Lacrime nella pioggia

In questo articolo tratterò della pandemia da Covid-19 e del coronavirus SARS-CoV-2 dal punto di vista della comunicazione e del linguaggio. Occorre però una premessa. Nella nostra cultura, che ha origine nel pensiero greco, il linguaggio costituisce il fondamento di ogni comprensione quanto metafora del pensiero. Dalla filosofia alla logica ciò che comprendiamo attraverso il linguaggio viene comunicato usando un medesimo vettore strutturato in simboli, parole, suoni o immagini.



C’è un modo per nascondere le cose alla vista degli uomini che è più efficace del buio: abbagliarli con la luce. E’ esperienza comune che quando si entra in un ambiente chiuso dopo essere stati esposti alla luce solare negli spazi aperti la vista si affievolisca momentaneamente  e dobbiamo aspettare qualche istante prima che i nostri occhi si adattino alla nuova condizione. Questo fatto ha una spegazione scientifica, ma qui interessa il suo valore come metafora per descrivere lo situazione della nostra coscienza sollecitata dall’esposizione alle informazioni che riceviamo dai mass media e dai social.

Già alla fine dello scorso anno si erano diffuse dall’estremo oriente notizie su un nuovo virus appartenente alla famiglia dei Coronavirus che preoccupava le autorità locali per la patologia indotta e per le sue capacità d’infezione e diffusione. Di lì a pochi giorni le informazioni che sono state diffuse sono aumentate seguendo un andamento ben più veloce di quello con cui lo stesso virus si diffondeva. In breve tempo la quasi totalità della cronaca si occuperà del Coronavirus attirando l’attenzione e suscitando timori di centinaia di milioni di persone nel mondo.

Secondo le indicazioni istituzionali ed editoriali delle principali testate, in ossequio ad una concezione della trasparenza secondo il principio del dire tutto a tutti , siamo stati sopraffatti quotidianamente dalle informazioni riportate dai giornalisti sulle caratteristiche del virus, sul suo andamento nei paesi dove era comparso e in quelli dove si stava espandendo e, infine, sui comportamenti più idonei da adottare per contrastarlo. Dal buio dell’ignoranza sui virus in cui siamo quasi tutti noi vissuti, a parte le cronache sul fanatismo dei “no wax”, in pochi giorni siamo stati esposti alla luce abbagliante delle informazioni, dei pareri e delle spiegazioni scientifiche fornite da virologi, epidemiologi, medici ed esperti di varia estrazione.

Sospinta da questa marea è salita l’angoscia, non tanto per il coronavirus che gli esperti si ostinavano a dichiarare agli inizi di essere come una influenza per poi ammettere di non conoscere, quanto per il modo con cui l’emergenza è stata comunicata. Una narrazione, come è di moda dire, nata come il viaggio di un organismo invisibile trasmesso all’uomo da un pipistrello in un affollato mercato alimentare del lontano oriente giunto a noi in Italia. Possiamo già ipotizzare che non mancheranno nei prossimi mesi  racconti thriller e fiction distopiche per elaborare la paura e rilanciare l’editoria.

Se concentriamo l’attenzione sul caso italiano, trascorsi ormai due mesi di “distanziamento sociale” possiamo osservare che in un tempo molto breve un popolo, che già avevamo appreso da ricerche internazionali essere agli ultimi posti nelle graduatorie culturali per la presenza di un elevato tasso di analfabetismo funzionale, è stato investito da informazioni farcite con acronimi, termini e concetti scientifici biologici (virologia, immunologia) e statistici (epidemiologia) mai sentiti prima e, in ogni caso, nemmeno studiati a scuola dalla maggioranza delle persone. 

Queste informazioni sul virus SARS-CoV-2 e sull’andamento della pandemia da Covid-19 sono state poi diffuse dalle istituzioni mediante comunicati quotidiani, in molti casi più volte al giorno, che contavano contagiati,  ricoverati in terapia intensiva, casi guariti e decessi, “con” o “per” coronavirus. Un puntino sui grafici giorno dopo giorno. Alla confusione generata dalla difficile comprensione dei dati forniti, espressi in percentuali senza specificare la modalità del loro calcolo e senza accertare l’omogeneità dei valori assoluti cui erano riferiti, si è aggiunta la deformazione percettiva del fenomeno indotta dalle geolocalizzazioni raffiguranti l’intensità e la diffusione della pandemia sullo sfondo di stilizzate carte geografiche.

Sui quotidiani e sul web mappe come quella qui riportata apparivano alla nostra vista come silhouette dei vari paesi colpiti dal virus coperte da cerchi di colore rosso più o meno grandi che avrebbero voluto rappresentare la proporzione della diffusione della pandemia. Il tentativo di differenziare i vari diametri dei cerchi per rappresentare proporzionalmente la diversa diffusione del virus nei vari paesi risultava tuttavia vana, dal momento che, per necessità dovuta al piccolo spazio a disposizione che imponeva l’adozione di una scala molto piccola, alla proporzionalità dei diametri dei cerchi tra loro non corrispondeva altrettanta proporzionalità degli stessi rispetto alla grandezza dei paesi. Il risultato è stato dunque quello di offrire a persone già impressionate dai numeri preoccupate una percezione visiva del fenomeno che lasciava intendere che la pandemia fosse estesa all’intero paese: carte che rappresentavano interi paesi, se non continenti, coperti da cerchi di colore rosso.

Quanto poi agli aggiornamenti numerici sull’andamento della pandemia il formato adottato sembrava (ancora oggi è così) un bollettino delle catastrofi quali terremoti, incidenti aerei o ferroviari, incendi, attacchi terroristici che riportava l’elenco dei numeri dei morti (decessi), dei feriti (contagiati) e dei dispersi (asintomatici). D’altra parte, lo stesso ricorso alle metafore che hanno considerato l’epidemia come uno “tsunami” e la situazione creatasi come uno “stato di guerra” usate da politici e giornalisti per giustificare le indicazioni emanate dalle autorità  per fronteggiare l’emergenza,  in realtà ha tradito la paura e l’incompetenza degli stessi comunicatori piuttosto che rivelarsi uno strumento comunicativo utile per far prendere atto della situazione e assumere con razionalità la responsabiltà del caso.

In una vera situazione di “guerra” i comandi militari responsabili delle azioni si guarderebbero bene dal pubblicizzare ai propri soldati, ancor meno ai civili, bollettini giornalieri recanti il numero delle vittime e dei danni subiti, semmai comunicherebbero per ragioni propagandistiche i danni inferti al nemico. 

Ciò che qui si vuole mettere in evidenza è che l’errore della modalità comunicativa non è consistito tanto nella sua impronta sensazionalistica quanto nel fatto che è stata adottata in modo compulsivo prima che si disponesse di informazioni certe e razionali per comprenderle. Nell’emergenza Covid-19 si è palesata la differenza tra pensiero scientifico e prassi politica.  Politici alimentati da scienziati accondiscendenti, prestati allo spettacolo, e amplificati dagli operatori della comunicazione si sono comportati rilevando lo stesso smarrimento e la stessa angoscia di chi li ascoltava e seguiva. Il potere politico, se si concepisse che la politica vera è la visione dell’interesse lontano , imporrebbe a coloro che lo esercitano la responsabilità etica di possedere se non la conoscenza dei problemi da affrontare e risolvere, almeno un livello culturale adeguato, non l’interesse, per comprendere la situazione.

