L’astuzia dell’intelligenza (Parte prima)

Dopo la guerra nucleare, il terrorismo, l’immigrazione e l’inquinamento globale si sta instillando nelle menti una nuova angoscia: l’Intelligenza Artificiale (IA). Libri, articoli, dibattiti e convegni sul suo progredire e sull’impatto delle nuove tecnologie quali Robotica, Nanotecnologie e 

Ingegneria Genetica si susseguono a ritmo esponenziale e in ogni occasione le notizie sono accompagnate da commenti preoccupati per la disgregazione delle utopie e la diffusione nell’immaginario collettivo di un futuro distopico. In attesa della singolarità tecnologica si diffonde l’ansia per un nuovo ordine sociale in cui i robot si sostituiranno agli uomini nel lavoro e l’umanità sarà controllata da macchine ostili.

Nella distribuzione degli atteggiamenti verso l’IA, dai luddisti ai tecnoscettici fino agli utopisti digitali, le visioni più pessimistiche circa gli effetti sull’umanità di una superintelligenza fanno emergere i contorni di una paura ben peggiore di tutte le precedenti. Se, per esempio, le catastrofi causate dal cambiamento climatico possono ancora essere considerate come effetti collaterali del progresso (quelli che l’economia chiama esternalità), la paura per una IA capace di causare la fine della civiltà per il sopravvento delle macchine sull’umanità sorge dal fatto che si colloca l’origine del male nella parte più nobile della specie umana, l’intelligenza. Il dualismo natura-cultura degrada così verso quello naturale-artificiale del senso comune, mentre la Tecnica si pone definitivamente al di sopra della Natura e della Cultura. L’Intelligenza Artificiale dunque fa senso, ma qual è il suo senso?

Iniziamo con brevi cenni storici. L’invenzione del termine “intelligenza artificiale” risale ai lavori dell’informatico John McCarthy nel 1955, mentre l’origine degli studi sull’IA può essere fatta risalire all’articolo Computing machinery and intelligence (1950) del matematico Alan Turing. L’autore, dopo aver condotto studi di neurologia e fisiologia, vi mostrò la convinzione che si potesse raggiungere un’intelligenza artificiale solo seguendo gli schemi del cervello umano e per verificarne le capacità e progresso in relazione all’intelligenza umana elaborò quello che sarebbe divenuto noto come il test di Turing.

Impostiamo ora un’analisi facendoci aiutare dalla lingua, che parla per noi. Secondo l’etimologia latina con il termine intelligenza si possono intendere almeno due significati: la capacità di leggere-dentro (intus legere) ovvero comprendere le cose in profondità, oltre la loro apparenza, oppure leggere tra le righe (inter legere) ovvero stabilire delle connessioni tra gli oggetti. D’altra parte, con il termine artificiale si intende qualcosa che è fatto a somiglianza della natura, che viene prodotto dall’uomo con mezzi tecnici col fine di imitare la natura. Vi è poi un altro termine del lessico tecnologico, macchina, che contribuisce ad alimentare la confusione sul tema. Prima della sua definizione scientifica nella fisica il termine “mechanè” appariva nella locuzione di origine greca resa in latino con “deus ex machina”. Si trattava di uno stratagemma usato nella tragedia greca costituito da una divinità che veniva calata sul palcoscenico per mezzo di una gru in legno mossa da un sistema di funi e argani (mechanè) per risolvere una trama non più sostenibile secondo i principi di causa ed effetto.

Se connettiamo tra loro questi  significati possiamo ricavare una visione molto generale dell’intelligenza intesa come  capacità di conoscere la natura, mettendo in connessione i suoi fenomeni, e di risolvere i problemi. Da qui alla definizione   “capacità di realizzare fini complessi”, come per esempio la intende il cosmologo Max Tegmark nel suo ultimo libro “Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale” (2017), non vi è soluzione di continuità in quanto si rimane in una visione del rapporto tra uomo e natura  che assimila l’intelligenza alla conoscenza, dopo averla separata dalla coscienza. 

Se si concepisce l’intelligenza umana come biologica o naturale, allora si intende quella artificiale essere altro, ma con quali diverse caratteristiche? Cosa connota l’intelligenza artificiale al punto di poter creare oggetti che possono diventare ostili all’uomo? Che le invenzioni umane possano essere distruttive  è cosa nota dalla evoluzione nelle armi culminata con l’invenzione della dinamite nel XIX secolo e con la scoperta del XX secolo dell’energia atomica. Quale deus ex machina potrà oggi salvarci dal pericolo di estinzione?

Di fronte a una macchina guidata da algoritmi dell’intelligenza artificiale basati sull’autoapprendimento, quale questo robot a quattro zampe

passato lo stupore  per il suo comportamento, possiamo ancora dubitare che sia intelligente? Rispetto al fine “uscire dalla porta” la  determinazione mostrata nel comportamento, nonostante gli impedimenti (si noti che il robot non si rivolge contro l’uomo che lo ostacola),  è forse espressione di una “volontà”?

