Che l’emergenza vi sia lieve

Nella lingua corrente il termine emergenza ha perso il suo significato etimologico di “ciò che emerge all’improvviso dalla superficie delle acque”, sia esso una bellezza piuttosto che un pericolo, per assumere quello esclusivo e totalizzante di allarme, come avviene per la parola emergency nella lingua inglese. Inoltre, mentre l’emergenza come allarme assume la caratteristica di un evento improvviso che si manifesta subito con una fase acuta, le situazioni di pericolo cronico tendono ad essere non più considerate come emergenze in quanto ricorrenti o abituali. Per questo motivo mentre un nuovo virus può costituire a prescindere un’emergenza, una influenza stagionale, un incendio, una esondazione o un terremoto diventano tale solo in funzione dei danni che provocano, prendendo in considerazione per lo più quelli economici.

Tutto questo condiziona la nostra percezione dei fatti e fa senso, ma domandiamoci se ha davvero senso? Soffermiamoci sul seguente elenco dei pericoli reali accumulati in questi ultimi settant’anni in tutto il mondo e che presentano (escludendo le guerre e il terrorismo) fattori di rischio di effetti catastrofici per ogni nazione: armi nucleari, centrali nucleari, inquinamento atmosferico, cambiamento climatico, andamento demografico, migrazioni di massa. Tutte queste realtà hanno in comune il fatto di essere state create dall’uomo più o meno direttamente e di essere generalmente considerate come un effetto collaterale, un prezzo che dobbiamo pagare in cambio del benessere, dello sviluppo e delle libertà di cui godiamo.

Si dirà: perché escludere le malattie infettive dall’elenco dei rischi per l’umanità? Perché i virus (come per altro anche i batteri) fanno parte della vita sul pianeta, ovvero dell’insieme delle caratteristiche quali l’omeostasi, il metabolismo, la riproduzione e l’evoluzione che definiscono secondo la biologia gli esseri viventi. Il fatto è che i virus in particolare (dal latino “veleno”) sono microrganismi definiti come parassiti endocellulari obbligati in quanto, non essendo in grado di sopravvivere da sé perché non posseggono l’acido nucleico sufficiente per farlo, hanno bisogno di una cellula ospite per moltiplicarsi.

Quale che sia l’origine dei virus, a tutt’oggi non ancora definitivamente accertata, è comunque acquisito dalla scienza che questi organismi, che possono infettare tutti i tipi di forma di vita dai batteri alle piante agli animali, siano vecchi quanto lo sono le prime cellule comparse sul pianeta. In altre parole le forme di vita esistenti sul pianeta, dunque anche l’uomo, convivono coi virus da centinaia di milioni di anni in una costante ricerca di un equilibrio con i suoi parassiti: i virus infettano le cellule e si moltiplicano a danno di quest’ultime, ma non tutte le cellule ospiti devono morire perché altrimenti i virus non avrebbero più l’ambiente di cui necessitano per sopravvivere loro stessi.

Oggi gli epidemiologi valutano che un’epidemia, in assenza di farmaci o vaccino, può essere considerata conclusa quando l’infezione raggiunge una popolazione di cellule pari al 15-20% del totale per poi regredire allo stadio di endemia o autoeliminarsi. Gli epidemiologi, in attesa di un vaccino o farmaci, non possono prevedere se una epidemia regredirà o progredirà verso la pandemia, ma solo calcolare la probabilità di questi differenti esiti.

Dunque, le decisioni vanno assunte sulla base di probabilità e non su certezze, ma il punto è proprio qui: un popolo impaurito esige rassicurazioni dai politici che lo governano e non si rasserena con le analisi degli scienziati, tanto più se queste si fondano su concetti di probabilità e rischio che non comprende. Indipendentemente dal livello d’istruzione, infatti, siamo tutti condizionati da una mentalità che si fonda sulla esclusivo rapporto causa-effetto e la nostra coscienza pretende una risposta, una soluzione, netta e precisa al problema. Una battuta del film “il ponte delle spie” (Steven Spielberg e Tom Kanks) recita: “(…) dimmi qualcosa che mi rassicuri, la verità non mi interessa”.

Se dobbiamo convivere coi virus perché allora allarmarsi quando insorge una malattia infettiva? La situazione che stiamo vivendo per il propagarsi del Coronavirus (Sars-CoV-2) con la malattia che la sua infezione provoca (Covid-19), al di là dei bollettini sui contagi-guariti-deceduti, che hanno avuto solo il merito di allarmare la gente in nome della sacralità dell’informazione senza fornire alcuna utilità, sta svelando la vera grave emergenza: quella costituita dallo stato del nostro Sistema Sanitario Nazionale.

La verità ormai è dichiarata apertamente e diventa spiegazione da fornire pubblicamente per richiamare la gente ad osservare con senso di responsabilità le norme restrittive, ormai estese a tutto il territorio nazionale, per arginare la diffusione del contagio: non dobbiamo ammalarci di coronavirus perché è particolarmente pericoloso, ma perché la sua diffusione rischia di far collassare la Sanità pubblica che si sta mostrando non in grado di fronteggiare simili emergenze. Incapacità medico scientifica e tecnica? Certamente no.

