Appartengo dunque sono

images-4“Domani c’è l’assemblea del nostro popolo. Decideremo insieme a quelli che si riconoscono in noi.”  Una dichiarazione di Beppe Grillo quando consulta la sua rete prima di una decisione politica? No, è una dichiarazione resa da Pippo Civati del PD intervistato sul voto di fiducia al governo Renzi. È solo un esempio preso dal passato prossimo politico che qui utilizziamo per porre una domanda cruciale: può un esponente politico rimettersi al suo popolo per decidere e poi agire in nome di tutti qualora fosse investito di una carica di governo? È in questione il concetto di delega, principio fondamentale per la democrazia. Tuttavia, prima di rispondere occorre fare una breve digressione antropologica sull’evoluzione della specie umana per comprendere l’importanza che l’appartenenza riveste nelle relazioni coi gruppi.

Il gruppo, come anche ogni individuo del gruppo, deve essere in grado di riconoscere gli individui appartenenti al gruppo e saperli distinguere dagli estranei appartenenti a gruppi diversi. Indipendentemente da come ciò avvenga (odori, aspetto fisico, abbigliamento…) qui  interessa rilevare come questa capacità venga acquisita individualmente come pulsione che inibisce l’aggressività e instaura comportamenti graditi all’altro.

Forse si può già parlare di solidarietà, un sentimento più ancestrale dell’amicizia che ne costituisce il presupposto. La solidarietà partecipa alla forza del gruppo e costituisce in nuce il presupposto per l’orgoglio, l’orgoglio dell’appartenenzaL’appartenenza è dunque una delle pulsioni più forti e di fondamentale importanza per comprendere le relazioni umane.

Pensate come si deve sentire protetto un individuo all’interno del territorio all’interno del proprio gruppo, e come si debba sentire indifeso all’infuori del territorio al di fuori del suo gruppo, soprattutto quando entra nel territorio di un altro gruppo. Quanto si debba armare di aggressività di conseguenza per poter sconfinare. Un’aggressività tanto maggiore in quanto deve vincere la paura. Questa aggressività per vincere la paura verso l’alterità si configurerà in seguito come il coraggio. Il coraggio tuttavia si manifesta negli animali anche in caso di difesa del territorio, quando la paura legata all’estraneità del territorio non ha luogo, per cui sia singolarmente che complessivamente nel gruppo la determinazione è in genere maggiore sul proprio territorio che fuori dallo stesso.

Ciò costituisce un vantaggio per chi si difende, che riverbera tuttora nei giochi sportivi in cui si evidenzia la componente del rischio nell’azione d’attacco fuori dal proprio territorio. A parità di forze vince chi si difende, un vantaggio che chi attacca deve a sua volta vincere annullando la propria timidezza e aumentando la propria aggressività. Per questo gli invasori devono essere e sono in genere sempre più violenti.

All’origine nessuna convivenza è possibile tra gruppi differenti e i gruppi si limitano uno con l’altro nella competizione per il territorio. L’altro, anche se appartenente alla stessa specie e alla stessa razza e proprio per questo, rappresenta per la competizione per il territorio il peggior nemico. Questo ovviamente in tempo di pace, quando il gruppo è al sicuro da minacce esterne. Diversamente il gruppo si compatta e fa la guerra.

L’appartenenza quindi nasce come una pulsione complessa legata al territorio e già si prefigura come il sentimento dell’amore per la patria. Si intuisce facilmente che anche l’appartenenza fa parte del possesso, il possesso del territorio e l’appartenenza al gruppo sono infatti strettamente legate. Non è difficile osservare come queste pulsioni ancora giochino pesantemente anche nella nostra società contemporanea. Molto più avanti nel tempo gruppi differenti si uniranno consolidando l’unione attraverso forti vincoli come il matrimonio, secondo l’adagio “andar a far la legna fuori dal bosco”. Il vantaggio evolutivo è evidente: un gruppo più numeroso è più potente, inoltre, incrociando cromosomi di diversa origine, si rafforza la razza.

Torniamo ora al nostro humus democratico e riprendiamo l’osservazione dei nostri esponenti politici. Viviamo in un universo asimmetrico dove la materia e l’antimateria non sono presenti in egual misura, eppure accade che nel confronto politico il confronto  dialettico sembra seguire prevalentemente la forma simmetrica della riflessione speculare: l’apposizione di un ‘non è vero’ all’argomento proposto è sufficiente per definire e qualificare la critica. Questo modo di argomentarsi è sufficiente per collocarsi all’opposizione. La rappresentazione mimica di questa postura mentale è visibile nello scuotimento del viso in segno di negazione del politico inquadrato dalla telecamera nei dibattiti dei talk show mentre segue l’esposizione di un argomento da parte del suo interlocutore.

Al di là del merito degli argomenti, accade in politica che la critica si fondi in gran parte sulla posizione rivendicativa legittimata dal mancato riconoscimento di un diritto o di un bene. Questa impostazione porta tendenzialmente gli interlocutori, già portatori sani o malati di un pensiero ideologico, ad assumere posizioni algebricamente simmetriche del tipo  a  contro non-a, una dialettica appiattita alla formulazione di anti-tesi contro tesi , privata della sintesi frutto del ragionamento.

Chi ha ragione in questa dialettica spettacolare? Per loro, come per i gusti che non sono disputandum, tutto si riduce ad una questione di punti di vista: la verità è relativa e dipende dall’appartenenza ideologica. Si esce dal dibattito con la convinzione di avere ragione per il fatto di aver espresso le proprie ragioni, convinzione rafforzata da siffatta opposizione. Il ritmo degli  applausi degli spettatori scandirà quindi l’adesione popolare alla verità di turno.

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