Ambientalismo o meteoropatia?

Sostengo con convinzione l’ondata delle manifestazioni Global Strike for Future per il fatto che vedo emergere nuovamente i giovani, coloro che incarnano e rappresentano in ogni presente il futuro. Tuttavia, la macchina mediatica-ideologica della società dello spettacolo, che non è in mano alle giovani generazioni, sta già intorpidendo le acque inquinando persone e idee. 

Ci risiamo, dunque, la coscienza degli adulti si sveglia intorpidita dal sogno della Economica (che in realtà è l’incubo del Capitalismo) e cosa propone per sé e per il mondo in vista della catastrofe? Semplicemente il contrario di ciò che ha fatto fino ad ora. Angosciata dal senso di colpa rifiuta tutto quello che ha fatto fino ad ora e trova nella simmetria degli opposti la via della salvezza: rinunciare alla carne per diventare vegani (nemmeno vegetariani), usare il treno e non l’aereo, se usare l’auto meglio quella elettrica, differenziare i rifiuti … e via di passo. La simmetria invece della misura.

Le parole d’ordine del nuovo ordine etico sono rinuncia e pauperismo, invocando un ritorno alla abbandonata “Natura”, dal momento che la “Cultura” e in particolare la “Tecnica”, ovvero tutto ciò che ha reso l’uomo tale in milioni di anni, ci è ostile e ci porterà alla catastrofe. So che una parte del vasto mondo ambientalista, in particolare nelle società tecnologicamente più avanzate, ha intersecato le nuove tecnologie (intelligenza artificiale, robotica, ingegneria genetica…) trovandovi il sostegno per un nuovo rinascimento, si fanno chiamare post-umanisti o trans-umanisti. Sono tentativi di salvare con l’uomo anche la sua cultura, tecnologica, tuttavia il loro entusiasmo così come il pessimismo di molti altri ambientalisti più naturalisti che vogliono salvare il Pianeta (una volta si voleva salvare il Mondo) mostrano più che una nuova ideologia il sorgere di una visione del mondo religiosa.

La parola emergente nel lessico ambientalista usato per titolare sui quotidiani i sempre più numerosi articoli sull’inquinamento planetario e sugli effetti catastrofici del cambiamento del clima è colpa: “La Terra è malata e la colpa è nostra”.

Ad un secolo dalla pubblicazione del “Il tramonto dell’occidente” di Oswald Spengler, dopo il colonialismo, due guerre mondiali, l’olocausto, la bomba atomica, le crisi finanziare-economiche, l’inquinamento planetario, l’immigrazione, il terrorismo, il cambiamento climatico, la coscienza occidentale appare ormai esausta e dominata dal senso di colpa. E poiché tale senso di colpa viene vissuto soggettivamente (ricordate “avete vissuto al di sopra delle possibilità” o “la festa è finita” ?) i rimedi ai mali del mondo non possono che essere individuali: “Ecco i gesti quotidiani da fare per salvare il clima” titola ancora un quotidiano.

Quando ci si risveglia tutto appare semplice: io devo cambiare il mio stile di vita e se tutti lo faranno allora le cose cambieranno davvero. Sembra di ritornare ad una predicazione di antica memoria che evoca alcuni fondamenti della nostra cultura. Il problema è però come fare ad influenzare gli altri: con l’esempio in famiglia, l’educazione nelle scuole, i social nel web, la politica nelle istituzioni? Ecco che ricadiamo nella realtà che implacabilmente trasforma ciò che voglio in ciò che posso, una realtà dominata dalla economia, dalle relazioni conflittuali tra gli Stati, dal potere della comunicazione mediatica e dalla levatura dei politici. 

Che fare, allora? Mi piace la sicurezza mostrata dai discorsi di Greta Thunberg, ma temo che le soluzioni non esistano perché sono già conosciute, piuttosto esse si troveranno lungo la strada sì, dell’agire, procedendo in un continuo confronto collettivo, a condizione però di avere prima pensato. E pensare non è conoscere, le soluzioni non sono un fatto tecnico, ma culturale e si troveranno nella mentalità con cui si capirà la realtà e nel modo con cui la si affronterà. In altre parole le soluzioni sono dentro la Cultura e se dobbiamo privilegiare le giovani generazioni rispetto a quelle più anziane è perché esse vivranno in un futuro che non ha posto per noi adulti del presente. 




