Flat tax, sed tax?

Il presente è un raccontino da me scritto l’8 di giugno del 2018. La data è importante perché nel racconto c’è la previsione di un piano premeditato per introdurre la Flat Tax, quella che a mio avviso arriverà a colpire gli italiani con la forza di uno tsunami ma con effetti dilatati nel tempo e per moltissimi anni.



Nel 2018 postavo su FB questo racconto (ogni riferimento alla realtà è puramente causale): 
“Nel paese dei Boccaloni una persona senza scrupoli, con le dovute amicizie, pensò: “Se riesco ad abbassare l’aliquota massima (tecnicamente aliquota marginale) anche di un solo punto ci guadagno e più sono i punti e più guadagno. Senza-scrupoli era una persona ben in vista che per decenni aveva governato Boccalonia.  La trama: C’era una volta una volpe, un uomo pratico e astuto, sempre in cerca di modi per fare soldi. Le gabelle, da sempre odiate, erano ritenute da tutti troppo alte e tutti pensavano dovessero essere abbassate. 

“Certo, pensò, non posso proporre io una legge per abbassare l’aliquota massima, il gioco sarebbe troppo scoperto, mi salterebbero tutti addosso. Bisogna che ne parli al gatto”.
“Sai gatto, c’è una legge che viaggia in Europa e anche in altri paesi, che si chiama flat tax, una tassazione con una sola aliquota per tutti”. E spiegò che il trucco consisteva nell’abbassare l’aliquota massima e trarre per il resto in inganno.
“E come la giustifichiamo?” disse il gatto.
“Diciamo che questo sistema è già stato sperimentato altrove e che fa bene all’economia, diremo che gli imprenditori risparmiando sulle tasse investono di più e poi ché essendo meno tartassati pagheranno più volentieri le tasse e diminuirà l’evasione”
“E se la bevono?”
“Se la bevono, se la bevono… anche perché un po’ ci penso io con le televisioni, un po’ perché è un popolo di analfabeti, ma ci pensi… Flat Tax? aliquota marginale…? che cosa vuoi che ne capiscano e soprattutto perché quello che ci interessa è diminuire l’aliquota non tenere duro sulla flat tax che peraltro è incostituzionale”
“Ma come… sei tu a dirlo?”
“Ma certo che è incostituzionale! E noi gli piazziamo due aliquote e raggiriamo la Costituzione e quelli felici di avere vinto neppure se ne accorgono”
“Geniale, ma io che ci guadagno?” chiese la felpa.
“Ma come” disse il caimano” non l’hai capito, tu fai il premier del centro destra, ti lascio il posto. La flat tax la proponi tu e nessuno sospetterà di niente”.
“Ma la gente si incazzerà se diminuisci le tasse solo ai ricchi?”
“E chi a detto che le diminuirò solo ai ricchi io voglio diminuirle a tutti, un contentino a tutti se no i boccaloni come li pesco”.
“E il debito pubblico? prima o poi si accorgeranno che mancano i soldi”
“Poi… ma noi li prendiamo prima”.

IL gatto e la vope hanno un unico obiettivo: diminuire l’aliquota massima, detta marginale, da molto prima della campagna elettorale (marzo 2018) . Della FLAT TAX non gliene può importare di meno, è solo uno specchietto per allodole (5 stelle e boccaloni). Il piano è studiato perfettamente:
1- un nome inglese e in modo che l’elettorato non ci faccia caso;
2- incostituzionale in modo che gli avversari credano una loro vittoria aver ceduto su due aliquote;
3- rimettere come sempre tutti sulla stessa barca offrendo risparmi di imposta a tutti in modo che i pesci di tutte le razze abbocchino;
4- convincere i poveri che saranno meno poveri dando i soldi ai ricchi con le televisioni;
5- sanare il buco di bilancio con un maxicondono;
6- dissanguare il movimento 5stelle che sarà abbandonato da tutti quelli di sinistra lo hanno votato e vincere senza avversari le prossime elezioni appena avranno intascato la flat tax e fatto cadere il governo.

Qui terminava il racconto postato nel giugno 2018.

Già nel nome l’inganno: “flat tax” un nome inglese, che per di più tradotto significa “tassa piatta” un termine incomprensibile a sua volta ai più, ma che anche chiarito in “aliquota unica”, la maggior parte della gente ancora non intende perché non sa che cosa sia tecnicamente un’ aliquota progressiva e ancor meno un’aliquota condensata (aliquota reale di tassazione) che per i super ricchi coincide, a meno di decimali, con l’aliquota marginale: arabo.

L’entrata in vigore di questa tassa (imposta) è cosa che procurerà una perdita allo Stato che causerà un lento ma inesorabile tracollo in primo luogo della sanità. In modo graduale e strisciante, a partire da due anni della sua entrata in vigore, un ammanco di denaro pubblico costringerà ad aumentare i tiket, a diminuire le esenzioni e aumentare il ricorso a privati con conseguente rinuncia progressiva a curarsi.

Grazie a un a diffusa ignoranza popolare, anche in merito al sistema di tassazione, è possibile con mosse dozzinali aumentare le disuguaglianze sociali con la complicità e il consenso delle vittime. 

Questa complicità è resa possibile da una propaganda che attacca i contributi in denaro alla Cosa Pubblica coinvolgendo con condoni e possibilità di evadere praticamente tutti che in grande ma anche in piccolo (con uguale colpa) colgono l’occasione per essere “ladri” ritenendosi furbi.

Questa mentalità popolare che inerisce pesantemente la morale,  è la Cultura di una Nazione e segna il suo destino civile, ma anche economico. E ancora non si capisce. Solo la cultura ci salverà.




Il ‘68

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus “,  la rosa primigenia esiste solo nel nome, del passato possediamo soltanto nudi nomi. Che ne è stato del passato, della vicenda umana, di ogni singola esistenza? di tutto l’amore come del dolore? delle passioni come dei sentimenti di tutta l’eternità delle genti che ci hanno preceduto e che come noi hanno vissuto?  Senza nome il passato è nudo, ma potrà mai essere di conforto un nudo nome? Che ne è stato del profumo? Dell’odore della rosa? E di quello del sangue? E’ un’esperienza vissuta, non la memoria, né riflessione, né un nome che ci fa cogliere l’essenza della realtà”.

Quanta ignoranza. Ho sempre detestato la storia studiata su i libri di testo, una raccolta sterile di date e di bellicosi eventi, ritenuti da pedanti sedicenti storici i più “significativi”. La storia è stata una materia che non ho mai amato. Fredda,  arida, qualcosa da mandare a memoria, senza possibilità di coinvolgimento alcuno. Date, nomi, battaglie. Solo nella maturità ho compreso che non era la materia a essere arida bensì la sua narrazione. La mancanza d’amore, di creatività, di fantasia e d’impegno da parte dei docenti, inchioda la conoscenza sulla superficie piatta di nozioni prive di colore e di sapore. 

Solo a dispetto della scuola, ho capito che la storia non va letta ma vissuta: è storia solo quello che rivivi, ciò che risveglia i sentimenti, gli odori, i colori delle genti passate, quello che fa dono agli occhi di vedere quei mondi, i mondi che noi, proprio noi, siamo stati e che nella storia sulla nostra pelle devono tornate a vivere. Parlo dell’odore dell’aria e il sapore della miseria e del sangue che lo spirito, quello di tutti, respirava. Musica e odore del tempo. Parlo di un viaggio astrale in cui si libera l’immaginazione e l’anima vola sui luoghi passati per vivere il passato come presente.

Solo nella maturità mi sono accorto che non c’è storia sui libri, solo un nudo scheletro, nudi nomi, anatomia di uno spirito cadavere che diversamente ha bisogno di carne oltre che di  ossa, che ha bisogno di un corpo per un vivo sentire.  Solo nella maturità mi sono accorto di cosa è stata la scuola. Mi sono convinto così che i veri libri di storia sono l’arte e la letteratura. Leggere, veramente leggere, per piacere e anche per capire, cercare; fare in modo che le parole, le emozioni in altri secoli da altri vissute, rivivano in noi, per provare tutto o quasi tutto, in un modo che ti cambia la vita. 

Non ho spazio qui per raccontare il ’68, è mio desiderio solo offrire all’insipienza sterile che vede solo i nudi fatti alcuni spunti su cui riflettere su come lo spirito muti sulle onde mai uguali del tempo. Mai fummo gli stessi, in nessuna epoca, nessuna epoca fu mai uguale. Il serpente muta la pelle e in ogni spira progredisce così come l’acqua del fiume non è mai la stessa. 

Per comprendere 

La superficialità di chi vive solo la propria vita, di chi vive solo il presente, solo il “qui e ora”, è esasperante e causa di tutta l’incomprensione dovuta a una coscienza che si fonda sul nulla, perché coscienza è temporalità, spessore dell’esserci legato al tempo. Crisalidi senza passato viaggiano nel presente senza futuro. 

Pensate a un mondo senza princìpi, regole, leggi e capite come le leggi ci proteggono , capite perché fin dalla nascita abbiamo dei doveri, il dovere di proteggere i principi, le regole, le leggi. Anche appena nati nasciamo con dei doveri, già ci compete la cura dell’essere. Delittuosamente la scuola questo non lo insegna. 

La Bibbia. Eppure un mondo feroce e crudele per decine di migliaia di anni è esistito, decine di migliaia di anni prima che un libro nato solo l’altro ieri, ponesse fine al “libero assassinio”, al “libero stupro” e  alla crudeltà come valore assoluto dell’ esistenza e  con unico rimedio la vendetta.  Quel libro realizzò la rivoluzione avvalendosi del timor dei, dell’autorità di un inesistente Dio in ossequio alla sua inesistente Volontà e con un premio di eterna felicità: il Paradiso.  Ebbene credibilmente solo una potentissima superstizione ha potuto tenere a freno la ubris, la folle violenza della natura e degli uomini. 

E sì, un tempo esistevano gli orchi. Nelle leggende molta verità. Cose orribili e impensabili minacciavano i nostri figli. I nostri figli non si dovevano allontanare da soli nel bosco o potevano venire cotti e sbranati da uomini affamati, esiliati dalla città che morivano di fame e prima di questo essere stuprati. Riuscite a immaginarvi un simile mondo? In cui tutto, tutto ha questo “odore” e “sapore”? Un mondo in cui le donne non potevano mai uscire sole di casa? Per migliaia e migliaia di anni. Uscire sole di casa avviene solo oggi. E non in tutto il mondo.  

Posate la testa sul cuscino e prima di addormentarvi  viaggiate, viaggiate quanto potete, penetrate le tenebre del tempo, vivete il nostro passato.

Questa è la storia. IL sessantotto. “La società ci rende infelici” così comincia l’adagio di un documento di un movimento olandese nel ‘67: i Provos.

Contrariamente alle cronache che riportano sterili fatti senz’anima di un movimento di studenti strumentalizzato da gruppuscoli  pseudo comunisti, che si scontravano con la polizia nelle piazze, creando disordini nelle università,  il ’68 fu un movimento planetario, una rivoluzione culturale, qui come altrove, una liberazione dell’anima dai pregiudizi di ogni sorta, un inno alla gioia e alla libertà; lo scrollarsi di dosso un’incancrenita crosta di perbenismo borghese che soffocava il cuore, una “ribellione, come si diceva allora, contro il Sistema”, il conformismo, il perbenismo, l’ipocrisia, la repressione  e l’ordine costituito, i suoi dogmi, il suo autoritarismo. Denudarsi le liberazione,  via le divise, via anche i vestiti. Only thrue long hair. Solo lunghi veri capelli. Portò in primo piano l’uomo e con l’uomo “la persona”, la nuda anima, il rispetto per la persona, persona  concepita e percepita per la prima volta  come uguale in tutti senza alcuna possibilità di discriminazione. Nasceva così, senza doverlo dire, il “Rispetto”,  rispetto per la donna, per i figli, per gli amici, per il prossimo e per la terra.  Il disprezzo per le convenzioni, il conformismo, le regole,  l’ipocrisia. Un grido di libertà per tutto il pianeta: cittadini del mondo, non più confini, non più barriere. Bianchi e neri insieme. We shall overcome. Dylan, Baez. I concerti.  La musica. 

Con il ’68 le donne non erano più puttane. Si parla “con le donne” e “non delle donne”. Le ragazze madri non più confinate in istituti o per la strada, o sposate per convenienza. Le mogli non più fattrici. Amore e non solo sesso, fine della santificazione della verginità che una frase ricordava portare il cancro. Contestazione della Chiesa nella superstizione religiosa e nelle cerimonie.  Dei falsi miti del denaro e del potere. Riconoscimento dell’uguaglianza di tutti, degli omossessuali, non più culi o lesbiche ma persone, come tutti gli altri…persone. Uguaglianza di razza, di ceto, di genere . Non più “padre padrone” e figli sottomessi di proprietà del padre, non più proletariato forza lavoro, non più il despota che aspetta il figlio maschio per continuare il nome e disprezza la femmina come cosa da sistemare….

Il pensiero del ‘68 fu un modo di sentire prima ancora che di pensare. Il sentimento lo portò la musica. Il “fumo” fu anche calumet della pace e dell’amore. E tanta, tanta musica. Un nome per tutti: Dylan. Un cambiamento epocale di mentalità che ha fatto la storia dell’umanità occidentale.

Gli occhi degli stolti guardano “i fatti” e nella loro sterile e infelice lettura della storia, non arrivano a capire i sentimenti che erano dentro di noi: colori odori e sapori di libertà che hanno rivoluzionato lo spirito e donato un nuovo cuore che con nuovi occhi ha rivisitato il mondo. 

Un caldo vento di primavera che ha attraversato tutti quelli che il ’68 lo hanno vissuto e non certo quelli che semplicemente ci sono stati. Si apre un rapporto di amicizia in cui è bandita la convenienza, in cui è considerato amorale servirsi degli amici per ottenere favori, o raggirare le donne per ottenere sesso; un interesse per la politica e per il sociale, ispirata alla vera globalizzazione di uomini uguali senza confini in un modo di pace.

Mirabili cose cui fecero seguito, divorzio, la legge sulla maternità cosciente, il nuovo diritto di famiglia, il servizio civile, la legge sui manicomi e mise fine alla tormentosa tragedia che ha afflitto l’umanità: il bastardo. Il bastardo di fatto è stato il più grosso problema di conflittualità tra i gruppi prima e tra i popoli. Questo millenario problema si è risolto in Italia solo col Diritto di famiglia e il riconoscimento dei figli naturali e solo 5 anni fa in via definitiva per i problemi ereditari. 

Il superamento di un problema centimillenario che meriterebbe tutta una letteratura in tutti i suoi passaggi diacronicamente e anche sincronicamente considerati, e che da solo darebbe pieno merito al ’68; un problema che non viene neanche sfiorato non solo dal popolo ma neppure dalla insipiente casta intellettuale dei sedicenti storici, dai giornalisti, dai politici o dai commentatori storici chiamati in televisione a narrarci la storia.  Per costoro il ’68 è stata la storia dei gruppettari pseudocomusti, degli scontri di piazza,  delle molotov, delle occupazioni, del 6 politico, dei caroselli, degli anarchici, dei Valpreda, dei Pinelli, dei Cohn Bendit, dei Rudi Dutschke, delle Brigate rosse, etc…. che beninteso pure nella loro verità ben meritano di essere raccontate.  Ma che né è della rosa?  dello Spirito della vicenda umana?

Chi si è accorto dell’importanza del ruolo fondamentale del bastardo nella storia? Avete mai trovato niente di simile sui libri di storia? Eppure il bastardo ha fatto la storia e grazie al ’68 una vicenda e una tragedia di centinaia di migliaia di anni ha avuto fine. Il’68 in pratica cambiò e migliorò i rapporti umani in tutta la civiltà occidentale. Un’onda impressionante che si è spenta atterrando sull’ignoranza ma che ha lasciato la traccia indelebile di un mutamento. 

