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Una risata ci seppellirà?

“Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta”.

Questa frase pronunciata ieri da Berlusconi, rivolto a Bossi, di fronte al Consiglio dei Ministri è stata notata dai cronisti politici  per essere il primo cedimento del premier a fare l’atteso passo indietro : … mandato pieno … altrimenti …

Questa frase è invece significativa perchè disvela la verità e la miseria di un uomo e della cultura politica dominate: l’accettare la realtà di richieste pesanti, ma ineludibili perchè provienenti dall’esterno (Iddio lo vole) e, sopprattutto,  sottolineare la caratteristica di queste richieste per la loro onerosità sul piano del consenso elettorale.

Dunque, per il  Presidente del Consiglio, che ha governato il nostro Paese per quattro legislature, le misure economiche da adottare contro la crisi economica e finanziaria  vanno valutate non in base alla loro efficacia, ma in funzione della loro capacità di mantenere, e perchè no aumentare, il consenso elettorale.

Il che ci  mostra definitivamente la vera ragione della ignavia dell’attuale Governo, il quale  aveva negato fin dagli inizi la realtà e gravità della crisi,  che mai avrebbe potuto intaccare la solidità economica dell’Italia, secondo il principio del non è vero perchè non mi piace.

Non leggi ad personam, non conflitto d’interessi, non frequentazioni equivoche, non frustrazioni sessuali.  E’ condizione sufficiente la gravità di una tale concezione populista della gestione di un governo  di un Paese per squalificare qualsiasi uomo politico.

 

 




Il potere logora chi non ce l’ha.

Una semplice domanda: se il potere d’acquisto di un’intera popolazione diminuisce chi comprerà le merci?
Eppure la soluzione sembra sulla bocca di tutti essere crescere, produrre di più. Ma che senso ha aumentare la produzione / produttività se il potere d’acquisto, la domanda, diminuisce?
Se crescere significa produrre di più e già non siamo in grado di assorbire l’attuale capacità produttiva,  dove finiranno le merci in eccesso? A chi venderà chi produce?  Al mercato estero rispondono gli esperti, i furbi. Questo spingerà ogni paese a competere con l’altro anziché collaborare  e costringerà ogni nazione ad abbassare sempre più i costi di produzione a danno dei lavoratori che saranno costretti a lavorare a salari sempre più bassi per rendere competitivo il loro mercato.

Un gioco al ribasso in un sistema che si avvita. Liberalizzare (rendere più competitivo il mercato) prende quindi il “moderno” significato di demolire le contrattazioni sindacali e da ultimo il Patto sociale, ovvero ciò che è a base della nascita della nostra civiltà creando uno stato di instabilità e insicurezza (mondiale) per mancanza di regole riguardo a quelli che sono i diritti e i doveri.

Da Wikipedia, Contratto sociale: “Il contrattualismo comprende quelle teorie politiche che vedono l’origine della società in un contratto tra governati e governanti, che implica obblighi precisi per ambedue le parti. In questa concezione il potere politico si fonda su un contratto sociale che pone fine allo stato di natura, segnando l’inizio dello stato sociale e politico. Si considerano contrattualisti quei pensatori che muovono da tale sintassi del discorso”.

Stiamo violando la sintassi. “Sta di fatto” dicono i realisti “che se nel nostro paese non ci mettiamo a produrre di più e meglio di altri dal mercato verremo esclusi”. Il resto sono balle, solo filosofia.
Ebbene è questa la gente che ci ha cacciato in questo guaio, è questa la gente a cui siamo in mano. Mentre una finanza continua liberamente a speculare si chiedono sacrifici ai lavoratori per sollevare le sorti del paese (Patto di solidarietà).

Eppure se l’asserito è vero e incontrovertibile (domanda e offerta sono leggi di mercato) non si capisce come dalla crisi si sortirà se non con una perdita secca del welfare state con un impoverimento di ciascuno e della nazione, della nostra e delle altre. Chi prima chi poi, in una competizione tra stati cannibali e a scapito da ultimo dei diseredati dei poveri della terra. Ormai, fatta eccezione per i pochi o pochissimi, tutti. Scenario che lascia prevedere sommosse, terrorismo e anche guerre se non si interviene per tempo a cambiare logica.

Nel momento in cui il Patto sociale viene violato, il potere politico diventa illegittimo; di conseguenza il diritto di resistenza e ribellione viene legittimato. Queste parole potrebbero sembrare sovversive ma, sorpresa, non sono parole mie: sono tratte dalla medesima definizione data sopra da Wikipedia al contratto sociale.

Chiaramente si tratta di stabilire quanto e come il Patto sociale sia stato violato, ma deve rimanere chiaro che la legittimità della ribellione è proporzionale alla violazione. Costringere stati come la Grecia a violare i patti sociali, un fatto politico, in dipendenza di un fatto economico, è pericolosissimo e sbagliato. Sbagliato anche in dipendenza del fatto che, assoldate le colpe del governo greco, è stato uno tzunami finanziario a scoperchiare le pentole.

Ora bisogna rimettere i coperchi e chiedere ad ogni stato di mettersi sulla strada di risanare la propria economia senza vessare la popolazione, ma combattendo nei tempi e nei modi dovuti la mafia, la corruzione, l’evasione, la speculazione, e ogni sorta di furbizia e disonestà che sono il vero cancro di ogni Patto sociale. Bisogna inoltre restituire in fretta ai lavoratori e questo sì, il potere d’acquisto.

Un governo politico europeo per dare fine agli egoismi nazionali e alla competitività si rende indispensabile, o l’Euro e l’Europa affonderanno.

Se il potere d’acquisto diminuisce chi comprerà la merce? Dovremo distruggere i beni?  Deflazione?  Un’altra guerra? Nessuno incredibilmente ha  ancora risposto a questa semplice domanda.




Todos indignados

In una recente  puntata di “Otto e Mezzo” di La7  Lilli Gruber ha chiesto a Mario Monti la sua disponibilità a diventare Capo del Governo, ad occupare la poltrona di Berlusconi. Mario Monti ha glissato. Gli è stato chiesto inoltre quali siano i provvedimenti che sarebbe opportuno applicare (la ricetta) per uscire dalla crisi. Mario Monti ha risposto che, molto semplificando, bisognava intervenire sulle pensioni e su una maggiore tassazione sui redditi più alti. Allungare l’età pensionabile e non necessariamente una patrimoniale, aumentare le aliquote irpef. Ma che l’un provvedimento non si poteva prendere perché spiace all’elettorato di sinistra, l’altro perché non piace all’elettorato di destra e così il paese rimane fermo. Monti parlava inoltre di equità e di aiutare i giovani.

Ci sono osservazioni in merito:
-primo, colpire le fasce più deboli, la stragrande maggioranza, non è per equità la medesima cosa che colpire le fasce più forti, una netta minoranza;
-secondo, aumentare l’età pensionabile toglie posti di lavoro ai giovani e aumenta la disoccupazione;
-terzo, non si riesce a capire come diminuendo il potere di acquisto di un’intera popolazione si possa riavviare la crescita.

