L’usuraio disprezza la filosofia e vive dei frutti del suo denaro.

In fondo le cose sono semplici.  Si potrebbe sintetizzare dicendo che il mondo dell’economia deve lottare contro il mondo della finanza per limitarne o impedirne gli eccessi. Parafrasando, la finanza è fatta per l’economia non l’economia per la finanza.

Lavoratori e imprenditori dovrebbero allearsi per impedire alla finanza il default, ovvero impedire di rovinare sia i lavoratori nella persona che l’economia nelle istituzioni.

Bisognerebbe impedire alla finanza di far lavorare il denaro, l’arricchimento in assenza di lavoro; di permettere la “libera” speculazione. Opporre il libero mercato alla speculazione. Libero mercato e speculazione non sono la stessa cosa. “Libero mercato” è un concetto liberista povero e da rivedere.

                                                Barare.1

È noto a tutti che per vincere a qualsiasi gioco c’è un metodo infallibile: “barare”. Barare al gioco consente di arrivare ai risultati meglio e prima di altri.

Questo sistema di vita, di sistema di vita si tratta, si chiama disonestà ma storicamente prima di giungere a intendimenti morali si chiamava “astuzia”. Molti, moltissimi, disonesti (che c’entra la morale con l’economia) ancora lo chiamano realismo, l’affarista è un uomo pratico.

Disonestà e realismo stanno spesso a confine. Senza il sostegno di una morale sono, come anticamente sono stati, intercambiabili.
Anche sul termine “realismo” si dovrebbe molto discutere, ma qui mi preme di analizzare un altro termine: l’astuzia. L’astuzia non è un valore come tutti gli altri.

Ulisse vinse le armi di Achille superando nell’agone il più possente Aiace, grazie all’astuzia.  L’astuzia nel tempo ha prevalso sulla forza fisica e in luogo della forza fisica si è fatta virtù. Dalla notte dei tempi, la furbizia ha fatto dell’uomo il re degli animali.

L’astuzia ci ha differenziato dalle bestie e fatto di noi un nuovo regno. “Callidus” (astuto) è stato per millenni e millenni, non secoli ma millenni, sinonimo di intelligenza e ancora come tale è tenuta dai più, dai patrizi come dal popolo. Pensando “astuto, furbo” un malizioso sorriso si dipinge agli angoli della bocca e gli occhi si fanno più sottili.

È talmente connaturata alla nostra cultura che la furbizia è entrata per così dire a far parte del patrimonio genetico. Un valore trasversale, posseduto e tenuto in stima da tutti; un esistenziale entrato a far parte del sentimento comune e che per questo permette la comunicazione.

Nel bene o nel male al simpatia per questa malcelata virtù con la nostra complicità avvantaggia il potere. Il capo non è altro che il più furbo tra i furbi. Il più furbo di tutti. Stima, ammirazione, riconoscimento o in misura inversamente proporzionale invidia.
Vince chi più è astuto, tutti i mezzi sono leciti per millenni e millenni barare è norma, regola di vita, dal signore al servo.
Importante è non venire scoperti e se si è scoperti: negare, mentire, comprare, corrompere. O anche uccidere. Quanto di del tutto e di ogni cosa secondo epoca e costume.

La morale? Un’impicciona.  “Lo fanno tutti”. “Chi al posto suo non lo farebbe”, “Fossi io al suo posto …” sono adagio popolari; le giustificazioni di tutti. Certo non lo farebbero Cristo e santi, ma appunto  … l’imitatio Christi non è cosa.

In tutte le epoche quindi mentire, comprare, corrompere e se il caso anche uccidere fa parte del gioco. È   stata la norma per tempi così lunghi che si sono tutti abituati e assuefatti a parlare della corruzione come a parlare del clima, del vento. Molti neppure ti ascolano.  Gli scandali?  Talmente tanti e tali da indurre la noia. Del resto c’è sempre stata e non solo ora e non solo qui. “Radio 24” se parli di corruzione, neppure ti ascolta. La corruzione non interessa a chi parla di economia. “… corruzione, sì vabbé,  poi …”. Parliamo di cose serie.  Arroganza.

La disonestà è una malattia endemica, non una variabile interveniente considerata da tutti una costante su cui si deve ma è difficile se non impossibile agire. Fatalismo.