Ho 70 anni e ho vissuto per venti in un’epoca di aborti clandestini su tavoli di marmo, di divorzi all’italiana in cui il marito doveva uccidere al moglie per questioni di onore, di ragazze madri considerate puttane messe in istituti o vendute a uomini maturi, di figli ignorati da padri padroni, un’epoca borghese di ipocrisia e perbenismo in cui venivano sottolineate le distanze sociali fino all’umiliazione, un’ epoca in cui i poveri vestivano da poveri, un’epoca in cui si temeva in silenzio e a testa bassa “quello che diceva o pensava la gente” di noi, un’epoca in cui marito e moglie litigavano spesso e qualche volta si picchiavano ma non potevano separarsi.  Un’epoca  si servi e padroni, di sfruttamento e perquisizioni in fabbrica, di caroselli della polizia, di bande di quartiere, pugni d’acciaio e coltelli serramanico, e “la legge l’era de dai via ma anca quela de ciapai”,  bulli di periferia in tutti i quartieri. Tutte cose che impestavano l’aria più dello smog. Distanze enormi tra adulti e bambini dove i bambini erano gli ultimi… anche ad essere serviti nei negozi e io ero bambino. E se un adulto ti sgridava ti pisciavi addosso. Io vedevo. E poi ancora storie folli ed esasperanti sulla verginità, dove un uomo era disonorato se sposava una donna dopo averla sverginata;  il clima: un insopportabile ipocrita perbenismo ovunque, incancrenito nella bigotteria di una società borghese casa, chiesa, cesso, fatta di odi, invidie, rancori, pettegolezzi e maldicenze. 

ll ’68 dove poté arrivare spazzò via tutto questo con il vento della primavera. Valori come rispetto, uguaglianza, libertà, hanno modificato irreversibilmente tutta la civiltà occidentale.  Solo insulsi, vuoti nell’anima, possono pensare che lo Spirito del ‘68 abbia raggiunto tutti e tutti nello stesso modo.  “Non uccidere” ha detto la Bibbia 3000 anni fa e voi pensate che questo abbia raggiunto tutti? o per il fatto che non ha raggiunto tutti il comandamento sia senza valore? 

I valori del ’68 non sono giunti a tutti e non a tutti nello stesso modo, la strada è ancora molto lunga e altre e molte sono le difficoltà e molte critiche vanno ancora fatte ma la miseria con cui sedicenti storici, giornalai e i politici guardano alla cosa è imperdonabile come imperdonabile è la miseria dei commenti  dell’uomo della strada. Il ’68 ha cambiato il mondo e ancora oggi non so come questo abbia potuto accadere, forse un angelo volò attraverso il pianeta e suggerì  quella musica che precedette l’evento  e ridisegnò lo spirito di tutti e di ciascuno.




Il principio di finalità esterna

“La massa non sa cosa sta succedendo e non sa neanche di non saperlo” (Noam Chomsky).  In uno stormo di uccelli un uccello ha due scopi, uno definito interno che riguarda la propria personale esistenza, l’altro servire lo stormo. Lo stormo si serve dell’uccello per portare avanti una propria finalità in cui l’individuo compare solo come “la parte del tutto”. Questa finalità esterna all’individuo condiziona all’individuo tutta la sua esistenza ma l’individuo non ha alcuna coscienza di agire per conto dello stormo.

Esistono quindi due livelli di “coscienza”, uno interno e uno esterno; e perché il tutto, nell’interesse di tutto e di tutti, funzioni ossia sopravviva, è necessario che l’individuo risponda alle esigenze del tutto o sarà sacrificato. Questo breve racconto descrive una necessità naturale e può benissimo essere letto in chiave metaforica anche per quelle che sono le esigenze umane; nella sua sostanza il principio di finalità esterna può essere applicato anche alle comunità umane.

Distinguiamo ora una morale interna o semplicemente “morale”, da una morale esterna o “etica”. Chiameremo quindi morale quella che si riferisce all’individuo e etica quella che si riferisce al sociale. La morale interna regola i comportamenti individuali fondati sulle pulsioni “naturali”: sesso, possesso, gelosia, orgoglio, qualità innate che vedono il mondo egocentricamente solo nell’utilizzo. La domanda nei confronti dell’ambiente è sempre la stessa “che cosa mi serve?”. Questa morale si oppone all’etica, la quale in quanto volontà esterna esige diversamente per “la convivenza” regole diverse dalla morale. La convivenza fissa le regole per la sopravvivenza o anche la migliore sopravvivenza del gruppo. Queste regole sono differenti da quelle che muovono all’azione il singolo e costringono l’individuo a rinunciare in tutto o in parte alle sue pulsioni dandogli un’ idea di privazione della sua libertà. In biologia le regole stabilite dalla natura sono rigidissime e l’individuo obbedisce senz’altro salvo essere eliminato, la natura è una dittatura perfetta. “Morale” e “etica” coincidono.

L’avvento della coscienza porta libertà ma porta anche ribellione, i due piani interno ed esterno cominciano a “scollarsi”. Il piano esterno anticamente solidamente nelle mani della Natura passa ora nelle mani della Cultura, una struttura sopraindividuale che comincia una sua vita autonoma anche dalla natura, e che non è immediatamente nella coscienza dell’individuo. Questa struttura culturale è nota come “sistema sociale”. Il sistema sociale è costituito dall’insieme delle regole, dei simboli, degli umori condivisi da un gruppo, da un popolo, da una nazione. Ora, nella cultura, è chiaro che bisogna avvicinare la morale all’etica attraverso l’educazione o imporre l’etica alla morale. 

La particolarità del sistema esterno è di non essere cosciente agli individui alla nascita e di portare agli individui valori “nuovi”, esterni, per impostare e determinare il comportamento. In dipendenza dell’educazione ricevuta (o non ricevuta) in molti individui l’etica rimane imposta, ignota e ostile fino alla morte. Questi nuovi valori esterni che costituiscono la tradizione e la memoria del gruppo, sono il frutto di centinaia di generazioni e costituisco quello che si definisce come “Patrimonio Culturale”. Le regole riguardano la possibilità della convivenza che per migliaia di anni hanno tenuto conto principalmente della morale legata alle primordiali pulsioni innate. Per tenere stretto il gruppo il regime di potere, sistema esterno, non poteva che tenere a freno l’individuo e somigliare nella guida del gruppo al tipo controllo che la natura ha sull’individuo, ossia dittatoriale. Il potere stesso non aveva tuttavia coscienza delle regole che si venivano a determinare ma agiva sempre in dipendenza del principio di finalità esterna in dipendenza dell’ambiente, ambiente che ha continuato ad agire come influenza esterna al potere stesso. 

Orbene, solo recentemente nella storia sono venuti in essere nuovi sentimenti quali: empatia, compassione, misericordia e derivati; intendimenti morali che vanno a costituire giustizia, politica, verità e felicità. Questi sentimenti pongono in essere la necessità di “nuove regole” che non essendo possedute per natura devono necessariamente essere apprese. Non per natura ma per cultura, Etica, Giustizia e Verità si oppongono a tutte le ribelli pulsioni innate reprimendole e dando all’individuo un’idea di oppressione. Per la pancia esiste solo “mangiare, sesso e dané” e una istintiva avversione per la cultura che tende a controllarle e a reprimerle. 

In conclusione, senza educazione emergono tutte le istanze egoistiche individuali relegando l’individuo, che del sociale non ha coscienza, a esprimersi solo con la “pancia” (sesso, possesso, gelosia, orgoglio) e a rifiutare la cultura come un’inopportuna costrizione. Questo atteggiamento egocentrico nel bambino senza educazione diviene egoista e moralmente scorretto nell’adulto. L’insieme di atteggiamenti egoisti anche se tutti gli egoisti sono solidali perché tutti si riconoscono nella pancia, farà franare il formicaio. È la fine della solidarietà e l’inizio della decadenza.

In conclusione, senza educazione emergono tutte le istanze egoistiche individuali relegando l’individuo, che del sociale non ha coscienza, a esprimersi solo con la “pancia” (sesso, possesso, gelosia, orgoglio) e a rifiutare la cultura come un’inopportuna costrizione. Questo atteggiamento egocentrico nel bambino senza educazione diviene egoista e moralmente scorretto nell’adulto. L’insieme di atteggiamenti egoisti anche se tutti gli egoisti sono solidali perché tutti si riconoscono nella pancia farà franare il formicaio. È la fine della solidarietà e l’inizio della decadenza. Qui, c’è anche chi , come Matteo Renzi, pensa di recuperare i voti perduti rivolgendosi con format televisivi “culturali” in un’operazione di marketing, alla pancia.

Orbene, operazioni di propaganda e falsificazioni sono state perpetrate in ogni regime politico, in particolare le dittature, e all’uopo sono stati stilati “decaloghi” precisi e puntigliosi su come abbindolare il popolo. Esemplare è stato quello di Joseph Paul Goebbels, che merita di essere letto, ma di recente ce ne sono stati molti altri e di uno in particolare comparso in un post di FB voglio citare un punto:

(Omissis) 5. Rivolgersi al pubblico come ai bambini

“La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile”

L’autore del decalogo intravede nella “pubblicità” una volontà malevola nell’abbassare l’età del pubblico a cui si rivolge come si trattasse di un inganno. Non è cosi! Il pubblico ha veramente quell’età e la pubblicità funziona proprio e perché il pubblico ha quell’età. Il che ci insegna che l’unico, solo, insostituibile modo per non sottostare alla propaganda, a qualsiasi propaganda, e con ciò progredire in civiltà è elevare l’età mentale delle persone (la mentalità) affinché il cuore si rivolga alla testa e non alla pancia. 




Propaganda vs verità

Ci si stupisce in questa campagna elettorale della bassezza delle cose dette e dei metodi usati. Si dice che ne uccide la penna più che le armi. Si dice ma non si comprende, ecco la dimostrazione:

l’intelligence della gran parte della propaganda elettorale obbedisce fedelmente ai principi formulati da Joseph Paul Goebbels, Ministro della Propaganda nel Terzo Reich dal 1933 al 1945, uno dei più importanti e geniali (genio del male) gerarchi nazisti.
  I suoi  Principi (circa venti) sono quanto di peggio possa offrire la comunicazione, in quanto non differenziano, non progettano, non ascoltano, ma semplicemente “assalgono”. I principi che vi riporto sono una trasposizione italiana ridotta del più ampio manifesto di propaganda prodotto da Goebbels, ma che ben ne esprimono il senso: comunicazione unilaterale, martellante e con i paraocchi.
 Leggendoli si pensi alla dittatura mediatica, sono tutt’ora usati da molti, purtroppo non solo in politica, ma anche nella comunicazione dei mass media e nella  pubblicità.

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
 E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.
2. Principio del metodo del contagio.
 Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
3. Principio della trasposizione.
 Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.
4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
 Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.
5. Principio della volgarizzazione.
 Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
6. Principio di orchestrazione. 
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.
7. Principio del continuo rinnovamento.
 Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.
8. Principio della verosimiglianza. 
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.
9. Principio del silenziamento. 
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.
10. Principio della trasfusione.
 Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.
11. Principio dell’unanimità.
 Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Questi principi valsero a conquistare l’opinione pubblica (il nazismo entrò nel Reichstag il 30 gennaio 1933 con il voto popolare espresso mediante elezioni democratiche) e costarono al mondo oltre 68 milioni di morti. Ecco, ora si comprenderà a pieno perché ne uccide più la penna che la spada. Quello che per voi era solo un insieme di parole ha acquisito significato: 68 milioni di vite strappate all’esistenza.

E adesso andate a votare. Solo la cultura ci salverà.




La logica non è un’opinione

Quando assisto ai talk show televisivi vengo colto da rabbia e depressione. Il livello della discussione è talmente basso non tanto per il fatto che la gente che vi partecipa mostra di non avere una sufficiente preparazione filosofica e memoria culturale, quanto perché nel ragionamento manca della più elementare logica.

Ci sono cose che non si possono non sapere, che dovrebbero essere insegnate e senza le quali nessuna discussione che abbia senso è possibile. Ci sono cose che se conosciute da tutti cambierebbero il volto all’umanità.  Si tratta di banalità base di ordine logico morale che dovrebbero essere assunte da tutti e su cui non si dovrebbe mai ritornare. Eppure queste banalità rimangono ai più sconosciute e producono socialmente danni enormi. Ci sono cose con cui ci scontriamo tutti i giorni che se ignorate impediscono la comunicazione e qui vorrei esprimerne almeno una: quando e come si può o non si può generalizzare.

Quando sento dire “non si può o non si deve generalizzare” o “non si può fare di tutta l’erba un fascio” “due pesi due misure” mi viene acidità di stomaco. Orbene, è necessario avere un po’ di pazienza e partire da concetti basilari  della statistica, quella parte della matematica che descrive ogni fenomeno, ogni grandezza che  può assumete differenti valori quali per esempio la statura o il reddito di una popolazione di individui. In altre parole la statistica studia un insieme di unità, una popolazione, e non la singola unità.

Tali valori di una grandezza si distribuiscono in un particolare modo che, come avviene in molti casi della natura, assume la forma “a campana” (chiamata “normale” perché frequente in natura o anche “Gaussiana”  dal suo inventore il matematico Carl Friedrich Gauss).

Tale curva ci dice che ogni fenomeno si distribuisce in un certo campo (campo di esistenza del fenomeno)  che va da un valore minimo a sinistra della curva, fino a uno massimo a destra della curva.  L’altezza tra i vari punti sulla curva (ordinate) rispetto alla sua base (ascissa) rappresenta quante volte il dato corrispondente a quell’altezza si manifesta (frequenza). Il concetto di “frequenza” con cui un fenomeno si manifesta dovrebbe essere patrimonio di tutti. Orbene, da sinistra verso destra la curva si innalza verso un valore massimo fino al suo apice per poi  ridiscendere assumendo una forma a campana, simmetrica rispetto ad una altezza centrale, l’apice appunto. In statistica i valori più frequenti (o più probabili) che si trovano a destra e a sinistra dell’apice sono chiamate “valori standard” e si dividono in due aree : quella che raccoglie il 68% della popolazione dei dati costituiscono 1 “deviazione standard”, mentre  quelli  del  95% della popolazione dei dati 2 “deviazioni standard”. La visione d’insieme è l’unica reale, che da idea della realtà e afferma la verità.

Veniamo ora all’esempio “gli uomini sono più alti delle donne”, verità incontrovertibile. Due curve a campana una per gli uomini e una per le donne, le due curve si intersecano facendo vedere come anche se l’altezza degli uomini nella media è maggiore vi è un numero considerevole di donne che sono più alte di un numero considerevole di uomini.
Tuttavia l’affermazione “gli uomini sono più alti delle donne” esprime una generalizzazione lecita, essa esprime  quello che per lo più accade, non dice “tutti gli uomini sono più alti di tutte le donne”; un obbiezione “non è vero, io conosco una donna o donne più alte di un uomini” è un’osservazione senz’altro ignorante. Perché è ignorante? Perché considera un caso singolo e non considera l’insieme portando l’esempio preso a dimostrazione del tutto, ebbene questa è una generalizzazione illecita. Si noti: quello che afferma è vero ma non è la verità. Questa confusione tra vero e verità avviene sempre in mancanza di una conoscenza di che cosa sia la statistica. La statistica è la verità più approfondita di un fenomeno. Di Trilussa gli ignoranti conoscono solo i polli. La regola dunque diviene: non si può dimostrare una verità portando esempi. Non si discute attraverso esempi a dimostrazione di una verità. Chi lo fa non consce questa banalità ed è semplicemente ignorante e non ha diritto a un’opinione. Il che non significa che non può “dire la sua”, ma che “la sua” non può essere presa in considerazione.

Se poi a dimostrazione porta esempi che si riferiscono a un’esperienza personale, l’opinione espressa è doppiamente ignorante. Ignorante non solo perché parla per esempi, ma perché incorre un altro errore.
Esiste un principio in ciascuno di noi che si chiama “principio di piacere”, per il quale ogni nostra azione è intesa a soddisfare il nostro corpo come la nostra vanità, l’autostima, cosicché andando per il mondo siamo propensi a raccogliere tutto quello che conforta le nostre opinioni e scartare quello che non ci piace. Nel bambino e nell’adolescente è per così dire naturale, nell’adulto è patologico, ma senza una sana educazione il danno è già “belle che fatto”. Destrutturare in seguito è un bel problema e in genere non avviene. Quindi a conclusione, non solo si parla per esempi ma vengono scelti quegli esempi che più ci piacciono. Un doppio nodo.
Ne nasce una confusione terribile, il livello della discussione è bassissimo e questa è la televisione. Per comprendere: “questa è la televisione” è una generalizzazione lecita, come tale non esprime la totalità, ma la buona o ottima parte. Una o due “deviazioni standard”.
Tutto questo non significa affatto che in una discussione “non si possano fare esempi”: l’esempio va fatto ed è opportuno, ma solo a chiarire l’enunciato. Quello che è illecito è confutare l’enunciato attraverso l’esempio.