Assistiamo quotidianamente a programmi televisivi  i cui servizi ci mostrano i sempre più numerosi casi di persone che non riescono a far fronte ai debiti  e alla mancata richiesta di  mutui alle banche (23% in meno solo l’ultimo mese). Senza potere di acquisto garantito alle masse, diminuendo il volume del denaro in tasca alla gente, le merci andranno presto invendute e se le merci rimangono invendute, la produzione si arresta.  L’economia si avvita.

La Grecia non uscirà mai dalla crisi se non a carissimo prezzo, e tutto a spese della popolazione. Presto acquisteremo grazie a un basso costo del denaro prodotti dalla Grecia. Le merci greche invaderanno il mercato europeo grazie al loro basso costo tenuto basso dallo sfruttamento dei lavoratori greci. La Grecia diverrà per certo anche un paese di vacanze che grazie al turismo a basso costo cercherà di recuperare un po’ di valuta.

Così come ora il terzo mondo dove il costo del denaro, guarda caso, è il più basso possibile. Braccianti. Morale: avremo un paese che salverà la propria economia riducendo in miseria la sua popolazione.  La Spagna e noi a seguire?  Poi chi altro?

Tutto andrà indietro finché l’effetto domino non finirà per impoverire l’intera Europa, vedendo da ultimo un economia “risanata” e una società di schiavi . Rimanendo fermo che pochissimi, pochissimi  straricchi non subiranno in nulla la crisi.

Forse questo il progetto? Per  certo si tratta di paranoie di qualche radicale veterocomunista, ma altrettanto certamente qualche magnate della finanza tuttora nondichiaratofascista ci ha pensato e sta aiutando la crisi. Abbiamo liberalizzato i mercati. Monti si è detto favorevole (vedi libro di  Edoardo Nesi, Storia della mia gente Premio Strega). Il modello di sviluppo è forse quello cinese? Una “sana” economia in un paese di schiavi?  Caro Marchionne, “uomo più a sinistra di me” come il passato sindaco di Torino ha affermato. Ahi, serva Italia … un uomo di sinistra ancora non lo vedo.

Mi chiamo Cassandra e se non si invertirà la rotta il quadro fatto è inevitabile. Quello che ci si deve chiedere è solo quanto tempo e dove terminerà l’abisso. In Grecia trentamila licenziamenti e 60% di riduzione degli stipendi agli statali.  E noi …?  Noi tutti a sperare. A sperare di non finire come loro.

                                    Il pensiero debole

Mario monti è un economista e il convincimento di tutti è che essendo l’economia in crisi chi più di un economista, un eccellente economista, come anch’io Mario Monti ritengo che sia, possa guidare il paese fuori dalla crisi?  E la sorridente Lilli gli propone la leadership. Questo accade perché si ritiene che il problema sia economico e solo economico. Non è cosi.

Come si può osservare le compassate osservazioni di Monti colpiscono, secondo un suo personale senso di equità, sia i lavoratori che i capitalisti, la stragrande maggioranza e i pochissimi. La sinistra e la destra.

Pur avendo nella massima  considerazione la professionalità e la sicura buona fede di Monti, l’altezza morale della persona, mi sento comunque di dirgli: “lei è un economista ma non un politico e solo chi pensa alla politica come a una questione meramente economica può pensare a un economista che non sia un politico come alla persona che possa risolvere la crisi”.

Sul fatto che Monti sia meglio di Berlusconi non ho alcun dubbio, tra le due persone vi è un’abissale distanza, distanza anche morale. Ma appunto morale, un campo in cui la dignità della persona ha un peso specifico. Non giova ad uno statista un basso sentire, anche se questo incontra il consenso di tutti.

Tuttavia la statura morale non è tutto, una condizione necessaria ma non sufficiente (certo che se poi non c’è neppure quella …), ma la politica pretende scelte che esorbitano anche dal campo della dignità personale -pure dovuta- e dall’economia per entrare in quello della morale, della visione complessiva  che può essere solo quella del bene comune.

E una cosa è chiedere sacrifici economici alle persone, una cosa sacrificare le persone, togliere loro la dignità (Platone). Si può essere contro il consumismo, stringere la cinghia, ma non essere licenziati o vessati.

La seconda guerra mondiale è scoppiata non per ragioni economiche, ma perché è scomparsa dalla terra la compassione e con la compassione è morta la coesistenza.

Come si può sopportare di vedere gente senza lavoro e dirigenti che in dieci anni sono passati da 80 volte lo stipendio di un operaio a 356 volte? E sono solo dirigenti. Poi arrivano i banchieri, i manager, i broker, i calciatori, i portaborse, i faccendieri, i prosseneti .

Un lungo elenco quello dei figli della Notte. Siamo indignati, siamo tutti indignati. La vergogna è un sentimento per cui la nostra epoca verrà ricordata così,  come è stato detto dal professor Mancuso, un giovane teologo, ma vorrei aggiungere che non si tratta di moralismo ma di morale, una distinzione quella tra morale e moralismo, tra una virtù e la sua degenerazione, che dovrebbe a lui più che a tutti essere nota.

Siamo indignati, ma tutti ancora per motivi differenti. Gli indigandos non sono un soggetto politico così come ho visto loro rivolgersi da parte di tutti gli uomini di politica e di cultura prendendo le parti pro e contro un fantasma.

Il posto di lavoro deve essere garantito a tutti, a tutti quelli che vogliono lavorare. Nessuno è sacrificabile. O ci salviamo tutti o non si salva nessuno, un imperativo morale. Dobbiamo garantire a tutti il futuro. Ben venga sorella povertà, salveremo anche il pianeta, ma nessuno può essere sacrificato. Tantomeno per l’economia, per il mercato e le sue ipocrite leggi.

Se posso usare un paragone invito a pensare ad un aereo supersonico, uno di quei modelli da fantascienza, tanto complessi da richiedere un più che bravo ingegnere per il suo funzionamento.
Questo è l’economia e Monti può essere quell’ingegnere.

La domanda ora è se quell’ingegnere è in grado di pilotare quell’aereo. Potrebbe. Ma è chiaro che per fare il pilota occorrono altre doti. Se si potesse scegliere sarebbe sicuramente meglio scegliere tra gli ingegneri. Non è detto tuttavia che il miglior pilota sia un ingegnere. Ma anche avendo un buon pilota e un buon ingegnere il gioco non è finito.

Oltre ad un ottimo ingegnere e a un ottimo pilota ci vuole sempre qualcuno che dia la rotta e sappia dove dirigersi. Per capire gli obiettivi da raggiungere il pilota deve avere ordini e non dall’ingegnere. Gli obiettivi oggi sono o il bene comune o la sopravvivenza del capitalismo. Chiaramente senza un buon aereo e un buon pilota la navigazione potrebbe essere molto difficile ma anche con un buon pilota e un buon ingegnere la direzione può essere sbagliata e portare l’aereo a schiantarsi.

Il capitalismo ha mostrato i suoi limiti e un nuovo modello di sviluppo si impone. Una cultura liberista si è mostrata in passato vincente, e malgrado le contraddizioni, vincente per tutti, ma una finanza fuggita di mano sta mandando il pianeta alla catastrofe.
Non si tratta solo di interventi strutturali ma di cambiare direzione.

