ACTA iacta est ?

Per il libero pensiero, per la libera stampa ed ora per il libero Web.




Conosci Fava?

Come la protesta sul web ha modificato i rapporti di forza su SOPA/PIPA

Mentre negli Stati Uniti il Congresso ha abbandonato il progetto SOPA / PIPA, In Italia spunta un deputato leghista, tale Fava (nomen omen), con un emendamento ad una proposta di legge che dovrebbe adeguarsi alle norme europee, ma che in realtà minaccia il web.  Questa minaccia è ben più grave di quella della rottura dell’alleanza politica ‘lega-pdl’.  Occorrerà vigilare sulla posizione che l’attuale governo assumerà in materia.




SOPA? NO GRAZIE!

Contro lo Stop Online Piracy Act (SOPA) e il   Protect intellectual property act (PIPA) si è diffusa nel mondo la protesta di coloro che vedono in ogni limitazione ad internet una limitazione alla libertà tout court.  La proposta di legge, che pure si basa sulla giusta difesa dei diritti di autore, sebbene dibattuta negli Stati Uniti d’America in realtà produce conseguenze che riguardano direttamente tutti noi e per questo sarebbe importante seguirne gli sviluppi.

Si segnalano qui all’attenzione di tutti la posizione recentemente assunta dalla Casa Bianca e l’annuncio della preparazione di un prossimo sciopero generale della rete  entro gennaio.




La profezia dei Maya avverata: l’Antropocene.

Il petrolio ha trasformato Dubai: oggi la città vanta l’edificio più alto del mondo e quasi due milioni di abitanti che per vivere nel deserto arabico hanno bisogno di acqua desalinizzata e aria condizionata, e quindi di energia a basso costo.

Il termine Antropocene fu coniato nel 2000 dal  Premio Nobel per la chimica Paul Crytzen  per definire la  nostra epoca come la prima era geologica nella quale le attività umane sono state in grado di influenzare l’atmosfera e alterare il suo equilibrio. Un modo per comprendere, anzi vedere, come l’influenza umana abbia agito sul nostro pianeta ce lo  offre oggi l’antropologo Felix Pharand, fondatore di Globaia, attraverso una particolare cartografia della Terra che visualizza la realtà della ‘globalizzazione’.

Una volta, quando era di moda sostenere che “piccolo è bello”  si  invocavano i principi del “pensare globalmente e agire localmente” e del “pensare a lungo e agire rapidamente”. Oggi, quando tutti parlano di ‘globalizzazione’, di ‘tempo reale’, di ‘rete’ si pratica diffusamente il principio del NIMBY (Not In My Back Yard), chiusi nel proprio particolare, preferendo  badare al proprio orticello nel rimpianto del passato.

 




Cultura, democrazia e informazione. Passato e presente.

Se si riconosce alla cultura un valore aggiunto rispetto alla evoluzione biologica dell’uomo, dobbiamo anche prendere atto della sua apertura e della sua  natura essenzialmente democratica.

Il sapere, i valori, gli ideali, le credenze, le idee non sono beni di cui appropriarsi sui quali  si possa  esercitare un diritto di proprietà, ma sono dei codici che l’individuo deve assimilare  attraverso la formazione per  essere nel mondo.  Le idee sono dunque una  componente del nostro essere appartenente all’umanità.  L’uomo  è responsabile perchè  è libero e non esiste un copyright della cultura,  perchè essa è  patrimonio dell’Umanità.

Ho sempre provato un’intima e profonda soddisfazione, una felicità,  nel riscontrare in  autori magari vissuti secoli fa gli stessi miei pensieri, un’affinità nella visione del mondo, la medesima risonanza delle emozioni come quella che si sperimenta con l’ascolto della musica. E’ stato così che  mi sono sentito di appartenere all’umanità e alla storia. Non abbiamo bisogno di cercare intelligenze aliene: non siamo soli sul nostro pianeta.

Ma oggi c’è internet,  che affascina  intellettuali e  politici al punto di farla considerare come una nuova agorà, dove il popolo della rete può esprimere la più alta forma di democrazia partecipata. In effetti il vero valore dell’informazione, al di là del suo contenuto di  senso, sta nella sua libertà di circolazione, non necessariamente nella quantità o nella velocità di diffusione. Vedo nelle   tecnologie   ICT uno strumento di straordinaria capacità evolutiva per l’uomo, una vera protesi della intelligenza.