Il Sole si leverà anche in Occidente

Rileva Levi-Strauss in L’altra faccia della luna. Scritti sul Giappone che il popolo giapponese è il primo patrimonio del Giappone. Questa verità sul significato di “popolo”, che in occidente viene ridotto al concetto economicistico di “capitale umano” e per altro risulta meno riscontrabile, ci indica tuttavia un limite storico del Paese del Sol Levante.

La separazione dei giapponesi dagli stranieri perseguita con volontà e tenacia per secoli al fine di difendere e mantenere le proprie tradizioni autoctone li ha portati a denotare la propria cultura con il fenotipo. 

Tuttavia, la dicotomia tra giapponesi e gaijin (straniero) ancora presente nella società apparirà loro sempre meno sopportabile, non solo sul piano utilitaristico ed economico, nella misura in cui viene meno alle premesse e principi della loro stessa originaria cultura, la quale si fonda sulla relazione (non esistono entità di base), sul carattere situazionale di ogni cosa simbolicamente collegata a qualcos’altro, sulla costante ricerca dell’armonia.

Immersi in una matrice materialista e relativista che non concepisce la cultura come variabile indipendente, ovvero dalla quale dipendono tutte le attività umane, come la politica e l’economia, le comparazioni tra paesi diversi, ancor più tra quelli occidentali e asiatici, risultano fuorvianti o errate nella misura in cui le variabili delle analisi, quali per esempio demografia e immigrazione, al di là della oggettività dei dati riportati, vengono trattate con il metro e il giudizio occidentali.

Nella prospettiva della globalizzazione, sia per ragioni di carattere demografico, politico ed economico, l’isolamento residuale di questo arcipelago risulterà sempre meno sostenibile e il Giappone ancora una volta avverte oggi (come già nel periodo Meiji e con il dominio Usa dopo la II Guerra Mondiale) la necessità di porvi rimedio (accordo di partenariato economico con la UE, apertura all’immigrazione, Olimpiadi, turismo,…).

Tuttavia, sarebbe un errore fatale per tutti pensare, magari sperare, che il Giappone alla fin fine venga assimilato alla visione del mondo occidentale, la vera globalizzazione del pianeta. 

Per i giapponesi si tratta, dunque, di aprirsi al mondo dimostrando con la loro cultura che la modernizzazione tecnologica non implica necessariamente la totale acquisizione del modello occidentale di società, mentre per noi occidentali si tratta di uscire dal nostro tramonto. Come osserva acutamente l’antropologo Alan Macfarlane il Giappone ci indica un terzo tipo di civiltà moderna e rappresenta una reale alternativa per il nostro immaginario culturale ormai esausto.

Come dicono spesso i giapponesi usando l’espressione in diversi contesti: yōsu wo mimashō, vediamo un pò come vanno le cose.




Per essere democratici bisogna essere un popolo.

Da quando Angela Merkel ha dichiarato, dopo gli esiti delle elezioni in Assia, di lasciare la direzione della Cdu, di rinunciare alla propria candidatura nel 2021 né di volere altri incarichi politici, sono iniziati i commenti sul futuro della politica in Germania, quindi in Europa, quindi in Italia. Già si scorgono le avvisaglie delle solite critiche italiane rivolte alla Germania, in realtà esternazioni di amore-odio, che ci accompagneranno fino alle prossime elezioni politiche tedesche del 2021. Al fine di trovare un vaccino contro le prossime critiche virali, in particolare quelle che saranno rivolte contro la politica della Merkel, la supremazia tedesca in Europa, eccetera, voglio qui esporre una piccola analisi che si articola sulla base dei dati relativi ai risultati elettorali in Germania nel periodo 1980-2017

e sulle Cancellerie tedesche del dopoguerra nel periodo 1949-2018

Con riferimento alla prima tabella si possono osservare come negli ultimi 38 anni, a cavallo dell’unificazione avvenuta nel 1990, due fenomeni significativi nella vita politica della Germania:

i) la partecipazione del popolo tedesco alle 11 consultazioni politiche nazionali (colonna delle % votanti) si è mantenuta a livelli sempre elevati e pressoché costanti, se si tiene conto degli impatti socio economici e dell’apporto di 16 milioni di nuovi cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca alla  popolazione della Germania Federale pari a +25%;

ii)  considerando la distribuzione delle percentuali dei voti (in Germania vige un sistema elettorale proporzionale con  collegio uninominale e soglia di sbarramento) si può facilmente notare come il “blocco democratico” dei voti costituito  da CDU-CSU-SPD-Verdi-FDP pesava nel 1980 per il 99,5% , nel 1990 per 92,1%, nel 1994 per il 92,1% e nel  il 2107 per il 73,1%. Nelle ultime elezioni del 2017 si può inoltre osservare il 9,2% della Linke che, sebbene non esistente nelle precedenti tre consultazioni qui considerate, va comunque considerato partito democratico e come tale può essere aggiunto “al blocco democratico” facendolo in tal modo raggiungere l’ 82,3% dei voti.

Nella seconda tabella sono elencati i 9 Cancellieri che hanno costituito i 25 Governi federali succedutisi dal dopoguerra ad oggi.

In conclusione, quali considerazioni si possono trarre da questa semplice disamina? Innanzitutto che, dopo la prima fase di rimozione del proprio passato nazista perdurata fino a  metà degli anni sessanta, alla quale è seguita una profonda e diffusa operazione culturale sulla memoria, la coscienza democratica si è diffusa e radicata nel popolo tedesco diventando un fatto acquisito; in secondo luogo che  il sistema elettorale ha garantito negli anni la stabilità di governo tramite la formazione di coalizioni che per la gran parte sono state fino ad oggi sostanzialmente invariate. Infine, ed è l’osservazione principale,  si scorge una verità che è ad un tempo sociale, politica ed etica, ovvero che la stabilità di un governo dipende dalla stabilità della coscienza democratica del popolo che attraverso la sua rappresentanza li configura. Per essere democratici bisogna essere un popolo.

L’emergere di un partito quale l’AFD ci indica che la regressione estremistica della destra/nazista in Germania ha il carattere di un’incidenza che deve preoccupare per il disordine che genera, come accade per l’insorgenza di una malattia virale, ma che in alcun modo essa può minare la base democratica del paese il cui popolo, nella sua generalità e variabilità, mostra comunque di essere vaccinato: la memoria storica è il vaccino di un popolo.




L’accoglienza non è una parola

In una scena di un film sulla guerra in Afghanistan (anni 2002-2008) una reporter  di guerra americana passeggia al mercato di Kabul in compagnia di un fotografo inglese suo amico, di fronte ad un ragazzino mendicante si fermano: Lei “Non farlo, è una truffa”,  Lui “Ah, pensi questo?… davvero? Lo so che è una truffa… allora? Comunque sia chiede l’elemosina” e gli porge del denaro. 

Nella realtà quotidiana delle nostre città, ci troviamo spesso di fronte ad una persona che chiede l’elemosina. Quante volte in un giorno? Una tempo erano i “barboni” sul sagrato della chiesa, poi gli “zingari” per le strade, mentre oggi sono i “migranti”, quasi sempre africani di colore, che si mettono accanto all’ingresso dei supermercati o dei bar e ci aspettano, ci sorridono e ci salutano, in piedi o seduti col cappello in mano. Come reagiamo noi in queste occasioni? Non cerco alcuna captatio benevolentiae, ancor meno voglio suscitare sensi di colpa, ma solo descrivere con adeguato distacco una scena ormai abituale  che tuttavia ci offre una insolita occasione per pensare.

Si tratta di comprendere il rapporto  tra la conoscenza di un fenomeno e la coscienza che maturiamo verso di esso. Siamo consapevoli in quel momento che quella persona di fronte a noi molto probabilmente pochi giorni o settimane prima si trovava su un gommone in mezzo al mare e che forse ha visto annegare alcuni suoi compagni di viaggio?

