Politica e Cultura

Che ne è di tutta l’ingiustizia che non ha trovato storicamente soddisfazione?  Di tutto ciò che è andato irrimediabilmente perduto?  Dei diritti da sempre calpestati?  Di tutta la sofferenza che è rimasta inappagata?  Di generazioni senza nome?  Può essere “paradiso” la risposta?  Qui in terra è “rabbia” “scontento” “depressione”.

Il mancato conseguimento di giuste aspettative, soprattutto se già negli atti,  in diritti già acquisiti, che per la gente e per noi tutti hanno il significato di una tranquillità per il futuro, gettano tutti a regredire nella difesa del privato. Questo deve essere chiaro in merito all’accaduto di questi ultimi anni: non vi è più nulla di certo, non gli studi, non il lavoro e neppure la pensione.  Hanno precarizzato l’esistenza in toto sia per il presente che per il futuro,  per noi come per i nostri figli generando ansia e timori.

E quando il presente e soprattutto il futuro sono minacciati la gente si ritira in se stessa regredisce e non partecipa: questo è un momento di grande chiusura, con gravissime responsabilità sia delle forze politiche che sindacali e anche di quelle forze che a tale precarizzazione avrebbero in ogni modo dovuto opporsi senza ascoltare  passivamente “pretese esigenze economiche” del paese correndo appresso alle quali siamo da ultimo, detto ormai da tutti i non appartenenti a logge, “sull’orlo del fallimento”.

Il problema non è economico,  ma filosofico. Il morale di un popolo è legato alla morale: è dalla  morale che nasce poi l’economia.

E se laidamente, pur essendo credenti,  non dobbiamo tenere conto del paradiso a soluzione  dell’inappagato, si deve considerare l’umore della gente non per trarne profitto alle elezioni, ma con la  cura che si deve al bene più prezioso per progredire. La gente è sfiduciata, affranta, logorata da anni di promesse non mantenute, impaurita dalla precarietà del prossimo futuro, in attesa di un cambiamento di governo a frenare la caduta, il baratro.

Con questo, anche se giustificata e giustificabile, nelle crisi la gente  non migliora, ansia e paura fanno regredire, regredire ovunque sia in famiglia, che sul lavoro, che nella vita sociale e politica, con aumento degli egoismi personali e perdita dello slancio.

Di questo dunque io “accuso” le forze sociali che attente a obiettivi  economici  si sono disinteressate della cultura, considerata  problema non concreto o irrisolvibile e comunque  a latere, lasciando in libertà “mentalità” ad operare a tutti i livelli ovunque senza incontrare  ostacoli. Gli intellettuali rimangono  solo voci isolate cui si porta rispetto ma a cui non si da forza, a volte neppure per solidarietà.

Sotto un  apparente maschera di tolleranza si lasciano proliferare senza mai intervenire “liberamente” opinioni di ogni sorta. È il relativismo, malattia sociale che affligge l’individuo come le istituzioni, relativismo che sarà in “parole” quello che è stato da più di mezzo secolo nella “prassi”, non si sa che santo pregare e ciascuno per concessione di tutti prega il suo anche se si tratta di un padrino, siamo democratici.

Si aspetta, si aspetta il cambiamento, se cambiamento ci sarà e non ci si accorge che lo sconforto agisce a tutti i livelli anche ai più alti anche nelle teste d’uovo che forse verranno.

La questione morale è irrisolta, è stata messa in cassaforte e si è perso la combinazione.

Il problema dimenticato, mai più riproposto, la morale è problema filosofico, ma, avendo assegnato alla filosofia un posto in cantina, anche la morale è stata costretta a seguire la stessa sorte. Eppure è la coscienza di un popolo che crea il suo benessere, e la coscienza e legata alle convinzioni  e alle aspettative che un popolo ha.

Come si può pensare che un popolo senza convinzioni e deluso nelle aspettative possa prosperare? “io non credo prenderò la pensione” uomini e donne di 40anni, “io lo so cosa vuol dire diventare grandi: vivere nell’ansia del lavoro” gente di 30 (n.b. non 20) anni. Arrangiarsi , e ognuno per sé.

Se si crede al destino si può immaginare che alcuni accadimenti alla stregua di fenomeni naturali si consumino, debbano volgere al termine prima di avviarsi ad un nuovo ciclo. Queste analisi deterministe dell’accaduto tolgono all’umanità il libero arbitrio, la possibilità di intervento, la volontà.

Noi sosteniamo contrariamente la possibilità non solo di resistere ma anche quella di ribellarci ad un sistema che affossando e avendo la cultura come nemico rischia di trascinare tutti ai livelli più bassi del’esistenza quelli legati alla sopravvivenza, all’animalità del “sesso e possesso”.

Per far questo è necessario nobilitare l’anima e dare allo Spirito la sua giusta collocazione quale referente dell’essere Uomo. Il sentimento ancor più della passione caratterizza la specie Homo ed è al sentimento, alla natura sentimentale dell’uomo che ci si deve imperativamente  rivolgere.

L’educazione dello spirito per l’uomo è tutto e l’educazione dello spirito si chiama  cultura.

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