Una sommossa non fa primavera

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L’occidente è andato a disturbare equilibri radicati in culture giunte a noi per opera di millenni, nell’illusione che sommosse tribali che si sono manifestate contro tirannie secolari fossero sintomo di una rinascita democratica, il risveglio da un torpore: primavere arabe. Un popolo, qualsiasi popolo, è caratterizzato da un percorso storico consolidandosi in ogni tempo in una determinata mentalità e la “figura” attuale con cui la mentalità di un popolo si manifesta è l’esito di un percorso che data millenni. La mentalità acquisita è per un popolo, per qualsiasi popolo, il senso stesso dell’esistenza, l’unica possibile realtà, una realtà vissuta come unica in odore dell’unico modo di esistere acquisito all’origine con il latte materno. Appartenere ha il significato di respirare all’interno di un gruppo le stesse emozioni, lo stesso modo di sentire. È all’interno di questa visione, di questo sentire, che l’”altro” viene sempre visto e giudicato. È il così detto “sentimento popolare”.

In ogni fase storica di tale percorso per ogni popolo si assesta storicamente una determinata “figura”. Essa non è che il fotogramma singolo di una lunghissima pellicola. La fotografia del contingente senza la comprensione della lunga sequela di cause che l’hanno determinato costringe all’azione sempre in affanno, a situazioni di continua emergenza che di necessità comportano anche scelte tragiche per risolvere il conflitto. Per ogni popolo i film sono diversi e la trama ha raggiunto momenti diversi della narrazione.

Le manifestazioni dello spirito della storia hanno raggiunto in ogni popolo momenti evolutivi differenti per qualità e quantità. Per modo e misura ogni popolo si colloca sulla scala dell’essere in una posizione differente. Alcuni popoli sono migliori di altri. Che cosa questo comporti è altra questione, ma per prima cosa comporta l’ammissione di questa realtà. Non mi sfugge ovviamente la pericolosità di questa ammissione. Credere che una mentalità sia migliore di un’altra, di contro a ogni relativismo, è una verità che è nei fatti e che pienamente condivido e pienamente supporto. Quello che invece è insensato è pensare che un regime, un certo tipo di regime, per quanto migliore in senso assoluto (democrazia vs tirannide), possa essere calato in un contesto sociale indipendentemente dalle condizioni culturali di un popolo, credere ad esempio che la democrazia sia migliore a prescindere dalle condizioni culturali in cui versa un popolo, un popolo che ancora non è pronto ad accogliere la libertà che una democrazia individualmente concede. La severità delle leggi è e deve essere direttamente proporzionale alla cultura popolare. In corruptissima Repubblica multa leges (Cicerone).

Tra potere e massa, tra un “lato” e l’altro del divenire storico, esiste per ogni tempo uno e un solo regime atto a mantenere l’equilibrio per conservare la pace. Ovvero, anche se può sembrare un paradosso: “è pericoloso liberare gli schiavi”. Libertà e coscienza devono andare a braccetto. Dal capo-stregone alla tirannide, al dispotismo, alla dittatura, passano millenni in cui lo spirito ha camminato dalla preistoria alla storia antica, alla modernità (50.000 anni) e per progredire dalla dittatura alla monarchia assoluta, alla monarchia costituzionale c’è voluto altro tempo e altro sangue. Il passaggio dalle dittature, alla monarchia, alla democrazia è ancora in atto e dittature esistono ancora ovunque e non a caso nel terzo mondo. La democrazia stessa, come in più occasioni da me affermato, è direttamente proporzionale al grado di civiltà raggiunto dalla nazione, rimane quindi un processo in atto mai interamente compiuto. Un popolo è tanto più democratico quanto più è civile. Dal capo-stregone alla democrazia il progresso in civiltà nega nella sua incontrovertibile verità qualsivoglia posizione relativista. Banalità che incredibilmente ancora stentano a essere comprese.

La storia non fa salti. I regimi dittatoriali in cui ancora si dibattono i popoli islamici e non solo, sono ancora i regimi più opportuni a contenere i conflitti in seno al popolo per mantenere la pace: una monarchia assoluta come in Marocco è ancora il regime più consono per queste popolazioni. Non ci può essere democrazia laddove non esiste nazione ma solo un agglomerato di tribù che per sopravvivere e non sopraffarsi si riconoscono di necessità nel capo come l’unico capace di mantenere la pace: il dittatore. Se si toglie il capo tutto finisce come di fatto è finito nel caos con grave sofferenza per tutti. Se non ci si arrende all’idea che non tutti i popoli sono uguali e se non si abbraccia l’idea che tutti popoli sono fratelli non ci saranno soluzioni se non nella violenza.