Da alcuni anni nel trattare l’argomento dei migranti molti usano il termine  accoglienza, un termine  diventato una bandiera  che connota una appartenenza politica, una discriminante, e che divide la sinistra dalla destra, i progressisti dai reazionari, gli altruisti dagli egoisti, gli umani dai disumani, i civili dagli incivili, i “buonisti” dai “cattivisti”. In verità non mancano le tragedie consumate tanto in mare quanto sulle coste che il mare divide per giustificare questa sensibilità, ma il punto è da quali principi l’accoglienza, che vuole diventare un comportamento, è dettata: solidarietà, giustizia, umanità? E ancor più in profondità su quale sentimento questi principi a loro volta si fondano?  Si sostiene che tale sentimento sia la compassione, la risonanza affettiva che si prova di fronte ad un altro che soffre e che porta al desiderio di alleviarne la sofferenza.

Secondo il filosofo israeliano Khen Lampert questo stato d’animo sarebbe radicato nella nostra natura umana, non mediato dalla cultura e universale, ed è ciò che avrebbe motivato le rivendicazioni storiche di cambiamento sociale.

Per gli greci antichi la compassione è collegata alla empatia e costituiva una tecnica di recitazione che legava lo spettatore all’attore e l’attore stesso al personaggio interpretato. Il concetto passò quindi alla filosofia coi sofisti che usavano la parola come strumento di persuasione (retorica). Per le religioni monoteiste quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam la compassione proviene dall’amore e, seppure tra le diversità delle fedi, si coniuga nella carità che per gli ebrei, per i quali essa è una forma di giustizia (zedaqad), e per i musulmani (zakat) è intesa come un dovere morale, un obbligo, mentre per i cristiani essa è una virtù (le tre virtù teologali fede, speranza e carità, strumenti) e l’elemosina un atto volontario.

Caso a parte è quello del buddismo. Per i buddisti la compassione (jihi) assume un significato più ampio rappresentando il vissuto del desiderio del bene nei confronti di ogni essere senziente. Nel Buddismo jihi può essere tradotto come “togliere sofferenza e dare felicità” e pertanto al buddista risulta necessario che ciascuno di noi alimenti il seme della “compassione” nel profondo del proprio cuore.

Dunque, dobbiamo fare o no l’elemosina al migrante fuori dal bar? E’ una questione personale che attiene alla nostra morale, non alla politica o alla religione. Ognuno di noi lo deciderà di volta in volta guardando negli occhi quell’uomo o donna di fronte a noi, ma per tutti valga un precetto dello Shintoismo: “La sincerità porta alla verità. La sincerità è saggezza, che unisce l’uomo e il divino in un tutt’uno. Sii caritatevole con tutti gli esseri: l’amore è la prima caratteristica del divino”.   




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Adda venì Federico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




La frontiera non è un limite.

“Combattere la tecnologia significa combattere l’ingegno umano”. Con questa affermazione il programma di Intelligenza Artificiale della IBM Project Debater si è recentemente confrontato, sotto le vesti di un display dalle dimensioni umane e con voce sintetica femminile, in un dibattito durato 20 minuti con due oratori sul tema della telemedicina. Nel dibattito il software ha sostenuto che i governi dovrebbero sovvenzionare l’esplorazione dello spazio, quindi la telemedicina dovrebbe essere utilizzata più ampiamente.

La capacità di argomentare dell’Intelligenza Artificiale continua a progredire e a sorprendere, iniziando a farsi percepire dal pubblico più istruttiva ed efficace dei competitori umani. Arriveremo presto all’oratoria greca e latina di Gorgia o Cicerone?  In fondo, una delle recenti realizzazioni di robot con IA si chiama Sofia.

Intanto rilevo con molto interesse la presenza di un professore universitario di “informatica e filosofia” (Chris Reed, Università di Dundee)  in questa demo dell’IBM, che mi richiama alla mente quanto sostenuto dal professore Ivano Dionigi, famoso latinista italiano,  che cita Steve Jobs e il bisogno che abbiamo di “ingegneri rinascimentali”.

L’intelligenza Artificiale ha aperto una nuova frontiera che richiede nuovi pionieri con nuovi saperi. 




La cortina di ferro del XXI secolo

Una nuova forma di mal d’Africa si propaga nel mondo. Non è la nostalgia per il continente, ma il ritorno al colonialismo nella versione aggiornata  di una guerra fredda tra le potenze globali, questa volta tre: Cina, Russia e Stati Uniti.

