Con la cultura non si mangia

Spesso accade in “democrazia” che chi raggiunge la notorietà, comunque raggiunta, venga interrogato su questioni che esulano completamente la sua competenza e l’opinione data assurga comunque a verità non per il contenuto ma per il pulpito, per l’autorità che l’ha proferita.

Il personaggio assurto alle cronache viene intervistato e gli viene richiesto di esprimere opinioni che in nulla ineriscono la sua professione.  Questo fa parte di un cattivo giornalismo che incontra una mentalità popolare che riconosce la verità solo nel pulpito per l’autorità che vi si insedia. Ingenuità popolare di cui per realismo qualsiasi potere si nutre.  Da quello politico a quello dei media.

Eppure fuori dal seminato tali opinioni altro non hanno che valore di opinione, di chiacchiera, il valore che si può dare alla parola di tutti, all’uomo della strada intervistato per caso e per opportunità. Ciò che domina la scena, che venga da personaggi noti o dall’uomo della strada, è l’opinione con valore di chiacchiera. Seguono sondaggi.

Il problema nasce quando a stare sul pulpito è l’uomo della strada ovvero colui che raccoglie con la chiacchiera e grazie alla chiacchiera i maggiori consensi. Per la gente essere maggioranza significa “avere ragione” a meno di trovarsi in minoranza e allora solo allora, disorientata, sentirsi costretta a riferirsi diversamente al valore dato termine e cercare nuovi significati da dare alla democrazia.

Comunque sia, dando ascolto e voce alla sola chiacchiera tutto il sociale della chiacchiera si nutre e con al chiacchiera si alimenta il potere.

Per il realismo, una filosofia dell’essere tutta da discutere,  la chiacchiera è il mezzo per raggiungere l’utente, the consumer, e la chiacchiera assurge al diritto di  chiamarsi ed essere chiamata libertà di parola, libertà di espressione. Si potrebbe ritenere a questo punto che la chiacchiera debba essere proibita, che non debba avere possibilità di espressione. Assolutamente no! La chiacchiera, il parere dell’uomo di strada, non deve e non può essere proibita, è bene che essa si manifesti e si manifesti in molti ambiti, essa è preziosissimo campo di indagine e di massimo interesse per comprendere il grado di avanzamento dello spirito di una nazione indipendentemente da giudizi di valore. Questa è la virtù dell’ascolto in democrazia.

Rimane che  una cosa è tenerne conto, una cosa criticare, una cosa incoraggiare, un’altra ancora servirsene per fare audience o peggio servirsene per dare la scalata al potere. Il voto dato a tutti, suffragio universale, permette di salire al potere chi meglio si fa interprete della cultura popolare, della mentalità del popolo e il livello culturale dal popolo raggiunto mette al potere chi meglio sa cogliere il suo spirito per alto o basso che sia.

Realisticamente, senza entrare in merito con giudizi di valore, in genere il livello raggiunto è un basso sentire, una grande immaturità, tutti abbiamo visto film in bianco e nero e bonariamente riso dell’ignoranza del popolo in passato ma anche se oggi, ringraziando il cielo, l’ignoranza non è più la stessa non possiamo di certo affermare di essere giunti a maturazione.

La povertà di spirito è sicuramente scusabile ma per certo non è condivisibile,  né tantomeno da assumere da parte di governanti al potere come volontà popolare da esprimere nel governo di una nazione. Tutto ovviamente dipende dalla maturità del popolo, se un popolo è maturo il suo sentire è elevato e in democrazia esprimerà buoni governanti.

Dare alla gente quello che la gente vuole e l’azione più abbietta e ipocrita  che un’istituzione  può esprimere, è pura demagogia. Non si danno i gelati ai bambini per farsi amare. Indipendentemente da ogni volontà popolare è a questa maturità che ogni buon governo deve tendere, questa la cultura.  Il dovere di ogni governo è far maturare lo spirito, elevare la cultura.

Purtroppo l’ignoranza spesso sale al potere e tocca a noi cittadini sentire frasi dette da ministro a ministro del tipo: con la cultura non si mangia. Terribile! non ci fanno, ci sono!

Questa l’alta filosofia siede oggi in Italia sugli scranni del potere. Si arriva a sedersi su poltrone da ministro facendo i gelatai. I bambini sono contenti e li votano e sono la maggioranza. E c’è chi pensa di mettersi in concorrenza.

Ma  l’onestà intellettuale pretende una verità che assolutamente sconfessi l’ipocrisia, il pregiudizio, l’ignoranza e la menzogna, ingredienti di cui spesso chi è al potere si serve per ingannare il popolo.

Se si ritiene di usare gli stessi strumenti sarà possibile anche vincere ma si perderà il sale e l’inganno per il popolo potrebbe essere anche maggiore.

Ma al di là di giudizi di valore che generano malessere e insofferenza in tutti noi, si deve realizzare che il sentire, il modo di sentire del popolo, è parte costitutiva dell’essere; la sua mentalità è argomento principe dell’evoluzione culturale, politica e sociale. La Mentalità costituisce lo Spirito e lo Spirito la Cultura. Ad ogni mentalità deve competere la possibilità di evolversi, ogni mentalità  deve possedere il seme per l’Apertura. A questa apertura dello Spirito deve rivolgersi ogni governo, questa l’evoluzione, il reale progresso di un popolo. A questa devono essere rivolte tutte le analisi e i progetti avvenire.

Dello Spirito non si parla né a destra, né a sinistra, né in centro. Dello Spirito la politica non si cura e si deve assistere alla miseria intellettuale in una frase che vanifica lo spirito: con la cultura non si mangia.

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