Nel processo di rilevazione-comprensione-contrasto dell’epidemia generato dal nuovo coronavirus il fattore tempo è stato quello più rilevante. In particolare, l’accelerazione e la velocità, derivate del tempo, sono diventate gli indicatori per misurare con il primo la diffusione della pandemia (fase 1) e col secondo l’uscita dall’emergenza (fase 2). Quale e quando arriverà il rimedio per sconfiggere la pandemia? Cosa arriverà prima: un farmaco antivirale, il vaccino o l’immunità di gregge? Quando saremo di nuovo liberi di tornare alla “normalità”: a metà maggio, la prossima estate, entro l’anno, la prossima primavera…?

Spossati dal “distanziamento sociale” e sempre più preoccupati per gli ingenti danni che ne sono seguiti e altri che ne seguiranno, si tende a voler dimenticare cosa è successo in questi ultimi mesi d’isolamento quasi si trattasse di una fuga, una corsa da accelerare per allontanarsi nel più breve tempo possibile dalla sorgente del pericolo e giungere in fondo al tunnel per ritrovare con la luce la pace. Ma qualcosa sembra turbare le nostre coscienze ed emerge il timore che “non sarà più come prima”. Forse non tornerà più la “normalità” che abbiamo sospeso perché questo Coronavirus ha scoperto il vaso di Pandora, mito greco di ventotto secoli fa che oggi ci appare come la nuova metafora per descrivere la situazione reale.

Sempre rimanendo nell’ambito del linguaggio e della comunicazione spostiamo l’attenzione sul Coronavirus SARS-CoV-2 in sé per notare che nelle numerose spiegazioni su cos’è un virus fornite da virologi, immunologi, medici e biologi è stato omesso un termine, un particolare anch’esso di natura linguistica che tuttavia cambia la prospettiva del fenomeno. Anche al nuovo Coronavirus è stato dato un nome, se n’è conosciuto il genoma, se ne sta studiando il comportamento nella sicura prospettiva che, come avvenuto in passato in molti altri casi, prima o poi sarà posto anch’esso sotto controllo. Eppure nel presentarlo si è dimenticato di dire che la piccola entità biologica chiamata virus è un parassita.

Il punto è che i virus sono organismi parassiti obbligati e in quanto tali, non possedendo le informazioni sufficienti per auto riprodursi, hanno bisogno di una cellula ospite che fornisca loro i mezzi per farlo. Da quando esistiamo su questo mondo i virus come entità sono sopravvissuti contribuendo a stabilire con l’uomo (in generale con tutte le cellule vegetali e animali) uno stato di equilibrio virus-cellula che costituisce nel bene e nel male uno degli aspetti del nostro rapporto con la natura.

Oh, questa Natura! Per secoli ci siamo crogiolati sul dubbio se essa fosse benigna o matrigna ed ecco arrivare questa pandemia con le sue evidenze: i) è l’uomo stesso con la sua cultura che decide l’equilibrio nel rapporto con la natura; ii) l’uomo ha rotto questo equilibrio da almeno tre secoli. E, dunque, se è vero che nulla in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione si arriva anche all’amara verità che la stessa evoluzione se-ne-frega dei nostri “diritti” e “spazi di libertà”.

Gli scienziati che lavorano sui modelli matematici ci avvertono che se sarà confermato nei prossimi giorni (con riferimento alla data di questo articolo) ciò sarà la prova che le misure di “distanziamento sociale” adottate sono state efficaci…”perché altrimenti” …(Manzoni dixit) se l’andamento continuasse ad essere esponenziale… dovremmo tornare all’isolamento o al limite perseverando moriremmo tutti e… il “discorso finisce lì” (Keynes dixit).

Nell’emergenza posta dalla pandemia il mondo occidentale ha rivelato, al suo interno, una profonda differenza culturale nelle strategie da adottare per affrontarla: da un lato alcuni paesi dell’area meridionale dell’Europa, Italia per prima, che, assumendo il modello cinese, proponevano l’isolamento totale della popolazione, dall’altro altri paesi dell’area più nordica dell’Europa che consideravano l’ “immunità di gregge” come l’unico obiettivo realistico da perseguire per non sconvolgere la vita economica e sociale. Tutti, comunque, nell’attesa di farmaci efficaci per la cura e del vaccino per la profilassi.

Le dichiarazioni del premier inglese, seguite da altre di politici ed esperti olandesi, scandinavi tramite i comunicatori, che ci indica quando una popolazione ha superato il pericolo pandemico di una infezione, fece scalpore e divise l’opinione pubblica tra gli umanisti latini e cinici anglosassoni. Le domande eluse, perché inquietanti, sono state: quanto tempo trascorrerà prima che ognuno di noi potrà riprendere la vita quotidiana ex ante (normale, sic!)? Quale assetto economico e produttivo ritroveremo? Quanti saranno i morti seguendo la strategia della immunità di gregge e quanti invece con il lockdown? Rispetto ai deceduti causati direttamente dalla pandemia coronavirus, le vittime di natura economica e sociale sono da considerarsi effetti collaterali? Il punto è tutto qui: la scelta tragica di stabilire quale proporzione di vittime siamo disposti ad accettare? In altre parole, è un problema di velocità: in attesa di farmaci antivirali e del vaccino qual è la strategia più rapida e più efficiente, per raggiungere l’immunità di gruppo?

Il filosofo Umberto Galimberti ci ha spiegato che i razzisti più pericolosi sono quelli che “io non sono razzista, però…”. Orbene quel “però…” ricompare nelle argomentazioni diffuse tra esperti e vittime potenziali che trattano la pandemia : “la salute prima di tutto, però l’economia…”

Comunque, questo Covid-19 non è una esercitazione.




Che l’emergenza vi sia lieve

Secondo la vulgata popolare le domande della filosofia sono riducibili al “da dove veniamo e dove andiamo”, qui invece si vuole considerare l’esistenza in vita ovvero il “dove siamo” mentre viviamo. Da metà gennaio in Italia abbiamo scoperto l’insorgenza di una nuova malattia che può interessare tutta la popolazione. Passata la prima quarantena fatta di ritardi, confusioni e allarmi indotti da politici, esperti e giornalisti (mediocre esempio di intelligence) oggi possiamo affermare che la vera emergenza nel paese non è stata causata dall’insorgenza di un nuovo virus (Sars-CoV-2), quanto dalla scomposta reazione delle autorità e della popolazione di fronte ad esso. La vera emergenza è stata la fragilità manifestata nel fronteggiare una emergenza sanitaria.