Il flusso migratorio che si dirige verso l’Europa proveniente dall’Africa attraversa il Sahel, una fascia di territorio colpita dalla desertificazione causata dai mutamenti climatici e dalla conseguente grave crisi alimentare, che si estende dall’oceano Atlantico al Mar Rosso. Su questa area considerata come frontiera da presidiare per controllare la migrazione si è  recentemente concentrata l’attenzione politica (e militare) di alcuni stati europei quali la Francia, la Germania e l’Italia.  Il Sahel rappresenta per l’Europa il suo orizzonte degli eventi, ma la visione limitata  rischia di oscurare l’origine del fenomeno: gli spazi di là da quella siepe non sono interminati e occupati da sovrumani silenzi.

La mappa odierna dell’Africa mostra una realtà ormai consolidata che vede da anni le tre grandi potenze globali sempre più vicine e disposte a confrontarsi:   la Cina presente economicamente e militarmente nei paesi del Corno d’Africa e che estende la propria influenza verso ovest e verso sud, la Russia impegnata in missioni diplomatiche nei paesi sub-sahariani per stabilire relazioni economiche e commerciali (vendita armamenti) per contrastare la Cina e gli Stati Uniti, gli Stati Uniti  presenti sia economicamente che militarmente.

Le ragioni dell’attrazione per l’Africa da parte delle grandi potenze non sono umanitarie (anche se in alcuni casi così si presentano e talvolta anche operato come n nella recente epidemia di ebola), alcune sono note: le risorse minerarie (titanio, cobalto, radio, rame, tantalio, uranio, petrolio, gas naturale, piombo, zinco, carbone, stagno, oro, diamanti, amianto, bauxite, cromo,…); altre meno note: l’uso agricolo del territorio per importare  prodotti alimentari (vedi il caso della Cina).  Tutto questo sarebbe sufficiente a far capire quali siano gli enormi interessi in gioco e a quali rischi di conflitto siamo tutti nel mondo esposti.

Eppure i paesi europei, preoccupati dalla crisi del proprio benessere e confusa dalle paure diffuse nelle proprie popolazioni, mostrano con la politica agita attraverso i partiti e vari movimenti  cecità e ignavia. L’immigrazione viene considerata come  variabile indipendente rispetto alla quale la politica e la sua propaganda si conformano, e si appiattiscono. Definita da alcuni come una nefasta e minacciosa invasione da respingere, da altri come una opportunità e risorsa economica da accogliere. L’immigrazione detta l’agenda delle crisi di governi.

Alcuni analisti e osservatori ci avvisano che si tratta di un fenomeno epocale spingendosi ad individuarne le cause nello sviluppo demografico e nella condizione di povertà che caratterizzano il continente africano. Tuttavia, sono ancora pochi quelli che uscendo dalla facile posizione politicamente corretta del soccorso umanitario mostrano l’onestà intellettuale di connettere  i fattori in gioco al fine di delineare un quadro generale della situazione: i) in Africa si sta ricostituendo una nuova cortina di ferro tra le tre più grandi potenze, tra loro in competizione per un nuovo ordine mondiale; ii) le guerre nei territori sub-sahariani, ancorché generate dalle condizioni di sottosviluppo culturale ed economico locali, sono manifestazioni su scala ridotta della politica con altri mezzi perpetuata delle grandi potenze per esorcizzare un conflitto armato diretto, dalle conseguenze incontrollabili.

Nulla di nuovo, si dirà, dopo l’infinita crisi mediorientale e quella petrolifera nel Golfo, ma certamente molto più preoccupante se sommata alle crisi in atto sul confine Europa-Baltico Russia, tra le due Coree e nei mari Cinese e Giapponese. Una volta si diceva “pensare globalmente e agire localmente” e oggi? Come si può pensare di affrontare il problema dei flussi migratori (variabile dipendente) senza avere conoscenza e consapevolezza di quanto sta accadendo su scala planetaria? I singoli Stati europei poco o nulla potranno fare se non diventare Europa, quarta potenza mondiale, a meno di non voler arroccarsi dentro i propri confini per mantenere il più possibile il benessere raggiunto.