Per concludere, generalizzare è sempre lecito e auspicabile quando si parla di  quello che per lo più accade, come ad esempio è lecito e non razzista dire i sud americani sono…, gli statunitensi sono, i milanesi sono … etc; è utile e doveroso trovare caratteristiche tipiche per ciascun gruppo sociale, importante è trovare verità oggettive non soggette a pregiudizi che si manifestino come tali. L’espressione “generalizzare è sempre sbagliato” è sbagliata, generalizzare è illecito se quello che caratterizza il gruppo viene applicato al singolo e se quello che caratterizza il singolo viene applicato al gruppo.

Queste regole sono assolute sia in campo fisico che in campo morale e costituiscono banalità di base. La difficoltà nasce quando dal campo fisico quantificabile si passa al campo morale non quantificabile o meglio quantificabile solo secondo opinione ma tenuto presente che le opinioni, come testé dimostrato, non sono equipollenti e per dirla con Platone ci sono opinioni e opinioni giuste. Le opinioni giuste sono quelle che operano secondo logica. Le opinioni che invece non operano secondo logica si definiscono opinioni ignoranti. Di fronte alla frase “è difficile trovare lavoro”, Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore, ha risposto “non è vero, mio figlio…” e  Zucconi è a mio parere uno dei migliori.

Le regole di logica morale sono ben altre di quelle ora espresse ma anche la semplice conoscenza di queste regole cambierebbe il volto all’intero sociale umano. Del resto in questo sociale una materia come logica morale è sconosciuta. Solo la cultura ci salverà.




Senza cultura non c’è sinistra

Cultura, xenofobia e razzismo sono legati. Il grande assente è la morale. Ad ogni generazione una nuova ondata di barbari, come scriveva Nietzsche, in pochi anni  dovranno raggiungere il livello di civiltà che una società ha conquistato in migliaia di anni. Valori inerenti le leggi, la giustizia, la morale individuale, l’etica sociale ai fini della convivialità, dovranno essere di nuovo insegnati ad ogni generazione.

Se questo compito non viene assolto avremo una regressione dello spirito, dello spirito di un intero popolo e dell’intera nazione. Questo è certo. Orbene il pensiero unico economico, di matrice neoliberista, tende a escludere e ha escluso dalla scuola l’educazione civica ossia l’insegnamento di questi fondamentali importantissimi irrinunciabili valori, condannando intere generazioni a quello che  ora le ricerche chiamano “analfabetismo funzionale”, li ha esclusi per creare i nuovi schiavi i “servitori d’azienda”.

La buona scuola?! 
Ora la marea ignorante xenofoba e razzista cavalcata dalla destra sta montando in tutto il mondo grazie ad analfabeti morali quanto ricchi “uomini del fare” che esprimono il loro pensiero con una bestemmia: “a che cosa serve la cultura?” Squallida proposizione che grazie a una mancata educazione incontra il favore e il plauso delle masse. Il pensiero debole è forte con i poveri di spirito. La cultura, confusa con “arte e spettacolo”, che sono meri strumenti della cosa e non la cosa, dovrebbe essere il bene più prezioso della sinistra ed invece la sinistra fedele al pensiero unico si occupa solo di economia. Per questo la sinistra non esiste.

“In Italia criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere”
Questo articolo è apparso sul il Fatto quotidiano del 14  gennaio 2018. Leggendo i commenti, capisco come un nano come Berlusconi possa sentirsi un gigante. Infinita amarezza del cuore. Berlusconi é senza scrupoli, non ha nessuna opinione politica e anche se l’avesse sarebbe pronto a sacrificarla alla prima occasione per la minima opportunità. Non gli importa nulla né dei migranti né delle sorti degli Italiani agisce solo come un animale: d’istinto, unicamente per interesse, nel suo esclusivo interesse e il suo interesse sono esclusivamente “soldi e potere”, di conseguenza non gli importa in nulla il valore delle cose che dice, se gli convenisse sosterrebbe anche Carlo Marx. Se afferma ora quello che afferma ossia lo scandaloso binomio “immigrati/criminali” o “immigrati/delinquenti”, sa quello che fa. Queste oscenità non esprimono il suo pensiero, verso il quale gli sprovveduti commentatori si indignano e si scagliano, bensì un’astuzia elettorale sulla base di “ricerche di mercato” “sondaggi di opinione” e ahimè bisogna prendere atto che è questa l’opinione di grandi strati della popolazione, opinione per di più in crescita. Il diavolo è la malevola coscienza che aleggia nel popolo.

Berlusconi, uomo del fare, è nemico della cultura, non è interessato alla crescita culturale e all’avanzamento in civiltà della nazione. E’ un uomo pratico e in merito alla filosofia non ha alcuna idea, credo che per lui sia solo una poco utile materia di studio. Il popolo di cui lui culturalmente è parte e ne rappresenta gran parte, vive in una tale ignoranza da non comprendere che la filosofia è una dottrina volta a migliorare lo spirito individuale come lo spirito sociale. Come potrebbe comprenderlo il popolo quando anche sedicenti filosofi, professori universitari, non hanno compreso?
 Le opinioni di Silvio, ammesso che ne abbia, non le conosceremo mai, almeno mai a fondo, forse non le conosce neppure lui, forse è, come a detta dell’ex moglie, uno psicopatico, fa e dice come colui che dice e fa sempre e solo secondo opportunità. Opportunità e convenienza rimangono le sole grandi dee. Tiene la barca in equilibrio sulla cresta dell’onda, pronto a sfruttare tutti venti, venti ora in poppa ora di bolina. Eppure non deve essere lui a preoccupare, in paesi più civili del nostro non sarebbe nessuno, a preoccupare devono essere quelli che lo votano ai quali deve essere rivolta tutta l’attenzione e l’azione.

Ora a preoccupare sono anche quelli che lo contestano perché sono ciechi e non si accorgono che mentre contestano il feticcio, l’idolo esprime una sconcertante verità sui sentimenti nutriti dal popolo: “migranti delinquenti”, “migranti criminali”, questo venticello è un cancro maligno che si è già diffuso in forma epidemica. La peste xenofoba e razzista è una marea che tende a salire non solo grazie alla propaganda delle destre, ma grazie soprattutto alla mancanza di una coscienza civica che l’educazione non ha saputo dare al popolo, educazione di cui sono responsabili e colpevoli i governi. Ministri con il cervello pieno di soli numeri così si sono espressi: A che serve la cultura? Mi fanno bile!

Lo capite adesso, adesso che masse di migranti arrivano sul nostro territorio e trovano una popolazione affetta da analfabetismo funzionale, a che serve la cultura?!       Una scolarizzazione che si fondi sulla logica, sulla morale, sulla legge, sulla giustizia, sulla filosofia, è il cuore dello spirito della nazione. Sono questi valori fondamentali, sia per l’individuo sia per la società, i presupposti necessitati per un avanzamento in civiltà da introdurre ad ogni livello in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Virtù irrinunciabili considerate diversamente da una platea di dementi meno di niente, nell’idea di una “scuola azienda” fornitrice di robot utili alla  produzione e al consumo.

Orbene, di questa mancata educazione è vergognosamente responsabile la sinistra perché alle destre giova e combattendo la cultura portano acqua al loro mulino.
Buona scuola? Non ci sono parole per descrivere la pusillanimità di costoro. 
Non può esistere una sinistra senza una prospettiva e un programma educativo. In altre parole: una sinistra senza cultura non è sinistra. 
Che mai può importate ora che squallidi giornali con tardivi editoriali del tipo “Le sinistre temono l’avanzata del razzismo e delle destre in tutta Europa”  entrino in contraddittorio con il diavolo quando il diavolo ha già vinto la partita con Dio? Ossia con il popolo. L’educazione e quella cosa che alimenta lo spirito, procura cibo e amore. E adesso una massa informe e crescente di analfabeti funzionali, xenofobi e degenerati razzisti, farà salire sul carro gli “eroi della miseria”, quella dello Spirito cui seguirà a breve quella del corpo. I nuovi eroi parlano dal bancone dei media, sono “gli uomini del fare”, parlano agli avidi, ai corrotti, ai furbi, ai poveri di spirito, ai qualunquisti, a tutti coloro alla cui natura sta più a cuore l’orgoglio della compassione. Non si tratta solo di analfabetismo funzionale, ma di analfabetismo morale. Dove sono finiti gli uomini? Dove é finito l’uomo? 
Come Diogene cerco nella notte con la lanterna l’uomo. Dove sono gli anticorpi? Solo la cultura ci salverà.




De humana coscientia: il razzismo

Uno degli argomenti più scottanti di attualità riguarda l’immigrazione, uno dei temi più confusi e imbarazzati che vedono ideologie opposte offrire una diversa accoglienza fondata su pregiudizi di ogni provenienza. Tutte le posizioni si fondano su un’analisi del contingente senza alcuna valutazione né evolutiva né storica. Si tratta per lo più di “opinioni ignoranti” così come chiama Platone tutte quelle prese di parte che non hanno dietro di loro alcun approfondimento filosofico, antropologico, sociale.
E’ mio intento portare quanti più elementi possibile inerenti la questione in modo da liberare il discorso dalla chiacchiera. Tutti ritengono di sapere che cos’è razzismo. Non è così. I più rimarrebbero stupiti se affermassi che “il razzismo è legge di natura”. La diffidenza è una postura antichissima già animale appartenente alle prime specie, il razzismo diversamente è un fatto culturale puramente umano, anche se la diffidenza e l’orgoglio di appartenenza possono stare alla base ed essere di sostegno al razzismo. Date del razzista a una persona diffidente e questi non capirà; qualificandolo come tale gli offrirete la possibilità di regredire e lo costringerete a schierarsi: dire a qualcuno “sei razzista” significa “quello che tu provi e quindi quello che sei, è razzismo”. Ditelo e avrete un razzista: “Se quello che penso è razzismo allora sono razzista”.
Quel “io sono quello che sento” è vestito da tutti come la pelle e provato con il cuore. Difficile il superamento senza riflessione. Orgoglio e diffidenza sono pulsioni naturali difficilmente superabili, stanno da sempre nella “pancia” della gente.

Le parole cambiano di significato. 

È convinzione comune che a ogni parola si associ uno e un solo significato ma mentre questo è vero per i termini concreti non lo è assolutamente per le parole astratte. Le parole astratte portano sempre con sé una molteplicità di significati che si stratificano a diversi livelli di profondità e sono nell’intendimento che ciascuno dà al termine la fonte della più grande confusione e difficoltà di comunicazione. Se dico “martello”, tutti sanno a che cosa mi sto riferendo ma se dico “libertà” e “ciascuno deve essere libero” ecco che allora diversi o diversissimi intendimenti del termine hanno luogo, ciascuno legato a una personale definizione che più o meno si allinea o confligge con quella di tutti gli altri.
La facilità con cui si accusa chiunque di “razzismo” appena questi mostra anche una vaga diffidenza verso la diversità, è diventata di uso comune e il termine in questione diviene di difficile definizione. Quando si pensa al razzismo, si pensa in genere agli ebrei, all’olocausto o ai negri e alla segregazione razziale. Dico “negri” e non “neri” o “di colore”, riprendendo il termine da un capolavoro “Ragazzo negro” (1945), un romanzo dello scrittore statunitense Richard Wright, un libro che vedrei volentieri come testo scolastico. L’autore con grande semplicità senza risparmiare e risparmiarsi, mette nero su bianco tutte le problematiche razziali senza indulgere in alcun modo né in un senso né in un altro. Wright per inciso è di colore. Il termine “negro” non era al tempo dispregiativo, neppure per l’autore del romanzo. Ciò significa che la valenza negativa del termine è stata assunta solo in seguito a successive vicende sociali relative a rivolte del popolo di colore.
Nietzsche in uno dei suoi maggiori scritti “Al di là del bene e del male” per quattro pagine insulta gli “antisemiti” chiamandoli pagliacci o anche “canaglia”.
Di contro all’attuale concezione che tende a sconfessare su una base scientifica le differenze razziali tra tutti gli uomini, Nietzsche chiama “razza” gli ebrei, con un valore estremamente positivo dato al termine, sostenendo che “gli ebrei sì sono una razza”, un vero popolo, mentre “i tedeschi non ne sono ancora capaci”. Nietzsche detestava i tedeschi, si diceva polacco. Tale la sua avversione per gli antisemiti che non frequenterà più la sorella perché spostata con uno di questi pagliacci. Incredibilmente per motivi di convenienza ideologica fu considerato il filosofo del nazismo.
Per molti il termine “razza” ai suoi tempi suonava aulico e benemerito, come il compimento di un percorso storico di un popolo.
Tutto questo fa capire che le parole in generale e termini come “negro” e “razza” in particolare cambiano di significato nel tempo in dipendenza delle circostanze e come di conseguenza cambi il loro uso. L’odio razziale in America cambierà il termine “negro” in “nero” o “di colore” e “negro” diverrà un insulto. Al termine della seconda guerra mondiale “razza” diverrà il sostantivo per definire il “razzismo”, un demone dell’umanità. Da “antisemiti” gli odiatori del popolo ebraico divengono razzisti.
Sotto il termine “razzismo” si nascondono mondi di pensiero, mondi che talora si sovrappongono e talora contrapposti.
Capire il “razzismo”, nel termine come nel senso, è quindi tutt’altro che di semplice soluzione. Il termine per quanto per lo più odiato al presente, si presta a diverse interpretazioni e merita di essere approfondito.
Cercare la soluzione con un’indagine sincronica, comparativa tra le culture presenti, senza conoscere la storia è impresa insensata e spesso controproducente.
La soluzione di un problema a un fenomeno culturale in atto è comunque riduttiva se del fenomeno non si conosce l’eziopatogenesi, ossia la sua storia a partire dalle origini e la successiva evoluzione, facendo più possibile riferimento nell’indagine alle grandezze e alle variabili che entrano in gioco a strutturare il fenomeno. Poiché ogni fenomeno culturale trae origine da situazioni già esistenti in natura, è oltremodo utile rifarsi alla natura per studiare il fenomeno.
Ciò che ora potrebbe sembrare una digressione è al contrario un approfondimento essenziale per la comprensione della necessità di distinguere il razzismo dalla diffidenza.

La diffidenza

Gli animali difendono il territorio. Questa “difesa”, il “difendere” e “difendersi”, è la variabile in prima analisi da considerare. La difesa di sé comporta anche la difesa del territorio, la difesa di un ambiente dove l’individuo deve poter sentirsi al sicuro. Il sé e l’ambiente costituiscono il self. La difesa del self è una prerogativa irrinunciabile, ne va della sopravvivenza sia dell’individuo che del gruppo quandanche della specie. Bisogna considerare che qualsiasi animale ritiene una minaccia qualsiasi presenza estranea al proprio territorio, anche se si tratta di individui della stessa specie, della stessa razza o di famiglie diverse dalla sua.
Se osservate due nidi di formiche a poca distanza uno dall’altro, formiche identiche ma di diverso nido e le mettete a confrontarsi sullo stesso territorio, immancabilmente confliggeranno fin a staccarsi arti e teste; e non cesseranno finché uno dei due nidi non sarà totalmente annientato. Questa “carneficina” segna la ubris primordiale, negli animali superiori nota come “la frenesia del sangue” che si ripeterà fino a giungere all’uomo. La difesa del self è il sentimento di appartenenza al gruppo, ha origini antichissime, centinaia di milioni di anni. La natura dota l’individuo di una pulsione paura-aggressione atta alla difesa. Alla base della pulsione sta un istinto primordiale che rimane come meccanismo di fondo in tutte le specie uomo compreso, a partire da centinaia di milioni di anni. Questa pulsione innata si consolida sotto la fattispecie di una “spinta interna”, congenita, immutabile, irrefrenabile che prende il nome di “istinto di sopravvivenza”. L’istinto si configura come una reazione spontanea e potente a una determinata situazione di pericolo ambientale; nel nostro caso l’apparizione di un intruso. L’istinto non lascia all’individuo grande libertà ma in dipendenza delle situazioni di maggior o minore pericolo può comunque essere modulato, represso o agito con diversa forza, in dipendenza delle caratteristiche individuali innate o anche della gerarchia assunta nel gruppo quando evolutivamente si costituiranno i gruppi. Anche l’istinto è soggetto a evoluzione mostrandosi necessitato nelle tassie, risposte obbligate legate all’ambiente o contenuto, fino a poter essere represso nell’uomo in dipendenza delle circostanze ambientali. L’allargamento dei gruppi comporta sempre nuove regole e con questo l’istinto avrà modo di variare le sue manifestazioni in dipendenza non solo dell’ambiente ma di nuove pulsioni che nascono, si stabiliscono nel mondo interno sovrapponendosi all’istinto al fine di trovare nuove soluzioni comportamentali più evolute in risposta all’ambiente. Nasceranno passioni e sentimenti. In pratica tassie, istinti, passioni e sentimenti si stratificano formando diverse posture dello spirito della “persona”.