Nella lingua corrente il termine emergenza ha perso il suo significato etimologico di “ciò che emerge all’improvviso dalla superficie delle acque”, sia esso una bellezza piuttosto che un pericolo, per assumere quello esclusivo e totalizzante di allarme, come avviene per la parola emergency nella lingua inglese. Inoltre, mentre l’emergenza come allarme assume la caratteristica di un evento improvviso che si manifesta subito con una fase acuta, le situazioni di pericolo cronico tendono ad essere non più considerate come emergenze in quanto ricorrenti o abituali. Per questo motivo mentre un nuovo virus può costituire a prescindere un’emergenza, una influenza stagionale, un incendio, una esondazione o un terremoto diventano tale solo in funzione dei danni che provocano, prendendo in considerazione per lo più quelli economici.

Tutto questo condiziona la nostra percezione dei fatti e fa senso, ma domandiamoci se ha davvero senso? Soffermiamoci sul seguente elenco dei pericoli reali accumulati in questi ultimi settant’anni in tutto il mondo e che presentano (escludendo le guerre e il terrorismo) fattori di rischio di effetti catastrofici per ogni nazione: armi nucleari, centrali nucleari, inquinamento atmosferico, cambiamento climatico, andamento demografico, migrazioni di massa. Tutte queste realtà hanno in comune il fatto di essere state create dall’uomo più o meno direttamente e di essere generalmente considerate come un effetto collaterale, un prezzo che dobbiamo pagare in cambio del benessere, dello sviluppo e delle libertà di cui godiamo.

Si dirà: perché escludere le malattie infettive dall’elenco dei rischi per l’umanità? Perché i virus (come per altro anche i batteri) fanno parte della vita sul pianeta, ovvero dell’insieme delle caratteristiche quali l’omeostasi, il metabolismo, la riproduzione e l’evoluzione che definiscono secondo la biologia gli esseri viventi. Il fatto è che i virus in particolare (dal latino “veleno”) sono microrganismi definiti come parassiti endocellulari obbligati in quanto, non essendo in grado di sopravvivere da sé perché non posseggono l’acido nucleico sufficiente per farlo, hanno bisogno di una cellula ospite per moltiplicarsi.

Quale che sia l’origine dei virus, a tutt’oggi non ancora definitivamente accertata, è comunque acquisito dalla scienza che questi organismi, che possono infettare tutti i tipi di forma di vita dai batteri alle piante agli animali, siano vecchi quanto lo sono le prime cellule comparse sul pianeta. In altre parole le forme di vita esistenti sul pianeta, dunque anche l’uomo, convivono coi virus da centinaia di milioni di anni in una costante ricerca di un equilibrio con i suoi parassiti: i virus infettano le cellule e si moltiplicano a danno di quest’ultime, ma non tutte le cellule ospiti devono morire perché altrimenti i virus non avrebbero più l’ambiente di cui necessitano per sopravvivere loro stessi.

Oggi gli epidemiologi valutano che un’epidemia, in assenza di farmaci o vaccino, può essere considerata conclusa quando l’infezione raggiunge una popolazione di cellule pari al 15-20% del totale per poi regredire allo stadio di endemia o autoeliminarsi. Gli epidemiologi, in attesa di un vaccino o farmaci, non possono prevedere se una epidemia regredirà o progredirà verso la pandemia, ma solo calcolare la probabilità di questi differenti esiti.

Dunque, le decisioni vanno assunte sulla base di probabilità e non su certezze, ma il punto è proprio qui: un popolo impaurito esige rassicurazioni dai politici che lo governano e non si rasserena con le analisi degli scienziati, tanto più se queste si fondano su concetti di probabilità e rischio che non comprende. Indipendentemente dal livello d’istruzione, infatti, siamo tutti condizionati da una mentalità che si fonda sulla esclusivo rapporto causa-effetto e la nostra coscienza pretende una risposta, una soluzione, netta e precisa al problema. Una battuta del film “il ponte delle spie” (Steven Spielberg e Tom Kanks) recita: “(…) dimmi qualcosa che mi rassicuri, la verità non mi interessa”.

Se dobbiamo convivere coi virus perché allora allarmarsi quando insorge una malattia infettiva? La situazione che stiamo vivendo per il propagarsi del Coronavirus (Sars-CoV-2) con la malattia che la sua infezione provoca (Covid-19), al di là dei bollettini sui contagi-guariti-deceduti, che hanno avuto solo il merito di allarmare la gente in nome della sacralità dell’informazione senza fornire alcuna utilità, sta svelando la vera grave emergenza: quella costituita dallo stato del nostro Sistema Sanitario Nazionale.

La verità ormai è dichiarata apertamente e diventa spiegazione da fornire pubblicamente per richiamare la gente ad osservare con senso di responsabilità le norme restrittive, ormai estese a tutto il territorio nazionale, per arginare la diffusione del contagio: non dobbiamo ammalarci di coronavirus perché è particolarmente pericoloso, ma perché la sua diffusione rischia di far collassare la Sanità pubblica che si sta mostrando non in grado di fronteggiare simili emergenze. Incapacità medico scientifica e tecnica? Certamente no.

Si tratta di carenza delle risorse allocate alla sanità: mancano medici, infermieri, sono stati soppressi reparti, chiusi ospedali, diminuiti i posti letto, in particolare quelli per terapia intensiva, tutti risultato dei tagli di bilancio alla spesa per la Sanità pubblica in quest’ultimo decennio. È bastato un virus per incrinare il mito dell’eccellenza sanitaria lombardo-veneta, intenta a dare sempre più spazio al business privato.

È stato opportunamente fatto osservare che la crisi sanitaria in atto ha mostrato due gravi criticità di ordine politico e istituzionale che hanno causato l’inefficienza delle risposte al problema epidemico. Da una parte si è palesata la mancanza nella Unione Europea di una competenza in materia sanitaria, dall’altra la mancanza in Italia di una autorità centrale e la ridondanza delle deleghe sanitarie alle Regioni in nome di una dispendiosa autonomia locale.

La cosiddetta saggezza popolare espressa dal detto “chiudere la stalla quando buoi sono scappati” (con ciò parafrasando in senso ironico un concetto fondamentale della prevenzione per il quale la stalla andrebbe chiusa prima che i buoi scappino) non è la stessa che ispira i comportamenti irresponsabili a cui assistiamo in questi giorni in risposta al provvedimento governativo di estendere la zone d’isolamento a livello nazionale al fine di contenere la diffusione del virus, come mai era accaduto in precedenza (si noti che in soli tre/quattro giorni i Dcpm hanno esteso la “zona rossa” da livello regionale-provinciale a livello nazionale). E qual è il quadro generale delle dichiarazioni implicite che sottendono ai comportamenti espliciti?

Una l’abbiamo già ricavata: non ammaliamoci per non caricare il sistema sanitario, la nostra salute è in subordine. A seguire, si manifesta più preoccupazione per i danni del virus sull’economia reale che per i suoi effetti sulla salute. Il paradosso, in realtà la contraddizione, si rileva nel fatto che da una parte gli studiosi sostengono che le epidemie sono dovute al sistema globale di produzione del cibo, alle pratiche agricole mondiali, alla deforestazione e agli allevamenti animali intensivi in quanto favoriscono la mutazione dei virus aumentando la loro probabilità di fare il salto di specie (verso l’uomo), ma dall’altra i politici e la società civile (dagli imprenditori ai lavoratori e sindacati) si preoccupano per l’impatto economico enorme (recessione) che avranno le misure adottate nel Nord Italia. Tutti alla ricerca di un equilibrio nel bilancio costi-benefici, ma come è possibile pensare di trovare un equilibrio tra le stesse forze produttive che determinano il problema (epidemia)?

