1

Dura scientia, sed scientia

Il dibattito sulla pandemia Covid-19, dai media alle piazze, ha avuto il merito di far emergere la scarsa cultura scientifica presente nel nostro paese. Si è palesata una visione distorta della scienza non solo nelle posizioni inconsistenti sostenute dalle tribù di complottisti, negazionisti e no-vax, ma anche nelle spiegazioni dispensate in buona fede da zelanti divulgatori improvvisati o di mestiere, a volte anche da ricercatori professionisti. 

Il tema è che la scienza nasce come una costola della filosofia dell’antica Grecia, da Platone e Aristotele si è evoluta fino a Bacon, Decartes e Locke accreditandosi a partire dal XVI secolo come una modalità di conoscenza della realtà nei principi e metodi svincolata dalla forma di conoscenza religiosa fino ad allora ancorata alla fede e al dogma. «L’essenza della scienza moderna, che, in quanto europea, è intanto diventata un fenomeno planetario, resta fondata sul pensiero dei greci, che a partire da Platone si chiama filosofia». Una volta conosciuta l’evoluzione culturale della scienza è quindi da ritenersi profondamente sbagliato credere che il suo fine sia la ricerca della “verità” ed è inconsistente e fuori tema ogni sua critica che sia motivata da questa aspettativa. 

La Scienza viene definita sui dizionari come un sistema di conoscenze ottenute attraverso un’attività di ricerca organizzata con procedimenti metodici e rigorosi, coniugando la sperimentazione con ragionamenti logici e il calcolo. Il metodo sperimentale, introdotto da Galileo Galilei come fondamento epistemologico della scienza moderna, prevede di controllare continuamente che le sue osservazioni siano coerenti con le ipotesi e i ragionamenti svolti. Il suo obiettivo è costruire una teoria scientifica, ovvero la descrizione verosimile della realtà e delle leggi che regolano l’apparenza dei fenomeni che abbia un carattere predittivo.  

Guidati e rassicurati da millenni dalle Tavole della legge, oggi l’origine della confusione risiede a mio parere nella errata comprensione delle due locuzioni “leggi” e “carattere predittivo” che denotano la scienza. Non si tratta dunque di “credere” nella scienza, ma di pensare scientificamente, porre fiducia nei risultati ottenuti secondo una procedura oggettiva e condivisasecoqdo ragione e non per fede. Se nella procedura giuridica l’etica accetta il “ragionevole dubbio”, perché mai nella procedura scientifica dovremmo pretendere una verità certa? 

La nostra mente è plasmata di default sulla relazione di causa ed effetto, per cui per spiegare un evento cerchiamo di individuarne una causa, un fatto oggettivo sia esso esogeno che endogeno, alla quale attribuire la certezza dell’azione conseguente. La conoscenza così fondata ci procura sicurezza, al contrario la sua assenza ci destabilizza procurandoci un vuoto insostenibile. La logica così intesa sembra in questa prospettiva avere la capacità di soddisfare il bisogno psicologico di equilibrio piuttosto che accertare la verità. Una battuta di un film d’azione, con cui la moglie si rivolge al marito prima della sua partenza per una missione pericolosa, ci aiuta a comprendere lo stato d’animo delle persone di fronte agli accadimenti tragici: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.  

Nella scienza la certezza ha breve respiro, le ipotesi formulate sulla base delle conoscenze acquisite sono messe alla prova della sperimentazione e continuamente modificate, mentre i modelli e le teorie si susseguono al ritmo delle falsificazioni e di nuove rivoluzionarie scoperte. La certezza acquisita come un assoluto non ha dimora nelle discipline scientifiche, mentre il “carattere predittivo” di una teoria, la sua portata esplicativa, può solo esprimersi attraverso la probabilità. Nel linguaggio matematico con cui si esprimono le scienze si estende il dominio della teoria della probabilità e dei metodi statistici.  

Nella complessità dei fenomeni la relazione tra le variabili non è più solo esprimibile in termini di causa-effetto, ma in quelli di possibilità e correlazione, ovvero la tendenza di una variabile a cambiare in funzione di un’altra. E la correlazione non è causalità. Ai numeri che misurano gli stati fisici vengono associati quelli che ne indicano la possibilità di verificarsi.  La fisica classica studiava il movimento deterministicamente, descrivendolo con un indicatore, la velocità definita come la variazione della posizione che un punto nello spazio assume nel tempo (anche se già le misure attraverso la lettura degli strumenti ci portavano a concludere che 2 x 2 fa circa 4).