Anch’io ho la mia ricetta.
Non fare lavorare il denaro, chiudere con l’usura, aiutare l’economia, pubblica o privata che sia, mettendo la museruola e legando alla catena la finanza. Una finanza che per definizione è senza scrupoli e che nasconde l’avidità con le leggi dei mercati e i mercati non sono le imprese ma la borsa. Le imprese si preoccupino solo di produrre e di investire solo onestamente nella produzione. Bruciamo i prodotti finanziari. Libere imprese e finanza sorvegliato speciale.

A disonesti e speculatori bisogna fare i conti in tasca. Imprese e lavoratori uniti nella lotta. La finanza deve servire l’economia non l’economia la finanza (parole di Cristo). La corruzione, la disonestà, un facile guadagno sono nella testa di tutti e la Grecia è caduta per prima.

E con buona pace di tutti, sinistre e destre, al di là di ogni ideologia e appartenenza, l’economia di ogni stato è proporzione all’onestà dei suoi cittadini, tutti i suoi cittadini dai primi agli ultimi, trasversalmente. L’onestà è un fatto che pesa come una montagna sull’economia. Intelligenza versus furbizia. Di onestà non sento nessuno parlare, mentre molto, molto sarebbe ancora da dire.

L’unica soluzione reale della crisi è invertire la rotta, assicurare il futuro, battere moneta e pagare di più la gente. Dalla crisi del 1929 si cominciò ad uscire in realtà solo quando Ford cominciò a pagare di più i suoi operai.

Non stanno distruggendo solo l’economia, stanno distruggendo il Patto sociale, stanno distruggendo lo Stato sociale, stando distruggendo lo Stato di diritto. Sono liberisti, come possono essere “statisti”?  Se i liberisti vanno al potere toglieranno la spina e diranno che (lo Stato) non funziona.  Allo “straguadagno” va tolto l’extra.




C’era una volta una grave crisi economica …

Cose che sanno anche i bambini. C’era una volta …

… una grave crisi economica che rischiava di far perdere il futuro a tutta l’umanità Socrate decise di recarsi dal governatore della BME.  Il Governatore quando gli fu annunciata la sua visita si mostrò un po’ contrariato: “Che ci fa qui questo seccatore -pensò- che c’entro io con la filosofia?”. Tuttavia si trattava pur di Socrate e non riceverlo non sarebbe stato gradito ai Mercati. Tant’è.

socrate S- Caro Governatore, mi scuso per apparire inopportuno, chissà quante cose hai da fare, ma prometto che non ti ruberò molto tempo. Sono qui per farti semplici domande e poiché come sai io mi occupo di filosofia e sono digiuno di economia ti prego di avere pazienza e risolvermi alcuni semplici quesiti.

G- Dì pure Socrate ti ascolto.

S- Tutto, se ho ben inteso, dipende dalla produzione mondiale, se la produzione aumenta tutti stanno meglio se diminuisce peggio.

G- magari fosse così semplice Socrate. Bisogna considerare la popolazione, il territorio, le risorse, la finanza …

S- Fermati G. te ne prego, forse mi sono espresso male, la mia domanda era semplice e pretende una semplice risposta,  a tutte le cose che tu stai dicendo arriveremo un passo per volta. La mia testa è debole, non avvezza alla materia come la tua e se tu introduci troppe cose va in confusione. Riformulerò la domanda in modo che tu non abbia a rispondere che con un no o con un sì o se vuoi con un non so. In nome di Giove, la produzione mondiale deve aumentare o no?

G – Non saprei Socrate non mi sono mai posto questa domanda. Del resto io sono una figura che ancora non esiste.

S- Fai finta di esistere e rispondi.

G- Direi che deve aumentare.

S- Sei matto G. ma non pensi che aumentando la produzione le risorse di questo pianeta presto si esauriranno e che danneggerai così facendo non solo l’umanità ma l’intero pianeta che ci ospita?

G- Hai ragione Socrate a questo non avevo ancora pensato. Ma del resto noi viviamo qui ed ora e se la produzione non aumenta come sosterremo l’economia?

S- Qui sta il punto G. Che è questa economia?

G- Ma lo sanno tutti Socrate, è il mezzo per sfamare miliardi  e miliardi di persone, che permette la sopravvivenza dell’umanità, è il cuore, il motore, ne va della nostra stessa esistenza.

S- Se permetti una piccola obbiezione non è solo il mezzo per sfamare ma anche quello per arricchire, arricchire pochi nei confronti dei molti, ma di questo ti chiederò in seguito. Ora vorrei farti un’altra domanda. La ricchezza è in proporzione al numero delle persone o no?

G- Ovviamente Socrate ma capisco dove vuoi arrivare e ti precedo. Il numero non è controllabile.

S- Non è questo che intendevo, intendevo solo dire chiederti se pensi che le risorse siano in funzione del numero.

G- Che domanda mi fai questo è ovvio.

S- Non parrà ragionevole quindi porre come obbiettivi arrestare la produzione e la crescita economica così come il numero delle nascite?

G- Si, ma come? questo è impossibile e fuori controllo.

S- Se permetti sul come parleremo in seguito per ora è sufficiente che concordiamo che questi sono gli obiettivi da raggiungere. Per utopici che siano o possano sembrare indicano pur una direzione, una direzione verso cui muoverci e muovere l’economia. Ne convieni?

G- Senz’altro.

S – Quindi potremo definire buona ogni iniziativa che va verso questa direzione e cattiva ogni iniziativa che ce ne allontana sei d’accordo?

G. Si Socrate. Ma dove vuoi arrivare?

S- Concludendo se la produzione non deve complessivamente aumentare perché si chiede ad ogni singolo stato di aumentare la crescita economica? Queste indicazioni vanno verso i nostri obiettivi o nella direzione contraria?

G. Nella direzione contraria ovviamente. Del resto …

S- Capisco che cosa mi vuoi dire G. del resto per ora dobbiamo risolvere la crisi e senza aumentare la crescita non sappiamo come uscirne. Del resto G. anche se riuscissimo a uscirne aumentando la crescita finiremmo col bruciare tutte le risorse e distruggere il pianeta. Capisco i tuoi dubbi e anche il tuo imbarazzo. Io stesso se pensassi anziché alla filosofia all’economia non saprei cosa fare. Ma io come sai mi intendo un po’ di filosofia e magari con la filosofia ti posso un po’ aiutare?

G- Che dici Socrate che cosa centra l’economia con la filosofia, in questo momento poi, un momento di crisi mondiale in cui tutti dobbiamo venirne fuori risolvendo problemi economici tu te ne vieni fuori con la tua filosofia? (Mancava poco lo  cacciasse in malo modo)

S- Non ti adirare G. Se avrai pazienza ti dimostrerò che la filosofia è cosa per cui le cose sono e anche l’economia è?

G. Ti ascolto, ma ho poco tempo.

S. Non ti preoccupare non ci vorrà molto. Tu come Governatore della BME devi pensare per il bene del pianeta o per il bene di ogni singolo stato?

G- Non mi fare domande sciocche.

