Fine dell’Euro o della Grecia?

Grecia, febbraio 2012: “La produzione si è fermata, la disoccupazione è salita al 20%, hanno chiuso 80.000 negozi, migliaia di piccole fabbriche e centinaia di industrie. In totale hanno chiuso 432.000 imprese. Decine di migliaia di giovani laureati lasciano il paese che ogni giorno si immerge in un buio medioevale. Migliaia di cittadini ex benestanti, cercano nei cassonetti d’immondizia e dormono per strada.”

Chi lo dice? Mikis Theodorakis  in una lettera aperta del 12 febbraio scorso. Punto di riferimento per l’opinione pubblica di sinistra, al ritorno della democrazia in Grecia, quando il governo socialista guidato da Andreas Papandreou si trova al centro di alcuni scandali di corruzione, Theodorakis per qualche tempo si schiera con il centro-destra, riconciliandosi con la sinistra soltanto dopo l’uscita di scena di Papandreu.

(…) “Ho fatto la guerra con le armi in mano contro l’occupazione nazista. Ho conosciuto i sotterranei della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai Tedeschi e sono vivo per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM, la prima organizzazione di resistenza contro i colonnelli. Ho agito nell’illegalità contro la dittatura. Sono stato arrestato ed imprigionato nel “mattatoio” della dittatura. Alla fine ho sopravvissuto ancora.”

(…) “Esiste un complotto internazionale con obbiettivo la cancellazione del mio paese. Hanno iniziato dal 1975 con obbiettivo la civiltà neo-greca, hanno continuato con la distorsione della nostra storia contemporanea e della nostra identità culturale ed adesso stanno cercando di cancellarci anche materialmente con la mancanza di lavoro, la fame e la miseria.”

(…)  “ … dichiarando che rimango sempre amico del Popolo Tedesco ed ammiratore del suo grande contributo alla Scienza, la Filosofia, l’Arte e soprattutto alla Musica! E forse, la miglior dimostrazione di questo è che tutto il mio lavoro musicale a livello mondiale, l’ho affidato a 2 grandi editori tedeschi “Schott” e “v. Breitkopf” con cui ho un’ottima collaborazione.”

 (…) “Le strade e le nostre piazze si riempiranno di centinaia di migliaia di cittadini che esprimeranno la propria rabbia contro il governo e la troica.”

(…) “Ho sentito ieri il nostro Primo ministro – banchiere- rivolgendosi al popolo greco, dire che “siamo arrivati all’ora zero”. Chi, però, ci ha portati all’ora ZERO in due anni? Le stesse persone che invece di trovarsi in prigione, ricattano i parlamentari per firmare il nuovo accordo, peggio dal primo, che sarà applicato dalle stesse persone con gli stessi metodi che ci hanno portato all’ora ZERO!”

 (…) “Qui assistiamo al teatro della paranoia. Tutti questi signori, che in sostanza ci odiano (greci e stranieri) e che sono gli unici responsabili della situazione drammatica alla quale hanno portato il paese, minacciano, ricattano, ordinano con l’unico scopo di continuare la loro opera distruttiva, cioè di portarci sotto l’ora ZERO, fino alla nostra sparizione definitiva.” (…)

Non condivido l’opinione di un ‘complotto internazionale per affossare la Grecia’ e neppure penso ad un complotto internazionale in mano alle banche e al Fondo Monetario Internazionale. Il mondo è acefalo, questo è il dramma, e il potere è in mano a gente completamente insipiente che nulla sapendo pensa solo al proprio interesse, a salvare il proprio e poi si vedrà.

Ritengo diversamente che il vero nemico sia la stupidità, l’economia senza la politica, l’economia senza la cultura e chi l’appoggia, l’indicibile e intollerabile insipienza con cui chi regge le sorti economiche dell’umanità si rende servo acefalo di un’economia liberista senza avere la minima idea di dove dirigere la barra né del caos in cui stanno gettando l’intero pianeta ( ambiente incluso). Costoro non trovano di meglio che arricchirsi ulteriormente e affamare i popoli.

Finiamola di pensare che sono “intelligenti”, sono solo “astuti”, avidi, corrotti, disonesti, stupidi e volgari e ricchi, immensamente ricchi e immensamente ricchi rimarranno finché il popolo sarà avido, corrotto, disonesto, stupido e volgare e invidierà chi è ricco, chi è potente, chi ha successo condividendone i valori.

