Lacrime nella pioggia

Andiamo a rileggere l’ultima pagina della sentenza della Corte d’Appello di Palermo del 2 maggio 2003 (poi confermata in Cassazione) che, a quanto pare, in pochissimi hanno letto e moltissimi non hanno mai voluto o potuto conoscere:

“I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunziati; ha omesso di denunziare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza. […] Dovendo esprimere una valutazione giuridica sugli stessi fatti, la Corte ritiene che essi non possano interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. […] Si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione [cioè prima della primavera del 1980, nda], il giudizio negativo espresso dal tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei pubblici ministeri appellanti. Non resta, allora, che […] emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione”.

L’Italia è un paese da sempre malato. L’ignavia è un vizio capitale che affligge da sempre gli umili, i poveri di spirito, come i potenti che dal popolo democraticamente vengono eletti e in animo diversamente non computano.

La verità non viene percepita, poi viene negata. La verità è fatta a brandelli.

E la sinistra non è stata da meno. Una forza politica che ha sempre fatto della «questione morale» un punto fondante, non dico che della vicenda dovesse farne una bandiera, ma quanto meno discuterne. Invece l’ha a dir poco rimossa. Anna Finocchiaro, ad esempio, ha liquidato come «inutile perdita di tempo la discussione sulle vicissitudini giudiziarie del senatore Andreotti».

Clemente Mastella, ineffabile ministro della Giustizia, ha dichiarato che «invece di parlare della sentenza di Palermo, ad Andreotti bisognerebbe fare un monumento». In questo Mastella è stato ampiamente soddisfatto. Sulla vicenda processuale si è innestato un processo di santificazione mediatica con la sapiente e sottile tessitura dello stesso Andreotti. Grazie alla connivenza di molta politica e di molta informazione egli è riuscito a far passare in secondo piano i gravi fatti evidenziati dal processo, fino a cancellarli.

Dice Cesare Zavattini che dopo “Sciuscià” (1946) di Vittorio de Sica, film epocale di cui Zavattini fu sceneggiatore, lui e Vittorio si aspettavano una indignazione popolare sulla condizione del carcere giovanile, una presa di posizione dei politici, dei giornali e dell’opinione pubblica. “Non accadde nulla” è il suo sgomento commento.

“La luna e i falò” di Cesare Pavese Paesino del cuneese in cui l’eroe fa ritorno dopo la guerra. Non ci si è accorti di nulla, 60 milioni di morti non hanno turbato le coscienze del villaggio, non c’è stato né un prima né un poi: gatti.

Più indietro ancora. “Sapevo che c’era la guerra, ma me ne sono accorta quando le bombe mi sono cascate sulla testa”, commenta una signora le bombe a Milano durante la seconda guerra mondiale.

Gian Carlo Caselli ancora si indigna di tutto il male che viene dimenticato e ancora lotta per la legalità. Ma nessuna legalità è possibile senza cultura, tra gente che non legge, non si interessa e vota. Sub lege libertas.

Gherardo Colombo invitato a “Che tempo che fa” riassumeva un lungo pensiero dicendo che “pagare le tasse è un obbligo”.  Mi permetto di dissentire “pagare le tasse è un dovere”.  A profani parrà cosa da nulla, ma tra la costrizione e la volontà passano millenni di storia dello spirito. Tra l’imposizione della legge e l’assunzione in proprio di un dovere ha luogo la “coscienza sociale”, un’abissale distanza: dalla dittatura alla democrazia.

La legge obbedisce alla giustizia che deve servire la verità. Non bisogna mai cessare di cercare la verità. La mancanza dei presupposti filosofici di temi come quello della legalità mette il figlio sul trono al posto del padre e la legalità alla verità è solo nipote. Si confonde così la mente di tutti su termini come legalità e democrazia non discriminando  tra obbligo e morale. Gli stolti penseranno a questo come a sofismi, le persone di ingegno ben sanno che su questi temi si gioca il futuro dell’umanità.

Se Dio è morto quale il nuovo mito?

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