In tema di immigrazione è  diventato lessico comune tra le sinistre e le destre parlare di “piano Marshall” (espressione che le sinistre traducono con “interventi umanitari” e le destre con “aiutiamoli a casa loro”), ma forse non è sufficientemente chiaro che per rimediare alle immense sofferenze dei migranti africani non basterà l’accoglienza, occorreranno lacrime e sangue (dopo Marshall anche Churchill è tornato di moda): enormi investimenti  a governi locali autonomi (mld di € all’anno, per almeno un decennio) e presenza militare per  garantirne l’utilizzo e la sicurezza locale.




La storia non ammette la tabula rasa

Arthur Schopenhauer diceva: “Tutti prendono i limiti della loro visione per i limiti del mondo”. Gli esiti dell’elezione del 4 marzo non annunciano una catastrofe, ma al contrario indicano un passaggio evolutivo nella politica italiana, tanto auspicabile quanto necessario, per entrare nel futuro del terzo millennio. Che muoiano i partiti della sinistra italiana è un bene, ma il problema diventa: chi e come recupererà i principi sani della sinistra?  La politica vera è la visione dell’interesse lontano,  sosteneva il giurista  Rudolf von Jehring, 1884) qui da noi prevale invece  la miseria intellettuale dei nostri politici e di molti opinionisti (sic!) ed è disarmante. Invece di conoscere e affrontare il tema cruciale dell’intervento della Scienza e delle nuove Tecnologie nella Cultura umana, non solo nel lavoro e nelle relazioni della vita quotidiana, si abbandonano alla più selvaggia pesca a strascico dei voti instillando in un popolo disorientato dall’analfabetismo funzionale insicurezza e paura verso ogni forma di cambiamento. Per loro il valore è la stabilità, leggi status quo sociale, per di più ricercata nel proprio cortile, mentre nel nostro Universo fondato sulla evoluzione l’unica costante è proprio il cambiamento.

Robert Owen, industriale e socialista del XIX secolo, scrisse: «La generale diffusione delle manifatture in tutto il paese genera un nuovo carattere nei suoi abitanti; e dato che questo carattere si forma in base a un principio del tutto sfavorevole alla felicità individuale o generale, produrrà i mali più deplorevoli e duraturi, a meno che la vera tendenza non venga controbilanciata dalle interferenze e dalla direzione del governo“. Dopo tre rivoluzioni industriali e all’alba della quarta fatta di Intelligenza Artificiale e delle nuove tecnologie GNR (Genetica, Nanotecnologia e Robotica) già emerse nei settori tecnologici delle Nanotecnologie e nuovi materiali, della Genetica e biotecnologie, della Robotica e intelligenza artificiale, della Mobilità elettrica intelligente e guida autonoma, della Chimica, cosmetica e farmaceutica, dell’Agritech e agrifood, della Blockchain IoT (Internet of Things), della Realtà virtuale e aumentata, oggi in Italia  la “direzione del governo” cui si riferiva Owen rischia di essere conquistata da ignoranti e ipocriti che nascondendosi dietro la facile difesa dei diritti acquisiti, da loro usati come cortina fumogena, s’improvvisano nuovi luddisti ribaltando nel futuro una felicità perduta.

Un esempio di questa nostalgia ideologica è il “reddito di cittadinanza”. Usato come proposta politica per integrare i redditi inferiori alla soglia di povertà o per compensare lo stato di disoccupazione in attesa di un posto di lavoro,  questo nuovo istituto andrebbe piuttosto inteso e studiato come necessario rimedio allo strutturale aumento della disoccupazione che si prospetta per i prossimi anni, dovuto alla progressiva e inesorabile sostituzione di molti lavori manifatturieri e nei servizi con la robotica e lintelligenza artificiale. Alcuni economisti si sono accorti che la recente crisi economica caratterizzata da un forte aumento della disoccupazione ha coperto la sostituzione di molti lavoratori con l’automazione. E’ stata una prima dimostrazione del fatto che l’economia non potrà più mantenere la promessa di creare nuovi posti di lavoro e certamente non alla stessa velocità a cui la tecnologia, con la sua crescita esponenziale, li eliminerà. La disoccupazione cesserà di essere un fenomeno legato alla fase di un ciclo economico per diventare strutturale e irreversibile.