Una considerazione. Le caratteristiche comportamentali negli animali si trasmettono evolutivamente e passano da una specie all’altra senza soluzione di continuità a dimostrazione che l’”anima” non è prerogativa umana e che il comportamento animale nelle sue fondamenta arriva fino a noi seguendo un percorso evolutivo dello spirito. Anche nell’uomo la difesa del self è più che mai viva, tanto che i più la trovano “naturale”. Gli istinti che sottostanno ai sentimenti, sono vivi ancora in tutte le specie e in tutte le razze, e nell’uomo stanno alla base di tutti i fenomeni sociali e politici regressivi che si rifanno alla natura nelle sue componenti pulsionali primitive legate alla difesa al possesso al territorio a spiegazione di ideologie fondate sull’appartenenza (nazionalismi, campanilismi, tribalismo, clan, sono ancora testimonianze vive del bisogno di appartenenza. Le faide sono fossili comportamentali e vestigia del pregresso si trovano ovunque sparse anche se in misura diversa o molto diversa, in tutte le società.
Negli animali posti in basso sulla scala evolutiva la pulsione primitiva si manifesta unicamente come istinto e non si accompagna ad alcun sentimento ma in creature come i canidi, le scimmie e in particolare le scimmie antropomorfe, all’istinto si sovrappongono nuove posture dello spirito; già per queste specie si può parlare di “sentimenti”, di un modo di esserci, di essere nel mondo, che si lega all’autostima, al sentimento di sé, e quindi anche al giudizio. I sentimenti sono emergenze che si manifestano esteriormente per facilitare la comunicazione.
Essere felici o tristi, gaudenti o depressi , calmi o arrabbiati, è facilmente riscontrabile negli animali superiori dotati di “espressività”, si tratta di segnali dati non solo con il corpo ma anche e soprattutto attraverso la mimica facciale. L’espressività facciale è un incontestabile segno d’intelligenza anche nell’uomo.
L’avvento delle passioni e dei sentimenti negli animali vicini all’uomo e nello stesso uomo, pone l’individuo in un diverso rapporto con se stesso e con l’ambiente, con il sé e con l’altro da sé.
La domanda ora è qual è non già più solo l’istinto ma qual è il sentimento che evolutivamente si accompagna alla difesa del sé e del gruppo.

L’orgoglio di appartenenza

La diffidenza è la pulsione più antica legata all’origine all’istinto di sopravvivenza nato miliardi di anni fa, dall’istinto di sopravvivenza nudo e puro, per separarsene lentamente in relazione all’importanza che l’ambiente assume nel tempo e in dipendenza dell’aumento delle capacità relazionali dell’individuo. Con il progredire della coscienza, coscienza di essere nel mondo, decine di milioni di anni fa nasce l’autostima, il valore attribuito e da attribuire a se stessi, e con l’autostima nasce un sentimento che si sovrappone alla diffidenza , si tratta dell’ orgoglio di appartenenza, un sentimento che lega l’individuo non già più solo alla specie, al territorio e al gruppo ma che accentua l’importanza di esserci come individuo in quanto individuo nel gruppo, una primordiale coscienza di sé. Un salto titanico dello Spirito, spirito che prende posto nell’io, nel nucleo della cipolla. Da allora, con un cammino durato milioni di anni, diffidenza verso l’altro e orgoglio di appartenenza viaggeranno uniti.
In definitiva possiamo affermare che l’orgoglio di appartenenza in difesa del self è un’emergenza esistenziale che compare più recentemente ma antica comunque decine di milioni di anni che si pone nell’”Io” nel mondo interno e che ha come manifestazione esteriore una curiosa emergenza fenotipica: l’espressività.
Non è un caso se la mimica facciale e non solo facciale, di Mussolini sul balcone di piazza Venezia ricorda da vicino l’espressione e la postura di un maschio dominante di gorilla nella jungla e come tale veniva riconosciuta da folle di scimmie deliranti. Certi gesti sono riconosciuti come segnali antichi patrimonio di culture ancestrali ancora vivi nel DNA. Ancor oggi gli uomini a guisa delle scimmie si minacciano con gli occhi.
Una prima osservazione. Abbiamo analizzato finora un’unica postura spirituale, la diffidenza. Ma già qui si può osservare che la diffidenza, trattandosi di un sentimento ancestrale che riguarda anche gli animali molto prima della comparsa dell’uomo, non può e non deve essere confusa come di fatto generalmente avviene, con il razzismo. Si dimostra come un’analisi del reale condotta solo sul presente sia radicalmente infondata. Per questo, per altro e per tutto quello che per essere compreso necessiti di un’analisi storica ed evolutiva.
L’orgoglio di appartenenza di fatto è un altro ingrediente indispensabile per la ricetta razzista. La diffidenza gioca solo in difesa, l’orgoglio anche all’attacco.
Diffidenza e orgoglio sono ingredienti indispensabili ma rimangono condizioni necessarie e non sufficienti, solo elementi prodromici al razzismo. In sé possono sfociare in sentimenti di orgoglio familiare o nazionale senza per questo essere ostili al prossimo.
Il problema nasce quando questi sentimenti sono considerati come gli unici sentimenti validi a sostegno della vita di relazione senza ulteriore evoluzione affettiva. Né la diffidenza né l’orgoglio prevedono in sé un sentimento come la compassione, un’emergenza sentimentale che rifonda lo spirito solo recentissimamente.
Questo fa pensare che diffidenza e orgoglio senza la compassione rimangono chiusi in un’enclave comportamentale primitiva.
La mia tesi è che ideologie ferme a nazionalismi non siano altro che concezioni non evolute dello spirito che non prendono in considerazione gli ulteriori progressi dell’anima nella relazione col prossimo.
Diffidenza e odio, diffidenza fino all’odio, nascono dall’orgoglio di appartenenza, una pulsione antica, un “sentire” che arriva pressoché immutato fino all’uomo.
Nella specie umana l’orgoglio che si esprime nell’individuo come pulsione, diviene nella collettività “volontà di potenza”, un sentimento che unisce il gruppo e pone come condizione dell’essere, la supremazia di un gruppo sull’altro. La storia passata è storia e di conquiste. E’ la guerra e con la guerra la “volontà di potenza” di vincere e sterminare il nemico: uccidere gli uomini e i bambini e fecondare le donne. Storia antica di leoni e recente di sangue per il trono (Riccardo III, Shakespeare) a dimostrazione di come antiche leggi naturali tardino a morire; dentro l’uomo dorme la belva e può sempre risvegliarsi o essere risvegliata.

Il mito della natura

Quando si pensa a natura, si pensa “bello e buono”, bello come buono. Dio con la Natura rasserena lo spirito. È un inganno, questo pregiudizio sulla benignità della natura è frutto di molteplici errori e di molte ideologie che turbano e distorcono l’animo e il pensiero.
In verità la natura è crudele, la crudeltà in natura è stata ed è ancora nel regno animale, il valore più alto per fortificazione della specie e per la sopravvivenza.
La crudeltà è il valore guida di riferimento per la selezione e il miglioramento della razza. I predatori sono feroci, anche i più miti, il destino di tutti gli animali è di essere sbranati vivi o morire in solitudine di inedia. Non altro. La vita è confutata, la natura è feroce. La gioia nell’uccidere è un istinto primordiale entrato nel sangue per milioni e milioni di anni e che arriva fino all’uomo. La crudeltà non si è estinta neppure nell’uomo, si è solo “allontanata”. La strada per l’Eden è ancora lunga.
Alla crudeltà animale e dalla primitiva crudeltà umana che in antiche tribù “gioiva del sangue”, nuove emergenze si sono venute a sovrapporre e a sostituire la crudeltà come valore principe per la sopravvivenza. Nell’evoluzione spirituale alla naturale diffidenza si viene a sovrapporre molto più recentemente, solo qualche decina di milioni di anni fa, l’orgoglio di appartenenza. Questo nuovo sentimento estende l’io ad altre categorie dell’essere, ad altri modi di essere; in un modo più “razionale” l’individuo prende lentamente coscienza di sé, nasce l’amor sui.
Bisogna precisare che l’orgoglio in sé non sconfigge la crudeltà; la crudeltà anzi diviene spesso alle origini “motivo di orgoglio”, l’io neonato gioisce della propria crudeltà. Con l’orgoglio e la crudeltà nasce anche il cinismo, permane l’indifferenza alla sofferenza degli altri che diviene motivo di riso e anche di piacere. Un cocktail di sentimenti che ricorda da vicino il Nazismo.
L’orgoglio tuttavia porta anche la “nobiltà d’animo” che lascia allo sconfitto “l’onore delle armi” se chi viene sconfitto riconosce la superiorità del vincitore e il vincitore cessa ogni ostilità. L’orgoglio porta dunque con sé l’empatia, la possibilità di rivedere il sé nello specchio l’anima altrui, un passo fondamentale che dischiude la monade animale totalmente incapace di sentire l’altro da sé e apre la strada alla compassione. La collaborazione e la compassione, presenti in nuce anche in natura, hanno garantito la sopravvivenza attraverso un percorso millenario allontanando nel tempo la necessità di essere crudeli. Su questo percorso si possono leggere anche le tappe fondamentali percorse dall’uomo durante la sua vita e comprendere a fondo come certi individui si evolvano fino alla compassione, alla misericordia mentre altri rimangano imprigionati nelle pulsioni animali, in un mondo di solo utilizzo tutto sesso e possesso, cibo e territorio, fondato su sentimenti primitivi come la diffidenza e l’orgoglio di appartenenza.

La cultura


Come si passa allora dalla crudeltà come valore indiscusso per la selezione naturale alla collaborazione come valore utile alla convivenza? La risposta è con la cultura ossia con un ulteriore progresso dello spirito che introduce nuove emozioni. Cultura nei termini più generali è un termine in uso per definire il possesso di conoscenze di un gruppo atte a garantire la sopravvivenza e la continuazione del gruppo e della specie. La cultura è soggetta a una continua evoluzione che porta a sempre nuove definizioni del rapporto con l’ambiente con la comparsa nell’individuo di emergenze pulsionali atte a migliorare il rapporto stesso. Nell’uomo per cultura s’intende un progresso in civiltà e una maturazione dello spirito, sia individuale che sociale, che consenta la possibilità di una migliore convivenza e un miglior rapporto con l’altro da sé.
La collaborazione apre un nuovo capitolo più vicino alla nostra storia, alla storia di noi umani.
Fa parte della cultura tutto lo scibile appreso che può essere trasmesso alla generazione successiva. La tradizione della cultura a partire dagli animali è cosa troppo complessa per essere qui trattata, basti sapere che nel processo evolutivo anche la cultura è soggetta a selezione e che in un lungo periodo di tempo sopravvivono solo quelle nozioni utili alla miglior relazione con l’ambiente, selezione del più adatto prima e spinta al più collaborativo poi. Il processo è ovviamente ancora in atto, competere e collaborare non sono necessariamente esclusivi uno dell’altro. Rimane che l’orgoglio predilige la competizione e la compassione la collaborazione.
Nessuno si accorge che nell’esprimere un’opinione la agisce, sotto metafora, a partire dalla pancia o dal cuore, e che sugli intendimenti pulsionali di orgoglio e compassione secondo misura si formulano tutte le ideologie politiche di questo mondo.

La morale e la colpa

Un giorno forse non mangeremo più mucche ma per ora mangiare mucche non è ancora un delitto. Il delitto di fatto nasce col crescere della cultura, quando la cultura, secondo coscienza acquisita, si rivolge al passato e lo giudica ossia quando nasce il “senso di colpa”. Un’osservazione interessante e un punto nodale è che con la cultura il “valore della vita cresce”. L’importanza che il sociale dà al valore della vita dell’individuo, fiorisce. Nasce un’attenzione al singolo che è uno degli indici di crescita dello spirito e di civiltà. Dall’individuo-specie all’individuo-gruppo, all’individuo, si completa il miracolo dell’individuazione. Il principium individuazionis nato con la filosofia e riconosciuto solo nell’uomo, ha in realtà una storia lunga quanto la vita. Nel dare corpo allo spirito lungo la via evolutiva si stabilisce altresì anche il principio che il valore della vita è relativo, proporzionale alla crescita dello spirito ossia della coscienza. Anche se questo può scandalizzare la sacralità della vita è relativa alla dimensione della coscienza. Detto altrimenti, da una diversa prospettiva, si potrebbe affermare che la cultura è lo “spirito santo”; venga o meno da Dio, è quella cosa che “valorizza” il mondo regalando lo spirito alla natura. La quantità di spirito e la qualità dello spirito crescono. In un’immagine questo “dar valore” è opera dello Spirito della cultura che crescendo si “inluia” (espressione dantesca) nel mondo. La cultura è uno Spirito, Fysis, Natura naturans. Deus sive natura sed natura naturans, evolutio. Chi non possiede questa comprensione non capisce “divino”.
Si apprende qui che il valore della vita non è un assoluto, noi mangiamo gli animali, non per questo ci sentiamo in colpa ma questo inciso pone immediatamente la questione in essere: il valore della vita è lo stesso per tutti gli uomini?
La considerazione con cui si tiene la vita degli altri non qualifica gli altri ma qualifica noi stessi per quello che in verità siamo.
Ritieni tu la vita degli altri importante quanto la tua?
A questa domanda il razzista risponde NO! Non considera “i non appartenenti al gruppo” uguali e in particolare li considera inferiori, non per cultura ma per genetica o per volontà di Dio.

Il razzismo in natura

La ferocia nel mondo animale segna l’aggressività, una qualità indispensabile per favorire la dominanza dentro e fuori dal gruppo e consentire la perpetuazione dei propri cromosomi. Questa qualità dello “spirito” permette al maschio dominante di primeggiare nella gerarchia e si manifesta con una competitività all’interno del gruppo anche in comunità ristrette di animali.
La dominanza accresce l’orgoglio, l’amor sui, l’orgoglio individuale, che già compare nelle specie più evolute. Il gorilla si batte il petto e dice “Io” a tutta la jungla.
Diversamente dagli erbivori che si radunano in mandrie anche di migliaia di capi, nei predatori, in cui la ferocia si manifesta soprattutto nei confronti di altre specie, i gruppi non superano mai le poche decine. I gruppi dei cacciatori competono per il territorio ma nel caso di un incontro con un altro gruppo le perdite subite in caso di conflitto tra bande rivali rischiano di essere troppo ingenti, di conseguenza le dispute si esauriscono o con la lotta tra i capi o con scaramucce, poco sangue e allontanamento. Gli animali non sono capaci di stragi.
Buonisti umanitari lettori di favole vedono in tutto questo virtù animali ma di fatto è solo convenienza e incapacità. Un animale sterminerebbe senz’altro un gruppo concorrente se solo ne avesse convenienza e capacità.
Perché si arrivi al genocidio bisogna dunque attendere l’avvento di gruppi di animali più numerosi che alla ferocia assommino anche armi micidiali che rendono impari la lotta, e un ingegno sufficiente a ideare una strategia: gli uomini.
La preistoria è storia di genocidi in cui i maschi di una tribù sono totalmente eliminati e le femmine rapite e stuprate; anche indipendentemente dalla razza, bastava appartenere a una diversa tribù. L’idea di una diversità razziale non è ancora nelle loro teste, i gruppi venivano raramente a confronto e sempre con i vicini.
Ma anche qui leggere differenze somatiche venivano percepite come diversità di sangue e guerre “razziali” potevano anche a quei tempi aver luogo.
Guerre razziali sono state combattute fino all’annientamento anche recentemente in Africa tra Tutsi e Hutu a dimostrazione che il razzismo nasce anche spontaneamente sulla base di evidenti differenze somatiche.
Quando la differenza “salta all’occhio” come salta all’occhio la statura o il colore della pelle, quando si ha in dote il vizio supremo, la superficialità, il nemico non deve essere solo vinto ma sterminato. Il problema come sempre è il territorio e sono le donne; ma le donne solo se non appartenenti alla stessa razza. Individui della stessa razza sono rivali ma portano dentro di sé gli stessi cromosomi, individui di razze diverse portano cromosomi diversi. La dittatura dei cromosomi non cessa: primo riprodurre me stesso, secondo la mia famiglia, terzo la mia tribù, quarto la mia razza. L’io si colloca al centro della cipolla.
Tutto questo, a difesa del self sotto la dittatura dei cromosomi, è ancora lotta per la sopravvivenza, non è ancora razzismo secondo l’intendimento moderno, è razzismo nei fatti secondo volontà di madre natura non nell’idea per volontà degli uomini.
Quando nasce allora il razzismo?
Abbiamo visto che l’idea del diverso e del diverso come nemico, è cosa naturale e antichissima, e abbiamo compreso che l’orgoglio non sconfigge la crudeltà: la crudeltà anzi diviene “motivo di orgoglio”.
Odiare o diffidare del “diverso” è nella natura degli uomini da sempre.
Il razzismo ideologicamente e modernamente inteso nasce solo quando nasce la coscienza e con la coscienza la colpa. La coscienza offre una nuova possibilità di considerare un comportamento che in natura è naturale ma che nell’uomo non lo è già più, in quanto la coscienza offre un nuovo modo di vedere la cosa e propone in libertà di scelta, nella scelta un diverso e migliore agire. Coscienza, colpa, libertà danno origine alla morale.
La coscienza nasce quando nasce il “senso di colpa” che si origina dalla libertà di scelta e pone una scelta come migliore di un’altra dando luogo a “bene e male”, ossia alla morale. Senza senso di colpa nessuna morale.
Se il razzismo è in natura, per capire “razzismo” dobbiamo ora porci la domanda inversa: quando siamo diventati non razzisti?.
Solo questa domanda ci mette sulla buona strada.