Chi parla di malcostume, di conflitto di interessi, di corruzione sono piagnoni, Savonarola di contorno. Magari da fare all’occasione arrosto. L’astuzia e le sue disoneste conseguenze sono dunque da sempre. Sono un positum storico. Prendiamone atto.

Ma dovremmo ugualmente prendere atto che strada facendo l’astuzia, fatta ormai anche dal popolo virtù, trova nemici. Si fa luce nella storia una novità.  Così come la forza fisica ha dovuto fare posto all’astuzia (milioni di anni per questo) ora l’astuzia si trova di fronte un nuovo più avanzato avversario. Ciò che costituisce emergenza, la novità, è ora un diverso intendimento dell’ intelligenza che vede nella collaborazione anziché nella competizione la possibilità della coesistenza, nasce la morale.

Difficile darle un nome perché ancora oggi stenta ad essere riconosciuta. Tuttavia è un faro che illumina e fa di un popolo quel popolo e per di più definisce di quel popolo i grado di civiltà, un valore storico assoluto. Tanto più un popolo è civile più possiede questo nuovo ingrediente. Un nuovo alimento per lo Spirito. La civiltà di un popolo da questo nuovo ingrediente per intero dipende. Forse è sulla punta della lingua di tutti ma di certo è nella testa di pochi, pochissimi. Oggi degenerato e per certo non in uso.

Rappresenta nel singolo come nelle istituzioni quella che si definisce coscienza politica, la convivialità, l’essere nella coesistenza. Un discorso che pretende un non indifferente impegno filosofico. Questa coscienza definibile comunque come coscienza politica, rappresenta il saper essere da parte dell’individuo nel sociale; un elemento costitutivo della cultura della nazione, il suo patrimonio. La considerazione del prossimo, dell’altro da sé, diviene fondamentale.

Pensate or per voi se avere fior di ingegno che cosa possa significare in questa prospettiva essere guidati da un presidente del consiglio che afferma tra i denti “Chi non fa il proprio interesse è un coglione”. Opinione e sentimento peraltro condiviso dai più, anche dal popolo. Vedi undicesimo comandamento: “fatti i cazzi tuoi”. Risatine d’obbligo. La volgarità spinge sempre al riso.

La Coscienza, quella politica, implica diversamente un fare per gli altri, un “amore per il prossimo”. La compassione cui la coscienza politica si ispira fonda la morale, implica di contro all’individualismo un fare per gli altri, rendere un servizio nell’interesse di tutti.  Un sentimento in essere nella storia solo di recente, poco sentito da se dicenti cristiani che vestono i simboli non occupandosi della cosa (la res, la quiditate, l’essenza).

L’intelligenza politica che dovrebbe essere legata all’intendimento del bene comune, viene declassata ad arte per produrre il consenso, arte per incastrare i gonzi. Confusione tra polis e parte, tra politica e partitica.  L’intelligenza politica rimane pertanto defraudata dal linguaggio e dalla prassi, del suo intendimento; rimane pressoché sconosciuta e quanto mai bistrattata nel nostro bel paese soprattutto da parte di chi sta al potere: una casta che offre modelli di vita, nelle persone che rappresentano il potere come le istituzioni, che depistano verso bassi ideali, assolutamente egoistici, al di fuori di qualsiasi morale.

Il massimo della vita: andare a puttane. Una pornopolitica senza alcun riferimento al sesso o di cui il sesso rappresenta l’aspetto meno interessante è più marginale, se nonché su questi bassi ideali rischia di andare a puttane l’intera nazione. Ancora una volta si confonde moralismo con morale.

Rimane ovvio che chi è al potere deve proporre una strada, una condotta di vita, una strada che sia per tutti e condivisibile da tutti su valori i più alti possibili. La persona conta, conta la sua credibilità.

Di contro la polis, la coinè, il bene comune, la civiltà, si nutre solo ed unicamente di questa emergenza, di questa luce, la compassione, una nuova forma di intelligenza che in sostituzione dell’astuzia e della competitività, vede nella collaborazione il suo ideale.  Si tratta della “Cura”, l’Essere per il mondo.
Questa la Coscienza, questo lo Spirito, questa la Cultura.