Siamo entrati in una epoca caratterizzata dal passaggio verso una nuova rivoluzione non semplicemente economica ma culturale e ci troviamo già di fronte ad un bivio:  assecondare la rifondazione in atto di un nuovo ordine mondiale secondo il vecchio paradigma capitalistico basato sulla crescita di una ricchezza che consuma il pianeta creando diseguaglianza economica e sociale, oppure conoscere il nuovo paradigma dello sviluppo tecnologico ed imparare ad accoglierlo per controllarlo e dirigerlo. Non conoscere l’evoluzione tecnologica in atto e non riconoscere in essa la nuova emergenza evolutiva,  resistere ad essa descrivendola come un pericolo per l’umanità o accettarla passivamente come una nuova religione salvifica, ci coglierà impreparati e ci condanna ad essere spazzati via dalla piena dei cambiamenti che sta per travolgere la nostra civiltà come oggi la conosciamo. Occorre perciò liberarsi dal pensiero unico-economico di uno sviluppo basato esclusivamente su beni materiali e sul possesso e ripensare l’intera struttura economica e sociale, ripensare le nostre vite, ruoli, scopi, priorità e motivazioni.  Ci sarà sempre meno spazio per ideologie verticistiche e conflittuali legate all’appartenenza etnica, religiosa, politica o territoriale. La politica democratica si svilupperà orizzontalmente, trasversalmente per problemi, e  richiederà sempre più informazione, comunicazione e cooperazione.

L’epoca appena iniziata della Singolarità Tecnologica, della fusione  di tecnologia e intelligenza umana, ci pone l’obbligo di costruirne uno nuovo paradigma culturale che cambierà radicalmente la nostra coscienza, la nostra intelligenza e dunque il nostro sistema sociale.




La dignità dell’uomo tra fine e mezzo

Anche fatti recenti dal mondo del cinema ci offrono l’opportunità di riflettere sulla questione morale: esiste un minimo comune multiplo tra le denunce tardive di molestie sessuali subite da attrici (e attori) e lo svelamento dei documenti top-secret di cui tratta l’ultimo film “The Post” di Steven Spielberg?  Sì, esiste e si chiama dignità. 

Daniel Ellsberg, ex militare ed economista del Pentagono, nel 1971 svelò al New York Times alcuni documenti segreti del dipartimento della Difesa degli USA su cui stava lavorando. Tali documenti, poi chiamati Pentagon Papers, rivelavano le strategie del governo americano in merito alla guerra in Vietnam. In una intervista apparsa sul quotidiano laRepubblica alla domanda “seguire gli ordini o la coscienza?” Ellsberg così risponde rivolgendosi in particolare a coloro che operano all’interno di un sistema:

(…) Se, tuttavia … dovessero scoprire che i loro capi e le istituzioni per cui lavorano stanno ingannando il parlamento o l’opinione pubblica, allora li incoraggerei a denunciare ai cittadini quello che hanno scoperto servendosi di documenti che lo provano, e agendo a qualunque costo per le loro vite e carriere”.

Si potrebbe limitare il senso di queste parole sottolineando la formazione da “soldato” o la tarda età cui è giunto Ellsberg dopo aver avuto successo nella sua impresa. Ciò allegerirebbe il peso del confronto con le nostre comuni esistenze. Tuttavia, non possiamo né dobbiamo dimenticare che molti uomini e donne comuni hanno rinunciato persino a vivere, figuriamoci per una carriera cinematografica, pur di non accettare il sopruso, la menzogna, l’umiliazione.  Su  tali sacrifici si sono fondate le libertà e diritti che oggi tanto spesso e orgogliosamente invochiamo e rivendichiamo.

Scrive Hannah Arendt in Responsabilità e Giudizio : “Un fatto del mondo è sempre qualcosa che è diventato tale (come si deduce dall’etimologia latina della parola: fieri – factum est) . In altre parole, è abbastanza vero che il passato ci assilla, poichè la sua funzione è appunto quella di assillare come uno spettro noi che viviamo nel presente e desideriamo vivere in questo mondo così com’è, ossia com’è diventato”.