Si tratta di carenza delle risorse allocate alla sanità: mancano medici, infermieri, sono stati soppressi reparti, chiusi ospedali, diminuiti i posti letto, in particolare quelli per terapia intensiva, tutti risultato dei tagli di bilancio alla spesa per la Sanità pubblica in quest’ultimo decennio. È bastato un virus per incrinare il mito dell’eccellenza sanitaria lombardo-veneta, intenta a dare sempre più spazio al business privato.

È stato opportunamente fatto osservare che la crisi sanitaria in atto ha mostrato due gravi criticità di ordine politico e istituzionale che hanno causato l’inefficienza delle risposte al problema epidemico. Da una parte si è palesata la mancanza nella Unione Europea di una competenza in materia sanitaria, dall’altra la mancanza in Italia di una autorità centrale e la ridondanza delle deleghe sanitarie alle Regioni in nome di una dispendiosa autonomia locale.

La cosiddetta saggezza popolare espressa dal detto “chiudere la stalla quando buoi sono scappati” (con ciò parafrasando in senso ironico un concetto fondamentale della prevenzione per il quale la stalla andrebbe chiusa prima che i buoi scappino) non è la stessa che ispira i comportamenti irresponsabili a cui assistiamo in questi giorni in risposta al provvedimento governativo di estendere la zone d’isolamento a livello nazionale al fine di contenere la diffusione del virus, come mai era accaduto in precedenza (si noti che in soli tre/quattro giorni i Dcpm hanno esteso la “zona rossa” da livello regionale-provinciale a livello nazionale). E qual è il quadro generale delle dichiarazioni implicite che sottendono ai comportamenti espliciti?

Una l’abbiamo già ricavata: non ammaliamoci per non caricare il sistema sanitario, la nostra salute è in subordine. A seguire, si manifesta più preoccupazione per i danni del virus sull’economia reale che per i suoi effetti sulla salute. Il paradosso, in realtà la contraddizione, si rileva nel fatto che da una parte gli studiosi sostengono che le epidemie sono dovute al sistema globale di produzione del cibo, alle pratiche agricole mondiali, alla deforestazione e agli allevamenti animali intensivi in quanto favoriscono la mutazione dei virus aumentando la loro probabilità di fare il salto di specie (verso l’uomo), ma dall’altra i politici e la società civile (dagli imprenditori ai lavoratori e sindacati) si preoccupano per l’impatto economico enorme (recessione) che avranno le misure adottate nel Nord Italia. Tutti alla ricerca di un equilibrio nel bilancio costi-benefici, ma come è possibile pensare di trovare un equilibrio tra le stesse forze produttive che determinano il problema (epidemia)?

Circola sul web l’esempio di Taiwan come best practice sanitaria contro la diffusione dell’epidemia da coronavirus. In effetti si tratta di una applicazione efficace ed efficiente di quanto si può apprendere da un manuale di epidemiologia e dalla logistica, che sarà caso di studio in tutto il mondo per governi e operatori sanitari (almeno così mi auguro). Passiamo in rivista alcuni punti del protocollo applicato dalle autorità sanitarie e dal Ministero della Digitalizzazione (sic!) di Taiwan, dopo l’esperienza fatta con la devastante epidemia di Sars del 2003 che li aveva colpiti e la sfiducia acquisita in quella occasione verso la Cina e l’OMS accusate di aver ritardato l’annuncio dell’insorgere dell’epidemia:

  • avvertito il pericolo a fine dicembre di una nuova malattia respiratoria a Wuhan,
  • hanno provveduto immediatamente a controllare i passeggeri provenienti dalla Cina,
  • hanno quindi bloccato i voli e messo in quarantena i passeggeri,
  • hanno emanato avvisi quotidiani sui luoghi visitati dai pazienti prima della diagnosi,
  • hanno monitorato quelli messi in quarantena in casa tramite i loro cellulari,
  • hanno richiesto in tutti i luoghi ed edifici pubblici di disinfettarsi le mani all’entrata,
  • hanno fatto scorta e razionato le mascherine garantendo una distribuzione equa e razionale,
  • hanno tracciato on line le farmacie fornite di mascherine per evitare le file.

Quali insegnamenti si possono trarre da questo esempio ? Innanzitutto la tempestività degli interventi, poi la loro chiara e progressiva applicazione, quindi un’informazione utile per indirizzare i comportamenti corretti dei cittadini (informazione su dove sono avvenuti i contagi e non emanare bollettini di guerra sui contagiati e deceduti!), efficiente approvvigionamento e distribuzione dei dispositivi di protezione individuali (dpi) e infine, forse la cosa più intelligente, l’uso delle tecnologie informatiche (hanno un Ministro dedicato a questo).

In generale Taiwan ci ricorda che si può imparare dalle proprie come dalle altrui esperienze (capacità che indica intelligenza) e che ci si deve attrezzare ad affrontare le emergenze future (epidemie, terremoti, uragani, incendi, esondazioni, innalzamento livello dei mari…) che necessariamente, ancorché casualmente, si verificheranno. Certo è che dalle plurime esperienze dei terremoti nella nostra terra a rilevante rischio sismico non pare si sia fatta grande tesoro.

Stay home, stay alone.

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