Riuscite a capire ora? L’economia liberista è una chiavica e il potere è in mano a dei miopi sorci cui interessa solo mangiare il formaggio. Ma i sorci prosperano sulla mentalità del popolo che la stessa mentalità nei valori condivide.  Cultura, si impone cultura.




I limiti dello sviluppo culturale.

Al termine di una analisi sulle misure anti crisi  adottate dall’attuale governo italiano, esposta da un economista professore universitario in  occasione di un corso di formazione di cultura politica, ho  domandato come si potesse spiegare il caso della Svezia, Paese che ad un elevato ed efficiente welfare state  associa una robusta crescita economica in termini di PIL. La risposta è stata immediata: “Eh, ma quelli sono protestanti … hanno un altro rapporto con il denaro!”.

In una recente intervista televisiva un noto ed autorevole esponente parlamentare del Pdl  si affannava a difendere il vincolo del matrimonio, da lui  considerato naturale, contro l’accettazione delle coppie di fatto, da lui tollerate ma considerate non meritevoli di tutela legale, e per supportare la propria convinzione, che senza  dubbi etici non esita come legislatore a voler far valere per tutti, portava l’esempio della Gran Bretagna, Paese dove secondo lui  “alla diffusione delle coppie di fatto, con conseguente crisi della famiglia, sarebbe correlata la diffusione  del disagio giovanile”.

Ho citato queste due esternazioni per indicare i due limiti culturali, superiore ed inferiore, che delineano lo spazio  evolutivo al cui interno si  distribuiscono le differenti mentalità  con le quali si  interpreta la realtà.

Il primo, quello dell’economista, rappresenta il limite superiore ed è interessante perché rispetto al comune sentire  ci appare ‘anomalo’, in quanto pur partendo da premesse tecniche-economiche, approda con un balzo ad un livello culturale più ampio, ponendosi quindi al di fuori  del sistema per poterlo spiegare.

Il secondo, quello del politico, costituisce invece il limite inferiore ed è interessante perché ci conferma la ‘normalità’ del pensiero ideologico, che comprende e interpreta la realtà solo se e nella misura in cui riesce a farla rientrare nel proprio convincimento, nel suo caso  il  cattolicesimo.

 




La cultura rende liberi.

Tra i dati sullo stato della istruzione e quindi della cultura italiana  si è aggiunto il recente  aggiornamento ISTAT sull’abbandono scolastico: il 18,8% degli studenti del biennio delle scuole superiori statali non prosegue gli studi, sebbene l’obbligo scolastico sia fissato a 16 anni.  Il fenomeno (sottostimato perché non comprende i dati relativi alla Formazione Professionale)  ci pone al primo posto tra i Paesi europei, con picchi oltre il 22% nel Mezzogiorno.

All’abbandono scolastico si aggiunge il fenomeno dell’ analfabetismo di ritorno, che in Italia, secondo i dati di una recente indagine, ha raggiunto le  seguenti  dimensioni:

“Il 71% della popolazione – ha detto De Mauro – si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficolta’: il 5% non e’ neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed e’ a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non piu’ del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana.”

Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino presso i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come per altro avviene per le nozioni matematiche).

Lo sconforto di fronte a tali risultati fallimentari,  grazie anche alle scarse attenzioni in termini d’investimento rivolte alla scuola da parte dei governi italiani, ci  potrebbe autorizzare a vedere la nostra scuola come  un  campo di concentramento dell’ignoranza sulla cui porta d’ingresso potremmo scrivere “Kultur macht frei”.

Come è possibile ignorare questo stato di cose,  che costituisce un vero allarme sociale, e continuare a parlare di futuro per i giovani, di rilancio del paese, di credibilità? Come è stato possibile che a rappresentarci economicamente nel mondo ci sia stato un Ministro che  tanto ignorava e disprezzava la cultura da invitare i suoi sostenitori in tempo di crisi a farsene un panino?

Avevo già scritto che se con la cultura non si mangia, certamente con l’ignoranza si muore.  Ma oggi, con l’economia in declino, pardon in recessione, con provvedimenti anti crisi ispirati alle teorie economiche neoclassiche che si concentrano sui tagli della spesa pubblica,  con la  perdita di credibilità dei partiti, l’allontanamento progressivo dei cittadini dalla politica, con una corruzione dilagata a tutti i livelli della convivenza civile (che crea danni economici per 6o miliardi all’anno, corrispondente alla metà della intera corruzione stimata  per i Paesi europei)  e con il deficit di democrazia delle Istituzioni la questione che si pone ormai con forza è su cosa fare leva per avviare il risanamento?