I “fratelli mussulmani” credono in Allah come unico Dio: il loro. E la loro fratellanza esclude i resto del mondo. Questa convinzione li fa potenziali alleati dell’Isis.  I conflitti che si sono aperti rispecchiano una mentalità che ancora non ha acquisito una libera coscienza soprattutto in merito ai diritti civili, diritti che sono e rimangono i più meritevoli indicatori di civiltà. Una diversa considerazione della donna in Medio Oriente muterebbe tutte le relazioni, nessuna esclusa: dai rapporti interpersonali, ai rapporti economici interni ed esterni, ai rapporti con la religione. Un cambiamento di mentalità che diminuisca la conflittualità interna in relazione ai diritti civili porterebbe a un cambiamento di relazione politica ed economica anche con l’occidente. Osta tutto questo la tradizione e un becero relativismo che nell’assunto di una mancanza di oggettività della verità, per un principio infondato di uguaglianza, nel rispetto spesso ipocrita dell’altrui tradizione legge la realtà nella reciprocità dei diritti delle parti.

Il diritto all’infibulazione? Il diritto di schiavizzare le donne? Il diritto di padre padrone? Il diritto alla superstizione e all’ignoranza? Il diritto di credere proprio un Dio che è di tutti? … un elenco infinito. Il diritto di concepire, intendere,sentire,giudicare le cose, segna la progressione dello spirito di una Nazione. Che un popolo tenga in schiavitù un altro popolo è una indicibile barbarie, che un popolo sfrutti un altro popolo, sono per certo cose indegne ma bisogna fare attenzione a non ritenere gli schiavi migliori degli schiavisti e degli sfruttatori. Che gli sfruttati e gli schiavi siano migliori dei padroni non sta scritto da nessuna parte. Se messi al loro posto potrebbero fare di peggio. Eppure da questa sistema di equazioni schiavi/sfruttati = buoni e dittatori /capitalisti = cattivi non si è ancora schiodato nessuno. Che la dittatura e il capitalismo siano nemici da combattere non ci piove, ma l’unico modo effettivo per combatterli e far arretrare i paletti del potere è far crescere la cultura.

Far cadere una dittatura non significa liberare gli schiavi se non quando gli schiavi hanno preso coscienza del loro essere schiavi e del significato della schiavitù, una comprensione che esige un percorso e una maturazione dello spirito, della coscienza popolare, per non divenire di nuovo schiavi in regimi totalitari, come in passato o in una democrazia come nel presente. Ci sono molti modi di essere schiavi. La coscienza popolare è una costante che si pone come l’altro lato dell’essere dello spirito in ogni regime ed è l’unico vero indicatore di progresso. La battaglia per la cultura non è ancora politicamente cominciata. Un percorso spirituale per essere portato al popolo ha bisogno di tempo e cultura politica. La democrazia ha insegnato che per educare i figli non occorrono le botte, parimenti per educare un popolo non occorrono le guerre. La cultura è la variabile indipendente. La democrazia è direttamente proporzionale al grado di cultura raggiunto da una nazione indipendentemente dal regime che la governa. Il regime è la variabile dipendente. Ogni regime dipende dall’avanzamento in spirito della nazione. Il cuore è un organo indipendente, il cervello può solo accelerare o frenare. Attenzione però, può accelerare fino a farlo scoppiare o frenarlo fino a farlo fermare. In questo senso e solo in questo senso il cuore dipende dal cervello. Far dipendere la cultura dall’economia significa ignorare e frenare il senso della storia quell’unico senso per cui la storia ha un senso. Il “pensiero unico” è solo chiacchiera. Occorre un’inversione di tendenza, mettere la testa al suo posto per far camminare i piedi.