S- Scusami, ma se ovviamente dovrai pensare al bene di tutti dovrai ammettere due cose, una che pensi al bene, e due che pensi al bene di tutti ovvero non più a quello dell’uno che a quello di una altro e questa è la giustizia e che pensare al bene dell’uno piuttosto che al bene dell’altro è disonesto e questa è la disonestà.
Che dovrei pensare di te se per un tuo personale tornaconto favorissi uno stato piuttosto che un altro?

G- Che sono un disonesto. Queste sono banalità che si direbbero a un bambino.

S- Non ne sarei così sicuro. Ma dato che a te sembrano banalità sappi che queste banalità sono all’interno della morale della giustizia e non dell’economia, fanno parte cioè della filosofia.
Di queste banalità e di questo bambino tutti sembrerebbero essersene dimenticati. Ora ti faccio un’altra domanda. Se come riconosci queste banalità sono guida di tutta l’economia , tu ritieni che l’economia debba seguire giustizia e morale o che giustizia e morale debbano seguire l’economia?

G- Socrate io ho altro a cui pensare che alla tua filosofia.

S- Capisco bene G. quando si centra il problema e il problema è sempre la distribuzione, tu fuggi e chiami in dispregio giustizia, morale e filosofia. Ben sapendo che la soluzione di tutti i problemi è semplicissima e sempre la stessa togliere ai ricchi per dare ai poveri affinché tutti gli uomini siano uguali in ricchezza e dignità. In questa direzione tu non vorrai mai marciare e riempirai la testa di società di Rate, di Spread, di disavanzo pubblico, di debito pubblico, produzione, ricchezza, mercati, borsa, cloud e quant’altro. Intendiamoci G, tutte cose reali ma verso le quali tu hai un’unica posizione non perdere il tuo e non farlo perdere alla gente come te.

G- Stupido utopista pensi che espropriando i ricchi di tutta la loro ricchezza risolverai la crisi?

S- Si lo penso, penso che quella sia la direzione e che ogni iniziativa che vada in quella direzione sia buona mentre le altre che conservano ai ricchi la loro ricchezza siano cattive …

… Socrate fu messo alla porta.  Il Governatore era di malumore. Un pedante filosofo gli aveva guastata la giornata con la sua filosofia. Era ora di tornare a pensare alle cose serie: finanziare le banche o lasciare che qualcuna fallisse?…Ma sono tutte  collegate … rischio l’effetto domino …  Intanto una folla si era radunata in attesa di Socrate e Socrate come promesso riferì il colloquio. Si levarono applausi. E come al solito Socrate concluse: “Non è me che dovete applaudire ma la verità”. Sospirò e aggiunse: “Ma anche voi non abbiate in amore il consumo amate la povertà, cercate la gente e non la merce”.




L’usuraio disprezza la filosofia e vive dei frutti del suo denaro.

In fondo le cose sono semplici.  Si potrebbe sintetizzare dicendo che il mondo dell’economia deve lottare contro il mondo della finanza per limitarne o impedirne gli eccessi. Parafrasando, la finanza è fatta per l’economia non l’economia per la finanza.

Lavoratori e imprenditori dovrebbero allearsi per impedire alla finanza il default, ovvero impedire di rovinare sia i lavoratori nella persona che l’economia nelle istituzioni.

Bisognerebbe impedire alla finanza di far lavorare il denaro, l’arricchimento in assenza di lavoro; di permettere la “libera” speculazione. Opporre il libero mercato alla speculazione. Libero mercato e speculazione non sono la stessa cosa. “Libero mercato” è un concetto liberista povero e da rivedere.

                                                Barare.1

È noto a tutti che per vincere a qualsiasi gioco c’è un metodo infallibile: “barare”. Barare al gioco consente di arrivare ai risultati meglio e prima di altri.

Questo sistema di vita, di sistema di vita si tratta, si chiama disonestà ma storicamente prima di giungere a intendimenti morali si chiamava “astuzia”. Molti, moltissimi, disonesti (che c’entra la morale con l’economia) ancora lo chiamano realismo, l’affarista è un uomo pratico.

Disonestà e realismo stanno spesso a confine. Senza il sostegno di una morale sono, come anticamente sono stati, intercambiabili.
Anche sul termine “realismo” si dovrebbe molto discutere, ma qui mi preme di analizzare un altro termine: l’astuzia. L’astuzia non è un valore come tutti gli altri.

Ulisse vinse le armi di Achille superando nell’agone il più possente Aiace, grazie all’astuzia.  L’astuzia nel tempo ha prevalso sulla forza fisica e in luogo della forza fisica si è fatta virtù. Dalla notte dei tempi, la furbizia ha fatto dell’uomo il re degli animali.

L’astuzia ci ha differenziato dalle bestie e fatto di noi un nuovo regno. “Callidus” (astuto) è stato per millenni e millenni, non secoli ma millenni, sinonimo di intelligenza e ancora come tale è tenuta dai più, dai patrizi come dal popolo. Pensando “astuto, furbo” un malizioso sorriso si dipinge agli angoli della bocca e gli occhi si fanno più sottili.

È talmente connaturata alla nostra cultura che la furbizia è entrata per così dire a far parte del patrimonio genetico. Un valore trasversale, posseduto e tenuto in stima da tutti; un esistenziale entrato a far parte del sentimento comune e che per questo permette la comunicazione.

Nel bene o nel male al simpatia per questa malcelata virtù con la nostra complicità avvantaggia il potere. Il capo non è altro che il più furbo tra i furbi. Il più furbo di tutti. Stima, ammirazione, riconoscimento o in misura inversamente proporzionale invidia.
Vince chi più è astuto, tutti i mezzi sono leciti per millenni e millenni barare è norma, regola di vita, dal signore al servo.
Importante è non venire scoperti e se si è scoperti: negare, mentire, comprare, corrompere. O anche uccidere. Quanto di del tutto e di ogni cosa secondo epoca e costume.

La morale? Un’impicciona.  “Lo fanno tutti”. “Chi al posto suo non lo farebbe”, “Fossi io al suo posto …” sono adagio popolari; le giustificazioni di tutti. Certo non lo farebbero Cristo e santi, ma appunto  … l’imitatio Christi non è cosa.

In tutte le epoche quindi mentire, comprare, corrompere e se il caso anche uccidere fa parte del gioco. È   stata la norma per tempi così lunghi che si sono tutti abituati e assuefatti a parlare della corruzione come a parlare del clima, del vento. Molti neppure ti ascolano.  Gli scandali?  Talmente tanti e tali da indurre la noia. Del resto c’è sempre stata e non solo ora e non solo qui. “Radio 24” se parli di corruzione, neppure ti ascolta. La corruzione non interessa a chi parla di economia. “… corruzione, sì vabbé,  poi …”. Parliamo di cose serie.  Arroganza.

La disonestà è una malattia endemica, non una variabile interveniente considerata da tutti una costante su cui si deve ma è difficile se non impossibile agire. Fatalismo.

Chi parla di malcostume, di conflitto di interessi, di corruzione sono piagnoni, Savonarola di contorno. Magari da fare all’occasione arrosto. L’astuzia e le sue disoneste conseguenze sono dunque da sempre. Sono un positum storico. Prendiamone atto.