Per gli economisti l’economia si modifica con gli strumenti economici, per i politici la si guida e governa con la politica. Tautologie? No, sono espressioni della limitatezza del pensiero ideologico: una parziale verità che per convenienza di potere diventa assoluta. Per risolvere il problema si deve ragionare ed agire avendo presente una verità della logica:  non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso modo di ragionare che abbiamo usato per crearli.

L’economia, dunque, si può corregge solo superandola, considerandola non più come un fine, ma come un mezzo, uno strumento  dell’uomo  per  regolare la propria esistenza avendo come fine il bene comune … sotto il cielo stellato, con la morale dentro di sé. La cultura è vivente e rende liberi.




La Nuova Frontiera

Ha fatto notizia la stima di Cisco secondo la quale nel 2012 i dispositivi mobili connessi al web saranno più numerosi degli abitanti della terra e nel 2016, solo fra quattro anni, saranno 10 miliardi contro 7,2 miliardi di abitanti: 1,4 apparecchi digitali per ogni abitante. Le previsioni per il 2016 indicano inoltre l’Asia come il continente che produrrà la metà del traffico dati nel mondo, con la Cina che ne produrrà il 10% e il Giappone quasi il 30%.

La notizia fa senso, ma ha anche un senso?

La risposta è sì, a condizione però di porre l’accento non tanto sul dato commerciale circa la diffusione del mercato di tali  apparecchi, quanto su quello demografico relativo alla crescita della popolazione mondiale: le proiezioni sulla popolazione mondiale prevedono che  nel 2045 saremo 9 miliardi!

Cosa dire di questa tendenza?  Come valutare un’altra previsione, assai più inquietante, circa la diffusione per esempio del mercato dell’automobile nel mondo nei prossimi decenni? Oggi vi sono 800 milioni di veicoli circolanti in tutto il mondo (11,4 auto ogni 100 abitanti) e diventeranno 2 miliardi nel 2030 (28,5 auto  ogni 100 abitanti).  Tra l’altro notiamo come l’Italia abbia oggi l’ indice di motorizzazione più alto del mondo: 61 veicoli ogni 100 abitanti.

Ora, quale politico o economista avrà mai il coraggio di dire che lo sviluppo dei beni materiali cui siamo abituati e con i quali continuiamo a misurare la crescita e il rilancio dell’economia, non è più sostenibile nei nostri paesi e ancor meno è estensibile a quelle aree del mondo come l’Asia, l’America Latina e anche l’Africa che in misura diversa presentano sviluppi quasi  accellerati di crescita economica e demografica?  Se applicassimo il tasso di motorizzazione italiano alla sola Cina (il sogno proibito delle case automobilistiche) avremmo, con la popolazione cinese oggi  vivente, 732 milioni di veicoli circolanti!

Quando si esternano le proprie analisi o visioni politiche bisognerebbe avere presente, quanto meglio possibile, quel che  accade nel mondo mentre si pensa.  Una delle complicazioni che la information tecnology comporta, con la sua vastità e velocità,  è che ci risulta sempre più difficile poter esprimere la propria opinione con sufficiente sicurezza.  Perciò, suggerisco di dare ogni tanto una sbirciatina, per esempio, al sito  worldometers.  Forse accrescerà un senso di vertigine di fronte alla vastità  dell’informazione, con relativa nausea per la velocità con cui si accresce e diffonde, ma una volta acclimatati in questa realtà virtuale, saremo affascinati da questa nuova frontiera della cultura.

La numerosità dei dispositivi digitali connessi al web non  rappresenta dunque  il sorpasso dell’intelligenza artificiale rispetto a quella umana, come titola un articolo  su un quotidiano, almeno fino a quando qualcuno non inventerà un’applicazione capace di connettere i processori di tutti i dispositivi come fossero un unico computer.

Essa ci fornisce piuttosto un indicatore di come e in quale direzione si sta evolvendo la cultura umana, ponendoci nuove e più sostenibili prospettive di sviluppo per le relazioni umane future.  L’alternativa al disastro è la realizzazione dell’Utopia, dove per esempio sarà meglio che circolino informazioni piuttosto che automobili e, fin quando avremo bisogno di status symbol,  sarà meglio  possedere un computer quantico che un’auto sportiva elettrica.