La compassione

La risposta è: quando abbiamo smesso di odiare e di essere diffidenti verso il prossimo alla nascita della morale; morale che porta con sé la compassione come valore dominante per la convivenza. La compassione allontana la diffidenza e supera l’odio.
Questo “non più odiare e cessare la diffidenza” con la compassione si volge in “amore” per l’altro da sé: uomini, natura, mondo. Una disposizione d’animo positiva volta ad aprire anziché chiudere, volta all’”apertura”.
La compassione e il suo avvento meritano un trattato, qui basti osservare che si tratta di una nuova postura spirituale che solo recentissimamente in termini evolutivi acquisita, stravolge i rapporti sociali, 
L’idea che essa sorga a un punto preciso della storia è assurda e fallace, e deviante.
Un indispensabile chiarimento. Ogni emergenza esistenziale che riguardi l’uomo (parlerò di emergenza esistenziale per ogni evento dello spirito che per quanto sia datata la vita e grande il mondo, non era mai apparso prima) ha un periodo di gestazione all’interno del regno animale e si manifesta nell’uomo dopo un lunghissimo periodo d’incubazione per poi fiorire e giungere a maturità ma continuare a evolversi. Una curva a S, prima una parabola, poi un flesso che raggiunge un plateau comunque in ascesa. Ogni fenomenologia dello spirito considerata in una sua particolare accezione (vuoi diffidenza, vuoi orgoglio, vuoi compassione) si manifesta sempre nel tempo secondo misura. Espressioni di tutto o niente, prima o dopo sono totalmente insensate. Questo meccanismo deve essere ben compreso in quanto fondante dell’essere dello Spirito. Ogni fenomeno ha una nascita, una crescita, una maturazione: le varie fasi sono senza soluzione di continuità. Nella tavolozza della nostra anima ogni colore è giunto a noi dopo una lunghissima preparazione. Milioni di tonalità per ogni colore. La combinazione dei colori fa l’arte e l’artista.

Il bastardo


Questa figura “il bastardo” non è mai stata considerata nella sua fondamentale e straordinaria importanza nello stabilire l’assetto di qualsiasi società a partire anche dalle società animali. Nessuna dottrina filosofica, antropologica, storiografia, politica o sociale, ha mai preso nella dovuta considerazione questa figura.
La dittatura dei cromosomi che infonde pulsioni primordiali mai interamente sopite offre alla specie Homo diverse soluzioni per la sopravvivenza.
L’uomo a un certo punto del suo viaggio nel tempo scopre scientemente la relazione tra copula e nascita. Questa comprensione è un avvenimento che segnerà tutta la sua successiva organizzazione sociale. Il patriarcato, il domino del maschio sulla famiglia e in particolare sulla prole metterà l’accento anche sulla qualità della prole: il chi è nato da chi.
L’orgoglio di appartenenza è soprattutto anche orgoglio per il possesso. Il desiderio di possesso, l’anima concupiscibile per Platone che si riferisce alla pancia, corrisponde a una pulsione che fa riferimento a un vizio capitale: l’”avarizia” meglio nota ai tempi nostri come avidità. All’avidità fa riferimento anche la “volontà di potenza” e in ultima analisi all’orgoglio di appartenenza qui esplicitato come volontà di possesso. Il possesso ha all’origine come oggetto sia le cose, come le donne, come i figli, da parte del solo maschio. Come si può osservare il maschilismo ha origini alquanto antiche. Ma non è maschilismo finché non giunga a un sostegno teorico.
Ora, anche il figlio e soprattutto il figlio maschio, è la garanzia non solo della sopravvivenza della specie ma della sopravvivenza della stirpe. Nell’espressione “mio figlio”, “mio” è appieno un aggettivo possessivo. E guai a chi me lo tocca. La femmina, la figlia femmina, è pericolosa perché porta i cromosomi, il sangue, fuori dalla famiglia. “Puttana” all’epoca e per definizione chi copula fuori dalla famiglia. Gli incesti non si contano e prima che si manifesti un indebolimento della stirpe che sconsigli gli incesti, una prassi che consentiva di mantenere il sangue in famiglia, dovranno passare diversi millenni.
A questo punto della storia antica nasce il problema centrale di tutta l’umanità fino ai giorni nostri: “il bastardo”, bastardo che all’origine è semplicemente il nato da una relazione extrafamiliare. L’orrore dell’incesto è un nuovo sentimento che si affermerà solo quando “coscientemente” si verificherà il decadimento della stirpe e si assumerà la proibizione di rapporti tra consanguinei con condanne talmente gravi da arrivare a far considerare l’incesto un “tabù”. Il bastardo è un problema che si trascinerà con diverse vicende (tutte da seguire) per migliaia e migliaia di anni; problema che si è risolto solo ieri e solo nei paesi occidentali. Senza stare ora a dilungarmi dirò che con il “bastardo” nasce in relazione anche il problema della razza.
Il bastardo nato “fuori dal matrimonio” costituisce un problema sia che sia nato all’interno del gruppo sia che provenga da altro gruppo. All’interno, secondo “nobiltà” di nascita, avranno luogo le caste o le classi sociali, mentre il bastardo rimarrà comunque a margine come elemento di disturbo a diversi livelli del sociale. Il bastardo nato da un “matrimonio” fuori dal gruppo con femmine di altra tribù potrebbe ancora essere tollerato nel gruppo in dipendenza dello stato sociale di chi, padre, lo ha generato. Tuttavia il bastardo arriva al gruppo ancor più discriminato del precedente ed è fonte di disagi e lotte intestine a tutti i livelli. Una distanza ancor maggiore si crea quando il bastardo è un incrocio di razze riconosciute come diverse, si parlerà allora del bastardo come di una creatura immonda che non appartiene al proprio sangue, e nascerà col sangue l’idea della “purezza della razza”. La “Razza” nasce concettualmente col sangue, con l’orrore di mischiare il sangue. Sangue e spirito nella coscienza dei primitivi sono uno, e al sangue recentemente ancora Shakespeare si riferirà come metafora per lo spirito che anima il corpo e che un giorno tornerà alla terra. Il sangue e la terra sono uniti in un’unica rappresentazione. Sangue, spirto, terra sono uno nell’immaginario dell’antichità; montano nell’individuo in un’unica potentissima pulsione.
Il ritorno alla terra è i ritrovamento dello spirito degli antenati non solo instaura il culto dei morti ma fa rivivere al presente la grandezza della nazione: Pro patria mori.
L’idea di purezza della razza nasce per impedire non solo matrimoni misti ma anche gli stupri, copule che danno vita ai bastardi , a tutto ciò che può contaminare il sangue e inzozzare col proprio sangue la terra degli antenati. Bastardi che se portati nel gruppo creano aumento della litigiosità sociale e scadimento della razza. I bastardi sono “figli di puttana” chiunque sia la loro madre che resta sempre una cagna, un essere comunque da disprezzare.
I vichinghi e non solo i Vichinghi, nel caso in cui un soldato stuprasse una donna del nemico, uccidevano la donna e lo stupratore, reo di aver mischiato il sangue.
Il problema del bastardo, connesso con la “purezza della razza”, si trascinerà per millenni e in modi e misure diverse, arriva fino ai giorni nostri. Si pensi che la questio si risolve definitivamente in Italia solo nel dicembre 2012 con l’equiparazione dei figli naturali con i figli legittimi e che in India paese “socialista”, esistono ancora le caste tra le quali i matrimoni misti sono ancora pesantemente avversati.
Dunque il razzismo è un fenomeno “naturale” che ha preso particolari pieghe con l’evoluzione della cultura. La cultura in sé infatti non viene necessariamente a migliorare le cose.

Nazismo e natura

Il razzismo trae origine anche come visto anche dall’idea che ciò che è naturale è anche buono, tanto che il termine naturale più che “secondo natura “, è entrato potentemente nella lingua con una valenza estremamente positiva: buono e benefico ma ancor più prepotentemente col significato di: ovvio, di cosa scontata e quindi logica e giusta. I significati: “buono, ovvio, naturale”, si sono uniti nell’emozione legata al termine confondendo il significante e “sporcando” la comunicazione. Un “prodotto naturale” è un prodotto senz’altro buono, l’emozione che accoglie il termine è sempre positiva, ma naturale è anche il veleno e che il veleno sia mortale è naturale, ossia ovvio . Questa “metacomprensione” è stata ed è ancora foriera di molte credenze soprattutto sull’efficacia di medicine alternative alla medicina tradizionale fondate su prodotti e prassi esistenti in natura: “così come facevano gli antichi” o le nonne, con una regressione di secoli.
Le parole che veicolano la lingua portano con sé un’emozione di fondo che apre o chiude oltre che il cuore anche la mente. Questa emozione di fondo che si ravvede nelle categorie descritte di diffidenza, orgoglio, compassione, spinge lo spirito ad agire o a ripiegarsi su se stesso. Si tratta di quella parte dell’io che fa una scelta, esprime una volontà. In questo senso è il cuore a comandare.
Naturalmente è impossibile e improponibile cessare l’uso o apportare modifiche al termine, sono cose che avvengono molto lentamente nella cultura, ma questo dimostra come la lingua entri prepotentemente a influire sulle nostre idee, un bel esempio di quello che si intende “essere parlati dalla lingua”.
Questo richiamarsi alla natura anche attraverso un errore logico-semantico che ci fa leggere nella natura la bontà in luogo della jungla, un giardino incantato in luogo di terreno di spietata crudeltà, sarà il fondamento di molteplici errori filosofici che si interrogano sulla cosidetta “natura umana”, ideologie come quella di Rousseau che fonda sul mito del buon selvaggio la natura umana, o dei romantici che sognano l’arcadia, un eden pastorale di convivenza di lupi, leoni e agnelli; ma molto più feroce nasce il mito del nazismo che vede nel ritorno alla natura le radici della purezza della razza e del sangue, della ubris e della crudeltà. Nel delirante mito nazista l’orgoglio di appartenenza scatena la primordiale volontà di potenza, spinge la diffidenza fino all’odio, sposa il razzismo esistente in natura con la delirante idea del superuomo, consacrando l’ideologia nazista che chiama in causa non solo la Natura ma Dio stesso, un dio in tutto e per tutto votato alla causa.
Quello su cui bisogna riflettere e capacitarsi è che Hitler in definitiva non ha fatto altro che riprendere le pulsioni, i sentimenti e le leggi ancestrali che da sempre hanno guidato la ubris naturale.
In natura per l’animale il mondo è solo nell’utilizzo; la natura è crudele, impietosa e indifferente: elimina i vecchi, i superflui, i deboli, i cuccioli, gli inutili, gli incapaci; i valori sono la forza, la prepotenza, l’astuzia, l’aggressività, ferocia, la crudeltà, l’indifferenza; e con tutto ciò la natura ottiene il premio: seleziona e con la selezione rinforza la razza.
Il mito nazista recita: c’è qualcosa di grande nell’orrore. Nella grandezza dell’orrore l’orgoglio del guerriero trionfa impavido sulla morte. La morte stessa è esaltata nel coraggio e nella gioia. L’esaltazione è risvegliata nello spirito del guerriero dall’antica ubris, che il guerriero rivive nel cuore di tenebra della Natura.
L’ideologia nazista è un abbraccio naturale con la morte. Sentimenti di odio, volontà di potenza, di sangue, di morte e di gloria.
Come con grande ingegno e cuore Giacomo Leopardi ci rivela che la natura più che madre, è matrigna, una madre perfida che inganna “i figli suoi”. La dea Kalì di fatto divora la vita e fa della natura il regno della crudeltà della sofferenza e della morte ed è per questo che noi siamo “scappati di casa”. La natura di Dio e quella del Diavolo amano nascondersi. L’orrore si nasconde nella natura. Se la natura non ci appare tale, è perché Grimilde è bellissima e ci inganna e strega con la sua bellezza: “bello come buono” è l’inganno, anche questo l’intendimento di un antico adagio; bellezza e morte nelle tragedie greche sono dee protagoniste dell’ esistenza.
Di mezzo ci sta Eros, la vita: il sesso con l’amore per il corpo che domina uomini e animali, la Venere Celeste di Platone, e “l’amor che regge il mondo e che tutto lo governa” di Dante, un amore riservato ai soli uomini o agli dei.
Alla ubris che nasce in natura per volontà di un antico dio indifferente, generoso e malvagio, si contrappone ora e solo ora, la compassione.
La compassione, sentimento celeste che si prende “cura” dell’essere, meriterebbe un trattato: il “De nobilitate hominum”, solo la compassione fa dell’uomo l’uomo. Il resto è ancora spirito animale.
Con l’avvento della compassione e proporzionalmente a essa, nasce anche la colpa e con la colpa la coscienza; coscienza della colpa, di aver agito bene o male. Bene e male, giusto o sbagliato, hanno finalmente luogo. Ha luogo la morale e la giustizia. Senza il neonato “senso di colpa”, senza coscienza e senza compassione nessuna morale. Rimorso, vergogna, pentimento sono nuove pulsioni sconosciute agli animali, profondi sentimenti che stigmatizzano l’uomo come uomo e lo separano dalle bestie. Chi non prova compassione, rimorso e non sente colpa è ancora un animale. Sempre secondo misura. Anche il pentimento rientra nel “sentir novo”, pentimento che nella vergogna, nel rimorso e nell’espiazione cerca l’assoluzione e pensa di trovarla nelle cerimonie o nel perdono ma come dice Dante “Assolver non si può chi non si pente”.
Rimorso, senso di colpa, vergogna, sono sentimenti umani e solo umani, come umane sono virtù dello spirito come compassione e misericordia, volte a evitare con una condotta morale di provarli.
I più nell’assenza di colpa vedono l’innocenza, vedono il bene. Ebbene, gli animali sono innocenti e in questa innocenza esprimono indifferenza, crudeltà e ferocia, gli animali mancano di sentimenti e di coscienza e per questo sono spietati, innocenti e spietati. Guai a chi non sente colpa!
Coloro che ritengono che gli uomini siano più crudeli degli animali, si stanno riferendo alla possibilità che gli uomini lo siano, che lo possano essere. Questo accade perché e data all’uomo un maggiore campo di azione proporzionale alle sue potenzialità, la possibilità di agire maggiormente sia nel bene come nel male. Cosa per cui l’uomo può essere l’animale più mite o il più sanguinario secondo morale; e se come ora dimostrato se l’uomo si rifà alla natura per legiferare come spesso in passato è stato fatto, allora è selezione, razzismo e olocausto.