Tuttavia, l’intenso e veloce sviluppo di queste tecnologie  pone all’individuo il serio problema  di una capacità di adattamento  non ancora  pienamente acquisito. Posti di fronte ad un computer ci rendiamo conto che per utilizzarlo al meglio  necessita che il nostro  cervello si adatti al suo software al sua hardware.   Il computer per poter  esprimere  il suo massimo potenziale   ci richiede di ragionare come lui, che è digitale sia nell’hardware che nel software, mentre noi siamo digitali nel  nostro ambiente interno del sistema nervoso, l’elaborazione, ma siamo analogici nel  rapporto verso l’ambiente esterno, la percezione.

L’emergenza della cultura digitale ha creato una svolta radicale nella storia dell’umanità, le cui conseguenze ancora ci sfuggono in parte, ma quando fossero integrate  alle scoperte della biologia potrebbero portare la specie umana ad un nuovo livello evolutivo, forse non solo culturale. Fantascienza? Forse, ma,  ricordando per esempio che  quattro quinti della materia che compone l’Universo è oscura, di natura ancora sconosciuta  e che è  trascorso appena  un secolo dalla scoperta di una forma di energia di straordinaria potenza non percepibile dai nostri sensi, io ritengo che  convenga ragionare con la massima apertura e in  ogni  caso non ho dubbi che si commettono meno errori liberando l’immaginazione di quanto se ne commettono limitando  il progresso delle  scienze.

Ci si chiede se è auspicabile  l’uso diffuso e generalizzato di internet ai fini della  diffusione e della crescita della democrazia.  In verità, il  problema  posto da internet  non è tanto il suo uso libero o controllato, quanto l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione, per il quale posso in un tempo minimo acquisire e diffondere  una massa d’informazioni che non sono in grado poi di elaborare tempestivamente. Dov’è qui il processo di riflessione, il “lavoro psichico” come lo intende la psicanalisi? Davvero  si tratta di diffusione di idee e di pensieri o piuttosto di scambio compulsivo di  opinioni?  Si elabora e si decide una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?

Una cosa infatti è l’impiego del sistema numerico binario  per il funzionamento della macchina, altra cosa è ridurre il soggetto ad uno stato  afasico di  risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta  allo stato di un interruttore  che può accendersi o spegnersi.  Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a  risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione  dell’apprendimento;  perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi? Folgorati sulla via  della tecnologia corriamo il rischio  di  assimilare acriticamente la logica  del marketing, che vuole il  cittadino della società della percezione, magari informato, ma pur sempre passivo e addomesticato.

Navighiamo in una realtà  virtuale in cui la relazione  viene affidata  sempre più alla percezione visiva e immediata di neomessaggi (sms, mms, e-mail, blog, youtube…), dal momento che  l’efficienza dei siti si basa sul controllo della densità spaziale dell’informazione, ovvero l’obiettivo di riempire quanto più possibile di messaggi lo spazio dello schermo.  Se è il mezzo a determinare la comunicazione, allora il linguaggio visivo della comunicazione via web è quello più veloce, in tempo reale, costituito di parole-immagine che non devono essere lette, ma viste, percepite. Così si  passa dalla lettura della parola, sintesi di una elaborazione di significato,  all’immediatezza del gesto digitale, apparentemente più concreto ed efficace che può confondersi con l’azione.

in questi ultimi  anni vi sono poi state occasioni di comunicazione politica via internet che hanno dato risultati sorprendenti. Penso alle adunanze dei pacifisti, del “popolo viola”, come alle adesioni ad appelli divulgati a  salvaguardia  della Costituzione o per contrastare leggi ritenute ingiuste (per non parlare della rilevanza che tali comunicazioni hanno avuto nello sviluppo dei recenti movimenti popolari di  rivolta in Nord Africa).

Tutti questi eventi sono fenomeni positivi  fin quando vi prevale la forte motivazione derivante dal contenuto dei messaggi, ma  quando queste azioni diventassero sistematiche ed abituali, il rischio che si correrebbe  è che la partecipazione stessa perda di significato e che il gesto della digitazione su una tastiera diventi  un rituale  di una nuova liturgia massmediale.  Un po’ come avviene con quel gioco per cui ogni parola ripetuta più volte perde il significato per diventare un suono strano.