Diceva Oscar Wilde che “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.”

 




Più mi avvicino alla economia e più aumenta la paura.

Una cosa è chiara: la democrazia è in crisi. Scelte coraggiose sono impopolari, in caso di elezioni il popolo non voterà chi appoggia tali scelte.  L’uscita strategica della Lega serve da raccoglitore esterno. Rimane tuttavia che qualunque sia il governo che sostituirà Monti, di sinistra o di destra che sia, avrà brutte gatte da pelare.

È per questo che Berlusconi ha gettato la spugna lasciando fare ad altri il  “lavoro sporco”  in attesa del ritorno.  Osta solo l’età. Il suo opportunismo politico è ineccepibile, un fiuto da caimano.
Berlusconi probabilmente non lo rivedremo a meno che Monti non risani l’economia e si faccia poi da parte. Possiamo contare sulla seconda opportunità ma non certo sulla prima.

Le elezioni di aprile in Grecia, qualunque sia l’esito, vedranno espressa la volontà popolare e il fallimento da criptato come oggi appare, diverrà inevitabilmente palese.  Quello che accadrà dopo è difficilmente prevedibile. Ma povertà e disordini sociali di ogni tipo sono certi. Per certo inoltre si inasprirà quello che già sta accadendo in tutti i paesi dell’est, nonché in Portogallo, in Spagna e in Italia, il default è dietro l’angolo per tutti. E se Sparta piange Atene certo non ride, anche Francia, Germania e Inghilterra dovranno dire ai loro popoli “noi non siamo il Sud o l’Est dell’Europa”, come il nostro benamato Presidente ingenerosamente ha detto della Grecia.

Ce ne laviamo le mani e abbandoniamo tutti al loro destino con un “in fondo se la sono voluta” per lavare un po’ la coscienza. Quello che è certo è che è in atto un efferato piano turbo capitalista per mettere in ginocchio tutti i popoli da quello greco financo quello tedesco anche se ad accorgersene i paesi più ricchi tarderanno in proporzione alla ricchezza posseduta.

In conseguenza di tutto ciò solo un fronte internazionale di tutti i popoli potrà mettere fine al turbo capitalismo e alla carneficina.
La situazione è gravissima e bisogna stare attentissimi a non alimentare spinte nazionaliste mascherate da patriottismo e piuttosto spingere in tutti i modi alla formazione di un governo europeo che sappia mettere mano alla speculazione: un’internazionale socialista, naturalmente senza nessun richiamo al passato, si impone.

Occorre riflettere su quella che viene definita “volontà popolare” e comprendere fino in fondo che un popolo senza cultura porta al potere la mediocrità eleggendo avventurieri senza scrupoli che da sempre portano la nazione alla rovina. Essere dalla parte del popolo significa che non bisogna fare la volontà popolare. Questo ormai dovrebbe essere chiaro a tutti.  Al popolo si deve chiedere la fiducia, meritandola, ma mai fare quello che il popolo vuole sia fatto.  Bisogna avere Il coraggio della responsabilità.

Volere e sapere qual è il bene della nazione e convincere il popolo per il bene della nazione: questa è la politica. Il rischio ora è che in ogni singola nazione grazie al fallimentare sistema democratico arrivino al potere populisti di ogni sorta che irresponsabilmente guidino la nazione in avventure senza ritorno.

Vivo in una nazione in cui non è ancora chiaro a nessuno la differenza tra politica e partitica, tra chi difende con responsabilità il bene comune e chi difende senza scrupoli solo interessi di parte, in cui sono questi ultimi a essere maggioranza e ad essere eletti. Ancora non esiste l’idea né di bene comune, koinè culturale , né di Stato. Il deficit culturale in Italia è abissale, ancor più del debito, e solo con la cultura si potrà rimediare alla crisi.

Nessuno oggi può ragionevolmente pensare di sollevare Monti, il suo mandato deve arrivare a scadenza e probabilmente il suo stile e metodo dovranno proseguire, togliere la credibilità al paese oggi è un suicidio. Monti è un rospo che va digerito. Tuttavia nel contempo bisogna da subito lavorare per un’ internazionale socialista.  Appoggiare tutti gli stati che favoriscono questa idea.