Conclusioni


Solo ora abbiamo gli elementi sufficienti per giungere a una definizione.
Il razzismo è un’ideologia che si fonda sulle leggi e le pulsioni esistenti in natura per sostenere una teoria filosofica fondata sulla purezza della razza, e una teoria politica che consente attraverso la volontà di potenza procedere per eliminare o sottomettere altri popoli considerati di razze diverse e inferiori.
L’eliminazione degli ebrei e la riduzione in schiavitù dei neri sono di questa fattispecie.
Finché l’ostilità verso “lo straniero” appartenente a una diversa etnia si limita alla diffidenza e alla difesa, non può e non deve essere considerata razzismo. Se date del razzista a chi diffida è possibile che se ne convinca e razzista lo divenga davvero.
Le tendenze a discriminare possono ben essere i prodromi del razzismo ma la tendenza a discriminare non è ancora razzismo fino a quando la discriminazione non è agita.
In definitiva il razzismo è contraddistinto dall’offesa mentre la diffidenza è contrassegnata dalla difesa.
Morale, la diffidenza verso lo straniero non può essere chiamata razzismo finché il comportamento non si manifesta, anche solo parole, in un’azione. Bisogna saper distinguere fra chi si difende e chi attacca.
In casa mia non può entrare chiunque questo non fa in nessun modo di me un razzista.
Torniamo ora alla domanda, quando siamo diventati non razzisti?
Quando la cultura ha avviato il suo corso nella specie umana non ha medicato ferite, non ha salvato deboli, non ha soccorso malati, non ha sepolto morti. La forbice gerarchica che divide gli animali in alfa e omega, nell’uomo è a dismisura allargata e continuerà a crescere per centinaia di migliaia di anni, fino a giungere al faraone figlio di Dio e lo schiavo figlio della terra.
Solo la comparsa della compassione invertirà la rotta, solo dalla sua comparsa si può parlare di non-razzismo. La compassione sgonfia il petto all’orgoglio. La compassione è la nuova pulsione che si oppone per la prima volta da quando esiste il mondo alla selezione naturale e trova soluzioni diverse alla sopravvivenza con la convivenza. L’uomo con la compassione impara a convivere.
L’orgoglio è una pulsione primitiva che guida gli animi da milioni di anni, un sentimento ancorato per così dire ai cromosomi, mentre la compassione è nata ieri, circa 2500 anni fa. Eppure se si pensa in tempi evolutivi, la compassione è potentissima. In soli due millenni ha cambiato il corso degli eventi di tutta l’umanità. Più di metà dell’umanità vive ancora pulsioni animali non solo nelle culture più arretrate ma ha ancora la maggioranza nei paesi più civili. Questo anche perché ad ogni nuova generazione arriva una nuova ondata di barbari. Ma se in sole poche migliaia di anni la compassione ha potuto lottare contro tutto questo chi ha fior d’ingegno pensi a quale sia la sua smisurata potenza. Mentre le formichine guardano all’oggi due i Titani che dominano ancora la scena, sono Orgoglio e Compassione. Nell’epoca del turbocapitalismo la fysis, la Verità dell’Essere rimane nascosta.

Epilogo


Da quanto detto emerge che l’accusa di razzismo può essere rivolta unicamente a chi crede nella “purezza della razza” e si adopra con mezzi o parole ad agire contro chi ritiene essere di una razza diversa della propria.
Alla luce di quanto chiarito ogni disputa sulla “natura” degli immigrati è pertanto demenziale: gli immigrati non sono tutti uguali, non sono una razza e non sono in sé né cattivi né buoni, unicamente per appartenenza. Sbagliato anche quello che ora si definisce “buonismo” che si schiera improvvido e che porta a non avere opinioni sullo stato di avanzamento o arretratezza di un determinato popolo temendo il pregiudizio; diversamente le opinioni sullo stato di civiltà di una cultura vanno chiarite e espresse sia per prendere insegnamento sia per venire a sostegno di quella cultura al di sopra di qualsiasi generalizzazione che dal giudizio dato al popolo passi al giudizio dell’individuo e viceversa.
Chi invece diffida a priori del prossimo se appartenente a un’etnia diversa dalla propria, per pregiudizio senza conoscenza, è solo un ignorante cavernicolo che non ha ricevuto un’educazione adeguata, un bambino maleducato spesso cattivo in un corpo di un adulto e per questo pericoloso. Bisogna avere riguardo al fatto che mentre la diffidenza e l’orgoglio sono sentimenti naturali, l’orgoglio è innato, alla compassione si deve educare.
Ricordo da ultimo che non esiste in assoluto la cosa buona e la cosa cattiva, esiste in assoluto un corretto agire o una cattiva azione in dipendenza delle circostanze. La diffidenza è una postura dello spirito in sé né buona né cattiva, una virtù che in natura salva la pelle e che, rimasta tale anche negli umani, se educata invita alla prudenza, una delle virtù cardinali. Agita diversamente in odio al prossimo può divenire il peggiore dei mali. L’atteggiamento di chi insulta la diffidenza con accuse di razzismo con l’intento di salvarsi l’anima, è vomitevole e controproducente. Come sempre si tratta di misura e di dire oltre che dare a Cesare quello che a Cesare va detto e dato, né più né meno. Solo la cultura ci salverà.




Uomini che odiano la morale.

Gli uomini del fare scelgono il male che ritengono essere il minore (Di Maio  o Berlusconi? Scelgo Berlusconi), d’altra parte per loro la politica non è un fatto morale. Così parlò Scalfari, detto Eugenio: “La politica è una cosa diversa dalla morale, la politica è un fatto di “governabilità”, non l’ho detto io l’ha detto Aristotele e prima di Aristotele lo ha detto Platone. Per Platone quelli che facevano la politica erano i filosofi, che cosa poi i filosofi fossero moralmente è un problema che né Platone né Aristotele prendevano in considerazione. Aristotele fu l’insegnante di Alessandro Magno, il quale Alessandro Magno della morale se ne fotteva nel più totale dei modi”.  Simili affermazioni rivelano che Scalfari o non ha mai letto Platone o le poche letture fatte sono state male educate e superficiali. L’ignoranza, quella di tutti, è tale che Floris, pubblico in studio e a casa, pensando a Scalfari come a persona colta, che ha conosciuto il potere da vicino e intellettualmente onesta, avvallano senza battere ciglio le sue grottesche affermazioni. Altro che fake news.

Quanto segue vorrei fosse ben compreso perché questa separazione tra morale e politica e tra governabilità e morale sta alla base di tutto il fraintendimento e il marcio sociale.
Orbene, innanzitutto è bene sapere che Platone ha fatto della morale il tema, il leitmotiv di tutta la sua opera e di tutta la sua vita in quanto il suo massimo sforzo sociale è stato proprio cercare di portare la morale in politica. Senza dimenticare che prima di lui la filosofia non ha nome, per Platone non esiste filosofia se non è anche ethos, ovvero  filosofia morale. Infatti, in quello che viene ritenuto il suo capolavoro, Il simposio, l’eroe è l’Eros, l’amore come massima virtù morale e il suo premio è l’Agaton, il Sommo Bene, il supremo valore etico. La filosofia per Platone è “Amore della Sapienza” e la Sapienza non è, come poi inteso e maturato da Aristotele, solo conoscenza, la Sapienza è in uno “pensiero-amore”, non l’uno senza l’altro (logos e pathos). Il pathos è l’emozione che regge il mondo e guida il pensiero: la lingua esegue quello che il cuore comanda (vedi anche il Libro dei Morti degli antichi Egizi).

Per comprendere che cosa sia l’amore per Platone bisogna capire l’amore celeste, quello con l’A maiuscola (degenerato nell’intendimento volgare come amore senza sesso), amore che si contrappone all’amore volgare,  l’amore che si fa. La frase che segue è una metafora che servirà a metterci sulla strada per chiarire il concetto. Dice Platone: “Un bravo medico (vale anche per il politico, ndr) non è un medico capace, ci mancherebbe altro, ma uno che si prende cura del paziente”. Invito a fare attenzione all’apparente banalità con cui Platone si esprime, in verità le sue proposizioni (“sembra che dica cose banali”) sono abissi senza fondo. Platone considera la “capacità” come una condizione indispensabile di cui non si deve nemmeno discutere, ossia una condicio sine qua non necessaria ma insufficiente; la scavalca, va oltre e fissa l’accento sul gruppo aggiunto al periodo che definisce compiutamente che cosa si debba intendere per “bravo”: “uno che “si prende cura del paziente” . Si comprende allora che l’obiettivo vero e ultimo è “il paziente”, l’uomo; e chi è il paziente se non l’altro da sé, il nostro prossimo bisognoso di cure? Si comprende altresì che il modo è la “cura”, ossia, detto altrimenti la comprensione, la compassione e la misericordia che fanno della cura un atto dovuto, un dovere deontologico assoluto, senza considerare il soggetto agente.  Dunque, senso morale dell’essere e dello Stato. Questa altissima virtù che ha nome dignità e agisce generosamente in favore del prossimo dimenticandosi dell’io per Platone si chiama Amore. E chi è affetto da questo amore ha amore per una sola cosa la Verità.

Confrontate ora tale uomo con un individuo che da una posizione di potere afferma “Chi non fa i propri interessi è un coglione” (Berlusconi detto Silvio). Non vi sembra di precipitare dalle stelle alle stalle? Nella “cura” Platone esprime moralmente quello che per Kant diverrà l’io categorico, “ la morale dentro di me”, ossia l’agire che governa la vicenda umana in senso sia etico che morale. In questa aggiunta: “prendersi cura del paziente “ è espresso poi l’amore nella sua forma più alta e sublime, qual è l’amore per la verità morale come unica via per il Sommo bene.
Ora, Sgarbi detto Vittorio, a suo tempo citando Croce, ebbe a dire “se sei malato non cerchi un medico buono ma un buon medico, un buon medico non è un medico buono ma un medico capace”. Su questo “capace” tutto l’accento. Lo Sgarbi pensiero lì giunge e lì si ferma. A questo Platone risponderebbe “ci mancherebbe altro!”, ma non è questo il punto il punto è il paziente e la sua cura. L’impegno a considerare il paziente, ossia l’uomo, il centro e il fine dell’azione del medico (ovvero del politico) fonda per Platone tutta l’azione di governo e l’etica diviene la scienza della morale intesa a governare i nostri costumi, scienza politica, della polis, volta nell’interesse dell’uomo attraverso la cura a trovare l’Agaton, il Sommo Bene, la migliore e più felice convivenza . Mi fermo.

Riconsiderate ora le parole di Scalfari e capirete che abisso di ignoranza sostiene il pensiero di quest’uomo e di altri come lui. Meditate anche come la filosofia lontana dall’essere un’arte astratta sostenga invece tutto il pensiero moderno. Infatti, se si toglie la centralità dell’uomo, si perde l’umanesimo e anche il cristianesimo, sia il pensiero laico che religioso. “Le cerimonie sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le cerimonie” sono parole di Cristo e la proposizione viene ora ribaltata, l’uomo è fatto per l’economia e, non c’è confine al tormento, per la finanza. Così l’uomo è moralmente dimenticato, usato solo come risorsa umana ai fini produttivi. Separando la morale dalla politica si dà corso ideologicamente al  pensiero unico-economico, ossia al neoliberismo e alla idolatria del Mercato. Scalfari, detto Eugenio, è un personaggetto vittima di questa povertà spirituale che purtroppo, essendo nella testa di tutti e nel cuore dei più, domina con diversa sorte questo primitivo pianeta. Il rifiuto della massa, e non solo della massa, per la cultura avvalla di fatto il potere dei mediocri. Solo la cultura ci salverà.




La civilta’ impone il rispetto non l’uguaglianza

Una ragazzina viene violentata dal branco: stuprata e svergognata. In modo indipendente dalla colpa la femmina a giudizio di tutti a è marchiata dall’infamia. Questa mentalità non è altro che un residuo ancora vivo 

nel meridione d’Italia e in molti popoli della terra del giudizio in assenza di colpa, giudizio che testimonia come sentimenti primitivi, di sentimenti si tratta, sopravvivano all’interno delle culture attuali.

Testimonia altresì l’esistenza di una legge morale: non ci può essere condanna senza colpa. Questa che ora si presenta come un’ovvietà e stata una delle più grandi conquiste morali dell’umanità, un’umanità che è stata da sempre “fuori legge”; questo assunto segna la nascita della Giustizia in seno alla Legge, un Titano cieco e oscuro che dall’eternità del tempo l’ha preceduta.
Il valore ovvio e incontrovertibile di questa Legge Morale esclude dalla chiacchiera dannosa e sterile ogni relativismo. Il “chi decide cosa” nell’assolutezza della legge è già deciso: è e rimane in assoluto un parametro di Verità. La Verità esiste.

Ovvio che chi vive in una mentalità passata dove la “legge della jungla” impera, la jungla ha le sue leggi e i suoi imperativi. La storia di queste leggi copre milioni di anni e dal comportamento animale al comportamento umano centinaia di migliaia di anni in cui le leggi non sono mai state le stesse, ma come ogni altro esistenziale si sono evolute ed evolute sempre più velocemente secondo parabola. La considerazione della femmina, per più che giustificate ragioni di sopravvivenza del gruppo, non poteva in passato essere quella che è attualmente divenuta. I diversi gradi di evoluzione della civiltà hanno visto mutare di volta in volta la considerazione da un puro oggetto d’uso per il sesso e la prole a un essere di pari dignità, una “persona” al di là, al di sopra del genere di appartenenza. Per inciso questo processo deve essere ancora concluso per difficoltà da parte di entrambi i generi a concepire “persona”. La “persona” di fatto non fa mai alcun riferimento al genere né quando pensa né quando agisce.

Il salto da “oggetto a persona” copre miriadi di anni e segna con un vettore, la direzione della civiltà e l’esistenza della Verità: una verità morale che si afferma di fatto nello spirito dell’essere di contro a ogni becero relativismo. I relativisti che vorrebbero “culture di uguale dignità” sono solo pensatori di sterile e debole pensiero con cui non vorrei nemmeno polemizzare se un malaugurato falso senso dell’uguaglianza e della giustizia non fosse nella testa di tutti, anche dei migliori. L’idea che la verità sia relativa e che nessuno possa giudicare un altro dal proprio punto di vista sommata alla tirannica democrazia del dubbio, fanno di questi personaggi i più forti oppositori all’avvento della Verità.

Che chi giudica svergognata una bambina innocente in quanto stuprata, viva nell’assoluta convinzione della correttezza del proprio sentire, (sentire confortato dal sentimento di tutti, sentimento su cui si organizza un’intera cultura) non consente di attribuire a questa cultura un valore di verità se non relativamente all’epoca e alle condizioni in cui si è formata per la necessità che l’ha fondata. Se questa cultura viene confrontata con quella di chi nello stupro vede la colpevole violenza dell’aggressore e l’innocenza senza macchia alcuna della vittima, la superiorità di quest’ultima cultura è ovvia, assoluta, inoppugnabile.

La morale non può che essere soggettiva e come tale è realativa solo alla grandezza dello spirito che giudica, ma grandezza dello spirito giudicante obbedisce a leggi che faticosamente si sono fatte spazio ma che sono altrettanto assolutamente oggettive. La conqueista di queste leggi da parte dello spirito soggettivo univerasalizza lo spirito e fonda nello Spirito la sua verità, Verità morale. In questa adesione alla Legge Morale si produce un punto vista soggettivo oggettivamente più alto. Chi vive all’interno di una cultura fonda il proprio “sentire” sulla base educativa ricevuta dall’odore del latte materno. I più all’oscuro del processo evolutivo che ha portato in porto, nel qui e ora, tutto il passato, vivono come propri tutti i retaggi sentimentali anche i più beceri e retrogradi, quelli che ora e solo ora, la civiltà chiama pregiudizi.

Lo spaventoso salto nella considerazione della donna è un parametro fondamentale, non il solo, per considerare quanto sia insulsa e sconsiderata ogni teoria sull’eguaglianza culturale dei popoli. Un’abissale ignoranza attanaglia ancora l’umanità. Esiste un’evoluzione morale, le culture non sono equipollenti, i popoli non sono uguali. Quando il giudizio si lega alla colpa nasce la giustizia, prima non occorreva ci fosse colpa per la condanna. La civilta’ impone il rispetto non l’uguaglianza. Solo la cultura ci salverà.




