Minima moralia per la Casta Diva

corruzione-italiaUn modo per rilevare l’arretratezza dell’Italia rispetto al mondo civile è quello di misurare nella classe dirigente (in verità l’argomento vale per il popolo intero) la distanza esistente tra etica e ideologia. Ed oggi grazie al comportamento di un Ministro della Giustizia e alle sue dichiarazioni unite a quelle dei suoi sostenitori abbiamo una buona occasione per coglierne il senso. Il fatto? La recente dichiarazione del procuratore Giancarlo Caselli “non si ravvisano reati allo stato” che restituirebbe un po’ di serenità al Guardasigilli Annamaria Cancellieri, la quale a sua volta dichiara  “ho recuperato l’onore perduto”, esposta com’è stata in queste settimane a una tempesta giudiziaria come se fosse stata una rea confessa (La Stampa). Dunque, che il Ministro avesse una consolidata relazione di amicizia e di interessi (vedi l’assunzione del figlio) con la famiglia Ligresti non costituisce reato, che il Ministro si fosse personalmente preoccupata ed anche occupata per lo stato di salute di una componente della famiglia Ligresti imprigionata non costituisce reato, che avesse non solo ricevuto, come inizialmente ammesso, ma fatto più volte di sua iniziativa telefonate ai Ligresti  non  costituisce reato. Insomma, il comportamento del Ministro è stato ritenuto legittimo, in quanto non si sono ravvisati reati.

Ora, sappiamo bene che una gran parte di cause amministrative, civili e penali vengono vinte dagli accusati non nel merito ma per difetti della forma e questo lo accettiamo perché riteniamo sia diritto di ogni cittadino chiamato a difendersi da una accusa a suo carico porre all’accusatore l’onere della prova. Tuttavia, il problema nasce quando il cittadino ricopre una carica istituzionale con ciò assumendo un ruolo terzo rispetto alla collettività, i cui interessi è chiamato a tutelare. In questo caso l’etica professionale del ruolo dovrebbe guidare l’esercizio del potere affinché  in alcun modo questo venisse condizionato dalle relazioni personali.

Sono stato per molti anni dirigente in un Ente pubblico territoriale (potrei anch’io affermare di essere stato un “servitore dello stato”, ma preferisco ricordarmi piuttosto come un civil servant) ebbene in molte occasioni ho dovuto ricordare ai miei collaboratori e colleghi che la ragione per cui il mestiere di dirigente pubblico è ben più complesso di quello del manager privato risiede nel fatto che il dirigente pubblico non solo fa (o almeno dovrebbe fare) quello che fa il dirigente privato, ma in più deve in ogni sua azione garantire il pari trattamento verso i cittadini, un bene che non è economico. A questa esperienza aggiungo un aneddoto di carattere formativo risalente al periodo scolastico delle mie scuole superiori: un insegnante di diritto insisteva nel far notare che in realtà la legge non può proibire di delinquere, ma persegue con la punizione chi  la trasgredisce e che solo ai principi etici e alla morale dobbiamo ricorrere per essere giusti e corretti nei nostri comportamenti, principi di cui troviamo traccia nelle Costituzioni (con il rispetto dovuto per i Dieci Comandamenti).

Nella millenaria Repubblica di Venezia l’amministrazione della giustizia  aveva raggiunto livelli evolutivi  ancora oggi  validi come modello di civiltà, soprattutto per il modo di applicare le leggi al singolo caso concreto, che teneva conto delle decisioni precedenti (giurisprudenza), ma soprattutto mirava a realizzare la giustizia sostanziale, anche negando l’applicabilità di certe leggi se queste ledevano i principi superiori di giustizia, ossia la verità, il buon senso, la fede e l’equilibrio naturale delle cose.

La vicenda Cancellieri, indipendentemente dal suo esito, ci ha mostrato l’equivoco di fondo su cui riposa l’etica nazionale dominante: confondere l’illegittimo con l’illecito.  La preoccupazione primaria è non aver commesso un reato, non essere o non farsi sorprendere nella illegittimità, essere  nella regola,  mentre la possibile illiceità del comportamento riguarda la sfera individuale della persona che rimane padrone a casa propria.  Al più una critica sull’inopportunità del comportamento.  Anche ‘servitori dello stato’ come il Guardasigilli Cancellieri possono non comprendere la differenza tra soggettività e ruolo istituzionale (su cos’altro si fonderebbe il diritto?) e dunque come non dare ragione a Franco Cordero quando commentando la vulnerabilità del ministro (la Repubblica  del 19/11/2013) osserva: “dovunque restino barlumi di etica, in casi simili il ministro scompare radendo i muri. Nell’Italia attuale gli standard del lassismo sono larghi quanto le intese” ?

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