Per inciso, il termine da me usato, compassione, nulla a che vedere con la religione anche se posso dirmi felice che sulla compassione le religioni anche se con intendimenti diversi in parte concordino. Dalla sua nascita, lontana ma di certo storicamente più recente, astuzia e compassione entrano in competizione segnando attraverso il prevalere ora dell’una ora dell’altra la civiltà di un popolo.

Furbizia e intelligenza dello spirito, onestà intellettuale, entrano in conflitto. Quello che c’è ancora da rilevare è che questa battaglia è battaglia interiore, di ciascuno di noi, di ogni coscienza. I termini, furbizia e intelligenza, si confondono nella quotidianità in tutti, una chiara distinzione non è ancora neppure nei dizionari. Tutti utilizzano ora l’una ora l’altra con un solo fine: la convenienza, per farsi belli o brutti secondo le circostanze. I più mentono a se stessi. “L’occasione fa l’uomo ladro”. Risatine d’intesa. Tutti. E chi non ride non è di spirito. Siamo tutti complici.

Ebbene, la menzogna e la falsa coscienza sono il cibo preferito da poteri forti e autoritari, quelli che cercano il consenso ai livelli più bassi dello spirito. Disonestà intellettuale, pensiero debole e basso sentire sono il principale nutrimento di poteri disonesti.

Per questo la cultura, la cultura data al popolo è rivoluzionaria.
Se non ci convinceremo di questo ogni movimento progressista che tratti il sociale solo in funzione dell’economia (economicismo = economia senza cultura) è destinato a fallire.

Si dovranno imporre provvedimenti impopolari per risanare i bilanci per un tempo così lungo da scontentare il popolo che in assenza di cultura tornerà a rieleggere “il venditore” alle successive elezioni. Il nuovo Mida non esiterà a trasformare in merda l’oro dello Stato per accontentantare il popolo e così sia nei secoli dei secoli … un gioco senza fine. Alternanza di potere? Democrazia?  Solo la cultura può porre fine.

                                             Barare.2
Il gioco è barare. Chi non sa barare è fesso. O coglione, a scelta. Bari siamo tutti e qualcuno barone, più bravo, migliore nel gioco di altri. Mida il più bravo, riconosciamoglielo. Chi non sta al gioco sono solo gli invidiosi.
Perché il gioco funzioni si gioca al ribasso. Più grande è l’ignoranza, i valori dello spirito sono bassi meglio si riesce a barare. Lo stupido e il complice. Tra i passati valori riemerge la furbizia.

Grazie alla condivisione di questo basso sentimento il grande comunicatore vende i suoi prodotti: soldi, sport e gnocca, i “nuovi” valori. L’ultimo poi è talmente radicato da appartenere anche alle bestie è per certo anche nel DNA. A chi non piacciono?

Chi dice di no è un ipocrita, recita l’uomo del fare o è un intellettuale, una genia ai margini, in genere non pericolosa ma da tenere d’occhio. Spiacente sconfessarlo, piace anche a noi. Ma nessuna illusione: neppure sotto, sotto ci intendiamo.

Finché il popolo li avrà in odio e con essi avrà in odio la cultura per il potere nessun problema. Nessun problema se anche e finché partiti politici e  sindacati guarderanno con sospetto la cultura. Finché della cultura non avranno inteso la risolutiva sostanza.

Mida è un uomo del popolo  che bene conosce il popolo e che del popolo fa parte.  Sale al potere e trova a sostegno il popolo, la sua complicità, il suo maggior alleato. È stato democraticamente eletto dal popolo. Questo è accaduto e sempre accadrà finché il popolo non capirà Cultura e la sua importanza.

Essere furbo è la maggior calamità che oggi possa colpire un uomo! Il raggiungimento dell’onestà intellettuale è un obiettivo imprescindibile per ogni società che voglia chiamarsi civile, non è un soprammobile per il soggiorno è un pilastro per le fondamenta!  Questo lo Spirito, questa la Cultura.

La dignità e la distribuzione del reddito da questo dipendono.
Fare una scelte politica non significa quindi di schierarsi, non si tratta di un appartenenza ideologica, ma di ritrovarsi insieme a persone che la pensano tutte nello stesso modo, e questo modo riguarda un sentire, un sentimento comune che si può attestare su diversi gradi di civiltà. Elevare il sentimento popolare corrisponde a maturare il progresso sociale ed anche economico della nazione.