Populismo: politica senza memoria e senza cultura

Il termine populismo nella sua accezione generale di atteggiamento o movimento politico e intellettuale tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari nasce nella seconda metà del XIX secolo in Russia e negli Stati Uniti d’America. Negli Stati Uniti con  Partito del Popolo del 1892 che sosteneva le istanze dei contadini del Midwest e del Sud, le quali si ponevano in conflitto con le pretese delle grandi concentrazioni politiche industriali e finanziarie. In Russia il populismo russo proponeva un miglioramento delle condizioni di vita delle classi contadine attraverso la realizzazione di un socialismo basato sulla comunità rurale, in antitesi alla società industriale occidentale. E proprio dal movimento russo nasce il termine populismo, come traduzione della parola narodničestvo, in cui narod significa popolo, che in seguito ai grandi movimenti politici del XX secolo ha assunto le varianti di populismo di destra e di sinistra.

Il populismo è dunque un movimento e in particolare un movimento culturale dove i soggetti sono gli intellettuali e il popolo, con una nascita presso gli intellettuali  e una direzione dagli intellettuali verso il popolo. Ora, se alle parole intellettuale o popolo avete già da ora preso posizione non continuate a leggere, l’articolo non è per voi. Per conoscere e capire i fenomeni bisogna sapere e prendere atto che il primo atteggiamento del bambino non è comprendere ma schierarsi. Se i termini populismo e popolo hanno oggi un’accezione ambigua dovuta alle loro diverse manipolazioni semantiche in relazione all’appartenenza ideologica, anche il termine intellettuale presenta non pochi problemi interpretativi. Secondo la Treccani intellettuale è “Riferito a persona, colto, amante degli studî e del sapere, che ha il gusto del bello e dell’arte, o che si dedica attivamente alla produzione letteraria e artistica. Al plurale gli i., per indicare complessivamente coloro che si dedicano agli studî, che hanno spiccati interessi culturali, che esercitano una attività intellettuale. In ambienti politici, la parola è stata usata con accezioni e sfumature diverse, talora per definire coloro che, in un gruppo sociale, in un partito e sim., costituiscono, per la loro preparazione culturale, per ingegno, ecc., la mente direttiva e organizzatrice (ha questo sign. anche l’espressione gramsciana i. organico); talora, invece, per designare polemicamente chi, in nome di una effettiva o pretesa superiorità culturale, assume atteggiamenti individualistici e critici in seno alla società in cui vive, al gruppo politico di cui fa parte”. 

Gli intellettuali dunque non hanno una collocazione, non sono definibili in una classe precisa e uniforme ma caratterizzati solo da un generico amore per la cultura intesa come una passione privata o , politicamente, come struttura portante e indispensabile per il sociale nel momento in cui gli intellettuali intendono rivolgersi al popolo. Gli intellettuali appartengono a diverse o diversissime filosofie, dal nichilismo al comunismo, dalla fede all’ateismo, filosofie che sottintendono diverse o diversissime visioni di vita e della società. Possiamo quindi senz’altro definire idioti coloro che si rivolgono a questa non categoria come a un unico cui addebitare giudizi del tipo “Gli intellettuali sono, o sono stati, la rovina del paese”. La spiegazione di questo vile agire del pensiero sta nell’ignoranza di chi invidia e odia tutto quello che gli è estraneo, che non può capire e a cui non può arrivare, nella volontà di rivendicare in seno alla mediocrità il diritto all’esistenza. Diritto sacrosanto, ma non criticare ciò che non puoi comprendere. L’odio per la cultura è una prerogativa popolare che va dai ceti più bassi a salire, secondo misura e in proporzione. La sua fonte primaria è l’invidia, quella che Dante relega Giuda nel Cocito insieme a Caino, fu per invidia che Giuda tradì Cristo. Tutto l’ultimo girone dell’inferno si fonda sull’invidia. Anche Caino uccise Abele per invidia, la motivazione di fondo per il tradimento e anche per l’avarizia (cupidigia per Dante) è l’invidia. In sé l’invidia può essere motivo di odio o ammirazione secondo diverse posture dello spirito: bontà, acredine o convenienza con infinite sfumature. Esiste persino un’euinvidia che guarda con gioia alla felicità altrui.

Ben altri sono tuttavia per lo più i mari in cui ancora si agitano le acque.
“Forti con i deboli e deboli con i forti” non è assolutamente prerogativa dei potenti, questa naturale disposizione dello spirito testimonia l’ancestrale attività animale, incolpevole nelle bestie, bestiale negli uomini. Viltà umana comune a tutti gli strati sociali, tanto più manifesta quanto minore è il potere. La “sindrome del caporale” dimostra che una briciola di potere in mano al penultimo può essere disprezzabile, umiliante e avvilente quanto e più dell’arroganza dei potenti. In milanese masapioc (ammazzapidocchi) è definito chi con un minimo di potere si vendica sul prossimo cercando con ciò il riscatto alla propria condizione, lo fa per “sentirsi qualcuno”, per quel minimo gradino acquisito si accanisce con chiunque incontri sotto di lui. Atteggiamento definito anche “sindrome della portiera”, questo genere di potere è considerato dal singolo alla stregua di un diritto acquisito, si esercita abitualmente in sedi burocratiche e anche nei condomini sul vicinato con singole piccole beccate dando al sociale tutto l’aspetto di un pollaio. Non è forse un fatto che tutti i regimi totalitari, fascismo, nazismo e comunismo, hanno creato apparati militari e polizieschi da affiancare alle forze istituzionali con il compito di controllare il popolo arruolando soggetti reclutati tra i più abbietti presi dal popolo? Nessuno è più lontano da un cittadino di un altro cittadino. Nessuno detesta il popolo più del popolo. Unirsi per collaborare è per lo più inviso.
Passando dal sociale all’individuale si pensi alla considerazione che si ha nel paese delle cosiddette tasse (in verità imposte) una santa istituzione che fa del primo mondo il primo mondo. Dove non ci sono tasse è il terzo mondo. Chi ci ha mai pensato? Tutti contro le tasse considerate da tutti un male: non l’eccesso ma le tasse in sé, l’istituzione! Va da sé che affiancare e sostenere questa idiozia procura consensi. Programma di governo: diminuire le tasse. E tutti applaudono.
Se osservate i palazzi in città, vi accorgerete che sono pieni di antenne di tutti i tipi, paraboliche e non, una per famiglia, indicatore dell’indisposizione assoluta anche in un condominio a unirsi e condividere. I contadini resistono a unirsi in cooperative, le piccole imprese in grandi e così via… Nessuno nel popolo è un essere sociale, pigrizia, ignoranza, orgoglio, diffidenza, sentimenti animali ancora padroni dello spirito.
Possiamo quindi ora tentare una prima definizione di populismo: la posizione politica di chi tende a sostenere sentimenti retrivi e ignoranza popolare, per appartenenza o per convenienza politica. Secondo l’adagio: ci sei o ci fai.

Orbene, il potere, comunque assunto, può essere esercitato per migliorare le condizioni sociali, sia materiali sia culturali del popolo o per trarne un vantaggio per il partito o movimento che dir si voglia o da ultimo personale.
Tra questi tre parametri: interesse pubblico, di partito, personale gioca la coscienza individuale. Senza l’ausilio di una profonda coscienza filosofica, l’io mercanteggia con se stesso ogni genere di falsità. Vendersi può significare: “non lo fò per piacer mio ma per piacere a Dio”. Dio il partito, Dio la famiglia, Dio quello che vuoi… gli alibi sono infiniti, compresa l’amante, la bella vita e la tossicodipendenza.
Al di fuori di valori certi rivolti unicamente all’interesse pubblico, tutte le scuse sono buone. Ne nasce un torbido malaffare cui è imposto il nome di “politica” o “politica del reale” ovvero rendere lecito l’illecito. Con un’idea di concretezza data alla somma indeterminata, scomposta e casuale quale risultante di tutte le menzogne e compromessi che determinano il contingente senza l’ombra di una direzione, ha luogo uno scontro continuo di affare e malaffare in cui l’animo di ciascuno entra in gioco dicendosene estraneo e tirandosene sempre fuori. La beffa. Responsabile chi?
Sic stantibus rebus il sacro nome del Dio, la Politica, viene trascinato nel fango e il popolo che si bea di tanta scelleratezza ne bestemmia il nome.
Storicamente in politica il ruolo degli intellettuali all’interno dei partiti è stato spesso quello di guida; rifacendosi a diverse ideologie gli intellettuali hanno dato la linea a questo, quel partito o movimento con diversa sorte e successo. Quasi invariabilmente all’idealità proposta dai magnanimi, è seguita una deiezione, un decadimento spirituale dovuto in parte alla difficoltà di mettere in atto utopie ma soprattutto dovuto all’incapacità degli eredi, dei seguaci, degli uomini pratici saliti al potere, di comprendere il valore e la portata delle idee che hanno ispirato il movimento, idee che sempre si fondano sulla filosofia e che per questo vengono presto disattese.

A questo punto è necessaria una breve nota su ciò che è la filosofia. Per quanto all’ignorante paia strano, idee come “tutti gli uomini nascono uguali” o “sono uguali di fronte alla legge” sono profondissimi intendimenti filosofici senza i quali questo mondo non sarebbe in concreto quale lo vediamo e viviamo. Di fatto nulla è più concreto della filosofia, non mi riferisco al suo studio ma alla sua entratura morale nel mondo. Quando nasciamo, nasciamo come eredi di principi universali che hanno liberato l’uomo grazie ai magnanimi da una condizione di schiavitù e sudditanza ma il cittadino che tutto questo assolutamente ignora, dal microcosmo della sua pusillanimità si chiede: “Che cosa ha fatto lo Stato per me” e va con i forconi in piazza. Quote latte. In democrazia è a questa infelice moltitudine senza radici che mi devo rivolgere per ottenere il consenso che mi permetterebbe di andare in loro soccorso. Giacché ogni generazione deve imparare di nuovo tutto il percorso fatto dall’umanità e se questo non accade come dovuto, la prospettiva è solo la regressione. Memoria e Cultura.

Scadendo ora dalla teoria alla strategia, alla tattica dalla generalità e dalla generosità dell’essere al contingente, si è sempre finito col confondere l’idolo con il Dio. A questo processo degenerativo hanno sempre contribuito l’interesse al potere personale e la volontà di compiacere al ribasso il popolo. Le perifrasi “il popolo non è pronto”, “il popolo non è in grado di capire” sono assolutamente vere! Per questo, a questo dovrebbe di necessità seguire un’azione diretta a mettere il popolo in grado di capire; questo non viene di fatto, fatto. Si offre al popolo demagogia al posto di educazione. Se ne riceve audience anziché cultura.
Anche in occasione delle più grandi guerre e delle più grandi stragi non bisogna scordare che dietro le armi si combatte sempre una battaglia culturale, una battaglia di civiltà: una guerra per imporre la propria concezione della “pace” nel mondo. Tutti, tiranni, i dittatori persino le democrazie hanno da secoli dichiarato di avere come obiettivo la pace: Tempus belli para pacem, la guerra per preparare la pace e non hanno ancora finito. Missioni per la pace o di pace orbi terraque.

Da sempre per governare e non solo in democrazia, occorre il beneplacito delle masse, il cosidetto consenso popolare ma andare incontro ai bisogni del popolo in nulla significa fare la sua volontà , a questo punto deve essere chiaro che al popolo purché mangi e si diverta, sta bene anche essere in catene. La dignità è un valore che appartiene al popolo nella misura della civiltà raggiunta. Mangiare e divertirsi, cui segue una grassa risata, è per il popolo il “concreto”, la vita reale, il resto è filosofia, parole al vento. L’uguaglianza tra gli uomini non è per il popolo principio morale ma vissuta come diritto in conseguenza dell’invidia: “Perché lui sì e io no”? Questa l’idea della giustizia. Quale altra?
Il cittadino, come a qualcuno piace chiamare la gente, ha sempre al centro l’io e agisce solo in sua difesa per appartenenza, per ciò cui appartiene e per ciò che gli appartiene. In questa prospettiva il sociale per coesistere deve essere necessariamente gerarchizzato per poter confermare come valido e riconosciuto il principio: “a lui si e a me no”. In una società gerarchizzata la superiorità è riconosciuta solo al “padrone”, mentre al “servo” conviene invece l’obbedienza e la fedeltà. Fedeltà: pessima virtù per uno schiavo. . I cittadini sono tutti sudditi, “yes man” in quanto solo facendosi schiavi soddisfano il padrone e ottengono il risultato voluto. Il servo infatti raggiunge il suo scopo quando soddisfa il padrone. Il paradigma è semplice “obbedisco non perché ci sono costretto ma perché mi piace”, questa la menzogna detta in sacrestia del proprio spirito unitamente alla chiosa: “io sono furbo, alla fin fine mi conviene”. La menzogna detta a se stessi: “non perché costretto ma perché lo voglio”, “non per necessità ma per virtù”, è il pilastro morale per molti di tutta un’esistenza. Ovviamente ne va della dignità, la schiena si piega e come al Luna Park lo specchio deforma l’immagine e la fa apparire diritta; all’onor del vero, smascherati, si aggredisce il debole e ci si china al potente. Solo il padrone e il sarto possono accarezzare la tua gobba. Al potente l’arroganza, al meschino la furbizia.

Stando che la morale del popolo è unicamente la convenienza, il popolo è pratico, panem et circenses, bastone e carota con il popolo funzioneranno sempre. Nel primo mondo, le bastonate un tempo pubbliche sulla pubblica piazza così come avveniva nei vecchi regimi o regimi dittatoriali, ora si limitano, per fortuna, a sperequare e umiliare in termini di ricchezza e giustizia. In altre parti del mondo diversamente la “canaglia” è ancora tenuta a freno con violenza e catene. Qualcuno ha pensato bene di liberarla. Il vaso di pandora aveva come tappo un canaglia, un dittatore. Ora è guerra ovunque. La democrazia è funzione diretta della coscienza popolare non una forma di regime. Le cosiddette libertà individuali riguardanti la morale non hanno ragione di essere se non in un contesto etico politico che riguarda tutto il sociale.
Il “Cicero pro domo sua”, volgarmente reso dal “farsi i fatti propri”, è un principio universale che segna l’ignoranza come substrato culturale comune a tutti gli uomini e fa degli uomini un’unica razza l’Homo sapiens sapiens.
Anche nel progredito occidente il popolo tende ancora a farsi i fatti propri, l’acuto aforisma è chiamato dalla plebe grassa e rozza l’11esimo comandamento; a seguire l’immancabile compiaciuto ridacchio per l’alta filosofia espressa.

Il popolo inoltre è molto miope, coltiva unicamente il suo: tira sera o tira a campà, non si interessa né del sociale né della politica, di visioni del mondo che vadano oltre confine del suo immediato. Stato e politica sono pericolosi stranieri pronti a invadere uno spazio che considera suo e solo suo. Al pubblico piace il privato.
Il popolo è ottuso, non ha conoscenza né esperienza, ritiene in buona sostanza reale, falso o vero che sia, ciò che vede e sente dalle emittenti, per confermare o per smentire la televisione rimane l’unico riferimento; oltre alla televisione non ha altri agganci culturali che il microcosmo di contatti negli ambienti in cui vive, a casa e al lavoro. Miserie che fanno da colonna portante per l’idea che si deve avere sulla morale, sulla convivenza civile, sulla natura umana, sull’universo e su Dio e su come deve essere tenuta l’asse del water, secondo il principio “solo quello che accade a noi accade veramente”. Concreto è solo quello che accade sotto i sensi e di quello che accade è vero solo quello che ci piace. È vero perché ci piace. Sul gusto personale tutta la verità e tutte le scelte. “Chi (è quell’idiota che, ndr) ha detto de gustibus disputandum non est se è sui gusti che si gioca l’intera esistenza?” (Nietzsche).
Il popolo chiama concreto solo quello che soddisfa i suoi appetiti. Tutto ciò che non accade a me non accade nel mondo. Non si documenta, non legge, non riflette e non sperimenta. Se lo fa, ripete all’infinito se stesso: i pochi files che occupano il suo universo morale, sempre gli stessi. Il resto è quotidianità, sesso, sport e cucina. Pusillanime significa dall’anima piccola (pusillus animus) al contrario di magnanimo, dalla grande anima. In fondo tutto si gioca su questo. La dimensione dell’anima conta. Una sana educazione dello spirito porta a crescere l’anima e la sfera degli interessi in crescita è destinata sempre più all’universale, coinvolge sempre più gli altri rendendo possibile la convivenza. Da individuo a persona esiste una lunga strada che nessun governo si è mai preso la briga di sostenere. La chiacchiera occupa interamente il sociale veicolando solo e unicamente stereotipi che conversano tra loro in luogo delle persone. Cose già dette.