Ma dovremmo ugualmente prendere atto che strada facendo l’astuzia, fatta ormai anche dal popolo virtù, trova nemici. Si fa luce nella storia una novità.  Così come la forza fisica ha dovuto fare posto all’astuzia (milioni di anni per questo) ora l’astuzia si trova di fronte un nuovo più avanzato avversario. Ciò che costituisce emergenza, la novità, è ora un diverso intendimento dell’ intelligenza che vede nella collaborazione anziché nella competizione la possibilità della coesistenza, nasce la morale.

Difficile darle un nome perché ancora oggi stenta ad essere riconosciuta. Tuttavia è un faro che illumina e fa di un popolo quel popolo e per di più definisce di quel popolo i grado di civiltà, un valore storico assoluto. Tanto più un popolo è civile più possiede questo nuovo ingrediente. Un nuovo alimento per lo Spirito. La civiltà di un popolo da questo nuovo ingrediente per intero dipende. Forse è sulla punta della lingua di tutti ma di certo è nella testa di pochi, pochissimi. Oggi degenerato e per certo non in uso.

Rappresenta nel singolo come nelle istituzioni quella che si definisce coscienza politica, la convivialità, l’essere nella coesistenza. Un discorso che pretende un non indifferente impegno filosofico. Questa coscienza definibile comunque come coscienza politica, rappresenta il saper essere da parte dell’individuo nel sociale; un elemento costitutivo della cultura della nazione, il suo patrimonio. La considerazione del prossimo, dell’altro da sé, diviene fondamentale.

Pensate or per voi se avere fior di ingegno che cosa possa significare in questa prospettiva essere guidati da un presidente del consiglio che afferma tra i denti “Chi non fa il proprio interesse è un coglione”. Opinione e sentimento peraltro condiviso dai più, anche dal popolo. Vedi undicesimo comandamento: “fatti i cazzi tuoi”. Risatine d’obbligo. La volgarità spinge sempre al riso.

La Coscienza, quella politica, implica diversamente un fare per gli altri, un “amore per il prossimo”. La compassione cui la coscienza politica si ispira fonda la morale, implica di contro all’individualismo un fare per gli altri, rendere un servizio nell’interesse di tutti.  Un sentimento in essere nella storia solo di recente, poco sentito da se dicenti cristiani che vestono i simboli non occupandosi della cosa (la res, la quiditate, l’essenza).

L’intelligenza politica che dovrebbe essere legata all’intendimento del bene comune, viene declassata ad arte per produrre il consenso, arte per incastrare i gonzi. Confusione tra polis e parte, tra politica e partitica.  L’intelligenza politica rimane pertanto defraudata dal linguaggio e dalla prassi, del suo intendimento; rimane pressoché sconosciuta e quanto mai bistrattata nel nostro bel paese soprattutto da parte di chi sta al potere: una casta che offre modelli di vita, nelle persone che rappresentano il potere come le istituzioni, che depistano verso bassi ideali, assolutamente egoistici, al di fuori di qualsiasi morale.

Il massimo della vita: andare a puttane. Una pornopolitica senza alcun riferimento al sesso o di cui il sesso rappresenta l’aspetto meno interessante è più marginale, se nonché su questi bassi ideali rischia di andare a puttane l’intera nazione. Ancora una volta si confonde moralismo con morale.

Rimane ovvio che chi è al potere deve proporre una strada, una condotta di vita, una strada che sia per tutti e condivisibile da tutti su valori i più alti possibili. La persona conta, conta la sua credibilità.

Di contro la polis, la coinè, il bene comune, la civiltà, si nutre solo ed unicamente di questa emergenza, di questa luce, la compassione, una nuova forma di intelligenza che in sostituzione dell’astuzia e della competitività, vede nella collaborazione il suo ideale.  Si tratta della “Cura”, l’Essere per il mondo.
Questa la Coscienza, questo lo Spirito, questa la Cultura.

Per inciso, il termine da me usato, compassione, nulla a che vedere con la religione anche se posso dirmi felice che sulla compassione le religioni anche se con intendimenti diversi in parte concordino. Dalla sua nascita, lontana ma di certo storicamente più recente, astuzia e compassione entrano in competizione segnando attraverso il prevalere ora dell’una ora dell’altra la civiltà di un popolo.

Furbizia e intelligenza dello spirito, onestà intellettuale, entrano in conflitto. Quello che c’è ancora da rilevare è che questa battaglia è battaglia interiore, di ciascuno di noi, di ogni coscienza. I termini, furbizia e intelligenza, si confondono nella quotidianità in tutti, una chiara distinzione non è ancora neppure nei dizionari. Tutti utilizzano ora l’una ora l’altra con un solo fine: la convenienza, per farsi belli o brutti secondo le circostanze. I più mentono a se stessi. “L’occasione fa l’uomo ladro”. Risatine d’intesa. Tutti. E chi non ride non è di spirito. Siamo tutti complici.

Ebbene, la menzogna e la falsa coscienza sono il cibo preferito da poteri forti e autoritari, quelli che cercano il consenso ai livelli più bassi dello spirito. Disonestà intellettuale, pensiero debole e basso sentire sono il principale nutrimento di poteri disonesti.

Per questo la cultura, la cultura data al popolo è rivoluzionaria.
Se non ci convinceremo di questo ogni movimento progressista che tratti il sociale solo in funzione dell’economia (economicismo = economia senza cultura) è destinato a fallire.

Si dovranno imporre provvedimenti impopolari per risanare i bilanci per un tempo così lungo da scontentare il popolo che in assenza di cultura tornerà a rieleggere “il venditore” alle successive elezioni. Il nuovo Mida non esiterà a trasformare in merda l’oro dello Stato per accontentantare il popolo e così sia nei secoli dei secoli … un gioco senza fine. Alternanza di potere? Democrazia?  Solo la cultura può porre fine.

                                             Barare.2
Il gioco è barare. Chi non sa barare è fesso. O coglione, a scelta. Bari siamo tutti e qualcuno barone, più bravo, migliore nel gioco di altri. Mida il più bravo, riconosciamoglielo. Chi non sta al gioco sono solo gli invidiosi.
Perché il gioco funzioni si gioca al ribasso. Più grande è l’ignoranza, i valori dello spirito sono bassi meglio si riesce a barare. Lo stupido e il complice. Tra i passati valori riemerge la furbizia.

Grazie alla condivisione di questo basso sentimento il grande comunicatore vende i suoi prodotti: soldi, sport e gnocca, i “nuovi” valori. L’ultimo poi è talmente radicato da appartenere anche alle bestie è per certo anche nel DNA. A chi non piacciono?

Chi dice di no è un ipocrita, recita l’uomo del fare o è un intellettuale, una genia ai margini, in genere non pericolosa ma da tenere d’occhio. Spiacente sconfessarlo, piace anche a noi. Ma nessuna illusione: neppure sotto, sotto ci intendiamo.