Circola sul web l’esempio di Taiwan come best practice sanitaria contro la diffusione dell’epidemia da coronavirus. In effetti si tratta di una applicazione efficace ed efficiente di quanto si può apprendere da un manuale di epidemiologia e dalla logistica, che sarà caso di studio in tutto il mondo per governi e operatori sanitari (almeno così mi auguro). Passiamo in rivista alcuni punti del protocollo applicato dalle autorità sanitarie e dal Ministero della Digitalizzazione (sic!) di Taiwan, dopo l’esperienza fatta con la devastante epidemia di Sars del 2003 che li aveva colpiti e la sfiducia acquisita in quella occasione verso la Cina e l’OMS accusate di aver ritardato l’annuncio dell’insorgere dell’epidemia:

  • avvertito il pericolo a fine dicembre di una nuova malattia respiratoria a Wuhan,
  • hanno provveduto immediatamente a controllare i passeggeri provenienti dalla Cina,
  • hanno quindi bloccato i voli e messo in quarantena i passeggeri,
  • hanno emanato avvisi quotidiani sui luoghi visitati dai pazienti prima della diagnosi,
  • hanno monitorato quelli messi in quarantena in casa tramite i loro cellulari,
  • hanno richiesto in tutti i luoghi ed edifici pubblici di disinfettarsi le mani all’entrata,
  • hanno fatto scorta e razionato le mascherine garantendo una distribuzione equa e razionale,
  • hanno tracciato on line le farmacie fornite di mascherine per evitare le file.

Quali insegnamenti si possono trarre da questo esempio ? Innanzitutto la tempestività degli interventi, poi la loro chiara e progressiva applicazione, quindi un’informazione utile per indirizzare i comportamenti corretti dei cittadini (informazione su dove sono avvenuti i contagi e non emanare bollettini di guerra sui contagiati e deceduti!), efficiente approvvigionamento e distribuzione dei dispositivi di protezione individuali (dpi) e infine, forse la cosa più intelligente, l’uso delle tecnologie informatiche (hanno un Ministro dedicato a questo).

In generale Taiwan ci ricorda che si può imparare dalle proprie come dalle altrui esperienze (capacità che indica intelligenza) e che ci si deve attrezzare ad affrontare le emergenze future (epidemie, terremoti, uragani, incendi, esondazioni, innalzamento livello dei mari…) che necessariamente, ancorché casualmente, si verificheranno. Certo è che dalle plurime esperienze dei terremoti nella nostra terra a rilevante rischio sismico non pare si sia fatta grande tesoro.

Stay home, stay alone.




L’orientamento scolastico: la profezia che si autoavvera.

Il primo mese di ogni anno è fonte di ansia per migliaia di famiglie che, dopo essere state stordite dal marketing scolastico degli “Open day”, devono scegliere nell’arco di tre settimane a quale scuola superiore iscrivere i propri figli: licei, tecnici o professionali? Imporre i desideri dei genitori o assecondare quelli dei figli? No, in entrambi i casi è sbagliato. È bene invece affidarsi al “consiglio orientativo” della scuola media, per evitare la gran parte delle bocciature e dei ritiri che avvengono al primo anno delle superiori. Come afferma l’ineffabile preside a capo della Associazione nazionale preside della Lombardia (Anp) in un articolo apparso su la Repubblica del 3 gennaio, forte delle risultanze statistiche, “le famiglie dovrebbero dare molto più peso al consiglio orientativo della scuola e meno alle loro ambizioni” e più oltre prosegue rimproverandole perché ignorano che quel orientamento “è frutto di un lungo lavoro di osservazione e di analisi delle attitudini dei ragazzi”.



Per analizzare le questioni poste da questo dilemma, tanto significative se si tiene presente che stiamo trattando una scelta fondamentale per gli adolescenti, potrei basarmi sulla mia pluriennale esperienza di insegnante e di preside (sono trascorsi ormai trent’anni da quando operavo nell’istruzione e formazione gestita dal Comune di Milano), ma preferisco qui pormi invece come genitore di tre figli che hanno dovuto affrontare negli ultimi dieci anni il drammatico guado dopo essere usciti da tre differenti scuole medie. Non intendo portare queste tre esperienze come esempi qualificanti, sono solo tre casi statisticamente irrilevanti, voglio solo puntualizzare i temi esplicitati e non affrontati nell’articolo citato dal punto di vista di chi si è trovato ad essere “cliente” della “offerta formativa” della scuola italiana setacciata negli ultimi vent’anni da almeno due sedicenti riforme scolastiche.

Tutto il discorso sull’orientamento scolastico si regge sui seguenti tre assunti: i) un adolescente all’età di 14 anni manifesta le proprie inclinazioni, attitudini o talenti; ii) gli insegnanti delle scuole medie hanno una preparazione psicologia e psicopedagogica che li mette in grado di valutare tali inclinazioni, attitudini o talenti; iii) fuori dalla scuola esiste un mercato del lavoro in rapida trasformazione rispetto al quale la scuola deve allinearsi.

Primo assunto: le attitudini degli adolescenti. Una volta ai bambini veniva chiesto: “cosa vuoi fare da grande?” Nella maggioranza dei casi, fatta salva la divisione in classi delle famiglie, la risposta era il mestiere del papà (le mamme ancora non lavoravano), quello del ruolo sociale importante o di successo (medico, pilota, calciatore…) o quello del ruolo legato ai giochi e passatempi più amati. Fa sorridere, vero? Ma non è poi tanto banale: la prima scelta (il mestiere del papà) è l’esatta espressione dell’appartenenza del bambino alla condizione socioeconomica della famiglia, la seconda prefigurava già l’influenza della società esterna alla famiglia attraverso per esempio la televisione e il cinema (influenza che a sua volta rimanda alla posizione sociale della famiglia). E cosa diciamo della terza? Tutti i bambini amano disegnare (un’importante forma di espressione della loro personalità), alcuni amano suonare e alcuni sono anche bravi (talenti?), ma quanti di loro frequenteranno scuole d’arte o di musica? Conosciamo la risposta, gli adulti sanno bene che nella nostra società con l’arte non si trova lavoro (ricordate quel ministro di dieci anni fa che sosteneva che “con la cultura non si mangia”?) e preoccupati per il loro avvenire devono stroncare al più presto simili inclinazioni infantili, non produttive.

Nella scuola italiana esiste una curva d’attenzione per i bambini che rapidamente decresce con il crescere della loro età. Dall’asilo nido, alla scuola materna fino alla scuola elementare il bambino viene socializzato, educato, istruito, poi per un misterioso motivo con la scuola media (e siamo ancora nell’età dell’obbligo scolastico) inizia l’abbandono: disposizione a monade nell’aula, lezione frontale in un rapporto uno (insegnante) – molti (alunni) in cui il bambino si trova ad essere di colpo un individuo che deve imparare gli atteggiamenti e i valori dell’adulto. In questo triennio egli si gioca, inconsapevolmente, buona parte del suo futuro. Dalla scuola media non si esce tanto con un diploma, di valore ormai irrilevante, quanto con il “consiglio orientativo”: sarà questa la patente che lo abiliterà al suo destino formativo.