Molti dei giudizi da me espressi non sono giudizi particolari dati a un popolo ma rivolti alla condizione umana nella sua generalità e ben altro ci sarebbe da dire. Anche da queste poche note si possono tuttavia tracciare le grandezze e le variabili del sistema popolo purché il sistema sia visto geograficamente, storicamente ed evolutivamente. Tutti i popoli sono diversi e tutti i popoli sono uguali. Molte delle cose dette sono vere per tutti i popoli, ma per tutti i popoli in misura diversa o diversissima corrispondenti a diversi o diversissimi gradi di civiltà. Un parametro come “farsi i fatti propri” può variare dall’incesto con stupro, o peggio, a non arrivare per tempo a tavola, o meglio, ed è presente in tutte le civiltà umane. Voglio dire che chi ha inteso il mio discorso come una critica unicamente negativa al presente, non ha veramente ma veramente, inteso nulla. Io analizzo e non mi schiero. È che la strada della civiltà è lunga e lunghissima e il punto in cui ci troviamo ha più strada da percorrere di quella già percorsa. Cosa per cui voglio bene alla mia epoca anche se non gli risparmio critiche. Se la democrazia ha messo al potere la mediocrità ho ben presente come nel passato sia stata la crudeltà e la barbarie a dominare.
La dignità come visto è una variabile fondamentale, un parametro che entra come novità assoluta nella storia solo recentemente, a partire dai primi atti di ribellione, nasce per combattere tutte le meschinità dell’essere quando l’individuo compiace per interesse alla propria umiliazione cedendo ai ricatti e facendo di necessità virtù, chiamando realismo la giustificazione ideologica che fa lecito l’illecito.
Molto diversamente in sostituzione del più antico “onore”, la dignità, la sua comprensione e assunzione, rimane fondamentale per la concretezza dell’esistenza. Dalla dignità dipendono lotte, diritti, libertà, fratellanza, uguaglianza, giustizia, convivenza, felicità ed economia. Senza dignità abbiamo solo padroni, crumiri e schiavi. L’uomo schiavo-crumiro, panem et circenses, sesso-possesso detto “uomo di pancia” è il peggior nemico del popolo e coloro che a lui si rivolgono in questi termini, gli “uomini del fare”, sciacalli. Chi aspira a rivolgersi al popolo da una posizione di potere, fosse un movimento o un partito politico, dovrà tenere ben presenti queste assolute verità. Può tenerle presenti in due sensi per fini contrapposti o per emancipare il popolo o per usare il popolo ai propri fini per il potere.

A emancipare il popolo o altrimenti detto, fare della massa, della gente, un popolo, sembra in mente dei, eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere far progredire la nazione in civiltà, sogno una costituzione che all’art.1 reciti “L’Italia è una Repubblica fondata sulla Cultura”. La cultura pare invece cosa che non riguardi né i governi, né le istituzioni né le opposizioni. Agire sulla mentalità del popolo per una sua emancipazione non pare riguardare la politica. L’importanza della cultura è soffocata dal Pensiero Unico Economico. Lo stato di civiltà di un popolo pare essere un fatto inalterabile, una costante del sistema sociale che come tale non deve essere presa in considerazione da nessun governo e da nessuna forza politica, da nessuna istituzione. La crescita morale dello spirito è ovunque fuori discussione. Per certo è un fatto che l’inerzia culturale di ogni popolo è un macigno tale da essere difficilmente smosso nel contingente da qualsiasi forza politica. Questo accade in ogni nazione, in ogni epoca. Eppur si muove. Provvidenza o pronoia si voglia chiamare, esiste una forza che spinge il progresso in modo indipendente dalle circostanze e tuttavia la politica può essere un freno o un acceleratore di questo cammino che andrebbe in ogni modo agevolato anche e soprattutto con interventi culturali mirati a migliorare le relazioni tra gli uomini non solo con la coazione, leggi, ma con insegnamenti morali, nelle istituzioni. L’educazione dello spirito, massima e unica disciplina per Platone, è ancora istituzionalmente una sconosciuta. Non un pensiero per educare il popolo. Il popolo si serve e non si educa.
Anziché rivolgersi alla gente con un piano educativo ogni potere dalle dittature alle monarchie alle democrazie, alla gente si chiede solo il consenso, consenso per ottenere o conservare il potere così la gente non diverrà mai popolo. L’ignorante è un ottimo cliente.

Ottenuto il potere, i migliori tra i governanti pensano al bene del popolo, ma totalmente privi di sapere filosofico pensano al bene del popolo unicamente come soddisfazione materiale. Che altro? Pagnotta calcio e sesso sono quantum satis, minimum vitae. Che anche questo star bene per avere successo debba corrispondere una mentalità, una cultura e una morale, neppure un pensiero. Nessuno realizza che il benessere economico sia frutto di una convivenza civile. Con gli schiavi un’economia, con gli uomini liberi un’altra. La mentalità è tutto. Il pensiero unico economico domina il pianeta e trova consenso proprio nella pancia del popolo. Il suo fine è il dominio del pianeta da parte di pochi o pochissimi, per ottenerlo ha bisogno del consenso degli sfruttati ovvero del popolo che volentieri con una mentalità da schiavi senza filosofia ovvero senza dignità, glielo accorda gridando in piazza il diritto di mangiare, “fare” sesso e andare allo stadio e tacendo al lavoro alla presenza delle videocamere. Un vecchio adagio recita: “Chi pecora si fa lupo se lo mangia”. Ovviamente va letto: “Più ti fai pecora più l’altro si fa lupo”, tutto avviene sempre secondo misura.

Il popolo in sé nella sua globalità è privo di qualsiasi valore, significato, unicità, direzione, voce, come un gregge può essere condotto ovunque. Tra il signore e il capopopolo per il popolo l’ultimo che parla ha sempre ragione. Della cosa, di qualsiasi cosa, vede solo una ragione: la propria, del resto non sa né vuole sapere. Per ogni individuo una ragione diversa, per ogni individuo solo la propria. Un io ipertrofico anima ciascuno e se unito ad altri in una “causa contro” moltiplica se stesso senza vedere gli altri, anche quando le ragioni dell’uno nulla hanno a che vedere con le ragioni dell’altro eppure se lasciati soli si accopperebbero; cessato il motivo che li ha visti uniti, una volta lasciati soli, cominciano a beccarsi e ricreano subito il pollaio. Per comprendere è bene capire che di là da giudizi, tutto questo è naturale, fa parte della natura umana come derivazione da quella delle bestie.
Leader carismatici possono occasionalmente anche sorgere dal popolo, ma è cosa storicamente recente, rara e preoccupante. Quando il popolo attraverso suoi capipopolo prende il potere nascono terrore, orrore, stragi, genocidi.  I capipopolo e la ciurma appresso sono in genere falliti che raccolgono con la violenza (il sangue piace al popolo) il consenso di tutti i falliti, frustrati, umiliati, rancorosi, in spirito di riscattare il fallimento e la frustrazione. Il successo del golpe è garantito nei momenti di crisi e di povertà usando la violenza e offrendo il meglio alla canaglia in proporzione diretta all’esaltazione e alla meschinità dell’anima e chiedendo in cambio fedeltà. Il popolo ha dentro di sé un mostro: se risvegliato porta il terrore.
Veniamo dunque al populismo, termine tornato in auge dopo essere stato a lungo dimenticato e posiamo i pezzi sulla scacchiera. Il termine viene impiegato in Italia per indicare il Movimento5Stelle, la Lega, Fratelli d’Italia, in Europa Marine Le Pen(Francia) , Nigel Farage (Inghilterra) , Norbert Hofer (Austria), Victor Obran (Ungheria). Ora pare che anche Trump possa essere investito di questo termine. Per Putin, Erdogan, Assad il termine è dittatore ma paiono anche questi tutti in odore di populismo.

Fatta eccezione per i 5Stelle, movimento a carattere più trasversale, negli altri casi possiamo parlare di “populismo di destra”. Eppure una volta esisteva un “populismo di sinistra” ben più affermato socialmente dell’attuale populismo. Il segreto era l’unità raccolta in una classe, quella operaia. Un’idealità che raccoglieva tutti i lavoratori e li spingeva alla lotta, la lotta di classe, lotta per i diritti del lavoro di contro a una classe padronale che difendeva il profitto.
Per tutta l’esistenza del PCI e del PSI, populismo ha significato per la sinistra stare dalla parte del popolo; e stare dalla parte del popolo senza approfittare né della pancia né dell’ignoranza, lottare anzi per la sua emancipazione, per una coscienza popolare che rivendicava i propri diritti. Questa idealità nelle attuali cosiddette sinistre è quasi totalmente scomparsa. L’idea di un’emancipazione, di una lotta e di una coscienza popolare non è neppure sfiorata e dunque nessuna ideale possibile unità. Indegni usurpatori si sono infilati nei panni altrui e danno ora al termine populista un significato unicamente negativo. Ma la notte era già cominciata e cominciata da un pezzo. I media viaggiano sempre in mezzo al fiume senza accorgersi della corrente, vanno dove li porta il vento, rassegnazione, cinismo, interesse personale. Fanno della professione un mestiere. Loro sì che sanno come gira il mondo. Bella gente. Le belle presentatrici televisive non hanno la minima cognizione del significato del termine e tanto meno dell’accezione in cui lo stanno usando. Una volta si chiamavano annunciatrici ora si spacciano per giornalisti, pardon giornaliste.
Ora tutti parlano di populismo ciascuno attribuendo al termine un significato diverso con diverse sfumature. Chi lo è un po’ chi non lo è per niente, per principio. Quelli che lo sono del tutto e non si vergognano. I più onesti… oh yees. Rimane ovvio che la considerazione in cui tenere il popolo dipende dall’intervento che si vuole fare sul popolo e che l’intervento dipende dalla definizione della fotografia come dall’azione che ne segue. Che cosa significhi populismo parrebbe a tutti chiaro dal momento che il termine si spreca ad ogni telegiornale o talk show ma come visto e dimostrato il significato e la valutazione da dare al termine possono essere differenti e persino opposti.
Populismo, mi dice un amico, Carlo dei 5Stelle, è stare dalla parte del popolo,  stare dalla parte di chi è sfruttato, di chi soffre, di chi è emarginato, degli umili, dei poveri…Un’idea catto-comunista definibile anche questa come populista che pur non essendo io né cattolico né comunista non solo non disprezzo ma in certa misura ammiro.

Sul socialismo è calato il silenzio. Ora che la farfalla è tornata nel bozzolo non è più in grado di volare. Il neonato bruco Renzi non sa neppure che cosa siano i diritti dei lavoratori, lavora per la parte avversa, proclama la necessità di scelte anche impopolari definite per l’occasione, udite udite, coraggiose. Spara qua e là sui diritti dei lavoratori e sulla costituzione e il 40%, che ancora non si è accorto del colore scuro della sua anima, lo applaude perché di sinistra. Populismo per Renzi è un’oscenità con cui diffamare i 5Stelle unitamente a tutte le destre.
Ovviamente ciò che è impopolare non è necessariamente contro il popolo: non credo sia una novità che le medicine non piacciono né ai bambini né agli adulti, ma ciò che è impopolare può anche ben essere contro il popolo. Che significato ha dunque essere o non essere contro il popolo? Fai del bene quando compri un gelato a tuo figlio?
La decisione dipende dalla condizione e dalle conseguenze, non dai un gelato a tuo figlio se ha il mal di pancia, anche se per questo tuo figlio potrebbe odiarti. Diverso se non dai il gelato a tuo figlio per darlo all’amante o mangiartelo tu. Il figlio è colui di cui ci si deve prendere cura e che ha bisogno essere educato.
“Dare al popolo quello che il popolo vuole e dire al popolo quello che il popolo vuole gli sia detto” e un’azione irresponsabile, opportunistica e criminale. Dico questo in memoria del grande statista Bettino Craxi che con queste parole fece scomparire il socialismo dalla storia del nostro paese. Dedichiamogli una piazza.

Un popolo senza educazione, educazione dello spirito, avrà come ricompensa al potere il regime che si merita, si tratti di una dittatura o di una democrazia. La democrazia infatti è espressione diretta della cultura di un popolo.
Tutti i discorsi sulla natura umana, il buon selvaggio o l’homo homini lupus, tendenti a individuare una “natura” sono amenità ignoranti del processo evolutivo della cultura. Perdonabili per il passato ma intollerabili al presente. Errori logici riempiono la nostra cultura e frenano l’evoluzione.
In genere ogni proposizione viene letta con un fondamentale errore logico che qualifica con un aggettivo una tesi e con l’aggettivo opposto l’antitesi: se A è bianco allora B, diverso da A, è nero. Così si afferma quasi inconsciamente che se A è cattivo allora B, vittima di A, è buono. Ovviamente se A sevizia B, A è cattivo ma questo non dice nulla sulla natura di B. Questa stortura logica ha riempito tutta la cultura, dalla televisione, alla letteratura, alla filmografia, in genere la più scadente, facendo leva proprio su questo inganno.
Qui nasce infatti il più grande inganno. Chi è sfruttato, chi soffre, chi è emarginato, chi è povero … sarà cattivo o buono? Si preoccuperà degli altri o solo di se stesso?
“Incattivito dalla vita” non è forse questa l’espressione che più si addice ai diseredati? Il termine “cattivo” non nasce forse da “captivus” prigioniero?
Impariamo questo, se la cattiveria non è come sostiene qualcuno insita nel DNA, essa nasce da una malasorte: quanto più sono state infelici le condizioni di vita, quanto più grande è stata la sofferenza tanto più la cattiveria ha ragione di esistere. Insorge allora una patologia dell’essere non obbligatoria per il singolo ma per certo necessitata per la massa. E dunque… gli sfruttati sono forse persone migliori degli sfruttatori? È stato il plebeo, il borghese, persona migliore dell’aristocratico? La canaglia non è forse sempre stata in mezzo al popolo?

Il comunismo nasce con questo peccato originale: credere lo sfruttato migliore dello sfruttatore rivendicando paradossalmente in lui virtù che il popolo, non per sua colpa, non ha mai conosciuto. Questo vizio ideologico ha fatto dimenticare il problema della coscienza, la necessità imprescindibile dell’emancipazione popolare dello spirito e ha consegnato all’ignoranza il potere. Il socialismo reale è stato la morte del socialismo. “Dio è popolo” è un’utopia che deve ancora realizzarsi, realizzarsi nell’idea di fare della gente un popolo, diversamente è una bestemmia non meno pericolosa di “popolo bue”. Questo falso ideologico ha fornito alle classi dominanti un alibi, la povertà spirituale del popolo si è riversata nel comunismo reale, regime che forzatamente voleva vedere il popolo legato alla virtù. Forti di questa evidente falsità, i padroni del mondo pretendono per sé un diverso destino e ritengono con ciò giustificato lo sfruttamento.  A ciascuno secondo i propri meriti, di nascita e carriera, è ancora legge universale anche in democrazia. Selezione e competitività per il bene comune è la tesi neoliberista. Eppure, non è forse ingiusto e odioso lo sfruttamento? Non è forse odioso chi sfrutta?!  Dunque da una parte chi pensa “popolo è bello” e dall’altra chi pensa “sfruttare è giusto”. In queste becere puerili opinioni si è dibattuta e ancora si dibatte la più parte dell’umanità.
Il popolo in sé non è nessuno, non ha voce, nel popolo esiste gente di grande generosità come esiste la canaglia come dai primordi ai giorni nostri e da qui all’eternità. Quando si pensa al popolo non si può pensare a questo o a quel popolo ma tutto deve essere visto attraverso i secoli, attraverso i millenni, attraverso la storia, la geografia e l’evoluzione, e comprendere che né il potere né il popolo sono mai stati gli stessi e che quello che la gente, politici compresi, ha in mente per “popolo” è solo un’astrazione miope, misera e puerile. Per comprendere bisogna leggere, studiare, pensare e soprattutto riflettere, molto riflettere o avere la bontà di tacere. Il turbocapitalismo è l’ideologia dominante, è un’idrovora che succhia costantemente capitali all’economia per nasconderli nelle tasche di pochissimi, ha un unico nemico la Cultura. “Gli uomini non sono uguali” è una verità universale e solo la cultura potrà renderli tali. Solo la cultura ci salverà.