Ogni grandezza si distribuisce su una curva dalla forma a campana (curva di Gauss) e all’interno della curva con un più e un meno. Ogni popolo rispetto a qualsiasi parametro, fra cui la distinzione del bene dal male, conserva in seno valori che vanno per ogni popolo da zero a infinito, ma che si assestano per ogni popolo su una media differente. La curva progredisce storicamente nel suo complesso per avanzamento dello spirito. La vita pratica individuale occupa un solo punto di tale curva ed è talmente limitata che ciascuno ardisce di ritenere vero solo l’intorno più o meno ristretto della propria esperienza e coglie per di più solo quelle verità che supportano le proprie tesi, con forti o fortissime resistenze al cambiamento. Influenze esterne modificano e cambiano l’opinione individuale solo in funzione della personale convinzione e convenienza. E questa è la ragione per cui tutti possono essere manipolati. I media e i politici, le religioni, nella più totale ignoranza filosofica, comunicano in genere solo la parte della verità che proprio in quanto parte mai corrisponde alla verità. Ovviamente vede la verità solo chi vede l’intero, ma per far questo è necessaria conoscenza e progressione dello spirito ovvero filosofia. L’esistenza dello Spirito è ignota nelle accademie persino ai filosofi. Di Spirito, la più concreta delle realtà, non parla nessuno. Lo Spirito è divenuto un’entità metafisica. Il percorso di emancipazione dello Spirito sia individuale che quello collettivo è lento e graduale: per un uomo non basta una vita per un popolo occorrono secoli o millenni. Il “mai” e il “sempre” non esistono, esiste solo il progresso: il modo, la misura e la direzione.

Sarebbe davvero strano che tutti i popoli e tutti gli uomini avessero raggiunto lo stesso grado di civiltà. Il rispetto della diversità non pretende l’uguaglianza. Nell’uguaglianza empatia, compassione, misericordia perdono di significato poiché esse sono le virtù per il suo raggiungimento. L’importante e mettersi tutti per via partendo da strade diverse nella stessa direzione. Questa direzione di avanzamento dello spirito è data dalla sola cultura ovvero dal cambiamento di mentalità, dalla rinuncia a ritenere la propria visione del mondo come l’unica possibile e nel riconoscere che ci sono visoni più progredite rispetto alla nostra. Nessuna equipollente e tutte sulla strada per un destino comune. Per sapere quale occorre la cultura, la cultura per migliorare il rapporto tra io e non io nella relazione con il prossimo e col mondo che ci ospita.

Le forze che oggi si oppongono alla cultura sono il capitalismo e il terrorismo, due mali assoluti che contrastano con la violenza della merce e della ubris ogni possibile emancipazione dello spirito. Una terza forza alimenta questi fuochi: l’ignoranza. Per contrastare l’ignoranza il potere è e deve essere tanto più autoritario quanto essa è maggiore, ovvero quanto più è arretrata la mentalità. Ma il suo fine dovrebbe essere l’autodistruzione per opera dello Spirito, uno spirito messo a disposizione per servire le masse affinché divengano Popolo.

L’autoritarismo quindi di per sé non è né un bene né un male. Sarà un bene ogni qual volta la coscienza popolare è talmente bassa che senza un capo sarebbe il caos, un male quando la coscienza popolare supera quella del potere e il regime, qual esso sia, si pone da freno. Ne consegue che l’unico modo per sconfiggere poteri autoritari è dare cultura al popolo, aiutare lo Spirito progredire. La nazione si fonda sulla cultura. Il primo dovere di ogni governo è far progredire la civiltà della Nazione. Questo dovrebbe essere scritto al primo posto in ogni Costituzione.

Per cultura i più o quasi tutti, intendono o arte o tecnologia, per cultura si deve diversamente intendere avanzamento dello Spirito. Termine in disuso per avvento del materialismo, del relativismo cui servi accademici hanno consegnano la filosofia passando il testimone alla cibernetica. Sofisti, scettici, cinici, nichilisti, materialisti, relativisti, atei sono tutti predicatori che per “realismo” si sono votati alla sfiducia esistenziale e con ciò hanno vanificato ogni possibilità di progresso dello Spirito nella relazione tra il sé e il mondo facendo camminare l’uomo sui piedi anziché con la testa. Inciampano ad ogni passo, ma la testa ormai non gli dice più nulla. Dio è morto e la verità non esiste. Amen.

Ora le vacche hanno lasciato la stalla e nel contingente è violenza. Tutti a pensare al “ora”, sempre in emergenza, senza riflettere che quella che viene definita emergenza è la consuetudine. Privi di qualsiasi idealità nessuno che pensi a pensare, nessuno che sappia come pensare al dopo. Senza alcuna progettualità, una progettualità che solo la filosofia può dare legano di necessità “il dopo” a soli interessi nazionali, interessi egemonici di potere e denaro.

