla storia degli antichi Romani, alle Crociate , all’epoca dei Comuni, al Rinascimento, al Risorgimento, all’Unità d’Italia, al Fascismo, alle due Guerre Mondiali e meno, per esempio, al Regno di Sicilia, alla Repubblica di Venezia o alla Riforma Protestante ?

Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci  ad altri paesi europei o agli Stati Uniti riconoscendoci tutti come cristiani. Ma in realtà siamo mossi dalla motivazione assai poco nobile di trovare facile conforto nel riscontrare che “così fan tutti”, senza rendersi conto che a parità dei valori di riferimento il popolo italiano  mostra comportamenti ben diversi, per esempio, da quello francese, piuttosto che  tedesco,  anglosassone,  scandinavo o  americano. Ne è un esempio il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica: la differenza è così  profonda  da non sfuggire nemmeno all’attenzione del  turista distratto dalle novità e differenze. Si tratta della  cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo.

Senza nulla togliere ai principi e valori del cristianesimo, che costituiscono tra altri il fondamento della cultura a cui noi apparteniamo, dobbiamo pure prendere atto che la Chiesa di Roma ha costituito in Italia un fattore di resistenza a quel progresso sociale ed economico che ha caratterizzato molti Stati europei, contribuendo a rendere il nostro Paese ancor oggi, dopo le celebrazioni in sordina a cui abbiamo potuto assistere del 150° dell’Unità d’Italia, un Paese incompiuto.  La formula Peppone vs. Don Camillo è stata una geniale  intuizione cinematografica che  ha ben rappresentato attraverso le maschere della commedia la profonda divisione di un popolo, la  sofferta convivenza di due ideologie totalitarie sullo stesso territorio e dentro le coscienze degli stessi individui.

L’opposizione da parte del potere della Chiesa di Roma contro l’autonomia, l’indipendenza, la laicità e la libertà dai dogmi per la conoscenza e ricerca della verità è stata la vera e profonda ragione che ha causato il declino e la caduta delle avanzate esperienze storiche del Regno di Sicilia e della Repubblica di Venezia,quindi la loro censura e il loro oblio nelle coscienze degli italiani, rendendone ancora oggi difficile il riscatto.

La cultura deve tornare ad essere vivente per renderci liberi e salvarci.




La storia

Ad alcuni  commentatori smaliziati di questi ultimi anni è apparso  paradossale vedere gli eredi del Partito Comunista Italiano battersi apertamente in difesa dell’unità della Nazione e dei valori della Costituzione, contro la minaccia mostrata dalla destra al potere   di indebolire  le forme istituzionali democratiche.

Solo vent’anni fa sarebbe stato improbabile assistere alle esibizioni del canto dell’inno di Mameli da parte di rappresentanti del PCI,  i quali   non   avevano mai nascosto una  certa diffidenza  verso la “democrazia formale”, preferendole le analisi storiche, economiche e sociali svolte in una cornice di contrapposizione ideologica tra blocchi.

La difesa in corso della nostra Costituzione (giusta ed opportuna perché è strategicamente inutile  voler cambiare qualcosa che va in rovina, quando si dovrebbe dapprima salvare ciò che si vuole cambiare)  ci offre l’opportunità di svelare una verità della nostra  storia, il fatto  che il ruolo assunto dalla sinistra in Italia, sia essa socialista che comunista,  è  stato  di fatto supplire  all’assenza di una classe borghese, derivata da una rivoluzione liberare e socialmente consolidata.

Questa verità nella storia italiana è stata soffocata durante il fascismo e in seguito occultata  dalla contrapposizione tra le due grandi ideologie fino a diventare un tabu sia per la sinistra che per la destra.

Non occorre essere di sinistra per riconoscere l’apporto determinante dato dalla “via italiana al comunismo” all’edificazione dello Stato liberale e democratico, a partire dal riscatto della Resistenza  da una guerra perduta tragicamente tra rovine materiali e morali, per approdare alla partecipazione attiva nella fondazione della Costituzione della Repubblica Italiana.

E’ questo il  motivo per il quale la destra italiana contemporanea recrimina con livore ed ostinazione sulla presunta prevalenza e dominanza della cultura  di sinistra, per esempio nell’editoria e nella scuola.  In questa invidia c’è l’ammissione della propria origine popolare del fascismo, culturalmente inconsistente.