L’uomo pratico penserà ora che personalmente sia contro i soldi, lo sport e la gnocca, mentre ciò che desidero è solo che questi valori trovino la loro giusta dimensione per lasciare spazio a idealità più alte come la coscienza, la compassione e l’amore e che i predetti valori da queste idealità vengano tutt’altro che annullati ma rivisitati.

La cultura popolare ferma emotivamente all’astuzia non arriva alla polis, vede nella politica solo il marcio che colpisce le istituzioni come il marcio delle istituzioni, e se ne un alibi: “la politica è una cosa sporca”, per votarsi al disimpegno. Il livello è tanto basso che si confonde il fare politica con il mettersi in politica. Avviene così che il “sentimento popolare” si rende nell’ignoranza complice dei carnefici; costoro sono in genere  gente inesperta di politica che porta in politica mentalità affaristiche che affascinano l’uomo della strada, l’uomo pratico, come loro l’uomo del fare.

Non da ultimo ma da sempre le vittime abbracciano i carnefici. Saltano sul carro del vincitore. Meno si dice, più i valori comunicati  sono bassi e più gente si incontra. Sul sesso poi ci incontriamo tutti. Sulla via del fare solo “viva la gnocca” può sconfiggere “forza Italia”. Non la domenica.

                                              Le banche

Per realismo l’uomo del fare mira ai risultati, ovvero al profitto e per realismo ad un particolare profitto: il proprio. La logica è elementare: “se le cose vanno bene … bene per tutti; e se vanno male io di certo non ci rimetto”. Termometri di massima.
Questa grande astuzia  regge i business men, le banche e regge il mondo.

Il risultato è che un flusso continuo di capitali viene sottratto alla circolazione, al bene comune, alla comunità per finire nelle tasche di privati cittadini che si arricchiscono a dismisura fino a possedere la stragrande maggioranza della ricchezza e come utopia il mondo.  Aneurismi che sottraggono linfa in circolo  che impediscono la libera circolazione e a volte rompendosi provocano emorragie interne.

L’uomo del fare,  non sopporta regole che limitino il profitto. Tutto ciò che è contro il mercato (di mercato parla anche per la finanza) è filosofia. Il mondo del resto è palesemente nostro. Tutti lo possono vedere. L’economia è al struttura il resto è filosofia.

“Libertà di guadagnare, e di guadagnare senza limiti” un assioma in essere da sempre: “ un imperativo categorico nella mentalità di ogni uomo del fare. Dal capitalista al servo. L’dea della rinuncia un’eresia. L’uomo del fare ha un’unica dimensione, un’unica scala, quella economica. Unica variante: una diversa distribuzione, ma anche questa con la condivisione e la complicità di tutti. Intendiamoci l’uomo del fare non ha una grande intelligenza, ovvero coscienza politica, ha un’intelligenza pratica e la pratica, lo sanno tutti, vale più della grammatica.

“Una cosa o si può fare o non si può fare se si può fare quanto costa”. “Importante” diranno altri “non è se si può o non si può fare, ma se si riesce o non si riesce a fare”.

Queste alte filosofie reggono il mondo della finanza e le sorti dell’umanità. La morale, le regole, intralci, non computano. Deregulation, liberalizzazione. Che sia la morale quella coscienza politica che  ha permesso la civiltà neppure lo sfiora. Tutto per loro è stato fatto da loro, dall’economia.

La morale non sanno cosa sia, la morale è un fatto privato: “Se vado a puttane sono cazzi miei”, economia e puttane ecco tutto. Volgarità che il volgo ama e condivide. Chi si sente chiamato in causa imputet sibi.

Della politica l’uomo del fare si occupa solo se rende, rende a lui personalmente.  Per il profitto è disposto, suo malgrado, a mettersi anche in politica e far vedere ai politici quelle mummie, come lui, il grande comunicatore, raggiunge in breve il popolo, la maggioranza. E ci riesce. Questa la mentalità, questa la cultura. È la nuova cultura, la cultura vincente.

Dante non fa audience, e Sgarbi paladino della cultura si fa complice dell’ignoranza di gente che pensa a fare panini della Divina Commedia. La cultura ci parla con la bellezza e con l’amore. Di poteri ignoranti i più grandi alleati sono la disonestà, il pensiero debole e un basso sentire, valori o disvalori, indispensabili da condividere con il popolo per la vittoria.

