Il modello tedesco

Un adagio tedesco recita: “l’ordine è metà della vita, ma l’altra metà è più bella”. Fino a poche settimane fa era  all’ordine del giorno la critica  al rigore tedesco nella concezione del debito pubblico (conti in ordine in casa propria)  e ossessionati dall’incubo dello spread  ci si arrovellava sulle misure economiche e finanziarie più idonee.  Oggi, distolti dal rigore applicato dal nostro stesso governo, al quale si inizia a rivolgere le prime severe critiche,  abbiamo messo in evidenza con un’enfasi teutologica il confronto con il “modello tedesco”, sebbene limitato alla legislazione sul lavoro con riferimento in particolare al famigerato art.18. Amore e odio tra i nostri due popoli?

Il fatto è che il rapporto tra il popolo italiano e quelli di lingua tedesca ha un’origine bi-millenaria senza quasi soluzione di continuità  e dimentichiamo che  è stato spesso conflittuale, come lo sono inevitabilmente i rapporti con gli invasori. Prima i barbari per gli antichi Romani, poi gli Ostrogoti di Teodorico,  i Longobardi, Federico Barbarossa, Federico II, gli Austriaci ed infine l’occupazione del III° Reich.  Con le devastazioni di Roma, il dominio di intere  regioni, due guerre mondiali e la Resistenza c’è da supporre che qualche cosa sia rimasto nel  ‘comune sentire’  degli italiani. Nessuna nostalgia o giustificazione né alcuna benevolenza, ma consapevolezza del nostro passato sì.

Nei dibattiti televisivi sulla crisi economica e finanziaria ad alcuni commentatori è piaciuto osservare la coincidenza nella parola tedesca Schuld del duplice significato di debito e colpa, mostrando una meraviglia per altro mai sufficientemente spiegata.  Che in questa coincidenza linguistica si potesse riconoscere una profonda diversità culturale riconducibile  alla  etica protestante è una ipotesi che non sfiora le menti degli  ‘uomini del fare’.  Questi, siano essi appartenenti ad  aziende  o sindacati, posti di fronte alle differenze salariali tra gli operai della Fiat e quelli della VW, non  vedono le reali e profonde cause culturali che  spiegano tali risultati, tanto ne sono inconsapevoli vittime e portatori sani. Questa volta non vale il riconoscimento consolatorio del “così fan tutti”.

Ed eccoci di nuovo a considerare il “modello tedesco”, ma cosa veramente lo caratterizza?  Per alcuni la legislazione sul lavoro,   per altri la legge elettorale, il welfare state,  la qualità dei prodotti.  Si sostiene e ragione che un modello  non  possa essere esportato,copiato in un altro contesto, ma eventualmente innestato  con la  necessaria considerazione delle diversità dei fattori culturali in gioco. Ebbene, quali sono queste diversità culturali?  La cultura, senz’altro.  Non il lavoro, ma la cultura rende liberi:  die Kultur macht frei.

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