Secondo assunto: la formazione dell’insegnante. Siamo stati così intenti a criticare gli insegnanti per la loro diffusa incapacità di appassionare gli studenti alle loro materie, per la loro capacità di rendere molte materie noiose e incomprensibili, per la meticolosità sindacale di non eccedere oltre le mitiche 18-ore-di-cattedra, fatta salva la distinzione tra “ore di lezione” e “tempo scuola”, da non accorgerci che i realtà siamo di fronte a degli psicologi che stavano giorno dopo giorno non solo valutando la preparazione dei nostri figli, ma anche osservando le loro attitudini e i loro talenti. Nemmeno in occasione dei Consigli di classe abbiamo compreso la profondità dei loro giudizi dietro le loro analisi sull’incapacità della classe, per esempio, di “ non sapersi comportare adeguatamente come studenti liceali” (sentita da me in più occasioni e mai spiegata). Già, perché solo gli insegnanti giudicano, confondendo la valutazione ( che è mutevole e puntuale) con il giudizio (che si trasforma in pregiudizio), mentre persino i magistrati, ancorché giudici, precisano di attenersi all’applicazione della legge.

Cosa valutano o giudicano gli insegnanti? Dopo aver speso tempo e fatica a richiamare all’ordine la classe che “chiacchiera e disturba la lezione”, presentano un’argomento (spiegano?), “non hai capito?” va bene lo ripeto (allo stesso modo), sì però “stai attento”, poi “studiate da pagina a pagina”, quindi “verifica” (quasi sempre a mezzo test con risposte multiple). Alla terza insufficienza, valutata su scala numerica da 0 a 10, tipo dieci domande un punto ciascuna, è chiaro: la matematica non è la tua materia, che ci fai ancora al liceo, scientifico?

Ho sempre sostenuto che l’insegnamento dovrebbe essere uno tra i mestieri meglio pagati, tuttavia non l’ho mai considerato un “lavoro” come un altro, come non può essere un semplice “lavoro” ogni attività che mette in relazione esseri umani tra loro, soprattutto se si tratta di educazione, istruzione e formazione delle giovani generazioni. Il fatto è che, qui nel nostro Bel Paese, la maggior parte degli insegnanti non ha scelto l’insegnamento come mestiere di elezione, ma perché da laureati, soprattutto nelle materie non tecniche o scientifiche, è stato l’unico lavoro reso loro disponibile per molti anni, come impiego pubblico (in tempi recenti nemmeno più esiste questa possibilità). Un lavoro che a fronte di uno basso stipendio offriva maggior tempo libero: è stata una trappola per molti.

Terzo assunto: il mercato del lavoro. Il principio cardine su cui si fonda e si struttura la scuola contemporanea e che conseguentemente condiziona la formazione e l’istruzione è il legame “scuola-lavoro”. E non potrebbe essere diversamente in una società che si fonda e struttura sull’economia. La scuola viene concepita come luogo e tempo dove addestrare l’individuo a compiere un lavoro e non dove formarlo come tale con la cultura. Si sostiene che questo degrado sia causato dalla supremazia assunta dalla tecnologia e dalla scienza rispetto alla cultura umanistica, ma è un grossolano errore. Innanzitutto perché sia la tecnologia che la scienza fanno parte della cultura, intesa non come arti e spettacolo ma come accrescimento di tutte le facoltà umane, inoltre perché la facoltà spirituale per eccellenza dell’uomo è il pensare, non l’oggetto su cui si pensa, e il motore dell’evoluzione ala conoscenza. La separazione tra filosofia e scienza si è conclamata con l’affermarsi del modo di produzione e consumo che oggi impera su tutto il pianeta, partito tre secoli fa con le rivoluzioni industriali fondate dalle scoperte scientifiche e tecnologiche. Come stupirsi allora per la riduzione della scuola, originariamente luogo d’apprendimento delle conoscenze, a ruolo di incubatori di lavoratori capaci d’inserirsi quanto prima con le dovute e certificate competenze per garantire la continua produttività? D’altra parte, l’insistente richiamo al collegamento scuola-lavoro presupporrebbe che fuori dalla scuola esistesse uno solido sviluppo della industria e della ricerca: è questo il caso dell’Italia di oggi? Se volessimo, come io vorrei, coltivare i figli, ovvero renderli colti, piuttosto che orientarli verso le esigenze non della società, ma dell’economia, allora dovremmo preoccuparci che la scuola dell’obbligo durasse fino ai 18 anni, avendo come finalità la formazione dell’uomo, che in seguito lavorerà, e non piuttosto di un lavoratore, che socializzerà in funzione del ruolo assunto.

In conclusione. La scuola dovrebbe formare tutti e indistintamente con la cultura, umanistica e scientifica, perché sia messo in grado di inserirsi nella società contribuendo a trasformarla, non deve orientare verso un posto prefissato utile alla società esistente. Essa deve aprire quanto più possibile la mente di un giovane, bambino o adolescente, perché sia in grado da sé di scegliere come orientarsi nella società e nel mondo del lavoro. Per questo motivo la scuola, obbligatoria almeno fino a 18 anni, non deve essere strutturata in modo differenziato con indirizzi e specializzazioni, al punto di costringere un adolescente ad una scelta che non è in grado di fare né disposto ad accettare sia che venga imposta dai genitori condizionati dalle loro esperienze e livello culturale, sia che venga offerta da consulenti che rispondono più alle esigenze del mercato del lavoro che a quelle culturali di ognuno. Nella realtà il “consiglio orientativo”, emesso dopo 8 anni di scuola, è una profezia che si autoavvera alterando il comportamento del soggetto che così si conformerà al giudizio: una autentica certificazione di esclusione. Si parla tanto di uguaglianza e di parità di diritti applicati alle varie condizioni sociali, di genere, di credo religioso, di orientamento sessuale e di etnia, senza rendersi conto che la vera parità da rivendicare che unifica e supera ogni determinazione particolare della diseguaglianza è la parità culturale, e inizia dalla scuola. Solo la cultura ci potrà salvare.




Controllo dunque sono, ma la coscienza arriva sempre tardi.

Ho assistito il primo novembre scorso alla proiezione della prima nazionale del film giapponese Un coperchio sul sole che racconta i primi cinque giorni della gestione da parte del governo allora in carica dell’incidente nucleare di Fukushima Dai-chi (11 marzo 2011). Buono il film e lodevole l’iniziativa di portarlo nel mondo. Lo smarrimento leggibile sui volti e osservabile nei comportamenti dei personaggi hanno ben rappresentato la catastrofe incombente sul Giappone in quei giorni, una tragedia che tuttavia riguarda tutto il mondo e che non si è ancora conclusa.