Alla perdita di senso si aggiunge inoltre la tendenziale perdita di responsabilità in relazione alla facilità di una pratica che si riduce ad un comportamento, ad un gesto, e in relazione alla  sicurezza procurata dall’anonimato. Si  osservi infatti come nella comunicazione sul web.2  prevalga l’uso di pseudonimi  con i quali si cela la propria identità.  La maschera del carnevale, oggi avatar, ci libera nell’espressione.

 




Cultura, democrazia e informazione. Presente e futuro.

L’enorme successo di Wikipedia in questi  dieci anni dalla sua messa in rete, 60 milioni di consultazioni al giorno,   suggerisce a molti un ulteriore esempio della democraticità  di internet: una cultura che nasce dal basso.  E’ da condividere  tale entusiasmo ?

In effetti, Wikipedia  e tutte le iniziative che portano  il sapere nella universalità della rete sono da considerarsi operazioni culturali rivoluzionarie, paragonabili a quella avvenuta cinque secoli fa con la traduzione della Bibbia dal latino in tedesco e la sua stampa, che da allora ne  permise la diffusione al di  fuori del controllo della Chiesa.  Tuttavia, non si tratta di una “cultura  fatta dal basso”, piuttosto della diffusione orizzontale della cultura esistente, non importa qui se alta o bassa, per opera di volontari  che agiscono al di fuori dei circuiti della cultura accademica.  Essa   costituisce  una buona pratica di democrazia,  di ciò che  significa essere  “per il popolo”.

Non è tutto.  Mentre Wikipedia cresce e si diffonde,  altri progetti innovativi,  forse ancor più rivoluzionari e destinati a sconvolgere ogni rapporto esistente con la cultura e dagli sviluppi imprevedibili, sono stati  lanciati: pochi anni fa il progetto Google books, consistente nel digitalizzare  tutte le biblioteche del mondo, al fine di rendere disponibile  a tutti la consultazione on-line di tutti i libri esistenti e più recentemente il progetto  avviato da  un gruppo di Harvard con il quale si sta cercando di creare una “Biblioteca Digitale Pubblica degli Stati Uniti”, contando solo su finanziamenti provenienti da una coalizione di fondazioni private, che si propone  di rendere accessibile gratuitamente il patrimonio culturale americano non solo a tutti gli americani ma al mondo intero.

Già avviati attraverso accordi con alcune tra le principali Biblioteche  USA universitarie e nazionali, tali progetti rivelano una valenza di portata pari solo al Progetto Genoma Umano,  da alcuni anni concluso. (nota)

Simili progetti possono anche’essi  apparire  ambiziosi e di difficile completamento, ma sotto ogni svolta rivoluzionaria del pensiero e della scienza dobbiamo  riconoscere la  realtà e il valore di  quei lavori poco visibili  con i quali si mette ordine nel  sapere e i risultati che ne derivano costituiscono letteralmente il  fondamento, al punto che col tempo non ci meravigliamo più del loro uso.  Si pensi  alla   formazione di  Vocabolari e Dizionari, dei criteri di classificazione in una  scienza, alla realizzazione, appunto, del  Progetto Genoma Umano,  sorta di dizionario dei geni dell’uomo.

Wikipedia e  questo due progetti di digitalizzazione delle biblioteche progetto  possono essere considerati come la realizzazione del sogno illuminista dell’Enciclopedia Universale, siamo di fronte alla realizzazione virtuale della Biblioteca di Alessandria.

Oggi il problema è: come la Università e la Scuola  potranno adeguarsi a tali rivoluzioni? Si tratta  questo di uno dei problemi cruciali della società contemporanea. Accade già oggi che dalla ricerca assegnata ai bambini della scuola elementare fino  alle tesi di laurea presentate  nelle Università, Wikipedia e Google rappresentino ormai una fonte irrinunciabile per il reperimento delle informazioni che servono per le loro elaborazioni.  Un data base, Wikipedia, costituito oggi da oltre 10 milioni di voci o articoli tradotti in 250 lingue  fanno ben storcere il naso al mondo accademico che ha instillato il dubbio sull’attendibilità delle informazioni in esso contenute.  Più realisticamente, e modestamente, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado non si fanno certo alcun scrupolo nell’usare l’enciclopedia on-line per la propria formazione e aggiornamento,  anche per l’esigenza di mantenere  un rapporto di parità e un contatto con i nuovi discenti spesso più smaliziati di loro.