Di contro combattere l’ignoranza, la disonestà, il pensiero debole e un basso sentire, devono essere prima e al di sopra di qualsiasi necessaria manovra economica, nel  programma di ogni movimento progressista. Non vedo nulla di tutto questo in nessun programma, non vedo l’alba. Non vedo il sol dell’avvenir. In fondo è semplice, ogni volta che ci alziamo dal letto basta chiedersi per ogni azione, è conveniente o è la cosa giusta.  La cultura contro il capitalismo.

                                  L’uomo del fare

Per l’uomo del fare misero o ricco che sia, gli “eccessi” della finanza sono il suo profitto. Considera lecito, legittimo far lavorare il denaro. Tutti concordano. Nessuno pensa che se c’è stato un guadagno in borsa, in una compravendita, in una speculazione finanziaria, i soldi “guadagnati” qualcuno deve aver lavorato per produrli. Che c’è stato qualcuno che materialmente  con il proprio lavoro quel guadagno ha prodotto e che per produrlo ha dovuto lavorare, che tutta, tutta la ricchezza, si tratti di beni o di servizi, viene dal lavoro.  E se dal lavoro non viene al lavoro sottrae, ruba.

Ma se si può far lavorare il denaro, se far lavorare il denaro è lecito, per quale motivo dovrebbe rinunziarvi? Quanti anni alla Bocconi per fare un broker, perché un “derivato strutturato” mandasse a gambe all’aria un intero pianeta?. Un’ottima annata, o uno tsunami economico che farà per certo a conti fatti più vittime di quello naturale.

L’avidità guida la finanza, guida ogni suo pensiero prima ancora di ogni sua azione. In morale è agnostica. Realismo è la parola chiave. L’azione precede il pensiero, come nella borsa sventolii di braccia tese, nessuna riflessione. Degli altri di filosofia non vuole sapere.

La filosofia è per tutti una materia letteraria per studi all’università. Una materia scelta da un numero sempre minore di sfigati per questioni di gusto: “mi piace”. Appassionante, profonda. Nessuno ne capisce il senso, l’importanza.  Le università che insegnano filosofia insegnano una materia il cui scopo non né le è in nulla chiaro. Non entra nell’economia, non  crea posti di lavoro, per i più un parassita, per gli economisti senz’altro da eliminare o al più da tenere come reliquia, vestigia del passato.

Un incomprensibile insegnamento che ha ostacolato in passato la strada all’economia e alla finanza e che ancora oggi rischia di mettere grilli nella testa agli studenti. Per fortuna ora grazie ai docenti la filosofia si è ridotta a “storia della filosofia” e la filosofia è definitivamente morta. L’idea di educare lo spirito neppure li sfiora. Né loro né chi la studia.

                                  Contano solo i fatti

“Fatti e non parole” è mentalità radicata in tutti, un basso valore trasversale, dai potenti ai servitori, da destra a sinistra. Una mentalità che permette logiche di potere e al potere di essere logico. La logica si lega allo spirito e lo spirito al mondo, da ultimo un basso sentire trova tutti concordi.

Tra l’altro “fatti e non parole” sono solo parole. In tutti nessuna riflessione. Ciò che accomuna tutti è l’odio per le parole. L’odio per la cultura.

Suona nelle orecchie del popolo un altro adagio “troppo spesso gli intellettuali hanno tradito il popolo”. Hitler, Stalin, Pol Pot e così via erano intellettuali o piuttosto gente del popolo che odiava la cultura? Tutti i dittatori vengono e sono amati dal popolo e odiano la cultura.

Avete mai sentito che uomini di cultura appartenessero in maggioranza alla destra? Gli uomini di cultura a destra sono una rarità ma a sparlare degli intellettuali non sono le destre ma le sinistre. E ancora ne diffidano.

Odio per gli intellettuali, per tutti coloro che nella riflessione vorrebbero la coscienza, a cultura va ben solo se è spettacolo; della cultura bisogna solo godere. Vedere bei quadri, bei film, leggere bei libri. La cultura degli “oh bei o bei”.