L’evento della proiezione del film è stato reso ancor più significativo oltre dalla presenza del produttore del film Tachibana Tamiyoshi, che lo ha promosso dal 2015 in nove nazioni europee ed extraeuropee, da quella dell’ex Primo ministro Kan Naoto che durante il suo mandato (giugno 2010-agosto 2011) dovette gestire la tragica crisi. Al termine della proiezione, durata 90 minuti, l’ex Primo ministro ha risposto alle domande poste dagli organizzatori dell’evento e dal numeroso pubblico che affollava l’Auditorium di Castano Primo ove si teneva l’evento.

Sono trascorsi più di otto anni dall’accaduto e la mia prima considerazione dopo aver visto il film riguarda la labilità della nostra coscienza. Nella nostra memoria si sono installati i ricordi del disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986 e dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle del 11 settembre 2001, ma non ci siamo ancora resi conto dell’enormità di quanto accaduto in Giappone a Fukushima.

Cosa è accaduto sul territorio della prefettura di Fukushima quel 11 marzo 2011?

Mappa delle principali scosse del terremoto

i) Un primo sisma di magnitudo momento pari a 9.0 (Intensità Mercalli Modificata) durato 6 minuti (il più potente accaduto in Giappone, il quarto a livello mondiale) con epicentro nel mare alla profondità di 30 km a 100 km dalla costa orientale del Giappone settentrionale fu seguito da altre 40 scosse nella stessa giornata e da altre ancora durate fino al 17 marzo, tutte di magnitudo comprese tra 5,8 e 7,4.

ii) Il maremoto causato dal sisma (uno dei più catastrofici della storia dell’umanità) ha generato tsunami con onde alte in media 10 metri che si sono propagate alla velocità di 750km/h verso le coste di 11 Stati, di queste quella che si è abbattuta sulle sponde vicino alla città di Miyako (a Nord di Fukushima) ha raggiunto l’altezza straordinaria di 40,5 metri; le onde anomale furono causate da una frana sottomarina innescata dal terremoto e occorsero 72 ore prima che le onde si riducessero alle oscillazioni di una normale tempesta locale.

iii) Si stima che l’energia del sisma possa aver causato lo spostamento dell’asse terrestre di circa 17 cm e spostato le coste del paese di 4 m verso Est causando mutazioni del fondale marino. iv) Le vittime ad oggi accertate sono 15703 morti, 5314 feriti e 4647 dispersi; le persone evacuate oltre i 30-50 km dalla centrale nucleare sono state 184670.

Cosa è accaduto in particolare alla centrale di Fukushima Dai-chi?

https://youtu.be/PD_q_gDXYLE
Lo tsunami che colpisce la centrale nucleare di Fukushima

Innanzitutto occorre precisare che stiamo trattando di un incidente che nella scala INES elaborata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica viene classificato a livello 7, ovvero quello massimo definito catastrofico (stessa classificazione di Chernobyl).

Passiamo ora ai danni. i) Immediatamente dopo il terremoto, i reattori attivi interruppero automaticamente le loro reazioni di fissione sostenute, tuttavia lo tsunami distrusse i generatori di emergenza che avrebbero fornito energia per controllare e far funzionare le pompe necessarie per il raffreddamento dei reattori.

ii) Il raffreddamento insufficiente ha portato a tre crisi nucleari, esplosioni d’aria e idrogeno e il rilascio di materiale radioattivo nei reattori 1, 2 e 3 dal 12 al 15 marzo (nella centrale vi sono 6 reattori).

iii) La perdita di raffreddamento suscitò preoccupazioni anche per il combustibile esaurito poco prima caricato del reattore 4, che aumentò di temperatura il 15 marzo a causa del calore di decadimento dalle barre stesse, ma che non si ridusse in una esposizione all’aria.

iv) La causa predominante dei danni viene attribuita all’onda anomala di almeno 14 m di altezza abbattutasi sull’impianto, a fronte degli sbarramenti protettivi previsti dal progetto alti 6,5 metri (video).

v) Nel 2012 si accertò l’assenza di adeguate misure preventive e di sicurezza da parte dell’operatore proprietario dell’impianto (TEPCO) determinata dal timore di subire cause legali o proteste contro le sue centrali nucleari.

Quali sono i danni del disastro di Fukushima da riparare, oltre i reattori?

i) Sono 170.000 i residenti evacuati, dalle zone entro i 20 km dagli impianti nucleari, messi sotto controllo per eventuale contaminazione radioattiva e 360000 i bambini della popolazione locale di Fukushima monitorati sullo stato di salute.

ii) I danni ambientali rimangono ancora sostanzialmente inestimabili. Nei giorni successivi al disastro i livelli di radioattività in mare hanno superato di oltre 4400 volte i limiti ammessi. Tuttavia, la quantità totale di radioattività diffusa nell’atmosfera è stata all’incirca di un decimo di quella rilasciata durante il disastro di Chernobyl. La natura e pericolosità della contaminazione di Fukushima, tuttavia, non può propriamente essere comparata a quella del disastro di Chernobyl per due ragioni: in primo luogo, la maggior parte della contaminazione è di natura sotterranea ( per prevenire il surriscaldamento di noccioli e piscine di stoccaggio, è necessaria una continua immissione di acqua di raffreddamento che si disperde nel sottosuolo, attraverso le crepe aperte dal terremoto). La seconda differenza critica rispetto a Chernobyl è che questo impianto fu sigillato dentro ad un sarcofago in un limitato lasso di tempo, mentre a Fukushima questa soluzione è impraticabile; la contaminazione sta procedendo ininterrottamente fin dal primo giorno, e durerà ancora per un imprecisato numero di anni (secondo certe stime si parla di un periodo dai 10 ai 20 anni). È ancora incerto quale tipo di percorso possa seguire la massa d’acqua radioattiva attraverso le falde freatiche della regione: di certo in gran parte si riversa continuamente in mare, ed una parte si diffonde nell’entroterra.

iii) I danni economici: per la sola “bonifica” di Fukushima e ripristino dello status di “green field” il produttore di energia nucleare TEPCO stima che saranno necessari a partire dal 2017 ulteriori 30 a 40 anni. Il governo giapponese stima una spesa minima di 75,7 miliardi di dollari per la sola bonifica dell’impianto di Fukushima. La valutazione dei costi complessivi (ovvero bonifica + costi indiretti) varia enormemente, da 202,5 fino a 626 miliardi di dollari calcolati dal Centro giapponese per le ricerche economiche (JCER).




Ambientalismo o meteoropatia?

Sostengo con convinzione l’ondata delle manifestazioni Global Strike for Future per il fatto che vedo emergere nuovamente i giovani, coloro che incarnano e rappresentano in ogni presente il futuro. Tuttavia, la macchina mediatica-ideologica della società dello spettacolo, che non è in mano alle giovani generazioni, sta già intorpidendo le acque inquinando persone e idee. 



