Donne testimonial del nazismo

È del 27 gennaio scorso, uno dei giorni dedicati alla Memoria dell’Olocausto, la notizia della scomparsa  di Brunhilde Pomsel nella sua casa di Monaco di Baviera, all’età di 106 anni. Chi era questa donna? La segretaria stenografa personale dal 1942 al 1945 dell’allora Ministro della Propaganda nazista Joseph Göebbels. È stata forse l’ultima testimone diretta, vissuta all’interno dell’apparato politico e amministrativo del regime nazista. Nel 2015 è stato girato il film documentario  German Life, una lunga intervista rilasciata dalla Pomsel, montata con filmati dell’epoca, proiettato nei giorni scorsi in occasione della Giornata della Memoria presso la Fondazione Feltrinelli di Milano. Ho ascoltato il racconto di “una vita tedesca” attraverso i suoi ricordi di bambina educata nel conformismo di una Germania severa e culturalmente isolata dal mondo, di giovane donna nella Berlino degli anni trenta approdata agli agi di un lavoro da lei ritenuto gratificante ma vittima inconsapevole della tragedia incombente ed infine i ricordi di segretaria che descrive il suo capo come un attore, un narcisista freddo e rigido, unico intellettuale nella massa di disadattati della cerchia di Hitler, un nano delirante. E mentre ascoltavo i ricordi dalla sua lucida mente, guardavo le rughe del suo inconsapevole volto centenario come fossero una scultura fatta dal tempo per ricordare la tragedia di interi popoli. Una rappresentazione in corpore vili delle tesi di Hannah Arendt espresse nella Banalità del male.

Finito il film mi sono affiorati alla mente altri volti di donne testimonial più o meno consapevoli del regima nazista. Donne al di sotto o al di sopra della coscienza della tragedia umana avvenuta nel loro tempo.

Una di queste è Traudl Junge (1920-2002), una delle ultime segretarie personali di Hitler dal 1942 al 1945. Le due donne presentano alcune analogie: entrambe furono segretarie di massimi esponenti del nazismo, entrambe sono scomparse pochi giorni dopo la presentazione dei film-documentario girati sulla base delle interviste rilasciate dopo oltre mezzo secolo dalla fine della guerra ed entrambe hanno sostenuto di essere state all’epoca sprovvedute e infantili, non a conoscenza del genocidio degli ebrei. Le due segretarie per ragioni professionali avrebbero dovuto presumibilmente conoscersi e comunque, avendo entrambe seguito i loro capi fino alla fine, si sarebbero dovute incontrare nel Führerbunker  sotto la Cancelleria del Reich a Berlino dove Hitler e Göebbels si rifugiarono nell’aprile del 1945, negli ultimi giorni del regime, fino al loro suicidio. Dopo la fine della guerra la (1947) Junge scrisse Fino all’ultima ora. Le memorie della segretaria di Hitler, 1942-1945, libro di memorie degli anni passati al servizio di Hitler dal quale fu in seguito ricavato un film-documentario (2000) che condensa in 90 minuti una sua lunga intervista durata 10 ore ricca di particolari e di aneddoti. In anni più recenti (2004), in coda al film La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler, ispirato al suo librola Junge appare in un breve spezzone dell’intervista.

Un’altra importante testimone della Germania nazista, non una semplice funzionaria del regime, ma la figura atipica e controversa di un’artista è Leni Riefenstahl (1902 – 2003). È stata una regista, attrice e fotografa celebre soprattutto come autrice di film e documentari che esaltarono il regime nazista e che le assicurarono una posizione di primo piano nella cinematografia tedesca del suo tempo. I suoi film più noti girati durante il nazismo sono La vittoria della fede, Olympia (Olimpiadi del 1936) e Il trionfo della della volontà).  La sua adesione al nazismo fu caratterizzata dall’amicizia e reciproca stima con Adolf Hitler e dalla condivisione dell’estetica nazista, che contribuì a sviluppare con l’espressione visiva che le diede. Ebbe contrasti con alcuni gerarchi nazisti, soprattutto con Joseph Goebbels, che la portarono ad assumere una autonomia dal partito nazista, a cui per altro non fu mai iscritta. Sebbene la sua arte abbia avuto una forte connotazione propagandistica, nei suoi film non sono presenti i principi antisemiti e razzisti che invece permeavano le idee di Goebbels e Julius Streicher. Nel recente film Race-Il colore della vittoria, incentrato sulla figura dell’atleta americano di colore Jesse Owens che vinse quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, umiliando il mito razziale della superiorità della razza ariana, il ruolo assunto dalla Riefenstahl in quanto regista del film Olympia sulle olimpiadi vuole appunto rappresentare la sua concezione artistica contrastante quella razzista dei nazisti. La sua dimensione artistica non può tuttavia essere assimilata  a quella solo politica. La sua personalità libera e anticonformista non corrispondeva certo al modello femminile nazista e la sua influenza culturale, le sue innovazioni tecniche e il suo prestigio sopravvissero alla caduta del regime tanto da alleviare il peso del suo passato, passato che comunque le impedì di lavorare per lungo tempo. Infatti la regista fu processata quattro volte per le sue attività filonaziste e sempre assolta, perché giudicata non coinvolta in attività di guerra o di sterminio. Dopo la fine della guerra, si propose come autrice di opere sulle culture tradizionali africane e sulla biologia marina.