Nel frattempo rimane che se non si aumenta la domanda aumentando i salari la produzione è inevitabilmente destinata a rallentare e la recessione e il default  sicuri. La redistribuzione del reddito è indispensabile, indispensabile un controllo della speculazione, indispensabile un aumento dell’occupazione. Indispensabile la cancellazione delle mafie dal territorio, indispensabile la lotta all’evasione fiscale, indispensabile la lotta alla corruzione, indispensabile il riequilibrio dei posti pubblici. Indispensabile industrializzare il sud per cambiarne radicalmente la mentalità senza creare contrapposizioni.

Indispensabile invertire gradualmente la tendenza: nazionalizzare anziché privatizzare assumendo nello stato personale altamente qualificato secondo merito che si fondi sulla preparazione quanto sull’onestà. Un problema quest’ultimo alquanto trascurato dalla politica, la questione morale non è un problema è il problema.

Analisi per bontà dicibili grossolane dibattono da secoli se sia meglio nazionalizzare o privatizzare prendendo ad esempio la ex Unione Sovietica e glui Stati Uniti d’America. Non ho parole per tale insipienza. Su inesprimibili insipienze si è fondata da sempre la scelta di campo. L’idea è sempre la stessa “se ci credono in tanti allora esiste”.

Diversamente, molto diversamente, rimane chiaro che se nello Stato vengono assunte persone che si fanno servitori dello stato, ovvero lavorano non per sé, ma per il bene comune, statalizzare è la soluzione ideale. Se contrariamente, come avviene di fatto, vengono assunti parenti, amici, conoscenti o vengono assegnati posti per voto di scambio e comunque persone che dello stato e di servire stato non hanno mai avuto idea né intenzione, non hanno mai avuto neppure idea dello Stato, dico della sua esistenza, o peggio lo vedono come un avversario, uno che porta via loro i soldi con le tasse, in una tale mentalità privatizzare rimane per certo l’unica via d’uscita.

Dato il basso livello di coscienza, privatizzare nel passato è sempre stata la soluzione in tutti i paesi della terra. Tanto più bassa è la coscienza tanto più si rende necessario privatizzare, lasciare ai mercati la guida mondiale. L’idea di togliere potere ai mercati senza far crescere la coscienza popolare, senza aumentare la cultura, statalizzando è da sempre a dir poco perdente e fallimentare. La cultura, la coscienza popolare rimane in entrambi i casi il problema.

Anche i privati non pensino di non far parte della comunità, di avere lo Stato come terzo se non come controparte. Mi tocca sentire discorsi del tipo” io pago la scuola privata, vado dal medico privatamente perché devo pagare le tasse?”. Al privato è concesso di arricchirsi solo se ha chiaro in mente di far parte di una collettività e di dovere alla comunità e alla sua storia la sua ricchezza. Nessuno si è fatto da solo, tutti dobbiamo tutto ai padri. Non a nostro padre, ma a quanto tutti si sono sacrificati per garantire a noi il nostro benessere a partire da Adamo ed Eva.

Solo per concessione della collettività il privato può ottenere il permesso di vivere e anche di arricchirsi e alla collettività deve comunque contribuire e alla collettività deve comunque rendere conto. E non solo pagando le tasse. Siamo tutti servitori dello Stato. Questa morale, per inciso “protestante”, è entrata a far parte del mondo anglosassone, sa va sans dire, e non a caso gli anglosassoni sono i paesi più avanzati non solo economicamente ma anche in civiltà. Questa morale deve entrare nella testa di Confindustria e di tutti gli associati, messa nello Statuto. Anche qui per chi ha inteso serve  cultura: il più grave deficit per ogni paese è la cultura e dunque senza cultura non usciremo dalla crisi.




Attenti a quei due.

Siamo certi di aver davvero compreso tutte le implicazioni  che il fenomeno della globalizzazione comporta? Avevamo immaginato che essa non riguardasse più soltanto gli aspetti economici, sociali e culturali, ma che incidesse anche  in quelli politici.  Vi sono, infatti,  alcune trasformazioni in atto della politica internazionale che segneranno nei prossimi anni svolte radicali negli assetti tra gli Stati.  In questi giorni è stata data notizia di due avvenimenti  che prefigurano l’evoluzione in atto della politica nell’era della globalizzazione.