Ci risiamo, dunque, la coscienza degli adulti si sveglia intorpidita dal sogno della Economica (che in realtà è l’incubo del Capitalismo) e cosa propone per sé e per il mondo in vista della catastrofe? Semplicemente il contrario di ciò che ha fatto fino ad ora. Angosciata dal senso di colpa rifiuta tutto quello che ha fatto fino ad ora e trova nella simmetria degli opposti la via della salvezza: rinunciare alla carne per diventare vegani (nemmeno vegetariani), usare il treno e non l’aereo, se usare l’auto meglio quella elettrica, differenziare i rifiuti … e via di passo. La simmetria invece della misura.

Le parole d’ordine del nuovo ordine etico sono rinuncia e pauperismo, invocando un ritorno alla abbandonata “Natura”, dal momento che la “Cultura” e in particolare la “Tecnica”, ovvero tutto ciò che ha reso l’uomo tale in milioni di anni, ci è ostile e ci porterà alla catastrofe. So che una parte del vasto mondo ambientalista, in particolare nelle società tecnologicamente più avanzate, ha intersecato le nuove tecnologie (intelligenza artificiale, robotica, ingegneria genetica…) trovandovi il sostegno per un nuovo rinascimento, si fanno chiamare post-umanisti o trans-umanisti. Sono tentativi di salvare con l’uomo anche la sua cultura, tecnologica, tuttavia il loro entusiasmo così come il pessimismo di molti altri ambientalisti più naturalisti che vogliono salvare il Pianeta (una volta si voleva salvare il Mondo) mostrano più che una nuova ideologia il sorgere di una visione del mondo religiosa.

La parola emergente nel lessico ambientalista usato per titolare sui quotidiani i sempre più numerosi articoli sull’inquinamento planetario e sugli effetti catastrofici del cambiamento del clima è colpa: “La Terra è malata e la colpa è nostra”.

Ad un secolo dalla pubblicazione del “Il tramonto dell’occidente” di Oswald Spengler, dopo il colonialismo, due guerre mondiali, l’olocausto, la bomba atomica, le crisi finanziare-economiche, l’inquinamento planetario, l’immigrazione, il terrorismo, il cambiamento climatico, la coscienza occidentale appare ormai esausta e dominata dal senso di colpa. E poiché tale senso di colpa viene vissuto soggettivamente (ricordate “avete vissuto al di sopra delle possibilità” o “la festa è finita” ?) i rimedi ai mali del mondo non possono che essere individuali: “Ecco i gesti quotidiani da fare per salvare il clima” titola ancora un quotidiano.

Quando ci si risveglia tutto appare semplice: io devo cambiare il mio stile di vita e se tutti lo faranno allora le cose cambieranno davvero. Sembra di ritornare ad una predicazione di antica memoria che evoca alcuni fondamenti della nostra cultura. Il problema è però come fare ad influenzare gli altri: con l’esempio in famiglia, l’educazione nelle scuole, i social nel web, la politica nelle istituzioni? Ecco che ricadiamo nella realtà che implacabilmente trasforma ciò che voglio in ciò che posso, una realtà dominata dalla economia, dalle relazioni conflittuali tra gli Stati, dal potere della comunicazione mediatica e dalla levatura dei politici. 

Che fare, allora? Mi piace la sicurezza mostrata dai discorsi di Greta Thunberg, ma temo che le soluzioni non esistano perché sono già conosciute, piuttosto esse si troveranno lungo la strada sì, dell’agire, procedendo in un continuo confronto collettivo, a condizione però di avere prima pensato. E pensare non è conoscere, le soluzioni non sono un fatto tecnico, ma culturale e si troveranno nella mentalità con cui si capirà la realtà e nel modo con cui la si affronterà. In altre parole le soluzioni sono dentro la Cultura e se dobbiamo privilegiare le giovani generazioni rispetto a quelle più anziane è perché esse vivranno in un futuro che non ha posto per noi adulti del presente. 




Il Sole si leverà anche in Occidente

Rileva Levi-Strauss in L’altra faccia della luna. Scritti sul Giappone che il popolo giapponese è il primo patrimonio del Giappone. Questa verità sul significato di “popolo”, che in occidente viene ridotto al concetto economicistico di “capitale umano” e per altro risulta meno riscontrabile, ci indica tuttavia un limite storico del Paese del Sol Levante.



La separazione dei giapponesi dagli stranieri perseguita con volontà e tenacia per secoli al fine di difendere e mantenere le proprie tradizioni autoctone li ha portati a denotare la propria cultura con il fenotipo. 

Tuttavia, la dicotomia tra giapponesi e gaijin (straniero) ancora presente nella società apparirà loro sempre meno sopportabile, non solo sul piano utilitaristico ed economico, nella misura in cui viene meno alle premesse e principi della loro stessa originaria cultura, la quale si fonda sulla relazione (non esistono entità di base), sul carattere situazionale di ogni cosa simbolicamente collegata a qualcos’altro, sulla costante ricerca dell’armonia.

Immersi in una matrice materialista e relativista che non concepisce la cultura come variabile indipendente, ovvero dalla quale dipendono tutte le attività umane, come la politica e l’economia, le comparazioni tra paesi diversi, ancor più tra quelli occidentali e asiatici, risultano fuorvianti o errate nella misura in cui le variabili delle analisi, quali per esempio demografia e immigrazione, al di là della oggettività dei dati riportati, vengono trattate con il metro e il giudizio occidentali.

Nella prospettiva della globalizzazione, sia per ragioni di carattere demografico, politico ed economico, l’isolamento residuale di questo arcipelago risulterà sempre meno sostenibile e il Giappone ancora una volta avverte oggi (come già nel periodo Meiji e con il dominio Usa dopo la II Guerra Mondiale) la necessità di porvi rimedio (accordo di partenariato economico con la UE, apertura all’immigrazione, Olimpiadi, turismo,…).

Tuttavia, sarebbe un errore fatale per tutti pensare, magari sperare, che il Giappone alla fin fine venga assimilato alla visione del mondo occidentale, la vera globalizzazione del pianeta. 

Per i giapponesi si tratta, dunque, di aprirsi al mondo dimostrando con la loro cultura che la modernizzazione tecnologica non implica necessariamente la totale acquisizione del modello occidentale di società, mentre per noi occidentali si tratta di uscire dal nostro tramonto. Come osserva acutamente l’antropologo Alan Macfarlane il Giappone ci indica un terzo tipo di civiltà moderna e rappresenta una reale alternativa per il nostro immaginario culturale ormai esausto.

Come dicono spesso i giapponesi usando l’espressione in diversi contesti: yōsu wo mimashō, vediamo un pò come vanno le cose.




Per essere democratici bisogna essere un popolo.