Finché il popolo li avrà in odio e con essi avrà in odio la cultura per il potere nessun problema. Nessun problema se anche e finché partiti politici e  sindacati guarderanno con sospetto la cultura. Finché della cultura non avranno inteso la risolutiva sostanza.

Mida è un uomo del popolo  che bene conosce il popolo e che del popolo fa parte.  Sale al potere e trova a sostegno il popolo, la sua complicità, il suo maggior alleato. È stato democraticamente eletto dal popolo. Questo è accaduto e sempre accadrà finché il popolo non capirà Cultura e la sua importanza.

Essere furbo è la maggior calamità che oggi possa colpire un uomo! Il raggiungimento dell’onestà intellettuale è un obiettivo imprescindibile per ogni società che voglia chiamarsi civile, non è un soprammobile per il soggiorno è un pilastro per le fondamenta!  Questo lo Spirito, questa la Cultura.

La dignità e la distribuzione del reddito da questo dipendono.
Fare una scelte politica non significa quindi di schierarsi, non si tratta di un appartenenza ideologica, ma di ritrovarsi insieme a persone che la pensano tutte nello stesso modo, e questo modo riguarda un sentire, un sentimento comune che si può attestare su diversi gradi di civiltà. Elevare il sentimento popolare corrisponde a maturare il progresso sociale ed anche economico della nazione.

L’uomo pratico penserà ora che personalmente sia contro i soldi, lo sport e la gnocca, mentre ciò che desidero è solo che questi valori trovino la loro giusta dimensione per lasciare spazio a idealità più alte come la coscienza, la compassione e l’amore e che i predetti valori da queste idealità vengano tutt’altro che annullati ma rivisitati.

La cultura popolare ferma emotivamente all’astuzia non arriva alla polis, vede nella politica solo il marcio che colpisce le istituzioni come il marcio delle istituzioni, e se ne un alibi: “la politica è una cosa sporca”, per votarsi al disimpegno. Il livello è tanto basso che si confonde il fare politica con il mettersi in politica. Avviene così che il “sentimento popolare” si rende nell’ignoranza complice dei carnefici; costoro sono in genere  gente inesperta di politica che porta in politica mentalità affaristiche che affascinano l’uomo della strada, l’uomo pratico, come loro l’uomo del fare.

Non da ultimo ma da sempre le vittime abbracciano i carnefici. Saltano sul carro del vincitore. Meno si dice, più i valori comunicati  sono bassi e più gente si incontra. Sul sesso poi ci incontriamo tutti. Sulla via del fare solo “viva la gnocca” può sconfiggere “forza Italia”. Non la domenica.

                                              Le banche

Per realismo l’uomo del fare mira ai risultati, ovvero al profitto e per realismo ad un particolare profitto: il proprio. La logica è elementare: “se le cose vanno bene … bene per tutti; e se vanno male io di certo non ci rimetto”. Termometri di massima.
Questa grande astuzia  regge i business men, le banche e regge il mondo.

Il risultato è che un flusso continuo di capitali viene sottratto alla circolazione, al bene comune, alla comunità per finire nelle tasche di privati cittadini che si arricchiscono a dismisura fino a possedere la stragrande maggioranza della ricchezza e come utopia il mondo.  Aneurismi che sottraggono linfa in circolo  che impediscono la libera circolazione e a volte rompendosi provocano emorragie interne.

L’uomo del fare,  non sopporta regole che limitino il profitto. Tutto ciò che è contro il mercato (di mercato parla anche per la finanza) è filosofia. Il mondo del resto è palesemente nostro. Tutti lo possono vedere. L’economia è al struttura il resto è filosofia.

“Libertà di guadagnare, e di guadagnare senza limiti” un assioma in essere da sempre: “ un imperativo categorico nella mentalità di ogni uomo del fare. Dal capitalista al servo. L’dea della rinuncia un’eresia. L’uomo del fare ha un’unica dimensione, un’unica scala, quella economica. Unica variante: una diversa distribuzione, ma anche questa con la condivisione e la complicità di tutti. Intendiamoci l’uomo del fare non ha una grande intelligenza, ovvero coscienza politica, ha un’intelligenza pratica e la pratica, lo sanno tutti, vale più della grammatica.

“Una cosa o si può fare o non si può fare se si può fare quanto costa”. “Importante” diranno altri “non è se si può o non si può fare, ma se si riesce o non si riesce a fare”.

Queste alte filosofie reggono il mondo della finanza e le sorti dell’umanità. La morale, le regole, intralci, non computano. Deregulation, liberalizzazione. Che sia la morale quella coscienza politica che  ha permesso la civiltà neppure lo sfiora. Tutto per loro è stato fatto da loro, dall’economia.

La morale non sanno cosa sia, la morale è un fatto privato: “Se vado a puttane sono cazzi miei”, economia e puttane ecco tutto. Volgarità che il volgo ama e condivide. Chi si sente chiamato in causa imputet sibi.

Della politica l’uomo del fare si occupa solo se rende, rende a lui personalmente.  Per il profitto è disposto, suo malgrado, a mettersi anche in politica e far vedere ai politici quelle mummie, come lui, il grande comunicatore, raggiunge in breve il popolo, la maggioranza. E ci riesce. Questa la mentalità, questa la cultura. È la nuova cultura, la cultura vincente.

Dante non fa audience, e Sgarbi paladino della cultura si fa complice dell’ignoranza di gente che pensa a fare panini della Divina Commedia. La cultura ci parla con la bellezza e con l’amore. Di poteri ignoranti i più grandi alleati sono la disonestà, il pensiero debole e un basso sentire, valori o disvalori, indispensabili da condividere con il popolo per la vittoria.

Di contro combattere l’ignoranza, la disonestà, il pensiero debole e un basso sentire, devono essere prima e al di sopra di qualsiasi necessaria manovra economica, nel  programma di ogni movimento progressista. Non vedo nulla di tutto questo in nessun programma, non vedo l’alba. Non vedo il sol dell’avvenir. In fondo è semplice, ogni volta che ci alziamo dal letto basta chiedersi per ogni azione, è conveniente o è la cosa giusta.  La cultura contro il capitalismo.

                                  L’uomo del fare

Per l’uomo del fare misero o ricco che sia, gli “eccessi” della finanza sono il suo profitto. Considera lecito, legittimo far lavorare il denaro. Tutti concordano. Nessuno pensa che se c’è stato un guadagno in borsa, in una compravendita, in una speculazione finanziaria, i soldi “guadagnati” qualcuno deve aver lavorato per produrli. Che c’è stato qualcuno che materialmente  con il proprio lavoro quel guadagno ha prodotto e che per produrlo ha dovuto lavorare, che tutta, tutta la ricchezza, si tratti di beni o di servizi, viene dal lavoro.  E se dal lavoro non viene al lavoro sottrae, ruba.

Ma se si può far lavorare il denaro, se far lavorare il denaro è lecito, per quale motivo dovrebbe rinunziarvi? Quanti anni alla Bocconi per fare un broker, perché un “derivato strutturato” mandasse a gambe all’aria un intero pianeta?. Un’ottima annata, o uno tsunami economico che farà per certo a conti fatti più vittime di quello naturale.