Il primo riguarda l’Europa e potremmo definirlo come la forma nascente, se non proprio di un partito europeo, di una campagna politica oramai transnazionale: la Cancelliera tedesca Angela Merkel si è esposta personalmente per sostenere  la rielezione del Presidente della Repubblica Francese  Nicolas Sarkozy in una conferenza stampa ed una intervista televisiva congiunte a Parigi a conclusione  del tradizionale Consiglio dei ministri  bilaterale tenutosi lo scorso 6 febbraio..

Il secondo avvenimento politico  si colloca  sulla  scala mondiale e riguarda lo spostamento progressivo nell’area del  Pacifico del baricentro degli interessi della politica USA.  Si tratta del  prossimo incontro, che avverrà il 14 febbraio a Washington, tra Barack Obama,  verosimilmente rieletto nel prossimo novembre per il secondo mandato di Presidente degli Stati Uniti, e  il nascente leader cinese  Xi Jinping futuro Presidente del Partito Comunista Cinese dal prossimo ottobre e futuro Presidente della Cina dal marzo 2013.

I due fenomeni hanno evidentemente una portata differente: mentre i rapporti tra USA e Cina ci indicano la prospettiva di nuovi equilibri futuri tra gli Stati europei e gli Stati Uniti con la conseguenti ricadute di tali assetti all’interno dei rapporti tra gli Stati componenti la Comunità Europea, la joint venture Franco-tedesca ci  mostra la trasformazione già in atto dei rapporti politici, anche formali, tra i due  governi che dallo scorso anno  hanno stabilito un asse bilaterale economico con l’intento di  condizionare la politica degli altri Paesi comunitari.

Avremo così due baricentri, il primo spostato nel Pacifico e il secondo nel Mediterraneo.

Di fronte a questo scenario quale senso possono avere le lamentele di coloro che gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri nella politica nazionale?  L’obiettivo è ormai chiaro, pena la definitiva subalternità ai Paesi europei più forti economicamente: la politica estera italiana, già così caratterizzata dalla sindrome di Crimea, dovrà al più presto rinascere per conquistare un ruolo centrale che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo.

Per  fare ciò occorre  tuttavia una leadership all’altezza della situazione.  La migliore eredità che l’attuale governo potrà lasciare, proprio in quanto composto da tecnici competenti, sarà l’indicazione metodologica  per la formazione del futuro governo politico,  che abbia come unici criteri di selezione  il merito e la competenza. Poichè il prossimo governo sorgerà da nuove elezioni,  la riforma della legge elettorale e la  selezione dei politici costituiranno il banco di prova  per il rinnovamento italiano.  Non avremo più una seconda occasione per dare la prima impressione.

 




La sindrome di Crimea.

Dalla scorsa estate si è diffusa la convinzione tra politologi e  politici, tanto a sinistra quanto a destra,  secondo la quale la politica nel nostro paese  avrebbe abdicato non tanto in favore di  un ‘governo tecnico’, quanto in  favore dell’ingerenza  di stati  stranieri, ancorchè europei, nelle scelte nazionali.

La Grecia tentò di rispondere alle pressioni europee  con la proposta  di coinvolgere il popolo perchè si esprimesse con un referendum sulle misure economiche da prendere, la Spagna scelse la strada di nuove elezioni, mentre il Governo italiano, con l’accordo delle opposizioni, scelse invece di ritirarsi nel Parlamento.

Si invoca ancora una volta l’unità politica europea, deprecandone la mancanza quale causa dell’incapacità di fronteggiare con efficacia la crisi economica in atto, ma la persistente divisione tra gli Stati si mostra in realtà ancora utile e comoda  per scaricare le  responsabilità secondo il principio del  Deus vult!

Quando il Governo Berlusconi  gettò davvero  la spugna? Quando di ritorno da Bruxelles il 24 ottobre  del 2011 dopo aver ricevuto i primi ‘compiti a casa’, il Presidente del Consiglio dichiarò “Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta”. Questa dichiarazione esprime una verità, ancora in gran parte taciuta, sul livello della nostra classe dirigente politica.  E’ la lingua a parlare per noi rivelando  la realtà di una politica incapace di agire perchè ricattata dal consenso elettorale e non, piuttosto, agita in funzione di una visione dell’interesse lontano.

Se vogliamo davvero cambiare, per migliorarci, dobbiamo vederci come siamo davvero, senza alcuna indulgenza.