Da quando Angela Merkel ha dichiarato, dopo gli esiti delle elezioni in Assia, di lasciare la direzione della Cdu, di rinunciare alla propria candidatura nel 2021 né di volere altri incarichi politici, sono iniziati i commenti sul futuro della politica in Germania, quindi in Europa, quindi in Italia. Già si scorgono le avvisaglie delle solite critiche italiane rivolte alla Germania, in realtà esternazioni di amore-odio, che ci accompagneranno fino alle prossime elezioni politiche tedesche del 2021. Al fine di trovare un vaccino contro le prossime critiche virali, in particolare quelle che saranno rivolte contro la politica della Merkel, la supremazia tedesca in Europa, eccetera, voglio qui esporre una piccola analisi che si articola sulla base dei dati relativi ai risultati elettorali in Germania nel periodo 1980-2017

e sulle Cancellerie tedesche del dopoguerra nel periodo 1949-2018

Con riferimento alla prima tabella si possono osservare come negli ultimi 38 anni, a cavallo dell’unificazione avvenuta nel 1990, due fenomeni significativi nella vita politica della Germania:

i) la partecipazione del popolo tedesco alle 11 consultazioni politiche nazionali (colonna delle % votanti) si è mantenuta a livelli sempre elevati e pressoché costanti, se si tiene conto degli impatti socio economici e dell’apporto di 16 milioni di nuovi cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca alla  popolazione della Germania Federale pari a +25%;

ii)  considerando la distribuzione delle percentuali dei voti (in Germania vige un sistema elettorale proporzionale con  collegio uninominale e soglia di sbarramento) si può facilmente notare come il “blocco democratico” dei voti costituito  da CDU-CSU-SPD-Verdi-FDP pesava nel 1980 per il 99,5% , nel 1990 per 92,1%, nel 1994 per il 92,1% e nel  il 2107 per il 73,1%. Nelle ultime elezioni del 2017 si può inoltre osservare il 9,2% della Linke che, sebbene non esistente nelle precedenti tre consultazioni qui considerate, va comunque considerato partito democratico e come tale può essere aggiunto “al blocco democratico” facendolo in tal modo raggiungere l’ 82,3% dei voti.

Nella seconda tabella sono elencati i 9 Cancellieri che hanno costituito i 25 Governi federali succedutisi dal dopoguerra ad oggi.

In conclusione, quali considerazioni si possono trarre da questa semplice disamina? Innanzitutto che, dopo la prima fase di rimozione del proprio passato nazista perdurata fino a  metà degli anni sessanta, alla quale è seguita una profonda e diffusa operazione culturale sulla memoria, la coscienza democratica si è diffusa e radicata nel popolo tedesco diventando un fatto acquisito; in secondo luogo che  il sistema elettorale ha garantito negli anni la stabilità di governo tramite la formazione di coalizioni che per la gran parte sono state fino ad oggi sostanzialmente invariate. Infine, ed è l’osservazione principale,  si scorge una verità che è ad un tempo sociale, politica ed etica, ovvero che la stabilità di un governo dipende dalla stabilità della coscienza democratica del popolo che attraverso la sua rappresentanza li configura. Per essere democratici bisogna essere un popolo.

L’emergere di un partito quale l’AFD ci indica che la regressione estremistica della destra/nazista in Germania ha il carattere di un’incidenza che deve preoccupare per il disordine che genera, come accade per l’insorgenza di una malattia virale, ma che in alcun modo essa può minare la base democratica del paese il cui popolo, nella sua generalità e variabilità, mostra comunque di essere vaccinato: la memoria storica è il vaccino di un popolo.




L’accoglienza non è una parola

In una scena di un film sulla guerra in Afghanistan (anni 2002-2008) una reporter  di guerra americana passeggia al mercato di Kabul in compagnia di un fotografo inglese suo amico, di fronte ad un ragazzino mendicante si fermano: Lei “Non farlo, è una truffa”,  Lui “Ah, pensi questo?… davvero? Lo so che è una truffa… allora? Comunque sia chiede l’elemosina” e gli porge del denaro. 

Nella realtà quotidiana delle nostre città, ci troviamo spesso di fronte ad una persona che chiede l’elemosina. Quante volte in un giorno? Una tempo erano i “barboni” sul sagrato della chiesa, poi gli “zingari” per le strade, mentre oggi sono i “migranti”, quasi sempre africani di colore, che si mettono accanto all’ingresso dei supermercati o dei bar e ci aspettano, ci sorridono e ci salutano, in piedi o seduti col cappello in mano. Come reagiamo noi in queste occasioni? Non cerco alcuna captatio benevolentiae, ancor meno voglio suscitare sensi di colpa, ma solo descrivere con adeguato distacco una scena ormai abituale  che tuttavia ci offre una insolita occasione per pensare.

Si tratta di comprendere il rapporto  tra la conoscenza di un fenomeno e la coscienza che maturiamo verso di esso. Siamo consapevoli in quel momento che quella persona di fronte a noi molto probabilmente pochi giorni o settimane prima si trovava su un gommone in mezzo al mare e che forse ha visto annegare alcuni suoi compagni di viaggio?

Da alcuni anni nel trattare l’argomento dei migranti molti usano il termine  accoglienza, un termine  diventato una bandiera  che connota una appartenenza politica, una discriminante, e che divide la sinistra dalla destra, i progressisti dai reazionari, gli altruisti dagli egoisti, gli umani dai disumani, i civili dagli incivili, i “buonisti” dai “cattivisti”. In verità non mancano le tragedie consumate tanto in mare quanto sulle coste che il mare divide per giustificare questa sensibilità, ma il punto è da quali principi l’accoglienza, che vuole diventare un comportamento, è dettata: solidarietà, giustizia, umanità? E ancor più in profondità su quale sentimento questi principi a loro volta si fondano?  Si sostiene che tale sentimento sia la compassione, la risonanza affettiva che si prova di fronte ad un altro che soffre e che porta al desiderio di alleviarne la sofferenza.

Secondo il filosofo israeliano Khen Lampert questo stato d’animo sarebbe radicato nella nostra natura umana, non mediato dalla cultura e universale, ed è ciò che avrebbe motivato le rivendicazioni storiche di cambiamento sociale.

Per gli greci antichi la compassione è collegata alla empatia e costituiva una tecnica di recitazione che legava lo spettatore all’attore e l’attore stesso al personaggio interpretato. Il concetto passò quindi alla filosofia coi sofisti che usavano la parola come strumento di persuasione (retorica). Per le religioni monoteiste quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam la compassione proviene dall’amore e, seppure tra le diversità delle fedi, si coniuga nella carità che per gli ebrei, per i quali essa è una forma di giustizia (zedaqad), e per i musulmani (zakat) è intesa come un dovere morale, un obbligo, mentre per i cristiani essa è una virtù (le tre virtù teologali fede, speranza e carità, strumenti) e l’elemosina un atto volontario.

Caso a parte è quello del buddismo. Per i buddisti la compassione (jihi) assume un significato più ampio rappresentando il vissuto del desiderio del bene nei confronti di ogni essere senziente. Nel Buddismo jihi può essere tradotto come “togliere sofferenza e dare felicità” e pertanto al buddista risulta necessario che ciascuno di noi alimenti il seme della “compassione” nel profondo del proprio cuore.

Dunque, dobbiamo fare o no l’elemosina al migrante fuori dal bar? E’ una questione personale che attiene alla nostra morale, non alla politica o alla religione. Ognuno di noi lo deciderà di volta in volta guardando negli occhi quell’uomo o donna di fronte a noi, ma per tutti valga un precetto dello Shintoismo: “La sincerità porta alla verità. La sincerità è saggezza, che unisce l’uomo e il divino in un tutt’uno. Sii caritatevole con tutti gli esseri: l’amore è la prima caratteristica del divino”.   




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