L’avidità guida la finanza, guida ogni suo pensiero prima ancora di ogni sua azione. In morale è agnostica. Realismo è la parola chiave. L’azione precede il pensiero, come nella borsa sventolii di braccia tese, nessuna riflessione. Degli altri di filosofia non vuole sapere.

La filosofia è per tutti una materia letteraria per studi all’università. Una materia scelta da un numero sempre minore di sfigati per questioni di gusto: “mi piace”. Appassionante, profonda. Nessuno ne capisce il senso, l’importanza.  Le università che insegnano filosofia insegnano una materia il cui scopo non né le è in nulla chiaro. Non entra nell’economia, non  crea posti di lavoro, per i più un parassita, per gli economisti senz’altro da eliminare o al più da tenere come reliquia, vestigia del passato.

Un incomprensibile insegnamento che ha ostacolato in passato la strada all’economia e alla finanza e che ancora oggi rischia di mettere grilli nella testa agli studenti. Per fortuna ora grazie ai docenti la filosofia si è ridotta a “storia della filosofia” e la filosofia è definitivamente morta. L’idea di educare lo spirito neppure li sfiora. Né loro né chi la studia.

                                  Contano solo i fatti

“Fatti e non parole” è mentalità radicata in tutti, un basso valore trasversale, dai potenti ai servitori, da destra a sinistra. Una mentalità che permette logiche di potere e al potere di essere logico. La logica si lega allo spirito e lo spirito al mondo, da ultimo un basso sentire trova tutti concordi.

Tra l’altro “fatti e non parole” sono solo parole. In tutti nessuna riflessione. Ciò che accomuna tutti è l’odio per le parole. L’odio per la cultura.

Suona nelle orecchie del popolo un altro adagio “troppo spesso gli intellettuali hanno tradito il popolo”. Hitler, Stalin, Pol Pot e così via erano intellettuali o piuttosto gente del popolo che odiava la cultura? Tutti i dittatori vengono e sono amati dal popolo e odiano la cultura.

Avete mai sentito che uomini di cultura appartenessero in maggioranza alla destra? Gli uomini di cultura a destra sono una rarità ma a sparlare degli intellettuali non sono le destre ma le sinistre. E ancora ne diffidano.

Odio per gli intellettuali, per tutti coloro che nella riflessione vorrebbero la coscienza, a cultura va ben solo se è spettacolo; della cultura bisogna solo godere. Vedere bei quadri, bei film, leggere bei libri. La cultura degli “oh bei o bei”.

Che cultura significhi mentalità, critica e autocritica, avanzamento dello spirito nessuno lo pensa. Faticoso. Fatti dunque e non parole.  Barare, usare l’astuzia per emergere, è indubbiamente un fatto. Ma un fatto tanto incancrenito nella cultura popolare da essere entrato a far parte della sua filosofia, filosofia di vita: “che ce vo’fa’, guagliò”; un malcostume  tollerato quando non compiaciuto e condiviso. Il paraculo è per molti un ideale, per altri un simpatico mascalzone.

L’inadempienza alle regole non viene solo tollerata ma volte premiata (anche dai governi: condoni) senza che nessuno se ne scandalizzi. Tremonti, un uomo del fare viene tacciato di moralismo. “Che c’entra la morale con la politica? Non facciamo i moralisti”.  Confusione, ignoranza abissale : si confonde la morale, la Dea, con moralismo, la degenerazione, l’idolo.

Molto, molto sarebbe da aggiungere, ma qui mi fermo.                 In fondo le cose sono semplici, ma la semplicità non è un punto di partenza ma un punto d’arrivo quando lo spirito è maturo.

In definitiva per arrestare gli eccessi della finanza, il turbo capitalismo, è indispensabile la cultura. Dare cultura al popolo deve essere il programma delle sinistre. Portare al popolo la Coscienza politica l’obiettivo.

La miseria del popolo non è solo economica e se la Cultura non interverrà anche la miseria economica in strettissima dipendenza sarà inevitabile.  Finché in democrazia saranno eletti dal popolo poteri che il popolo rispecchiano nei sentimenti più bassi e che al popolo ancora appartengono non potremo vedere l’alba.
Beceri populismi da ogni parte hanno affossato e ancora impediscono la storia.

“Anche noi” dice Bersani ”siamo capaci di misure impopolari”. Bravo asino. Misure impopolari non sono misure economiche che diminuiscono i soldi in tasca alla gente, misure che la gente percepisce come impopolari, misure contro il popolo sono  misure che ne offendono la dignità.

Tutti siamo pronti a collaborare se la nave affonda, non è stringere la cinghia che spaventa, spaventa la paura del futuro la mancanza di sicurezza, spaventano la precarietà, i licenziamenti, spaventa essere lasciati fuori. Spaventa la Necessità a cui la finanza si appella per decidere i nostri destini. Inorridisce sapere che chi ha provocato il disastro sta e starà sempre a piedi caldi, sgomenta sapere che ci sarà anche chi dalla crisi ci guadagnerà.

Che si chieda a noi e solo a noi di rimediare a guai che altri hanno procurato. Ma neppure lo si chiede, lo si impone, lo si impone a dispetto di conquiste secolari con grave sofferenza del “patto sociale”. Non è il welfare state che vogliamo, non siamo insensibili alle sofferenze del pianeta, volgiamo sia rispettato il Patto sociale. Rivedere il patto sociale al ribasso non è solo demenziale, è criminale. Saranno inevitabili i conseguenti disordini sociali le cui cause non sono certo da ricercare in innocenti disperati attori pestati a sangue dalla polizia.

Uguaglianza sociale. Equa distribuzione dei sacrifici. Sicurezza del lavoro, consenso, collaborazione, e soprattutto dignità, sono parole d’ordine imprescindibili. Chi ha più sbagliato più paghi. I colpevoli responsabili della crisi devono essere esautorati e puniti. Licenziare i banchieri. Licenziare i brokers. Licenziare la borsa. Licenziare tutti coloro che fanno lavorare il denaro.

Chi dovrebbe farlo? Ovviamente chi ne ha il potere: i governi sovrani. Sovrani di che? Non solo i responsabili non vengono puniti, non solo quasi tutti conservano il loro posto, ma continuano imperterriti sulla vecchia strada, continuano a speculare, chiedendo al popolo di sopportare per intero la crisi togliendo al popolo non solo il welfare state ma anche i patti sociali, regole che i lavoratori hanno realizzato in anni con sacrifici e lotte. Questa la “modernità” richiesta dei mercati.

L’ obbiettivo è destabilizzare il Patto sociale, la crisi pur reale diviene un alibi per riconquistarsi il terreno perduto, un alibi mascherato dalla necessità dell’economia, della finanza, del capitalismo.  Liberalizzare? … privatizzare … Certo con un  governo come questo … prima tolgono la spina e poi dicono che non funziona.