In tempo di pace prepara la guerra o se vuoi la pace prepara la guerra (Machiavelli). E sia. Ma sia chiaro che questo è solo un momento di un corso storico che non ha raggiunto la sua maturità e che cerca la soluzione nella violenza proprio perché la soluzione non è in grado di trovare, perché la soluzione sta solo in quella filosofia che non a caso i più hanno in odio. La Verità è irraggiungibile, passa più distanza tra l’assoluto e l’infinito che tra l’infinito e un punto, ma come sempre quello che conta è il modo e la misura; il modo e la direzione. Modo, misura e direzione sono assoluti in quanto testimonianza dell’esistenza dell’Assoluto.

Sulla necessità di prepararsi la guerra anche in tempo di pace non si discute e possiamo e dobbiamo trovare il modo migliore per farlo senza però dimenticare che sia in tempo di pace che in tempo di guerra dobbiamo ambire alla pace. Che la storia insegni che grossi cambiamenti nello spirito si sono sempre avute col sangue non accredita in modo assoluto che ci sia necessità del sangue per ottenere cambiamenti. Sarebbe come mettere il carro davanti ai buoi, scambiare gli effetti con le cause. Le guerre si rendono necessarie solo nel senso degli effetti per una mancata armonia. La ubris si scatena di necessità quando il potenziale dell’odio e del rancore divengono tali da non poter essere più contenuti e le ragioni economiche o di potere trovano nel nemico il capro espiatorio. Quando le guerre si rendono inevitabili e lo saranno ancora a lungo, il guerriero dovrà addestrare oltre al corpo anche la mente e ispirarsi alle Muse. La nobiltà dell’anima, la pietà per il nemico è un ideale che si addice anche a chi combatte. Potresti mai odiare il leone cui stai sparando perché ti sta assalendo? Nondimeno gli sparerai. 

Siamo tutti colpevoli o tutti innocenti? Quando evolutivamente si è potuto parlare di male e di bene? La redenzione dalla vendetta di nietzschiana memoria è uno dei sentimenti più nobili cui lo spirito possa anelare. Ciò su cui bisogna riflettere è che esistenziali antichi quali l’”appartenenza” si affievoliscono molto lentamente nel tempo, ma non cessano mai interamente di agire. L’allontanamento da questo sentimento è indice di maturazione dello spirito per una nuova e più universale appartenenza nel merito della giustizia.

Ogni volta che si offende l’appartenenza ognuno si sente coinvolto; seppure in misura diversa o diversissima, a torto o a ragione, si sente coinvolto. Far progredire lo spirito in un ambito più grande di generosità che ricomprenda parti progressivamente più ampie del prossimo dentro di noi è operazione dolorosa: siamo diffidenti, più pronti a offenderci e a difendersi che a progredire. Questa resistenza al cambiamento è l’ostacolo maggiore alla cultura. Nel mito della caverna lo schiavo liberato dalle catene viene trascinato all’esteno.

In questo sentimento l’islam è più arretrato e per lo stesso motivo più unito: i terroristi sono anche per molti o moltissimi islamici gente inqualificabile, ma nessun mussulmano può dimenticare in misure diverse o diversissime che sono “fratelli”. Nessun mussulmano inoltre riesce a concepire gli occidentali come fratelli e reciprocamente pochissimi anche i cristiani. Per non parlare degli ebrei. Un sentimento di appartenenza unisce tutto l’islam. Gli occidentali meno sentono questo desiderio e per questo sono più civili, e per questo più vulnerabili. La conflittualità interna è minore in occidente grazie a un maggior grado di civiltà, in occidente le tribù sono pressoché scomparse. Sono sublimate nella Nazione mentre localmente soffrono ancora della “sindrome di appartenenza” a diversi livelli: regionalismi, campanilismi, a testimonianza che l’uomo è sempre lo stesso e che sono solo le strutture esterne a determinarlo in processi evolutivi dello spirito che di volta in volta le modificano allontanando l’uomo dalla bestia. Non a caso il gioco del calcio manifesta e da sfogo a questi aspetti primordiali di appartenenza. Spirito tribale espresso in passato anche nel mondo occidentale con la guerra e ora emarginato nel gioco che a tratti invade il sociale manifestando la sua antica natura. Per cui “omnibus temporibus, in pace aut bello, para pacem” (in ogni tempo, in pace o in guerra prepara la pace) dovrebbe essere la via maestra da percorrere nella convinzione dell’esistenza della verità come via percorribile dallo spirito.

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