Una risata ci seppellirà?

“Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta”.

Questa frase pronunciata ieri da Berlusconi, rivolto a Bossi, di fronte al Consiglio dei Ministri è stata notata dai cronisti politici  per essere il primo cedimento del premier a fare l’atteso passo indietro : … mandato pieno … altrimenti …

Questa frase è invece significativa perchè disvela la verità e la miseria di un uomo e della cultura politica dominate: l’accettare la realtà di richieste pesanti, ma ineludibili perchè provienenti dall’esterno (Iddio lo vole) e, sopprattutto,  sottolineare la caratteristica di queste richieste per la loro onerosità sul piano del consenso elettorale.

Dunque, per il  Presidente del Consiglio, che ha governato il nostro Paese per quattro legislature, le misure economiche da adottare contro la crisi economica e finanziaria  vanno valutate non in base alla loro efficacia, ma in funzione della loro capacità di mantenere, e perchè no aumentare, il consenso elettorale.

Il che ci  mostra definitivamente la vera ragione della ignavia dell’attuale Governo, il quale  aveva negato fin dagli inizi la realtà e gravità della crisi,  che mai avrebbe potuto intaccare la solidità economica dell’Italia, secondo il principio del non è vero perchè non mi piace.

Non leggi ad personam, non conflitto d’interessi, non frequentazioni equivoche, non frustrazioni sessuali.  E’ condizione sufficiente la gravità di una tale concezione populista della gestione di un governo  di un Paese per squalificare qualsiasi uomo politico.

 

 




Il potere logora chi non ce l’ha.

Una semplice domanda: se il potere d’acquisto di un’intera popolazione diminuisce chi comprerà le merci?
Eppure la soluzione sembra sulla bocca di tutti essere crescere, produrre di più. Ma che senso ha aumentare la produzione / produttività se il potere d’acquisto, la domanda, diminuisce?
Se crescere significa produrre di più e già non siamo in grado di assorbire l’attuale capacità produttiva,  dove finiranno le merci in eccesso? A chi venderà chi produce?  Al mercato estero rispondono gli esperti, i furbi. Questo spingerà ogni paese a competere con l’altro anziché collaborare  e costringerà ogni nazione ad abbassare sempre più i costi di produzione a danno dei lavoratori che saranno costretti a lavorare a salari sempre più bassi per rendere competitivo il loro mercato.

Un gioco al ribasso in un sistema che si avvita. Liberalizzare (rendere più competitivo il mercato) prende quindi il “moderno” significato di demolire le contrattazioni sindacali e da ultimo il Patto sociale, ovvero ciò che è a base della nascita della nostra civiltà creando uno stato di instabilità e insicurezza (mondiale) per mancanza di regole riguardo a quelli che sono i diritti e i doveri.

Da Wikipedia, Contratto sociale: “Il contrattualismo comprende quelle teorie politiche che vedono l’origine della società in un contratto tra governati e governanti, che implica obblighi precisi per ambedue le parti. In questa concezione il potere politico si fonda su un contratto sociale che pone fine allo stato di natura, segnando l’inizio dello stato sociale e politico. Si considerano contrattualisti quei pensatori che muovono da tale sintassi del discorso”.

Stiamo violando la sintassi. “Sta di fatto” dicono i realisti “che se nel nostro paese non ci mettiamo a produrre di più e meglio di altri dal mercato verremo esclusi”. Il resto sono balle, solo filosofia.
Ebbene è questa la gente che ci ha cacciato in questo guaio, è questa la gente a cui siamo in mano. Mentre una finanza continua liberamente a speculare si chiedono sacrifici ai lavoratori per sollevare le sorti del paese (Patto di solidarietà).

Eppure se l’asserito è vero e incontrovertibile (domanda e offerta sono leggi di mercato) non si capisce come dalla crisi si sortirà se non con una perdita secca del welfare state con un impoverimento di ciascuno e della nazione, della nostra e delle altre. Chi prima chi poi, in una competizione tra stati cannibali e a scapito da ultimo dei diseredati dei poveri della terra. Ormai, fatta eccezione per i pochi o pochissimi, tutti. Scenario che lascia prevedere sommosse, terrorismo e anche guerre se non si interviene per tempo a cambiare logica.

Nel momento in cui il Patto sociale viene violato, il potere politico diventa illegittimo; di conseguenza il diritto di resistenza e ribellione viene legittimato. Queste parole potrebbero sembrare sovversive ma, sorpresa, non sono parole mie: sono tratte dalla medesima definizione data sopra da Wikipedia al contratto sociale.

Chiaramente si tratta di stabilire quanto e come il Patto sociale sia stato violato, ma deve rimanere chiaro che la legittimità della ribellione è proporzionale alla violazione. Costringere stati come la Grecia a violare i patti sociali, un fatto politico, in dipendenza di un fatto economico, è pericolosissimo e sbagliato. Sbagliato anche in dipendenza del fatto che, assoldate le colpe del governo greco, è stato uno tzunami finanziario a scoperchiare le pentole.

Ora bisogna rimettere i coperchi e chiedere ad ogni stato di mettersi sulla strada di risanare la propria economia senza vessare la popolazione, ma combattendo nei tempi e nei modi dovuti la mafia, la corruzione, l’evasione, la speculazione, e ogni sorta di furbizia e disonestà che sono il vero cancro di ogni Patto sociale. Bisogna inoltre restituire in fretta ai lavoratori e questo sì, il potere d’acquisto.

Un governo politico europeo per dare fine agli egoismi nazionali e alla competitività si rende indispensabile, o l’Euro e l’Europa affonderanno.

Se il potere d’acquisto diminuisce chi comprerà la merce? Dovremo distruggere i beni?  Deflazione?  Un’altra guerra? Nessuno incredibilmente ha  ancora risposto a questa semplice domanda.