“ … e perché l’usurier  altra via tene,
per sé natura, e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene”.
(Dante, Inferno, XI, vv. 109,111)




Il pulpito e la predica

Senti da che pulpito viene la predica… questo adagio popolare è nella testa di tutti e costituisce uno dei principali criteri di analisi, in molti casi l’unico,  col quale molti  esponenti della attuale politica che si avvicendano nei dibattici dei talkshow televisivi si difendono dalle accuse loro rivolte (ma osservate anche quei giornalisti e opinionisti che si definiscono ‘terzisti’…).    In base a tale modalità  tutti si sentono scusati delle proprie malefatte dal pulpito se il pulpito è ritenuto colpevole, e in particolare più colpevole.

Leggendo i “Promessi Sposi”  si sarebbe dovuto far tesoro delle così dette scuse di don Abbondio:  “Si io, ma loro …”

Voglio qui solo ricordare  una semplice verità: “il pulpito non cancella la colpa”, né la nostra, né quella di altri.  Il pulpito può costituire al più attenuante, ma mai essere assolutorio: la colpa continua a sussistere indipendentemente dal pulpito e dalle circostanze. Pulpito e circostanze della colpa costituiscono solo connotazioni e non denotano in alcun modo la cosa, la sostanza,   attributi questi che non possono sostituirsi al nome.

“Il pulpito non cancella la colpa” non è un’opinione, è una verità, le sue prerogative sono l’ovvio e l’incontrovertibilità. Ne consegue che “non ci si può scusare dei propri peccati con i peccati altrui”, un’altra verità che fa da corollario alla prima. Ed ancora: “Che le proprie colpe vanno assolte con se stessi prima di trovare giustificazione negli altri”…

Quello che è tuttavia importante qui rilevare è l’appartenenza di queste verità: che verità sono?

In prima istanza dirò che sono verità logiche, ma di una logica che fugge l’epistema (di esse non troverete traccia in nessun trattato di logica) per appartenere allo spirito. E questo è il punto. Dello spirito manca una grammatica.

Lo spirito non si sa neppure che cosa sia, dello spirito manca una definizione, dello spirito neppure si parla. Quello della merce (Materialismo) e quello Santo sono gli unici conosciuti.
Ho affermato che queste verità sono ovvie e apodittiche, incontrovertibili, ma sono ovvie solo a chi possiede spirito. Nell’educazione una grammatica dello spirito si rende indispensabile. Ebbene una grammatica dello spirito non esiste ancora.

Una grammatica dello spirito non solo non viene insegnata ma della stessa non si conosce neppure l’esistenza e questo perché ancora non esiste, ancora non esiste come conosciuto “spirito”.
Riprendo quello che ora si comprende essere solo un esempio: “il pulpito non cancella la colpa”, questo asserito può divenire un assioma, una regola, che deve entrare nella testa di tutti e dovrebbe essere segnalato come errore, errore logico, l’uso improprio del pulpito come esimente.

“Cerca prima dentro di te”, dovrebbe rientrare negli imperativi morali. La mancanza di questa semplice regola grammaticale permette all’ignoranza di rivolgersi in modo ignorante agli ignoranti e ottenerne il consenso.

“Si io o lui, ma loro …” è un errore grammaticale logico che essendo nella testa di tutti permette a cattivi poteri di abbindolare il popolo. La mancata educazione del popolo è per certo una colpa dei governanti, a volte strumentale ma di fatto anche un fatto dovuto all’ignoranza delle stesse persone che ci governano: ci sono e ci fanno. Una falsa coscienza fa loro da alibi.

Quello che è sconfortante è che tutt’oggi non venga avvertita la necessità di trovare per il linguaggio una grammatica dello spirito e di insegnarla nelle scuole. Mondialmente. Uno studio organico che compendi verità grammaticali dello spirito mirato ad innalzare la cultura popolare e non solo popolare si rende sempre più necessario come freno ad un turbocapitalimo che trascina i valori in basso, a soddisfare gli istinti, rivendicando in questa soddisfazione la libertà.

Cliché, adagi popolari, opinioni ignoranti ammorbano lo spirito e finiscono con l’ammalare l’anima. La degradazione del linguaggio è degradazione dello spirito, del singolo come di una nazione.

Una grammatica dello spirito, un compendio quanto più possibile organico delle regole e degli errori in cui più comunemente la logica può incappare deve essere scritta ed essere materia di insegnamento scolastico. È incredibile che ancor oggi nel primo mondo non si sia avvertita la necessità di questo insegnamento culturale.

L’interlocutore che cita il pulito a discolpa dovrebbe essere immediatamente bloccato sottolineando come errore grammaticale la logica usata.  Possibile solo se e  nella misura in cui la grammatica è da tutti conosciuta.

Allo stato attuale delle cose questo percorso è solo individuale, non ha regole scritte, e non permette all’eccellenza di emergere, anzi chi ha lavorato su se stesso non tanto per emergere quanto per migliorarsi viene accusato di essere un intellettuale e come tale, secondo un altro adagio trasversalmente condiviso, inviso al popolo e a chi sta al potere.    Non ho parole …   (lavoro in corso) …




Crisi economica o crisi del sistema economico?

La caduta del muro di Berlino e gli attentati del 11 settembre 2001 confermarono a Francis Fukuyama  il concetto di fine della storia:   una “storia universale” direzionale dell’umanità che ha raggiunto il suo culmine con le attuali democrazie liberali, di contro alle “storie nazionali” con le loro regressioni, opposizioni, condanne o ritardi rispetto al destino del mondo.

Oggi, i movimenti di protesta della ‘Primavera araba’, degli ‘Indignados’, del ‘Piraten Partei’ tedesco  ed ora dello  “Occupacy Wall Street” negli USA,  rivolti contro le Banche, la speculazione finanziaria, la riduzione del welfare state, la mancanza di lavoro e del futuro, sono da considerarsi ‘storie nazionali’? Anche quelli che  sono sorti nei paesi dalle più solide democrazie?

Si osservi in  questi movimenti spontanei il combinarsi di due  caratteristiche:

i) il tratto  anti ideologico, in quanto si pongono al di là delle collocazioni tradizionali della  appartenenza politica a destra/sinistra , al di là dei generi, al di là della età  e delle classi sociali;

ii) il tratto radicale, in quanto  le critiche convergono sul sistema  economico e sociale, accusato di essersi  scollegato  dalla produzione  e di pretendere di  esistere basandosi sulla sola Finanza. Si direbbe che  queste  proteste  abbiano dato voce alla  teoria marxiana del valore,  in  particolare alla transizione  dal ciclo Merce-Denaro-Merce  a quello del Denaro-Merce-Denaro, e quindi al Denaro-Denaro (dal sito www.circolodegliscipioni.org suggeriamo un’interesante analisi sulle vere  ragioni dell’attuale crisi).

Certo, è prematuro  ipotizzare che questi movimenti possano diventare forze capaci di determinare quei cambiamenti nella politica e nella società che molti di noi  auspicano. Tuttavia, il loro fascino fa ricordare quanto Hegel scrisse nella Fenomenologia dello spirito: “La frivolezza e la noia che invadono ciò che rimane ancora, il presentimento vago di qualcosa di sconosciuto sono i segni premonitori di qualcosa d’altro che è in cammino”




Thank you, Steve.

Stay hungry, stay foolish.

Steve Jobs ha disegnato un nuovo continente, Apple, dove il bello è buono.

“Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.”  (Oscar Wilde)