Uomini che odiano la civiltà.

Il sonno della ragione genera mostri. Francisco GoyaIl sonno della ragione genera mostri: “É ancora presto per dire se la Svezia, dopo gli incidenti di questi giorni, sia pronta a stravolgere una tradizione di tolleranza e accoglienza, cedendo alle sue pulsioni più oscure, così ben raccontate, e quindi esorcizzate, nei noir degli autori scandinavi.”  Tale è la considerazione dell’ inviato speciale de La Repubblica a commento della rivolta avvenuta per opera di giovani immigrati in alcuni quartieri periferici di Stoccolma.  Altri osservatori avevano precedentemente così titolato la notizia sugli avvenimenti quando erano ancora in corso: “Vacilla l’immagine di nazione egualitaria“.

Sembrerebbe che molti abbiano trovato negli scontri avvenuti nei giorni scorsi a Stoccolma un contenitore dove scaricare la propria ansia accumulata negli anni con la vergogna per lo stato degli extracomunitari in Italia e in questo modo consolarsi all’insegna dei più deleteri cliché tipo ‘così-fan-tutti’ e ‘tutto-il-mondo-è-paese’.  Il caso svedese,  dove altri commentatori hanno potuto rilevare che “Molti degli immigrati che arrivano nel Paese grazie alla generosa politica sui rifugiati (…)“, non riguarda certo il nostro Paese e, tuttavia, si usa la fantasia letteraria degli scrittori di noir come Larsson (Uomini che odiano le donne) per comprendere la verità dell’inconscio collettivo svedese mista all’estetica mitologica di Tolkien (Il Signore degli Anelli) per rappresentare  una realtà allucinata dove si agiterebbero svedesi dall’aspetto di Elfi, ma con l’anima degli Orchi.

Per altro si prende atto che Husby e Kista, luoghi degli scontri, sono quartieri vivibili dove i servizi pubblici, quali parchi, scuole, biblioteche e trasporti esistono e funzionano, quartieri ben diversi dalla banlieue parigina o dalle periferie londinesi. Il quartiere Kista, in particolare, viene considerato come la Silicon Valley di Stoccolma per il fatto di ospitare società ultratecnologiche. Ma questa realtà viene presentata “come un visionario piano di edilizia popolare” degli anni ’70 (quando in Italia non esisteva neppure il fenomeno dell’immigrazione straniera) piuttosto che essere notata e valorizzata come indicatore di civiltà di uno Stato.

L’idea di un benessere sociale (welfare state) è dunque un mito socialdemocratico fallito e che va dunque superato? Una falsità prodotta dalla falsa coscienza di una borghesia ricca ed egoista? Cosa c’è dunque che non va, anche in quelle società del nord ? Anche la bruttezza come la bellezza sta negli occhi di guarda. Bisogna essere ipocriti o stupidi, o entrambe le cose, per confondere ciò che uno Stato fa per accogliere gli stranieri, che connota e denota la cultura di quello Stato, e come una minoranza di questi reagisce al drammatico impatto di un trapianto socio-culturale.

Ed è proprio una scrittrice svedese di origine curda, Nima Samandaji, che con intelligenza ci invita a riflettere sul fatto che  “Stoccolma non brucia e la discriminazione non è sempre legata al razzismo“, spiegandoci, perchè molti di noi hanno ancora bisogno di capire, che parte della popolazione viene lasciata ai margini per cause economiche, legate all’educazione, al retroterra culturale. La scrittrice, con acume non comune tra gli intellettuali occidentali conclude le sue argomentazioni con la richiesta: “smettiamo di colpevolizzare la nostra società“. Gli uomini che odiano la civiltà sono tra noi, che ci riteniamo civili.

 

 

 

 

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