Dal 1855, sei anni prima dell’Unità d’Italia, siamo affetti da un’ansia di riconoscimento nella politica internazionale. A quel tempo Cavour, avendo il Risorgimento come visione dell’interesse lontano, condusse un’abile politica che portò l’anno seguente il piccolo Regno di Sardegna a sedersi al tavolo dei grandi, in particolare la Francia e la Gran Bretagna, per mettere nell’agenda politica internazionale di allora la liberazione dei territori italiani dall’Austria.

Da allora la nostra politica estera è  stata segnata in varie occasioni dalle mutazioni di questo morbo politico che afflligge la crescita del nostro giovane paese e che definirei come la ‘sindrome di Crimea’: le due Guerre Mondiali, tra le quali il  colonialismo italiano, la partecipazione militare nei conflitti nei territori dell’ex Juguslavia e nel Medio Oriente.

Ma come agisce la ‘sindrome di Crimea’ nei  confronti della  Comunità Europea contemporanea?  Ancora una volta verrebbe da ricordare la citazione secondo la quale la storia si presenterebbe la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.  Tuttavia, eliminata la farsa  dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi che in occasione di un incontro internazionale  al G8 del 2011 avvicinò il Presidente Obama per fargli presente la prioritaria necessità di una riforma della giustizia  per la presenza in Italia della da lui supposta “dittaura dei giudici di sinistra”, rimane un atteggiamento politico generale, trasversale agli schieramenti dei partiti, riconducibile a quella tecnica economica che va sotto il nome di leveraged byout, contrastato dal riemergere  di un peloso orgoglio nazionale  contro i moderni invasori.

In altre parole,  l’atteggiamento verso l’Europa si mostra  nella sua ambivalenza originaria, ovvero quella di predicare da una parte la costituzione di una comunità politica forte ed unitaria, oltre che  monetaria, cui demandare ciò che noi, da noi stessi, non siamo in grado di fare, ma dall’altra di considerare, quasi sperare, l’uscita dall’euro come un’opportunità per uscire dalla nostra crisi.

Sembrerebbe dunque che nella società della percezione la sindrome di Crimea si sia indebolita e prevalga piuttosto una spinta regressiva verso l’isolamento del nostro Paese in una situazione anteriore all’Unità d’Italia, a  dispetto della complessità della globalizzazione, in cui ci si possa illudere di essere  padroni in casa  propria. L’ideologia che oggi sorregge questo pensiero debole  discende dalle  invettive fasciste  contro gli stati plutocratici, dalle analisi comuniste  contro l’imperialismo americano e delle multinazionali e, per ultimo, dalle concezioni tribali del territorio sostenute dai leghisti nostrani.

 




L’hazard state

Nel 2011 17 milioni d’italiani, corrispondente al 42% della popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni, hanno speso 76 miliardi nel gioco d’azzardo legale. Circa 2,5 milioni di persone sono a rischio di una vera e propria dipendenza.

Sono  i dati principali  tra quelli raccolti dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa in una ricerca che si conclude con un preoccupante  nota d’allarme:  «Valutando l’impennata della spesa per il gioco d’azzardo degli ultimi anni, a prescindere dai benefici generati dall’attività di questo comparto economico, occorre riflettere sul fatto che per una fetta consistente della popolazione il gioco è una vera dipendenza, da contrastare in maniera opportuna»

Ulteriori indagini sul fenomeno hanno mostrato come all’Italia viene attribuito il 23% dell’intero consumo mondiale di gioco d’azzardo (gambling).

Dopo le droghe e la televisione ecco una nuova  dipendenza che si espande a ritmi impresionanti.  Tutto ciò grazie alle martellanti ed indiscriminate campagne pubblicitarie di video-poker, bingo, casinò, di gratta-e-vinci, lotto e superenalotto e alla offerta oramai presente in molti luoghi pubblici di slot machine.

Non è una novità che lo stato di bisogno e il sentimento d’insicurezza facciano regredire l’individuo all’irrazionale comportamento del gioco: combattere l’incertezza con l’azzardo. Ciò che appare drammaticamente nuovo è la legalità oggi che consente e supporta questa deriva.

Non è accettabile che uno Stato smantelli il welfare state in nome del rigore e della austerità imposta dalla crisi finanziaria ed economica e contemporaneamente legittima il gioco d’azzardo, che sul piano economico ed etico danneggia i più  deboli facendoli sprofondare nel fatalismo e nella passività.