Certo è che, a fronte degli sviluppi potenziali di queste tecnologie, le riforme scolastiche, in particolare le sedicenti tali del nostro paese, appaiono anacronistiche e ridicole. Piuttosto che insistere con programmi strutturati per materie che pretendono di approfondire, sia pure a diversi livelli, tutti i temi del sapere umano, occorrerebbe reimpostare diversamente e radicalmente l’insegnamento fondandolo sul metodo di studio e quindi all’uso degli strumenti moderni dell’ICT che  mettano gli allievi nelle condizioni di “navigare” con proprietà e sicurezza tra le varie discipline,  acquisendo la capacità di costruire,  al momento del bisogno e in autonomia,  il sapere al livello adeguato al compito richiesto.

Tutto questo, naturalmente, senza rinunciare ad una formazione più completa ed esauriente della persona che solo la relazione umana e la cultura umanistica possono garantire.

Facciamo un esperimento teorico.    Ipotizziamo che tutti i libri, gli articoli, le ricerche, le opere che  costituiscono  il sapere umano fossero digitalizzati e distribuiti in una  enorme rete di ipertesti, su cui poter eseguire liberamente le più diverse elaborazioni.  Immaginiamo quindi di avere l’interesse di  apprendere un determinato argomento. Estraiamo allora  tutte le fonti disponibili, per esempio i diversi autori che si sono  applicati a quel argomento e  cominciamo a creare  hyperlink inseguendo le nostre ipotesi o intuizioni. Ebbene, solo accostando tra loro diverse tesi ed opinioni espresse nel tempo e da differenti soggetti su un medesimo argomento, solo utilizzando quel metodo che  ben conoscono i critici e gli  estensori di tesi di laurea compilative, quante nuove ed interessanti verità potremmo svelare, verità che gli stessi singoli autori non avrebbero potuto  immaginare?

Il fenomeno  va considerato come una  ricombinazione di idee , in analogia a quanto avviene per la costituzione di un nuovo genoma in un nuovo essere a partire dai geni parentali: le nuove idee come nuove vite. Rimane il dilemma  posto da queste tecnologie,  ovvero stabilire se le regole della democrazia possano essere applicate alla scienza.

Si sostiene che Wikipedia sia democratica  in quanto conoscenza che si costruisce dal basso.  Una produzione della verità cui si può arrivare attraverso l’accumulazione degli apporti e delle correzioni collettive. Questa convinzione procura non poche preoccupazioni  al nucleo fondatore dell’enciclopedia nella misura in cui  applica  la regola, in verità non democratica, secondo cui la maggioranza ha ragione.  Ci troviamo ancora una volta all’interno di un pensiero ideologico che concepisce il popolo depositario di una naturale saggezza, che origina il peccato nella conoscenza concepita come la pretesa dell’uomo di essere come Dio, che pretende di condizionare la conoscenza ad una predeterminata visione etica, che indulge sul pensiero della “pancia” dopo averlo separato dalla “testa”.

Tale impostazione pretende di compensare la scarsa conoscenza e assimilazione della logica del pensiero scientifico.  Se l’informazione viene manipolata e occultata da chi la produce, la detiene e la  distribuisce essa diventa una merce, ovvero uno strumento di controllo sugli uomini che vengono in tal modo gerarchizzati  distribuendo loro  gradi diversi di accessibilità all’informazione, sempre però avendo i due limiti della dalla censura e del segreto.  In questa  posizione trova riscontro il cinismo del potere, secondo  cui  il popolo, quando afferma di volere la verità, alla quale per altro le costituzioni democratiche  garantiscono il diritto, in realtà vorrebbe soltanto delle spiegazioni.

Occorre tener ben presente che  gli elementi fondamentali della democrazia sono costitutivi della scienza,  dal momento che questa si fonda sulla dialettica di verificabilità e falsificazione delle proprie formulazioni, potenzialmente aperta a tutti.  Applicare le regole della democrazia alla scienza? Il vero problema che dovremmo porci è  dunque il contrario, ovvero  se è possibile applicare le regole della scienza alla democrazia.  La  visione di  internet come un’agorà  rappresenta, pur nella sua entusiastica semplificazione,   una  valida  piattaforma  per impostare  la ricerca di un risposta corretta al problema.