Poi è arrivata la meccanica quantistica a rompere la relazione deterministica tra osservatore (soggetto) e osservato (oggetto) per stabilire nuovi limiti alla misurazione: «Nell’ambito della realtà le cui condizioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere […] è piuttosto rimesso al gioco del caso». Alla causalità si sostituisce la casualità, alla certezza si sostituisce la probabilità.  




L’incompletezza della filosofia occidentale

Tocca il cielo la statura di Umberto Galimberti quando si dichiara greco in un paese impregnato di cultura cattolica. Stimo la sua etica e condivido buona parte della sua analisi. È pur vero che il suo sguardo ci può apparire triste e la sua visione a tratti incline al pessimismo, d’altra parte da Hegel in poi sappiamo bene che la consapevolezza della realtà ci porta alla coscienza infelice.

Dopo aver spiegato incontrovertibilmente che la cultura occidentale ha origine dalla sapienza greca e dal pensiero giudaico-cristiano, Galimberti giunge attraverso il suo percorso ai confini di un mondo, il nostro mondo, rilevandone l’inevitabile tramonto. Nel suo recente libro Heidegger e il nuovo inizio Umberto Galimberti risale l’evoluzione del pensiero occidentale dalla tecno-scienza, oggi pensiero dominante, alla sapienza greca oltre Aristotele, Platone e Socrate, soffermandosi sul consolidamento psichico del cristianesimo bimillenario, per giungere al limite del pensiero occidentale che ha privilegiato il logos.

Appare in questo modo il pensiero occidentale essere un sistema chiuso, ancorché esaurito, arrivando a porsi la domanda cruciale: giunti al tramonto dell’Occidente quale pensiero ci condurrà ad un nuovo inizio? La via d’uscita proposta dall’autore sarà data dai poeti. L’autore rimbalza sul muro che segna il confine raggiunto ripiegando sulla poiesis, l’alternativa greca della “poesia” come generatrice di nuove parole e nuovi significati. Ciò promuove nuove indagini sul linguaggio, con il rischio di essere condotte all’interno dei parametri della cultura d’appartenenza.

Tuttavia, la domanda sul nuovo inizio ne prevede un’altra che è preliminare: la prospettiva di superamento è individuabile all’interno del sistema di pensiero greco-giudaico-cristiano? In altre parole si può superare un pensiero usando gli elementi che lo fondano e strutturano? Quello che qui mi interessa rilevare è la dis/continuità esistente tra la impostazione Eurocentrica della filosofia, intesa come universale, e l’apertura al diverso orizzonte rappresentato dal pensiero dell’oriente asiatico. Dis/continuità in quanto si pone la necessità di individuare differenti connessioni capaci di fondare il nuovo inizio.

Lo stesso Heidegger intravide questa via di fuga quando scrisse «(…) per pensare, meditare, sul profondo sconvolgimento del mondo in cui viviamo e aprirsi al futuro occorre riprendere il confronto con i pensatori greci, che rimane il fondamento della nostra esistenza storica, e così preparasi per l’indispensabile dialogo con il mondo dell’oriente asiatico». E ancora «Il confronto con l’Asiatico fu per l’Esserci greco una feconda necessità; per noi oggi, in tutt’altro modo e in dimensioni molto più grandi, esso è la decisone sul destino dell’Europa e di quel che si chiama “mondo occidentale”» (Aufenthalte)

Galimberti si rivolge al metodo socratico teso ad considerare i fondamenti del pensiero al fine di criticare le opinioni diffuse e fare pulizia dei pregiudizi. Ma l’ultimo dei pregiudizi, l’ultima delle opinioni, dal quale anche Galimberti sembra non liberarsi è proprio quello di ritenere il pensiero greco come unica sorgente possibile di ogni pensiero, come modo di pensare universale. L’autore sembra non voler prendere in considerazione il pensiero della “altra faccia della Luna” (Levy-Strauss).

Un ulteriore contributo per il superamento del pensiero occidentale proviene dagli sviluppi della logica e matematica. Così come Heidegger è stato il più grande filosofo del novecento, il suo contemporaneo Kurt Göedel è stato uno dei più grandi logici e matematici di tutti i tempi. Questi riteneva che vi fossero delle realtà vere ma non dimostrabili e che, tuttavia, gli esseri umani possedessero una modalità intuitiva, non solo computazionale, per arrivare alla verità. I suoi teoremi di incompletezza non pongono limiti a ciò che può essere riconosciuto come vero dall’uomo.

Si è discusso molto e criticamente sulla transferibilità in ambito filosofico dei concetti espressi da questi teoremi logici e matematici, tuttavia è almeno intuibile ritenere che agendo all’interno di un sistema si può affermare che o una affermazione non è dimostrabile al suo interno, oppure il sistema non è coerente.