Che cultura significhi mentalità, critica e autocritica, avanzamento dello spirito nessuno lo pensa. Faticoso. Fatti dunque e non parole.  Barare, usare l’astuzia per emergere, è indubbiamente un fatto. Ma un fatto tanto incancrenito nella cultura popolare da essere entrato a far parte della sua filosofia, filosofia di vita: “che ce vo’fa’, guagliò”; un malcostume  tollerato quando non compiaciuto e condiviso. Il paraculo è per molti un ideale, per altri un simpatico mascalzone.

L’inadempienza alle regole non viene solo tollerata ma volte premiata (anche dai governi: condoni) senza che nessuno se ne scandalizzi. Tremonti, un uomo del fare viene tacciato di moralismo. “Che c’entra la morale con la politica? Non facciamo i moralisti”.  Confusione, ignoranza abissale : si confonde la morale, la Dea, con moralismo, la degenerazione, l’idolo.

Molto, molto sarebbe da aggiungere, ma qui mi fermo.                 In fondo le cose sono semplici, ma la semplicità non è un punto di partenza ma un punto d’arrivo quando lo spirito è maturo.

In definitiva per arrestare gli eccessi della finanza, il turbo capitalismo, è indispensabile la cultura. Dare cultura al popolo deve essere il programma delle sinistre. Portare al popolo la Coscienza politica l’obiettivo.

La miseria del popolo non è solo economica e se la Cultura non interverrà anche la miseria economica in strettissima dipendenza sarà inevitabile.  Finché in democrazia saranno eletti dal popolo poteri che il popolo rispecchiano nei sentimenti più bassi e che al popolo ancora appartengono non potremo vedere l’alba.
Beceri populismi da ogni parte hanno affossato e ancora impediscono la storia.

“Anche noi” dice Bersani ”siamo capaci di misure impopolari”. Bravo asino. Misure impopolari non sono misure economiche che diminuiscono i soldi in tasca alla gente, misure che la gente percepisce come impopolari, misure contro il popolo sono  misure che ne offendono la dignità.

Tutti siamo pronti a collaborare se la nave affonda, non è stringere la cinghia che spaventa, spaventa la paura del futuro la mancanza di sicurezza, spaventano la precarietà, i licenziamenti, spaventa essere lasciati fuori. Spaventa la Necessità a cui la finanza si appella per decidere i nostri destini. Inorridisce sapere che chi ha provocato il disastro sta e starà sempre a piedi caldi, sgomenta sapere che ci sarà anche chi dalla crisi ci guadagnerà.

Che si chieda a noi e solo a noi di rimediare a guai che altri hanno procurato. Ma neppure lo si chiede, lo si impone, lo si impone a dispetto di conquiste secolari con grave sofferenza del “patto sociale”. Non è il welfare state che vogliamo, non siamo insensibili alle sofferenze del pianeta, volgiamo sia rispettato il Patto sociale. Rivedere il patto sociale al ribasso non è solo demenziale, è criminale. Saranno inevitabili i conseguenti disordini sociali le cui cause non sono certo da ricercare in innocenti disperati attori pestati a sangue dalla polizia.

Uguaglianza sociale. Equa distribuzione dei sacrifici. Sicurezza del lavoro, consenso, collaborazione, e soprattutto dignità, sono parole d’ordine imprescindibili. Chi ha più sbagliato più paghi. I colpevoli responsabili della crisi devono essere esautorati e puniti. Licenziare i banchieri. Licenziare i brokers. Licenziare la borsa. Licenziare tutti coloro che fanno lavorare il denaro.

Chi dovrebbe farlo? Ovviamente chi ne ha il potere: i governi sovrani. Sovrani di che? Non solo i responsabili non vengono puniti, non solo quasi tutti conservano il loro posto, ma continuano imperterriti sulla vecchia strada, continuano a speculare, chiedendo al popolo di sopportare per intero la crisi togliendo al popolo non solo il welfare state ma anche i patti sociali, regole che i lavoratori hanno realizzato in anni con sacrifici e lotte. Questa la “modernità” richiesta dei mercati.

L’ obbiettivo è destabilizzare il Patto sociale, la crisi pur reale diviene un alibi per riconquistarsi il terreno perduto, un alibi mascherato dalla necessità dell’economia, della finanza, del capitalismo.  Liberalizzare? … privatizzare … Certo con un  governo come questo … prima tolgono la spina e poi dicono che non funziona.

“ … e perché l’usurier  altra via tene,
per sé natura, e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene”.
(Dante, Inferno, XI, vv. 109,111)

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