Dalle tre figure femminili vissute durante il nazismo e a questo sopravvissute annegando le proprie colpe in quella più generale di un intero popolo, dall’orrore di un popolo inconsapevole che si presta volontariamente ad essere al servizio di un dittatore, dalla banalità del male passiamo alla tragedia del male guardando le sofferenze che il male provoca sulle generazioni successive. Da donne collaboratrici inconsapevoli a donne vittime in quanto figlie del carnefice.   Helga Schneider (1937), oggi una scrittrice,

Helga Schneider bambina

La madre di Helga Schneider, 1998

nel 1941 all’età di 4 anni e suo fratello Peter di 19 mesi, il padre militare già al fronte, vengono abbandonati a Berlino dalla madre che arruolatasi come ausiliaria nelle SS diverrà guardiana al campo femminile di Ravensbrück e successivamente a quello di Auschwitz-Birkenau. Helga e il fratello vengono accuditi da parenti e poi dal padre risposato subendo drammatiche separazioni e vivendo con la zia a Berlino in una cantina in condizioni indicibili, sotto i continui bombardamenti. Nel dicembre del 1944 Helga e suo fratello Peter, grazie alla zia che lavorava nell’ufficio di propaganda del ministro Joseph Goebbels, vengono scelti con altri bambini berlinesi per essere “i piccoli ospiti del Führer” che li porterà nel bunker del Führer dove incontreranno Adolf Hitler in persona. In uno dei suoi libri la Schneider lo descriverà come un uomo vecchio, con uno sguardo ancora magnetico ma dal passo strascicato, la faccia piena di rughe e la stretta di mano molle e sudaticcia. Dal 1963 Helga vive in Italia, a Bologna.  Nel 1971, trentenni dopo l’abbandono, venuta a sapere dell’esistenza ancora in vita della madre che l’aveva abbandonata sente il desiderio di andarla a visitare a Vienna dove viveva in una casa di riposo. Scoprirà solo allora che la madre era stata condannata dal Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra e che dopo 30 anni non ha rinnegato nulla del suo passato, di cui conserva orgogliosamente come caro ricordo la divisa di SS che vorrebbe che Helga indossasse, e vuole regalarle gioielli di ignota provenienza. Stravolta da quell’incontro tuttavia Helga vorrà tornare a trovare la madre nel 1998, dopo 27 anni dal primo. Da questo secondo incontro ancora negativo e ancora traumatico a causa della fede irriducibile della madre nell’ideologia nazista nasce il libro Lasciami andare, madre (2001) .

Sappiamo che erano 3700 le donne delle SS guardie nei campi di concentramento, di queste solo tre sono state condannate per genocidio. Nel 2015 queste donne avevano oltre 90 anni e vivevano senza aver mai scontato la loro pena. Si dice, e a ragione, che le colpe dei genitori non debbano ricadere sui figli, ma spesso si dimentica di ricordare la fatica che i figli dei carnefici, dei quali sono le vittime terminali, devono affrontare per dare, loro sì, una risposta alla irresponsabilità dei genitori. In termini di popolo questa fatica è culturale, non cerca vendetta ma pretende giustizia con la memoria; per i figli la fatica sta nel superare il risentimento in un rapporto capovolto tra padre-figlio e si chiama perdono.

Voglio chiudere questa sintetica descrizione di alcuni casi di donne vissute in relazione al nazismo con una figura femminile che non è più testimonial passiva del nazismo, ma una sua interprete attiva: la grande filosofa del novecento Hannah Arendt (1906 – 1975), sebbene lei stessa preferisse non essere considerata filosofa.

Proprio in questi giorni, dal 1 a al 6 febbraio, è in proiezione allo spazio Oberdan di Milano Vita Activa: The spirit of Hannah Arendt, documentario scritto e diretto dalla regista israeliana Ada Ushpiz nel 2015, che riprende il titolo di una sua famosa opera Vita Activa.La Condizione umana, esemplare espressione della sua teoria politica. Un altro film sulla sua vita Hannah Arendt (2012) di Margarethe von Trotta, fu distribuito in Italia in occasione della giornata mondiale della memoria il 27 gennaio 2015.

Hannah Arendt era una donna ebrea, dunque una vittima designata del nazismo, ma è stat anche una intellettuale che più e meglio di altri ha saputo “pensare” il male di tutti i totalitarismi, stalinismo e nazismo, in Le radici del totalitarismo e in particolare il male di quello nazista con la sua opera La banalità del male. Se il suo essere ebrea l’ha costrinse dopo una carcerazione a migrare fino ad approdare negli Stati Uniti d’America, dove morì,  il suo “pensare”  la condannò ad una sorta di apolidia culturale che per le posizioni critiche assunte nella sua costante ricerca della verità la rese invisa a buona parte della cultura dominante nel dopoguerra e del suo stesso popolo ebraico. In due frasi si può riconoscere l’essenza della sua visione del mondo:  “pensare non è conoscere, ma distinguere il bene dal male”, e “io non conosco che due forme di amore: per gli amici e per l’umanità”.

 

 

 

 

 

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