Analizziamo ciò che osserviamo  dall’esterno: una macchina a quattro zampe che può muoversi e camminare agevolmente munita di sensori e di un arto snodabile (ingegneria robotica), un comportamento continuo e complesso finalizzato ad uscire dalla stanza, prima individuazione della maniglia, poi sua apertura e spinta della costa della porta con l’arto (algoritmo dell’IA).  Domandiamoci ora, un cane si sarebbe comportato diversamente? Il punto è qui: vediamo un robot, ma lo guardiamo come fosse un cane. L’osservazione analitica è rivolta ad un oggetto artificiale, ma la valutazione che ne diamo tende ad essere naturale come fosse un animale.

Conosciamo la tendenza dell’uomo ad antropomorfizzare gli animali (cruccio per gli etologi e piacere per gli amanti dei cartoons) e non possiamo ora sottrarci  da quella mostrata nei confronti dei robot costruiti con sembianze animali o addirittura umane come Sophia, ignorando per altro quelli amorfi diffusi da decenni nell’industria. A tale proposito è importante osservare che la scelta degli scienziati di costruire i robot con sembianze umane o animali non è dettata tanto dalla volontà di stupire e di rendere amichevoli le loro realizzazioni, quanto dalla considerazione che l’apprendimento di queste macchine risulta tanto più efficace ed efficiente  quanto più le loro forme, arti, corpo, apparati sensoriali ecc., si avvicinano a quelle naturali perché in questo modo viene simulata la condizione evolutiva biologica reale basata sulla relazione tra ambiente e forme/strutture delle specie. È nota infatti la relazione tra la mano  e il  cervello: l’uomo ha costruito il proprio mondo in modo tale che fosse a portata di mano. Il supercomputer HAL9000 di 2001:Odissea nello spazio era intelligentissimo e provava emozioni, ma non aveva alcuna sembianza umana in quanto integrato in un ambiente, l’astronave, nato, costruito totalmente artificiale.

Prima di dare risposte alle nostre aspettative sull’intelligenza artificiale  la domanda cruciale diventa allora: cosa significa differenziare l’intelligenza tra “biologica” e “artificiale” ? L’intelligenza ci appare come una caratteristica evolutiva degli esseri senzienti e nel caso della specie umana risiede, per quanto ne sappiamo, in quella complessa rete composta da cento  miliardi di neuroni connessi tra loro che compone il nostro cervello . Nella misura in cui l’origine dell’intelligenza è riconducibile all’uomo, in cosa consiste l’artificialità, l’artificio, l’espediente di ottenere effetti estranei o comunque non previsti in natura? Possiamo ritenere la plastica, materiale derivato dal petrolio, un materiale artificiale solo perché non rilevato in natura (almeno fino ad ora) sebbene sia  composto da elementi presenti nella tavola periodica degli elementi? Definire “artificiale” ciò che è prodotto dall’uomo, ma non è prodotto spontaneamente in natura, significa forse concepire una parte dell’uomo non appartenere alla natura. In altre parole, come può essere estraneo alla natura ciò che viene  prodotto dall’uomo che ne fa parte? Forse l’intelligenza non è umana o artificiale, ma universale. La divisione tra artificiale e naturale è una convenzione che adottiamo per distinguere i prodotti di una intelligenza cosciente  da quella che trasferiamo in oggetti, da noi costruiti “ad arte”, che non lo è, ancora.

Gli studi e le analisi sugli sviluppi della IA in questi ultimi decenni hanno messo in evidenza nuovi dogmi per la scienza che convergono sulla concezione di una intelligenza universale: i) l’intelligenza rivela un carattere astratto, intangibile ed etereo perché è indipendente dal substrato; ii) gli organismi sono algoritmi e la vita è un processo elaborazione dati; iii) l’intelligenza si sta affrancando dalla consapevolezza.  Con questi assunti l’Intelligenza Artificiale sta realizzando capacità computazionali che si evolveranno fino a raggiungere nei prossimi decenni qualsiasi fine e ancora prima di risolvere i problemi sull’intelligenza già ci pone le domande future: è più saliente per l’uomo l’intelligenza o la consapevolezza?  Potrà mai esistere una “consapevolezza artificiale”? Si delinea dunque una concezione non solo post-umanistica, ma anche trans-umanistica dell’uomo inteso come vettore di una intelligenza universale in evoluzione con l’universo.

 

P.S. Mi propongo di pubblicare altri post sui temi dell’Intelligenza Artificiale e delle Nuove Tecnologie. In questa prospettiva suggerisco la seguente bibliografia per un approfondimento dei temi trattati :

Yuval Noah Harari, Homo deus (2015);

Jerry Kaplan, L’Intelligenza artificiale (2016);

Kevin Kelly, L’inevitabile  (2016);

Ray Kurzweil, La singolarità è vicina (2005);

Federico Pistonio, I robot ti ruberanno il lavoro, ma va bene così: come sopravvivere al collasso economico ed essere felici. (2013)

Max Tegmark, “Vita 3.0. Esseri umani nell’era dell’intelligenza artificiale” ( 2017)

 

 

 

 

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